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GIORNALISTA-GIURISTA E CALABRESE “TOSTO”. Franco Abruzzo il 28 marzo riceverà la medaglia d’oro per i 50 anni di Albo e si racconta. Da Cosenza a Milano, un viaggio di 50 anni fa. L’amore per Milano, il rapporto con la Calabria. Cronista d’assalto, Il sindacato, Walter Tobagi, per 18 anni presidente dell’Ordine di Milano, i lunghi anni a Il Giorno e al Sole 24 Ore. La visione di un giornalismo di battaglia e di controllore dei poteri. Aver dimenticato il ruolo di “guardiano” ha determinato le pesanti difficoltà odierne dei giornali. “La stampa è un potere? No, è l’occhio dei cittadini sui palazzi della politica, dell’economia e della finanza; sulla società civile e sui fatti della vita. Il sonno dei giornali ha partorito la crisi di oggi. E i lettori hanno girato le spalle alle edicole”.

di ROMANO PITARO

26.3.2013 - Il tuo profilo attuale: cosa fai oggi;  come ti vedi e come ti definisci; dove vivi;  la tua famiglia; le tue relazioni attuali,  professionali e umane, più significative.


Ho lasciato “Il Sole 24 Ore” il 1° marzo 2001 dopo 18 anni di lavoro (come caposervizio Interni, viceredattorecapo e segretario di redazione, redattorecapo centrale). Non è facile per tanti andare in pensione soprattutto se non si ha un progetto di vita. Ho lasciato la presidenza dell’Ordine dei Giornalisti di Milano il 7 giugno 2007 dopo 18 anni e 22 giorni. Ho sempre pensato allo sbocco universitario nelle due materie che amo: storia del giornalismo  e diritto dell’informazione.  Dal 2001 e fino al 2011  sono stato  docente a contratto prima di Storia del giornalismo e poi di Diritto dell’informazione presso l’Università degli Studi di  Milano Bicocca e presso l’Università Iulm di Milano. Insegno Diritto in diversi altri  corsi e master. Curo il mio sito personale “www.francoabruzzo.it” (Giornalisti per la Costituzione), curo anche un notiziario giornaliero che via internet spedisco a 64mila giornalisti, avvocati, magistrati, docenti universitari. Tratto  e approfondisco argomenti legati al mondo dei media. Pubblico in riviste giuridiche online, qualche volta  mi capita di essere ospitato in riviste giuridiche di grande livello.


 


“Giurista prestato al giornalismo”


Il lavoro non mi manca: incomincio la mattina e tiro tardi. Anche se mi concedo intervelli dedicati alle passeggiate tra Sesto San Giovanni (dove vivo dal 1967) e Milano (dove ho lavorato e dove continuo ad agire). Qualcuno mi ha definito “un  giurista prestato al giornalismo”. La frase mi lusinga e mi onora. In un convegno di Catania, dedicato ai rapporti tra giornalismo e giustizia,  ho parlato  per  50/60 minuti e alla fine il presidente del Consiglio nazionale forense, Nicola Buccico, scherzando proposte al convegno di considerarmi iscritto a titolo d’onore nell’Albo degli avvocati. Avevo difeso con passione il ruolo della professione di giornalista, professione di libertà, ancorata alla nostra magnifica e splendida Costituzione, citando a memoria un groviglio di norme, fatto che aveva impressionato la platea soprattutto quando Buccico precisò che ero un giornalista, non un avvocato. .


 


“Quando frequentavo le medie a Cosenza”


Ho detto che vivo a Sesto, una città simbolo, alla quale mi lega un ricordo vecchio di oltre 60 anni. Quando frequentavo le medie di via Rivocati nella Cosenza dei primissimi anni 50, leggevo tanti giornali, che mio papà, Vincenzo, cassiere locale della direzione provinciale delle Poste, mi procurava.  Il ricordo è questo: mi aveva colpito un titolo del “Corriere della sera” che suonava più o meno così: “Sesto la Stalingrado d’Italia”. Il Pci ne era il primo partito con il 55/60% dei voti. E io avevo chiesto  a mio padre ingenuamente il perché del paragone con Stalingrado. La risposta fu netta. “A Sesto sono tutti comunisti stalinisti”.  Senza volerlo, mio papà ha deciso il destino del figlio, che si innamorò del giornalismo tanto da farne la scelta della propria vita e da sopportare l’emigrazione da Cosenza a  Milano nel febbraio del 1962. la scelta dell’emigrazione fu naturale, non fu un peso: l’emigrazione per i calabresi è un dato familiare. Mio nonno materno, Salvatore De Bonis, di Luzzi,  aveva attraversato l’Oceano due volte, nel 1906 e nel 1908, diretto a Filadelfia, dove vivevano  nostri parenti, i Berlingieri di Luzzi, che ancora sono in quella metropoli anche se oggi i discendenti portano nomi polacchi come ha accertato mia figlia Vittoria, che, giovanissima liceale e universitaria, ha trascorso delle vacanze studio negli Stati Uniti con la sorella Anna  Maria. Nella storia della mia famiglia si riassume l’evoluzione economica e sociale della nostra Patria. Mia nonno ha conosciuto gli Stati Uniti da emigrante, le sue pronipoti da studentesse munite di carta di credito. Una parabola inimmaginabile per il bracciate Salvatore De Bonis. Bacciante con senso di Patria. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, tornò  in Italia “per difendere casa sua”. Ferito sul Piave, morirà nove anni dopo. Aveva appena 45 anni, era del 1882. Aveva frequentato le prime tre classi delle elementari e, come mi raccontò mia mamma,Vittoria, aveva letto il “Cuore”, il libro che aveva dato una coscienza italiana anche ai braccianti meridionali come agli operai del Nord.


 


“Nel vallone del Rovito è nata la mia coscienza nazionale”


Parlo di queste storie, perché hanno pesato nella mia formazione. Negli anni cosentini, abitavo allo Spirito Santo, in via Petrarca 22. I miei maestri,  donna Raffaella Barca (prima e  seconda elementare) e Domenico Anselmo (III, IV e V) erano soliti portarci nel  Vallone di Rovito, dove nel 1844 erano stati fucilati i fratelli Emilio e Attilio Bandiera e altri 11 giovani calabresi. Morti per una Patria che ancora non  c’era e che era viva solo nella testa  e nel cuore di Giuseppe Mazzini. In quel Vallone di Rovito è nata la mia coscienza nazionale. Dico questo con emozione antica, ma ancora oggi sempre forte e  sentita.


