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Il Quotidiano della Calabria
di domenica 9 novembre 2008

Il personaggio
Franco Abruzzo
ex cronista ed esperto di diritto

Si definisce un «calabrese tosto».
Ha avviato grandi battaglie
per il rinnovo della professione

Di lui hanno scritto
«Le sue delibere
inno alla Costituzione»

L’ORACOLO DEI GIORNALISTI

di Romano Pitaro

Gli editori reclamano 700 prepensionamenti, pur in assenza di crisi aziendali. Ma chi paga? Risposta: «Non lo fate, altrimenti l’Istituto previdenziale salta in aria». La proposta di nuovo contratto per i giornalisti include il taglio degli scatti d'anzianità. Che fare? Risposta: «Il Contratto dei giornalisti 1959/1960 è legge, perciò impedisce agli editori di tagliare gli scatti». Interrogativi e dubbi. Complessità, generate da leggi che s'intrecciano con norme contrattuali, acuite dalle trasformazioni che da anni squassano i media. Come uscirne, dunque, se non ricorrendo all'oracolo di Delfi? Non è una battuta. Perché per fortuna l'oracolo c'è. Ed ogni giorno dà il suo responso. Senza tradire la fama di Cavaliere senza macchia e paura che l'ha contraddistinto per 18 anni. Prima come cronista giudiziario negli anni cupi del terrorismo e poi alla guida dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia. Ieri ha ricevuto il premio "Vita da cronista" da una Giuria presieduta da Ferruccio De Bortoli, direttore de "Il Sole 24 Ore".


Non è Apollo e non l'Olimpo l'ispira, ma uno sgualcito testo della Costituzione sempre aperto sulla sua scrivania. Di lui, quando ha lasciato la Presidenza dell'Ordine, hanno scritto: «Le sue delibere erano un inno ai diritti sanciti dalla Costituzione».


Tutti i giornalisti italiani sanno chi è l'oracolo di Sesto San Giovanni. Franco Abruzzo vive in un appartamento nell'ex Stalingrado d'Italia. Però, prima di temprarsi al freddo delle giornate milanesi,per 23 anni s'è riscaldato al sole del Sud. Suo padre, Vincenzo, lavorava alle Poste di Cosenza e a casa la sera portava tanti giornali, sfogliandoli il figlio scoprì la vocazione. Abitavano allo Spirito Santo, via  Petrarca 22. Suo nonno, di Luzzi, per due volte ha traversato l'Oceano. Lui, nel '62, per stare in tema, s'è ficcato in una Fiat 600 comprata a rate. Ed ha scalato l'Italia: la Sila era verde e limpida, a Milano c'era la neve. Dice, sorseggiando un succo d'ananas in Piazza San Babila: «La scelta dell'emigrazione per i calabresi è un dato familiare».


 


Si è occupato di giudiziaria a Milano e ha guidato l’Ordine della Lombardia


 


Abruzzo è stato cronista d'assalto nella Milano degli anni '60 e '70, prima di diventare caposervizio al “Politico” e ai “Fatti della Vita”. E' approdato nella capitale economica con l'intenzione di lavorare al "Giorno" diretto da Italo Pietra. In seguito, chiamato da Gianni Locatelli, è stato caporedattore centrale al "Sole 24 Ore". In trincea, armato di fiuto e taccuino, s'è occupato di terrorismo rosso: «C'è una pagina amarissima che mi lega a Walter Tobagi, ucciso dalle Brigate rosse il 28 maggio 1980. E' il 29 gennaio 1979: la mattina i killer di Prima Linea a Milano avevano ucciso il sostituto procuratore Emilio Alessandrini. La sera ricevo una telefonata dal procuratore capo della Repubblica, Mauro Gresti, è un invito perentorio: “venga subito da me”. Lavoravo al Palazzo di Giustizia da 7 anni come cronista del “Giorno” e mi occupavo di terrorismo, mafia a Milano e del crack Sindona. Gresti è lapidario: “oggi abbiamo tenuto una riunione in Prefettura e abbiamo deciso di avvertire coloro che sono in pericolo di vita. Lei, con Leo Valiani e Walter Tobagi, è tra questi. Leo Valiani vive a Milano da clandestino, come nel periodo 1943/1945. Sappiamo che è molto amico di Tobagi, domani mattina alle 8 me lo porti qui”. Raggiungo in fretta la sede del giornale. Chiamo Walter e lui mi chiede: “hai paura?”. Rispondo che non mi va di fare l'eroe, e che ero emigrato per lavorare. Ho la voce incrinata. Penso a mia moglie e alle mie bambine. La mattina successiva siamo da Gresti, il quale ci dice che non ha uomini per garantirci la scorta. E' presente un colonnello dell'Arma che spiccica poche parole: quelli sparano tra le 8 e le 8.30. Vi conviene uscire di casa dopo le 9».