 


“L’incontro con Tobagi decisivo per la mia vita”


Il destino ha voluto che finissi a Sesto nel 1965-67 per una decisione del direttore del “Giorno”, Italo Pietra. Lavoravo alle pagine della provincia. Dovevo presidiare l’area  che coincideva con quella del Tribunale di  Monza, il quarto tribunale italiano per intensità di “affari” trattati.  Il lavoro nero nei giornali era di moda, anche se circoscritto, perché i giornali si presentavano con 24 pagine e con l’aggiunta delle pagine  locali, due.  Il praticantato tardava ad arrivare. Mi rivolsi, dopo uno scontro con Pietra, all’Ordine e fui iscritto al Registro. Non sapevo di aver stabilito un primato, quello di primo praticante d’ufficio della storia giornalistica italiana. Poi, da presidente dell’Ordine, nei primi anni 90, credo di aver favorito l’accesso alla professione di almeno 3/4mila “sfruttati”. Il principio dell’uguaglianza, unito a quelli della solidarietà e della libertà, ha sempre animato le  mie battaglie politiche  e la mia scelta di spendermi nel sindacato, l’Associazione lombarda dei Giornalisti, dove ho incontrato una persona di livello immenso, Walter Tobagi, un sodalizio durato (purtroppo) meno di 4 anni, tra il 1976 e il 1980, quando   Walter fu ucciso dalle Brigate rosse. L’incontro con Tobagi è stato decisivo per la mia vita: non potevi stargli al fianco e discutere con lui se non avevi maturato una buona preparazione in vari campi. La sua preparazione sofisticata nel campo  dei fenomeni sociali e del movimento sindacale – esemplare è la sua  “Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia” (Sugar Editore, Milano 1970) – lo avevano portato a comprendere, con anticipo su tutti,  che i terroristi rossi non erano “fascisti” o “compagni che sbagliavano”. Venivano dalle fabbriche, erano militanti dei gruppuscoli extraparlamentari dell’ultrasinistra o anche ex-iscritti al Pci. Lo ha documentato Aldo Forbice (Testimone scomodo – Walter Tobagi-Scritti scelti 1975-80, Franco Angeli, Milano 1989), pubblicando 28 articoli di Tobagi sul lavoro, sull’economia e sul sindacato, e altri 42 sugli anni di piombo, compreso quello famoso dal titolo “Non sono samurai invincibili” (20 aprile 1980). Le Br sono sconfitte dopo la eliminazione della colonna “imprendibile” di Genova: “A voler essere realisti – scrive Tobagi – si deve dire che il tentativo di conquistare l’egemonia nelle fabbriche è fallito. I terroristi risultano isolati dal resto della classe operaia”. Ha annotato ancora Tobagi in quell’articolo: “La fabbrica era diventata il centro di uno scontro sociale che poi ha trasferito i suoi effetti nella società, nei rapporti politici. I brigatisti hanno cercato di inserirsi in questo processo, in parte raccogliendo il consenso delle avanguardie più intransigenti”. Un’analisi lucida che apre gli occhi anche a chi voleva tenerli chiusi a tutti i costi. Un’analisi che rispecchia il suo credo deontologico: “Poter capire e voler spiegare”.      


 


La stagione sconvolgente del terrorismo e “Stampa democratica”


Per chi, come me,  è stato vicino a Walter Tobagi nel sindacato negli anni durissimi, che vanno dal 1976 (anno in cui, con Massimo Fini, fummo eletti consiglieri dell’Associazione lombarda) al 1980, e che con lui ha vissuto la stagione sconvolgente del terrorismo, i ricordi sono tantissimi. C'è una pagina storica  che voglio rievocare, perché ci restituisce un'immagine cara di Walter. È una pagina che recupera la battaglia riformista intrapresa da un  gruppo sindacale nascente (“Stampa democratica”) per dare al sindacato dei giornalisti una struttura pluralista. La presenza di due vecchie correnti (Rinnovamento e Autonomia, una di sinistra e una di destra) non bastava e Tobagi lo aveva spiegato su “Giornalismo” (organo dell’Alg). Serviva in sostanza una nuova forza, che desse spazio a una tutela reale della professionalità  anche sotto il profilo economico (in quegli anni “Rinnovamento” aveva favorito una politica di rivendicazioni molto modeste e piatte, preferendo perseguire obiettivi politici). Tobagi scrive: “Se  il sindacato dei giornalisti vuole davvero diventare protagonista di una ripresa dell’editoria, di uno sviluppo (nei fatti, non nelle parole) del pluralismo informativo, è evidente che si impongono scelte coraggiose. Perché i giornalisti sindacalisti devono recitare la parte dei “piccoli politici”, ognuno coi suoi amici influenti, coi consiglieri saldamente installati nel “Palazzo”, e via rattristando? Perché non cerchiamo di rilanciare la sfida (sarà un’utopia, ma anche le utopie servono) per un sindacalismo giornalistico serio, indipendente, meno parole e più comportamenti concreti e conseguenti, che punti a diventare il motore di un nuovo sviluppo dell’editoria, privata e pubblica, di questo paese? Questa è la sfida del prossimo congresso. E’ una sfida diversa, profondamente diversa rispetto al passato. E ciò spiega, al di là dei fattacci avvenuti a giugno, perché le vecchie etichette e l’antica divisione in due correnti (Rinnovamento e Autonomia) siano un’eredità del passato. Cambiano i problemi, è inevitabile che cambino gli schieramenti e gli strumenti dell’azione sindacale. Con l’auspicio e la fiducia  che non ci sia spazio, nei nuovi raggruppamenti, né per messi dei potentati economici,  né per inviati speciali dei partiti”.


 


Quando Walter Tobagi parlò fino all’alba


La prima uscita di Walter  Tobagi leader del nuovo raggruppamento sindacale avviene a Pescara, tra il 22 e il 29 ottobre 1978. È in corso il congresso della Federazione nazionale della stampa italiana. I delegati lombardi si riuniscono per designare coloro che entreranno a far parte del Consiglio nazionale della Fnsi. La maggioranza ha già scelto i suoi uomini. Walter parla come presidente dell'Associazione lombarda dei giornalisti, carica alla quale è stato eletto il 14 settembre precedente dopo la spaccatura avvenuta nella corrente maggioritaria di sinistra di "Rinnovamento". Le frange più accese di “Rinnovamento” nel maggio/giugno  di quell’anno avevano messo in discussione la presenza tra i candidati al Congresso di giornalisti di area riformista cattolico-socialista come lo stesso Tobagi. Vinsero gli intolleranti: Tobagi e  altri 12 colleghi (tra i quali io) delle sue idee vengono depennati dalla lista “unitaria”. Al congresso di  Pescara Walter è l'unico del suo gruppo (battezzato “terza tendenza”) che ha diritto di parola. Anche dentro "Rinnovamento" c'è una minoranza. A questa minoranza di "Rinnovamento" era stato negato il diritto di "esistere". Tobagi prese la parola e la tenne a lungo, per molte ore, la riunione terminò che era già alba. In quel tempo si parlava molto di democrazia, ma come sempre accade pochi ne conoscevano la storia. Walter tirò fuori un libricino scritto da Francesco ed Edoardo Ruffini, "Il principio maggioritario". Pubblicato nel 1927 in pieno regime fascista e da due dei pochissimi professori universitari di orientamento liberale che rifiutarono di giurare fedeltà al regime, questo saggio traccia un profilo storico di due nozioni centrali della democrazia: l'elezione a maggioranza e il dissenso. Tobagi ricordò, con le parole dei Ruffini, che il "principio maggioritario" e il dissenso costituiscono i principali problemi di ogni democrazia e che quei problemi erano tuttora aperti. Il principio maggioritario è "naturale e ovvio", ma "la comunissima regola, per cui in una collettività debba prevalere quello che vogliono i più e non quello che vogliono i meno, racchiude uno dei più singolari problemi che abbiano affaticato la mente umana". L'idea di proteggere le minoranze, cioè coloro che manifestano dissenso rispetto ai più, è "frutto di un movimento che va al di là della stessa Rivoluzione francese e che ci riporta alla costituzione delle colonie inglesi d'America". Il discorso provocò il ribaltamento delle nomine decise a tavolino.


 


Il metodo proporzionale nelle strutture sindacali


Walter Tobagi, però, colse il successo più clamoroso, quando chiese al Congresso l'introduzione del sistema proporzionale nelle strutture regionali del sindacato. Questa proposta completava il discorso fatto davanti ai delegati lombardi sulla protezione delle minoranze: il metodo proporzionale garantiva la rappresentanza alle varie componenti, favorendo la nascita di un “sindacato aperto a tutti, senza padrini”. La proposta passò. Finiva la stagione dei listoni ultramaggioritari ed eterogenei "in cui tutti confluiscono per avere qualche posto, ma che eliminano qualsiasi possibilità di dibattito effettivo alla luce del sole". La svolta di Pescara "sta proprio in questo modello di sindacato nuovo, più forte perché più democratico, che tutti insieme dovremo cercare di costruire".  Apparve anacronistica e incomprensibile  la posizione del segretario della Fnsi, Luciano Ceschia, sulla equidistanza del sindacato dei giornalisti italiani tra le organizzazioni internazionali della stampa che avevano sede a Parigi e a Praga. Non si poteva essere equidistanti tra una città simbolo di libertà e una città oppressa da una dittatura comunista,  occupata e violentata dalle truppe sovietiche d’invasione. La battaglia in difesa dei valori liberali e democratici in una epoca in cui quei valori sembravano perdenti nella società italiana non era un espediente politico, ma era qualcosa di ben radicato, era una visione che si collegava a uno dei pilastri portanti della Costituzione, la matrice liberal-democratica della Carta fondamentale.


 


Mario Borsa: maestro di giornalismo di scuola liberale


Walter Tobagi era stato eletto presidente del sindacato regionale, l'Associazione lombarda dei Giornalisti, la sera del 14 settembre 1978 e dopo la elezione, nel discorso di accettazione, aveva detto: "Voglio aggiungere, ed anche questa non vuole essere una frase vuotamente retorica, che accetto questo incarico per spirito di servizio e di dovere morale e ideale verso la categoria e verso le idee che personalmente, insieme con molti colleghi, ho manifestato in tante occasioni. Non vorrei fare un richiamo retorico al passato, ma se c’è il nome di un collega al quale penso idealmente in questo momento per l'esperienza che ha vissuto, per l'impegno che ha profuso in certi momenti anche nel sindacalismo giornalistico, questo giornalista è Mario Borsa e vorrei ricordarlo in questo momento".


 


“Borsa e il mio corso di storia del giornalismo”


A Mario Borsa, grande maestro di giornalismo, di scuola liberale, liberale alla inglese o radicale alla francese, direttore del "Corriere della Sera" dall'aprile del 1945 all'agosto del 1946, Walter Tobagi aveva dedicato un saggio sul numero del luglio-settembre 1976 del trimestrale "Problemi dell'informazione". Mario Borsa era per Walter il modello ideale di giornalista e non era un fatto occasionale averne ricordato pubblicamente il nome la sera del 14 settembre 1978. Anche Borsa aveva difeso il sindacato dei giornalisti, l'Associazione lombarda dei giornalisti, in una stagione declinante delle libertà civili, nel 1924, quando la morsa del fascismo cominciava a diventare soffocante. Anche in quell'autunno del '78 il clima politico e sindacale era pesante.  I maestri di Walter, i Ruffini e Borsa, divennero i maestri miei e di quanti frequentavano il nostro gruppo. Lo sono ancora oggi. Borsa è ben presente nel mio corso di Storia del giornalismo.


 


“Io, Tobagi, Leo Valiani  e l’assassinio di Emilio Alessandrini…”


C’è una pagina amarissima, che mi lega a Walter. Risale 29 gennaio 1979. Quella mattina i killer di Prima Linea avevano ucciso in Milano il sostituto procuratore Emilio Alessandrini. La sera ricevo una telefonata dal procuratore capo della Repubblica, Mauro Gresti con un invito perentorio: “Venga subito da me”. Lavoravo al Palazzo di Giustizia da 7 anni come cronista di punta del ”Giorno” (mi occupavo di terrorismo, mafia a Milano, crack Sindona). Gresti mi riceve subito. L’esordio è secco: “Oggi abbiamo tenuto una riunione in  Prefettura e abbiamo deciso di  avvertire coloro che sono in pericolo di vita. Lei,  con  Leo  Valiani e Walter Tobagi, è tra questi. Leo Valiani vive da clandestino come nel periodo 1943/1945. Lei domani mattina alle 8 mi porti qui Tobagi. Sappiamo che è molto amico di Tobagi”. Raggiungo in fretta la sede del giornale. Chiamo subito Walter,  ero nella Giunta della “Lombarda”, avevo una certa familiarità con lui. Gli racconto le parole di Gresti e mi chiede: “hai paura?”. Rispondo che non  mi va di fare l’eroe e che   ero emigrato per lavorare. Ho la voce incrinata. Penso a mia moglie e alle mie bambine, alle quali non racconto nulla per non allarmarle. La mattina successiva siamo da Gresti, il quale subito dice che non ha uomini per garantirci la scorta. E’ presente un colonnello dell’Arma il quale spiccica poche parole: “Quelli sparano tra le 8 e le 8.30. Vi conviene uscire di casa dopo le 9”.


 


Quando dissi no a “Repubblica” per rimanere al “Giorno”


Il direttore del “Giorno”, Gaetano Afeltra, mi allontana dalla cronaca giudiziaria e mi  destina, ero caposervizio, al “Politico” (la redazione che si occupava di politica interna e di politica estera), poi “Ai fatti della vita” (la redazione che si occupava della cronaca nazionale). Continuo a far parte del  CdR fino al 1983, quando Gianni Locatelli mi chiama al “Sole 24Ore”. Nel 1975 ero stato assunto da Eugenio Scalfari per far parte della squadra di  “Repubblica”. Avevo firmato, poi, però, ero rimasto al “Giorno” al quale ero attaccato visceralmente. Era salito da Cosenza a Milano proprio con l’obiettivo di lavorare al “Giorno”, il  quotidiano più moderno d’Italia, e c’ero riuscito con tanta fatica.