Ma il calabrese giunto a Milano con la “600”, s'è occupato anche di mafia. Di Luciano Liggio, che aveva organizzato diversi sequestri di persona al Nord e lo minacciò, durante il processo, indicandolo col dito.Ci fu una larga eco sui giornali e sui tg. E' andata così: «Qualche giorno prima mi era stata rubata l'auto, una Giulia 1300, nel garage di casa, poi un nostro tipografo era stato bloccato in una via di Trezzano sul Naviglio e un tizio dal forte accento siciliano gli aveva detto: dite ad Abruzzo che gli spezziamo le gambe. Nell'aula del processo, dopo il furto dell'auto, Nello Pernice, spalla di Liggio, ironizzava: “Certo, senza auto, è duro andare in giro”. Anche don Agostino Coppola, nipote di Frank detto'Tre dita', sorrideva e diceva: sono pulito come l'acqua della Sila.Lo avevo battezzato il parroco della mafia».


 


«Quando torno giù m’incazzo se vedo il mare sporco»


 


Vita spericolata insomma. Ma soprattutto Abruzzo è stato (è) un faro per chi deve orientarsi nei labirinti giuridici del giornalismo. Esperto d'ogni chance offerta dai contratti. C'è chi l'ha definito «un giurista prestato al giornalismo». Scrive da anni di problemi legati alle professioni intellettuali e di temi giuridici d'attualità (diritto di cronaca e di critica, privacy e diritto del lavoro giornalistico) su importanti riviste giuridiche. Oggi insegna Storia del giornalismo e diritto dell'informazione all'Università degli Studi di Milano Bicocca e all'Università Iulm. A Catania, durante un convegno su giustizia e informazione, ha parlato per un'ora filata: il presidente del consiglio nazionale forense, Nicola Buccico, ha sorpreso la platea, quando ha detto che Abruzzo è un giornalista, così ha proposto la sua iscrizione, a titolo d'onore, nell'albo degli avvocati.Giornalista e maestro del diritto giornalistico. Che, però, ha iniziato la professione non nella ricca Lombardia, ma nella Calabria di mezzo secolo fa. Perché Abruzzo, considerato tra «i 5062 italiani notevoli» dal Catalogo dei viventi redatto da Giorgio dell'Arti e Massimo Parrini, è (si definisce così) «un calabrese tosto di Cosenza». Dov'è nato il 3 agosto del '39. E dove ha iniziato il mestiere girovagando nelle redazioni calabresi del Tempo e del Giornale d'Italia. E c'è ancora la Calabria, dopo tanti anni, negli occhi di questo signore attempato. Nostalgico del cristallino mare calabrese d'un tempo, «Oggi - confessa - quando scendo in Calabria m'incazzo se vedo il mare sporco».


E mentre acciuffa nei ripiani della memoria l'immagine del nonno d'America, che allo scoppio della prima guerra mondiale torna a difendere casa sua (ferito sul Piave morirà 9 anni dopo); mentre ricorda le visite da scolaro nel Vallone di Rovito, dove nel 1844 fucilarono i fratelli Emilio ed Attilio Bandiera ed altri undici calabresi («In quel vallone è nata la mia coscienza di italiano ») io penso a cosa ha rappresentato questo veterano del giornalismo dalla schiena dritta.


Un riferimento per tutti i giovani che in Italia si avvicinavano alla professione e s'imbattevano in un groviglio d'ostacoli. Il presidente dell'Ordine della Lombardia, l'Ammiraglia del giornalismo italiano, che bombardava i residuati fossili della corporazione asserragliati, nelle grigie stanze degli Ordini regionali, a gestire un potered'accesso alla professione con criteri discrezionali. Nel 1978, con Walter Tobagi e Massimo Fini, questo “calabrese tosto” ha fondato la componente sindacale di “Stampa democratica”. Dopo aver fatto parte per anni del Consiglio nazionale della Fnsi, è stato lo “storico presidente” dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia. Per 18 anni (fino al 2007). E' stato presidente dell'Associazione "Walter Tobagi" che gestisce l'Istituto "Carlo De Martino" per la Formazione al Giornalismo (in 30 anni ha preparato ben 650 giornalisti professionisti).


 


Si è battuto per la libertà di cronaca e di critica


 


Alla guida dell'Ordine ha avviato un'intransigente battaglia a favore del rinnovamento della professione e per il suo ancoraggio ai principi dell'indipendenza e della libertà di cronaca e di critica. Ha sostenuto il principio dell'aggancio della professione giornalistica all'Università (conclusasi con il varo della laurea magistrale in Giornalismo) e alle scuole riconosciute dall'Ordine. Ha indirizzato l'azione dell'Ordine della Lombardia verso una puntuale applicazione dei canoni deontologici e del rispetto delle regole contrattuali nelle redazioni attraverso l'iscrizione nel Registro dei praticanti di quanti (circa 4 mila), esercitando la professione in “nero”, vivono di giornalismo.


Sul tema della commistione informazione- pubblicità, Abruzzo è stato inflessibile. Anni roventi quelli in cui grandi direttori di testate sono stati costretti a recitare il mea culpa. Nella Milano da bere, di Craxi e del fior fiore d'imprenditori proprietari di testate gloriose e nella città dell'editoria per antonomasia, la testardaggine di calabrese gli è servita per intraprendere un'azione coraggiosa. Polemiche tante ma l'ha spuntata: «E sai perché? Ho sempre avuto come stella polare la nostro magnifica e splendida Costituzione, che sancisce l'uguaglianza giuridica dei cittadini di fronte alla legge».


Sul suo “Codice dell'informazione e della comunicazione” hanno studiato per sostenere l'esame di giornalista, migliaia di professionisti e quando, di recente, il quotidiano “La Sicilia” ha pubblicato il testo della lettera di un detenuto al 41 bis senza affiancargli alcun commento (neanche per spiegare ai lettori il 'chi è' di Vincenzo Santapaola), ha tuonato: «L'obiettività non significa neutralità per il giornalista che è tenuto a una ricostruzione dei fatti e a non deludere la fiducia dei suoi lettori. Quel quotidiano, agendo in quel modo, è venuto meno ai suoi doveri di informare in maniera completa e documentata la pubblica opinione».


Finito oggi? Dopo decenni di battaglie campali, chi immagina Abruzzo nei panni di un vecchio rammollito a zonzo per Milano, si sbaglia. Adesso, prima di sederci in Galleria, mi accenna al suo viaggio. Ci sta pensando da un po'. Io sospetto che sia un viaggio particolare, da fare con la moglie e le due figlie. Invece è un viaggio della memoria. L'epico viaggio dalla Calabria per raggiungere, la prima volta, Milano. Un martedì di febbraio, 46 anni fa. Andavavia da Cosenza con un nodo in gola, una notte insonne e la Fiat 600. Aveva 23 anni.A Campotenese si ferma per la notte. Roso dai dubbi: «Sentivo i pensieri che s'attorcigliavano e m'impedivano di proseguire.


Pensavo a Giustino Fortunato: l'emigrazione come destino delle genti meridionali, la Calabria l'osso del Sud; ai miei insegnanti del Liceo Telesio e a donna Raffaella Barca, la maestra delle elementari che mi aveva insegnato a scrivere a 4 anni; alla guerra del 1943 con i tedeschi della divisione Goering in casa, la scuola occupata dagli sfollati, le aule senza vetri, i cappotti ricavati dalle coperte americane, le gallette dal sapore forte; alla morte di mia madre quando avevo 16 anni. Un ingorgo di ricordi. L'indomani mattina mi vennero in soccorso le parole del mio professore di storia: “Milano ha fatto l'Italia. Se doveste decidere di andare via puntate su Milano e basta. Milano vi renderà liberi”. E così ripartì per il mio viaggio di sola andata. In effetti, Milano ha deciso nel bene e nel male, dal '700 ad oggi, tutte le svolte nazionali, dall'Illuminismo al Risorgimento,Grande Guerra, Fascismo, la Resistenza, il Centrosinistra, Tangentopoli e la Lega Nord e oggi Forza Italia. Idem per i giornali, qui sono nate le grandi testate. La mattina mi spronò il mio grande sogno di fare il giornalista al “Giorno” e mi rimisi nella 600. Mio nonno materno, nel 1906, aveva cercato fortuna a Filadelfia, altri miei parenti erano andati in Argentina e in Brasile. Tutto sommato, io non andavo poi così lontano dalla mia Calabria».


E sei stato accolto bene? «Sì, Milano è una metropoli civile ed europea che non volta le spalle a nessuno. I calabresi hanno contribuito a farla grande con la loro fantasia, con la loro tenacia di teste dure. Al “Giorno” il clima era buono. Si scherzava sui terroni e sui polentoni. Io ero preso di mira per il mio accento calabrese. Riuscivo a far sorridere i colleghi raccontando che ero un longobardo del Sud tornato a casa. Non tutti sapevano che Cosenza era stato il più meridionale dei ducati longobardi, che sulla costa tirrenica c'è un paese che si chiama Longobardi e che dietro Vibo Valentia c'è una vallata dei Longobardi. I lombardi avrebbero scoperto i cugini terroni solo con il terremoto dell'Irpinia, terra di paesi longobardi. Sotto una chiesa vennero trovate diverse croci longobarde d'oro simili a quelle rinvenute a Trezzo sull'Adda. L'unità del Paese è forte».