 


Il fallimento del banchiere siciliano Sindona e il mio passaggio al Sole 24 Ore


C’è un episodio della mia vita di cronista che voglio ricordare. Riguarda il fallimento (28 settembre 1974) del  banchiere siciliano  Michele Sindona. Scoprii  che era in atto una manovra per far saltare l’insolvenza delle banche  che facevano capo al finanziere.  Se saltava l’insolvenza, saltava anche il processo penale. Chiesi pubblicamente, sulle pagine del Giorno, che il procuratore generale, Salvatore Paulesu (parente di Gramsci), si costituisse nel giudizio civile d’appello “nell’interesse della Nazione”, Il Codice civile consentiva questa iniziativa,. Il crac Sindona aveva procurato un buco all’Italia di oltre 2mila miliardi di lire,  buco coperto da un prestito tedesco garantito con l’oro della Banca d’Italia. La manovra non passò. L’insolvenza fu confermata. Gli avvocati di Sindona  cercarono di mettermi in  cattiva luce con il mio amministratore, Gaetano Greco Naccarato,  calabrese di Castrovillari, milanese da 50 anni, che avevo conosciuto nei primi anni 60 e che mi aveva presentato a  Emilio Granzotto per una assunzione a “Oggi”, che da settimanale doveva diventare  quotidiano. Era il febbraio del 1962. Il vecchio editore Angelo Rizzoli rinunciò poi  al progetto. Greco Naccarato con affetto mi disse che nella polemica avevo forse esagerato in intransigenza. Risposi che “Il Giorno” viveva con i quattrini degli  italiani, che il Parlamento ogni anno dava all’Eni,  il nostro editore, sotto forma di fondi di dotazione. Stavo con la Repubblica e con i carabinieri. Una risposta la mia un po’ secca. Che  gelò don Gaetano, persona specchiatissima e riflessiva. Allora ero il membro più influente del Cdr. Portavo avanti una linea che puntava a far rimanere “Il Giorno” nell’area pubblica. La contrapposizione Eni-Confindustria era stata archiviata. Quella linea era perdente. L’Eni non  ci dava i mezzi per far concorrenza  al Corriere della Sera. E cominciò il declino del Giorno, determinato anche dall’uscita del Giornale di Montanelli e dalla Repubblica di Scalfari. Quando ho capito come stavano le cose, ho accettato l’offerta di Gianni  Locatelli, direttore del Sole 24 Ore”.  Era il novembre 1983.


 


“Cronista minacciato da Luciano Liggio”


 Un altro episodio, che mi ha sconvolto risale all’epoca del processo a Luciano Liggio, il capomafia che aveva organizzato diversi sequestri di persona (Torielli, Montelera) nel  Nord Italia. A una domanda del presidente del Tribunale, Salvini, Liggio rispose che quei particolari le aveva scritte “il segretario del Pm” e mi indicò con il dito. In quel momento era a fianco del pm, Giovanni  Caizzi. Il processo fu interrotto per un  po’ di ore. La vicenda ebbe una larga eco sui Tg e nei giornali (“Cronista minacciato da Liggio”). Qualche giorno prima mi era stata rubata l’auto, una Giulia 1300, nel garage di casa, poi un  nostro tipografo era stato bloccato in una via di Trezzano e un tizio dal forte accento siciliano gli aveva detto: “Dite ad Abruzzo che gli spezziamo le gambe”. Risultato: fui allontanato dal  Palazzo di  Giustizia per ragioni di sicurezza per un periodo di tre mesi. Insomma la mia tra terrrorismo e mafia era diventata una vita pericolosa. Nell’aula del processo Liggio, dopo il furto dell’auto, Nello Pernice, spalla di Liggio, sorrideva e faceva  battute indicandomi: “Certo, senza auto, è duro andare in giro”.  Anche don Coppola sorrideva, mi puntava gli occhi e diceva: “Sono pulito come l’acqua della Sila”. Lo avevo battezzato: “Il parroco della mafia”.


 


 


Le tue battaglie più importanti per la difesa dei giornalisti e del diritto all’informazione durante i 18 anni di presidenza dell’Ordine lombardo (compresi i ricordi anche umani  più significativi).


L’Ordine ha la forza delle delibere e ha una potenzialità enorme in tema di garante dei diritti dei giornalisti. Ho puntato subito sulla difesa dei più deboli, gli sfruttati, i  giornalisti senza diritti, ma ho anche avviato la battaglia per la formazione dei giornalisti in Università. Ho promosso il potenziamento dell’Istituto “Carlo de Martino” per la Formazione al giornalismo, la nostra scuola di giornalismo che ha preparato in 30 anni ben 682 giornalisti professionisti; ho sviluppato interventi nel campo della tutela delle regole deontologiche (soprattutto nel comparto della commistione pubblicità-informazione, il cancro dei giornali), ho fatto del mensile “Tabloid” il giornale della identità professionale (dando peso alle ricerche storiche, allo studio del contratto e dei temi previdenziali, agli argomenti legati alla professione e all’attualità dei media).  Per il presidente emerito della Corte costituzionale, Giuliano Vassalli, “Tabloid era il più bel periodico di una professione intellettuale” , elogio pubblico fatto nella Università di Milano Bicocca presenti docenti e giuristi. Conservo tante lettere. Giro per convegni da Gorizia a Bari, da Roma, a Genova: trovo sempre giornalisti ex allievi dell’Ifg o miei ex praticanti d’ufficio, che mi fanno festa. Con diversi colleghi ho rapporti forti anche a distanza di anni. Noi vecchi del grande “Giorno” siamo come i reduci, quando ci troviamo  volano abbracci e baci.


 


“Le tue delibere un inno ai diritti sanciti dalla Costituzione”


Voglio ricordare “L'amarcord di Silvano Balestreri  quando nel giugno 2007 ho lasciato la presidenza dell’Ordine:


“Le tue delibere  erano un inno ai diritti sanciti dalla Costituzione.


La  tua lezione di legalità rimane scolpita, non solo nei cuori”.


 


 From: Silvano Balestreri - Date: 8-giu-2007 13.21 - Subject: amarcord -To: fabruzzo39@gmail.com


 


“Carissimo Presidente, quando finisce una stagione o, come questa volta, tramonta addirittura un’epoca, a noi, con i capelli grigi, viene la malinconia, è uno scotto che si paga all’avanzare degli anni. Tra le mille incertezze di questo mestieraccio (come lo chiamavano i grandi vecchi) era rimasto il porto sicuro dell’Ordine di Milano, dove il grande Franco Abruzzo, vegliava vigile sulla legalità. Carissimo, grande Presidente, Ti devo, fosse solo come amarcord, il riconoscimento di aver fatto scuola a tutti gli Ordini regionali: è soltanto merito Tuo se negli anni Novanta in un Paese squassato dalla questione morale i giornalisti hanno ritrovato, grazie alla Tua lezione, l’orgoglio della legalità. Facevi scuola a noi piccoli presidenti di Ordini piccoli, con le Tue delibere, toste e grintose come requisitorie. Abituati alle mediazioni ai compromessi e ai tentennamenti, ci siamo accorti che la nostra forza era nella legge dell’Ordine. Mentre i vari organismi di categoria temporeggiavano (e gli abusivi invecchiavano) abbiamo imparato a far rispettare la legge, leggendo e copiando le Tue delibere che erano un inno ai diritti sanciti dalla Costituzione. Abbiamo sanato tante situazioni e riparato tanti torti. All’orizzonte dell’Ordine dei giornalisti tramonta la stagione Abruzzo, ma la tua lezione di legalità rimane scolpita, non solo nei cuori. Ti abbraccio,  Silvano Balestreri”.              


 


Mi ha colpito anche un messaggio  spedito da Messina da un collega, che non conoscevo.


 


Alfredo Leto: "Hai insegnato il rispetto della dignità umana!".   


 


A: fabruzzo39@yahoo.it - Oggetto: Un sincero plauso - Data: Thu, 7 Jun 2007 11:57:41 +0200


 


“Caro Presidente,  pur appartenendo all’Ordine di Sicilia ho seguito costantemente l’attività dell’Ordine di Lombardia sotto la tua presidenza che ritengo sia stata sempre illuminata e motrice di rinnovamento e qualità. E il tuo merito principale, che giustamente ti onora, è stato quello di aver sempre  avuto presente il principio del rispetto della dignità umana e di averlo rammentato a colleghi immemori e insegnato alle nuove leve professionali. Questo è il principio fondamentale su cui deve reggersi la professione giornalistica e vanno convertite quelle aree in cui, in omaggio al male interpretato dovere di informazione, si opera senza curarsi dei prevedibili effetti devastanti. In tanti anni  di presidenza regionale hai dato all’intera categoria nazionale un alto apporto di idee, di proposte, di sviluppi positivi. Un così prezioso contributo è destinato a durare nel tempo e a favorire l’opera del nuovo Consiglio lombardo. Nel quale tu, anche da unico Consigliere di minoranza, ma il più quotato in dottrina, esperienza, saggezza, sarai una presenza autorevole, costante, attiva, e continuerai a dispensare sapere e consigli. Tutta la Categoria avrà ancora a lungo bisogno del tuo apporto. Non negarglielo. Con i migliori auguri e saluti, Alfredo Leto, giornalista in pensione di Messina”.


 


Le tue opinioni sul mondo dell’informazione oggi:  rischi e pericoli (indicando, se possibile, casi concreti con un’attenzione, anche, al mondo dell’informazione meridionale)


Oggi il problema centrale  è quello della difesa della professione di giornalista, che gli editori vogliono distruggere. Gli editori vogliono assemblare i materiali presenti nella rete utilizzando giovani precari e affidare la parte nobile, i commenti, a persone di fiducia (ambasciatori e professori universitari).  Un nucleo di giornalisti professionisti molto qualificato provvede, invece, alla creazione, all’assemblaggio e alla fattura del giornale. Questo disegno va contrastato con energia e determinazione. Bisogna difendere il ruolo storico del giornalista, mediatore intellettuale tra i fatti e la gente, e  battersi perché chi ha  interessi privati in altri settori non possieda giornali. La prima contromossa è l’approvazione  di una legge sullo Statuto dell’impresa editoriale, che separi proprietà azionarie e redazioni. La varietà delle opinioni sulle pagine dei giornali deve garantire il traguardo dell’obiettività minima, che si sostanzia anche nella pubblicazione di tutte le versioni circolanti su un determinato evento e di opinioni dissonanti rispetto alla linea del giornale. Il pluralismo è un valore da coltivare. “La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati” afferma solennemente la Costituzione europea. Un principio, che va costruito e implementato a livello continentale. Sarebbe ottima, come negli Usa, separare il giornale che racconta i fatti e li  spiega dalle pagine dedicate ai commenti, pagine che dovrebbero avere un direttore diverso da quello della pagine dei fatti. Lo Stato potrebbe limitarsi a finanziare due pagine al giorno in ogni giornale dedicate al contributo libero dei lettori da affidare al direttore delle pagine dei commenti. Questa è una vecchia idea di un collega, Hermes Gagliardi, che non c’è più. Gagliardi parlava di un controdirettore al quale affidare le pagine aperte ai lettori. E’ ovvio che i giornali  non debbano avere il vincolo di accettare il contributo statale.


 


E’ urgente una norma antitrust per la libera dei giornalisti


Il non collateralismo partitico e sindacale dovrà costituire il patrimonio comune di tutti i giornalisti. Non collateralismo vuol dire presa di distanza da ogni centro di potere esterno o interno al giornalismo professionale: valore questo da praticare concretamente. Bisogna battersi per introdurre una norma antitrust del tipo “chi ha interessi privati in altri settori non può possedere giornali”. Occorre, per legge, separare gli interessi non editoriali degli azionisti da quelli dell’informazione. L’anomalia italiana (a livello internazionale per quanto riguarda il mondo occidentale) è data dal Parlamento, che possiede tre reti tv e tre reti radiofoniche, e dagli editori di giornali e tv, che hanno interessi in altri campi (banche, auto, cemento, assicurazioni, costruzioni, cinema e politica, etc). Anche i grandi investitori pubblicitari condizionano i giornali: gli Stati Uniti insegnano qualcosa al riguardo. Devono essere sciolti i nodi dei conflitti di interesse, che non riguardano soltanto Silvio Berlusconi.


 


Le banche e le imprese editoriali


La presenza delle banche nel capitale delle imprese editoriali è una minaccia reale all’autonomia dei mass media. Se si passerà a un sostanziale regime liberalizzato, il ruolo delle banche nell’editoria rischia di diventare ancor più invasivo soprattutto in caso di crisi delle imprese, quando le banche prendono in mano le redini delle imprese in difficoltà. Un primo passo potrebbe esser quello di recepire nella legge in cantiere di riforma dell’editoria alcuni princìpi elaborati dalla dottrina e in sede sindacale La nuova legge dovrebbe affermare l’indipendenza delle pubblicazioni e dei giornalisti dal potere politico; l’indipendenza delle pubblicazioni e dei giornalisti da ogni gruppo di pressione; la separazione dell’informazione — larga e indipendente — dal commento. Una delle regole più importanti deve riguardare il direttore. L’editore non può legittimamente nominare un direttore se non sono stati prima consultati i giornalisti. Si tratta di un parere, quindi, preventivo e obbligatorio ancorché non vincolante. Contenere le anomalie editoriali italiane e l’influenza delle proprietà sui giornali deve figurare negli impegni del Parlamento, stante il valore fondamentale del giornalismo, che non sopporta censure o autorizzazioni, e il diritto dei cittadini a una informazione onesta e completa. La scommessa è il giornalismo indipendente: può ritrovare cittadinanza in Italia? L’alternativa pessima è il giornalismo schierato con i poteri della politica e dell’economia. In sostanza la libertà di informazione non è una variabile dipendente del mercato, ma è un principio e un diritto fondamentale della Costituzione repubblicana, che va sopraordinata alla proprietà dei giornali.


 


I giornali non sono veicoli di pubblicità spacciata per notizia


E’ necessario  che i giornalisti  si stringano attorno ai valori fondamentali della Costituzione, i valori di libertà, di dignità della persona, di giustizia, di solidarietà, di uguaglianza, di libertà di manifestazione del pensiero (che si sostanzia nell’esercizio libero e senza censure del diritto “insopprimibile” di cronaca, di informazione e di critica “limitato dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui”). La legalità deontologica è un valore da difendere contro chi pensa di ridurre i giornali a meri veicoli di pubblicità spacciata per notizia, di gossip, di foto raccapriccianti e/o impressionanti, di articoli elaborati incollando le agenzie di stampa. I giornalisti devono affermare e far valere il loro ruolo di mediatori intellettuali tra i fatti e i cittadini, non disposti a far battaglie per conto terzi (gli editori, gli azionisti e gli investitori pubblicitari). Le inchieste sui problemi sociali ed economici devono tornare nei giornali. Non è possibile che i giornali “buchino” sistematicamente i grandi scandali economico/finanziari e che gli stessi emergano soltanto dai Palazzi di Giustizia: all’informazione, invece, spetta anticipare i fatti. Oggi prevale la prudenza soprattutto per non scontentare gli azionisti.  E’ più opportuno giocare di rimessa, aspettando che le notizie escano dai Palazzi di Giustizia. Il conformismo spesso è una realtà amara.


 


La Costituzione in difesa della libertà di stampa


La Costituzione rimane l’unico baluardo a difesa della libera stampa contro  l’arroganza degli editori, che dal 2005 al 2009 hanno negato il rinnovo del contratto di lavoro e trattano da paria i freelance e i collaboratori. La libertà di impresa non significa: a)  concepire il mercato come un pollaio dove le volpi (=gli editori) possono fare quel che vogliono; b) stravolgere il lavoro intellettuale del giornalista con la sua utilizzazione contemporanea nelle redazioni (anche web) di quotidiani e periodici nonché nei telegiornali e nei radiogiornali. Va salvaguardata la specificità culturale e la professionalità di ogni giornalista.  Deve vincere l’Europa in tema di accesso alla professione, collegata strettamente all’Università e svincolata dal potere degli editori di “fare” i giornalisti. L’accesso deve essere esclusivamente affidato ai master universitari biennali riconosciuti dall’Ordine. 


 


“Banchieri giù le mani dai giornali”


Va avviato un grande dibattito in ogni parte della Nazione sui condizionamenti delle banche e della pubblicità  nella vita dei  giornali di carta, tv, radiofonici e web con l’obiettivo di proporre al Parlamento una organica riforma dell’editoria che faccia prevalere il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini all’informazione sulle azioni dei proprietari dei giornali stessi. Gli slogan di questa battaglia altamente civile sono questi: “Banchieri, giù le mani dai giornali” e  “La pubblicità stia al suo posto e non sostituisca l’informazione”. Sviluppare una intensa campagna nei luoghi di lavoro, perché siano respinte certe offerte indebite di favori da parte di pr e aziende. Gli uffici marketing non devono interferire con il lavoro dei direttori e delle redazioni.


 


Difendere il ruolo degli inviati speciali


Un altro capitolo importante è la difesa del ruolo degli inviati speciali, cancellati come qualifica dal Contratto del 2001 per un errore imperdonabile della Fnsi. Attraverso la figura dell’inviato, i giornalisti devono difendere la specificità e l’originalità di ogni giornale inteso come opera collettiva dell’ingegno. No ai giornali copia e incolla, sì ai giornali costruiti dai giornalisti, che devono tornare a parlare con la gente nelle città e nei paesi della Penisola. Sì ai cronisti, che battono i marciapiedi e consumano le scarpe alla ricerca di notizie. E’ da  condannare la scelta degli editori di utilizzare le tecnologie informatiche come taglio dei costi. Bisogna chiedere organici delle cronache adeguati alla realtà complessa delle nostre città e dei nostri borghi nonché della nostra realtà sociale/economica e della nostra vita civile. Le inchieste sono state sostanzialmente abolite almeno negli ultimi 15 anni. Dobbiamo tornare a fare inchieste, che facciano male a qualcuno, soprattutto ai poteri forti (banche, grande industria, assicurazioni, mondo politico). I Palazzi non sono luoghi inviolabili! Questo discorso vale per il Nord e il Sud. A Catania è accaduto  che il giornale locale abbia pubblicato una lettera di Vincenzo Santapaola, figlio del boss Nitto, vincolato al regime del 41/bis, senza dire nulla sul “chi è”. Una caduta deontologica fortissima. Nelle nostre scuole di giornalismo, mi capita spesso di rispondere alla domanda: "Che si intende per giornalismo?". La risposta è "informazione critica legata all'attualità". Se l'articolo 2 della legge 69/1963 sancisce il "diritto insopprimibile dei giornalisti alla libertà di informazione e di critica", nondimeno esistono dei doveri che bisogna assolvere. L'obiettività non significa neutralità: il giornalista è un mediatore intellettuale tra i fatti e la pubblica opinione. Pertanto è tenuto a offrire una ricostruzione dei fatti e a inquadrare i protagonisti dei fatti. Nel caso specifico, quindi, era preciso dovere del quotidiano dire chi fosse il mittente della missiva. Non si poteva non riflettere su questa circostanza: Vincenzo Santapaola nella lettera non nomina mai il padre, tace sulla tragedia dell'assassinio della propria madre e implora di essere considerato come una "persona normale", un "uomo qualunque". Troppo. Impossibile. Non si discute il diritto e il potere del direttore de "La Sicilia" di pubblicare la lettera di Vincenzo Santapaola. Il problema è un altro: i lettori del quotidiano avevano e hanno il diritto di conoscere la biografia dell'estensore della lettera.  Non si tratta di un mittente insignificante della storia siciliana e italiana se ci si basa sul presupposto che la mafia sia ancora oggi, e drammaticamente, un problema irrisolto della nazione. I giornali sono e dovrebbero essere la coscienza vigile della comunità nella quale vivono e incidono. Quel quotidiano  è venuto meno ai suoi doveri di informare in maniera rigorosa, completa, e documentata la pubblica opinione, salvaguardando anche il diritto alla difesa di Vincenzo Santapaola. I diritti costituzionali vanno rispettati anche nei riguardi di imputati e condannati per gravi fatti nonché protagonisti di vicende sanguinose che hanno scosso la pubblica opinione e che hanno ferito la nostra Repubblica. Bisognava rispondere a una semplice domanda: "Chi è?".  Ho spiegato indirettamente la crisi odierna dei giornali: i giornali sono i cani di guardia dei poteri. Il guaio è che la gente li avverte come incorporati nei poteri e non come controllori degli stessi. E’ esplosa così la disaffezione. E le vendite sono crollate.


 


Il tuo profilo umano e “calabrese”: da dove vieni;  la tua famiglia calabrese e i tuoi rapporti oggi con i calabresi;  perché sei andato via (sul viaggio con la Fiat  600 ci soffermeremo con più cura perché trovo che sia semplicemente epico);  le tue impressioni su Milano e i lombardi all’inizio della tua avventura  milanese;  cosa ha significato per te essere calabrese a Milano nei decenni scorsi. A quale direttore nel corso di una divergenza hai detto che sei tosto come lo sono i calabresi? chi sono stati i tuoi maestri o i tuoi punti di riferimento. Cosa pensi dei calabresi e della Calabria.


La mia famiglia per parte di madre appartiene al mondo contadino (ricordo uno zio carabiniere, Pietro, fratello di mia mamma, morto giovanissimo per ferite di guerra,  e uno, Tommaso, alpino, gli “alpini del Sud pochi ma buoni”), mentre per parte di padre alla piccola borghesia impiegatizia e professionale (ho un bisnonno medico e farmacista in quel di Gasperina,  un cugino di mio papà  è stato prefetto della Repubblica, un altro generale medico dell’Esercito). Ho cugini medici, docenti, funzionari pubblici, avvocati.


 


Sono andato via dalla Calabria con una Fiat 600


Posso dire che sono andato via dalla Calabria in Fiat 600, appena comprata a rate (ovviamente). Mi sono fermato a Campotenese, al confine praticamente tra Calabria e Basilicata e quella sera ho riflettuto moto sulle pagine lette con avidità di  Giustino Fortunato. L’emigrazione è un destino delle genti del Sud. La mia Calabria poi era ed è, purtroppo, l’osso del Sud. Il mio pensiero andò  ai miei maestri del Liceo,  soprattutto ad Angelo  Mancuso, che insegnava storia con un metodo moderno, spiegando le idee-forza che avevano animato la società europea nel 600/700 e nell’800 risorgimentale per tanti popoli oppressi da  secoli. Non potevo dimenticare donna Raffaella Barca, la mia maestra di I e  II elementare, che mi aveva accolto, piccino, a casa sua, insegnandomi a scrivere a meno di 4 anni, eravamo nel 1943, con i tedeschi della divisione Goering in casa. Della guerra conservo ricordi brutti, la mia scuola occupata dagli sfollati nel secondo piano, le aule senza vetri o quasi, i cappotti ricavati dalla coperte americane, le gallette americane dal sapore forte. E poi le ore trascorse in oratorio con don Alfonso Sammarco, le ore trascorse alla biblioteca comunale in piazza Prefettura, la morte di mia madre quando avevo 16 anni.


 


I calabresi in Lombardia: viaggio di sola andata


“I calabresi in Lombardia”. Potrebbe essere il titolo di un libro dedicato a una storia lunga  almeno cinquant’anni. Da quando i calabresi, abbandonate le vie delle Americhe e dell’Europa continentale, hanno preferito orientarsi verso il Nord dell’Italia. Prima i contadini, poi i figli dei ceti medi, poi  gli intellettuali. E’ stato un viaggio senza ritorno, di sola andata.


Racconto la mia vicenda, perché è emblematica. La vicenda di un ex studente liceale (”Liceo Telesio” di Cosenza) e precoce lettore de “Il Giorno” di Milano, il quotidiano più moderno dell’Italia di metà degli Anni 50, ma già con la vocazione del giornalista nella testa. Era “Il Giorno” di Enrico Mattei e di Gaetano Baldacci (e poi dal ’60 di Italo Pietra al quale mi toccherà, nel ’66, ricordare di essere un calabrese dalla testa di acciaio e di avere fiducia nella provvidenza di fronte al suo diniego del praticantato). E si sa che i calabresi hanno la testa dura, sanno anche sognare e qualcuno si scopre con gli anni anche oppositore sociale. Il professore di storia era martellante nelle sue tesi: “Ragazzi, Milano ha fatto l’Italia.  Se doveste decidere di andare via, puntate su Milano e basta. Milano vi renderà liberi”.  E così è stato. In effetti  Milano ha deciso nel bene e nel male dal ‘700 ad oggi tutte le svolte nazionali, dall’Illuminismo al Risorgimento, alla Grande Guerra, al Fascismo, alla  Resistenza, al  Centrosinistra, da Tangentopoli alla Lega Nord e  a Forza Italia.  Il sindacato operaio, come il movimento socialista,  è nato da queste parti. Lo stesso discorso riguarda i giornali. Da “Il Secolo” al “Corriere della Sera”, da “Il Giorno” al  “Giornale” di Indro Montanelli, a “Libero” di Vittorio Feltri. Qui sono le grandi case editrici.


 


Emigrare? “Un’opzione obbligatoria per realizzare un sogno”


Non sono stato il solo, tra i miei coetanei calabresi, a sognare di lavorare come giornalista a Milano. Posso citare Gino Morrone e  Salvatore Scarpino (Cesare Lanza  aveva bruciato tutti, ma  verso Genova). Posso dire che mi è andata bene. Ho lavorato a “Il  Giorno” (quotidiano sognato) di Italo Pietra, Gaetano Afeltra e Guglielmo Zucconi e poi a “Il Sole 24 Ore” di Gianni Locatelli, Salvatore Carrubba ed  Ernesto Auci. Mi ha assunto Eugenio Scalfari a “Repubblica”: era il luglio 1975, ma poi  ho preferito rimanere dov’ero. Quando sono sbarcato a Milano  nel ’62, avevo alle spalle le esperienze giornalistiche calabresi,  tre anni circa di cronaca nera/giudiziaria, bianca e sport, una esperienza modesta, che era, però, una scelta definitiva. Verso quel “mestiere” mi aveva spinto inconsapevolmente mio padre, che, lavorando alle Poste, mi procurava diversi giornali ogni giorno. Leggevo tutto avidamente. In verità c’era stata un’altra modesta esperienza al “Telesio”, dove, con alcuni coetanei, avevamo pubblicato due o tre numeri di un giornaletto scolastico. Cosenza, allora, offriva pochissimo sotto il profilo occupazionale. Emigrare era una opzione obbligatoria per realizzare un sogno. Potevo ritenermi fortunato perché la meta era italiana, Milano, mentre mio nonno materno, nel 1906, aveva cercato fortuna a Filadelfia, mentre altri parenti avevano preferito chi l’Argentina chi il Brasile.


 


L’unità del Paese è forte


Il clima nel vecchio “Giorno” non era avvelenato, anzi. Si scherzava sui terroni  e sui polentoni. Giovanissimo, ero preso di mira per il mio accento calabrese forte, dicevo che era una eredità greca. Ed era vero. Riuscivo a far sorridere i colleghi raccontando che ero un “longobardo del sud tornato a casa”. Non tutti erano al corrente che Cosenza era stato il più meridionale dei ducati longobardi, e che sulla costa tirrenica c’è un paese che si  chiama “Longobardi”  e che dietro Vibo c’è una  vallata dei longobardi. I lombardi avrebbero scoperto i cugini terroni solo con il terremoto dell’Irpinia, terra di paesi longobardi (o lombardi). Sotto una chiesa vennero trovate diverse croci longobarde d’oro simili a quelle rinvenute a Trezzo sull’Adda. L’unità del paese è forte. Chiamato in Lomellina a presentare un libro sui campanili di quella terra, esordii dicendo che mi ricordavano molto i miei campanili calabresi. C’è anche in Lomellina una abbazia cistercense, che ha una facciata simile a quella della Sambucina in territorio di Luzzi.  Il pubblico (per lo più leghista) sulle prime  non gradì molto gli accostamenti, ma alla fine applaudì. Parlo di me per raccontare una storia lieta, ma tanti e tanti miei  compagni dalle elementari al liceo all’Università hanno trovato a Milano e dintorni accoglienza e fortuna nelle libere professioni, nel pubblico impiego, nelle aziende private, nell’insegnamento universitario. Raccontando vicende personali sto tessendo le lodi di Milano, di questa metropoli civile ed europea, che non volta le spalle a nessuno (non è retorica, credetemi).


 


I calabresi hanno contribuito a rendere grande Milano


Indro Montanelli tanti anni fa ha raccontato la storia di Milano, parlando dei  diversi popoli, gli emigranti dei secoli bui,   che vi  avevano trovato ospitalità, concorrendo al suo sviluppo e arricchendo il dialetto.  Milano ha consentito a tanti e tanti di integrarsi e di formare una società  rispettosa dei valori della persona. Anche i  calabresi  hanno  contribuito a rendere più grande Milano con le loro capacità intellettuali, con la loro  fantasia, con la loro tenacia di teste dure. C’è bisogno di teste dure, che non si arrendano mai di fronte alle difficoltà del momento, quando sono di scena crisi e rallentamenti nella crescita economica.


Ognuno di noi ha una sua storia alle spalle, una terra, un carattere. E’ indubbio che i miei primi 22 anni in terra di Calabria sono stati decisivi sotto tutti gli aspetti umani e civili (penso al lavoro svolto per “Il Tempo”, “Il Giornale d’Italia”, “Gazzetta del Sud”,  “Italiasud”, “Tuttosport” e  “Tribuna del Mezzogiorno”). Anche la mia coscienza italiana ha profonde radici calabresi e cosentine in particolare. Il  Vallone di  Rovito, alle porte di Cosenza, conserva il ricordo amaro di un fatto  che ha scosso le coscienze degli italiani del 1844 con la tragedia dei Fratelli Bandiera, venuti a morire  nell’estremo Sud, con altri giovani calabresi, per una Patria in cammino, che ancora non c’era se non  nella testa e nel cuore  di Giuseppe Mazzini.  Da bambino, - frequentavo le elementari dello Spirito Santo -, ci portavano ogni anno nel Vallone di Rovito. La mia coscienza nazionale si è formato in nuce in quel  Vallone. L’emozione che provavo allora, bambino,  non mi ha mai abbandonato.


 


Gioacchino da Fiore e la visione della storia sempre in movimento


Come non riflettere sul contributo poderoso che la Calabria ha offerto allo sviluppo del pensiero umano e della religiosità cristiana: Gioacchino da Fiore con la visione della storia sempre in movimento; Bernardino Telesio, il primo degli “uomini nuovi”, che abituò i pensatori e filosofi a guardare  verso terra al posto del cielo, alla realtà delle “cose”;  Francesco di Paola, che, in pieno Rinascimento, predicava il Vangelo e la povertà; Tommaso Campanella, che, fedele al suo pensiero, trascorse 30 anni nelle carceri spagnole di Napoli e che regalò al mondo il sogno di una “Città del sole”.


Ecco in Calabria alligna una strana ma piccola stirpe di oppositori sociali, che hanno proprio in Gioacchino da Fiore, Telesio, Francesco di Paola e Campanella simboli esaltanti e vati dotati di spirito profetico. Quando c’è da dire qualche “no” è facile imbattersi in alcuni calabresi, portati, come ha scritto Corrado Alvaro, a non accettare mediazioni, ma a schierarsi per il bene o  per il male, da una parte o dall’altra. I calabresi non conoscono la via del Purgatorio. Amano  volare nei cieli azzurri del Paradiso oppure bruciare tra le fiamme dell’Inferno.


 


.Ricordi e rimpianti: cosa non faresti più  se potessi ricominciare, per  esempio: resteresti in Calabria;  cosa consigli ai giovani in generale e ai giovani calabresi per  affermarsi e segnatamente per affermarsi nel mondo dell’informazione e della  comunicazione?   La telefonata di Giacomo Mancini, ma il mio destino era ormai Milano…


 


Io devo far riferimento alla realtà della  Calabria del decennio 1950/1960. Il decennio della grande fuga verso il triangolo industriale Milano/Torino/Genova. Non scappavano soltanto i contadini, ma anche gli studenti. Gli studenti casentini  per completare gli studi universitari si trasferivano  a Messina, Bari, Napoli, Roma, Pisa, Firenze, Bologna, Pavia, Milano, Padova. In Calabria non c’era lavoro e non c’era una università. Io sono figlio di quella stagione. Studente a Roma, poi capisco che Milano è la capitale dell’editoria e che bisogna andarsene. Guadagnavo allora da 15 a 30mila lire al mese e le prospettive erano nere. Non c’erano quotidiani in Calabria. Nel 1975 ricevo un affettuosa telefonata di  Giacomo Mancini,  che mi invita a lavorare al “Giornale di Calabria”,. Lo ringrazio e spiego che ormai il mio destino professionale è legato a Milano. Milano mi ha conquistato e non sono capace di distaccarmi. Dovevo fare i conti anche con mia moglie Diana, veneta-francese, che non voleva saperne di trasferirsi in Calabria. Anche oggi non resterei in Calabria. Lo dico con franchezza.  Milano offre opportunità,  che nella mia terra non esistono.  Mi sento italiano e casa mia a Milano, come a Cosenza. Questa nostra Nazione è stata costruita dai nostri nonni, dagli emigranti con le rimesse e dai combattenti, 6 milioni di uomini su 35 milioni di abitanti,  che sul Piave hanno forgiato l’unità vera della nostra Patria, soffrendo fianco a fianco, per 41 mesi terribili. A Milano e in Lombardia non mi sono mai sentito estraneo o diverso.


 


Qual è  il mio messaggio ai giovani calabresi?


I confini italiani sono angusti. Siamo europei. Le opportunità vanno cercate in tutta Europa, nei 27 Stati che formano la Ue. Bisogna darsi una forte preparazione culturale, scientifica, economia, finanziaria, padroneggiate altre due lingue (inglese e tedesco o francese). Quando guardo una foto ingiallita della V elementare dello Spirito Santo, vedo il direttore didattico Rocca  il mio insegnante Domenico Anselmo. Fra di noi c’è Gianfranco Rocca,  nipote del direttore, che conosceva da piccolo un paio di lingue. Gianfranco dopo la laurea si è trasferito a Bruxelles ed è diventato direttore generale della concorrenza. Già, conosceva le lingue. Un  anticipatore. Indico Gianfranco come modello da seguire.


 


Il giornalismo di carta ed  Internet. Giornalismo ed università. La tua opinione su questi due temi.


Il giornalismo di carta non morirà, diventerà un giornalismo di nicchia, ma resisterà ad internet, come ha resistito alla radio e alla televisione. Le tecnologie (penso a una “macchina”  che unifichi cellulare e cinepresa) consentono a tutti di trovare una notizia, di raccontarla e  di documentarla con le immagini. A questo punto serviranno i giornalisti professionisti, capaci di capire quello che c’è dietro la notizia, di  superare   radio, tv e internet, dando le interpretazioni e le letture complesse del fatto.


 


Ai giornalisti occorre una forte preparazione interdisciplinare


Negli ultimi 20 anni, dalla presidenza dell’Ordine di Milano, ha combattuto la battaglia diretta ad agganciare formazione giornalistica e università. La laurea del luglio 2007 c’è grazie al ministro Cesare Salvi. Bisogna che diventi l’unica via di accesso. Il messaggio è chiaro:  bisogna alzare la testa e far capire a tutti che i giornali sono fatti dai giornalisti anche nelle parti più alte, il commento e le analisi, mentre oggi queste parti sono appaltate a  docenti universitari e  ambasciatori. Per riappropriarsi della polpa dei giornali, bisogna avere le carte in regole. Una forte preparazione interdisciplinare. O si imbocca questa via o siamo destinati al piccolo cabotaggio.


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Intervista raccolta da Romano Pitaro. 


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Nota dedicata agli smemorati. In dieci punti riassunta l’azione sociale e riformatrice svolta da Franco Abruzzo alla testa del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dal 15/5/1989 al 7/6/2007. Giustizia per i soggetti deboli, formazione e deontologia le stelle polari di una presidenza unica   e irripetibile a livello nazionale.


analisi di Francesco M. De Bonis


TESTO IN http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5339


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