Ha il pregio della chiarezza Abruzzo. Anche quando parla della Calabria di oggi: «In Calabria alligna una strana ma piccola stirpe di oppositori sociali, che hanno in Gioacchino da Fiore, Telesio, Francesco di Paola e Campanella i simboli esaltanti dotati di spirito profetico. Quando c'è da dire qualche 'no', è facile imbattersi in alcuni calabresi portati, come ha scritto Corrado Alvaro, a non accettare mediazioni, ma a schierarsi per il bene o per il male.I calabresi non conoscono la via del Purgatorio. Amano volare nei cieli azzurri del Paradiso oppure bruciare tra le fiamme dell'Inferno. Ma i calabresi oggi non si devono aspettare nulla dai conterranei della diaspora. Arrivano i nostri, è stato soltanto un bel film. I calabresi debbono prendere nelle mani il loro destino e costruirselo. E' il momento della responsabilità e dei doveri». Ancora: «Porto un grande amore per la mia terra, ma anche un grande odio quando vedo malaffare, delinquenza e rassegnazione.


Repaci ha parlato di una Calabria grande e amara, Alvaro ha detto che i calabresi hanno nel sangue il senso del giusto e dell'ingiusto. E' ora che vincano il grande di Repaci e il giusto di Alvaro. Contro la 'ndrangheta credo che vadano utilizzati mezzi eccezionali e misure fermissime. Dobbiamo però ricordarci che lo Stato siamo tutti noi: è assurdo dire che lo Stato giù non c'è».


C'è stato un momento in cui hai pensato di tornare? «Nel 1975 ricevo un'affettuosa telefonata di Giacomo Mancini che mi invita a lavorare al Giornale di Calabria. Lo ringrazio e gli spiego che ormai il mio destino  professionale è segnato. Milano mi ha conquistato.In verità, anche oggi non resterei in Calabria. Lo dico con franchezza. Milano offre grandi opportunità. Mi sento italiano e a casa mia, a Milano come a Cosenza. Questa nostra Nazione è stata costruita dai nostri nonni, dagli emigranti con le rimesse e dai combattenti, 6 milioni di uomini su 35 milioni di abitanti che sul Piave hanno forgiato l'unità vera della nostra Patria, soffrendo fianco a fianco, per 41 terribili mesi». Toni da amarcord ma Abruzzo è combattivo.


Al giornalismo non ha mai chiuso le porte. Lo mastica in ognuna delle sue infinite sfaccettature e, da bravo maestro, ne rende intelligibile ogni mistero: «Ai giornalisti consiglio di aggiornarsi con Internet. Il futuro è profondamente digitale. Ai giovani colleghi consiglio di studiare molto e di acquisire una dimestichezza diabolica con Internet. Oggi il problema centrale è quello della difesa della professione che gli editori vogliono distruggere. Gli editori vogliono assemblare i materiali presenti nella rete utilizzando giovani precari e affidare la parte nobile, i commenti, a persone di fiducia (ambasciatori e professori universitari).


Un nucleo di giornalisti professionisti molto qualificato provvede, invece, alla creazione, all'assemblaggio e alla fattura del giornale. Questo disegno va contrastato. Bisogna difendere il ruolo storico del giornalista, mediatore intellettuale tra i fatti e la gente. E battersi perché chi ha interessi privati in altri settori non possieda giornali. La prima contromossa è l'approvazione di una legge sullo Statuto dell'impresa editoriale, che separi proprietà azionarie e redazioni. Sarebbe bene, come negli Usa, separare il giornale che racconta i fatti e li spiega dalle pagine dedicate ai commenti,pagine che dovrebbero avere un direttore diverso da quello della pagine dei fatti. La scommessa è: il giornalismo indipendente può ritrovare cittadinanza in Italia? L'alternativa pessima è il giornalismo schierato con i poteri della politica e dell'economia».


Un fiume in piena questo giornalista/giurista in servizio permanente stabile: «La legalità deontologica è un valore da difendere contro chi pensa di ridurre i giornali a veicoli di pubblicità spacciata per notizia, di gossip, di foto raccapriccianti, di articoli elaborati incollando le agenzie di stampa. Le inchieste sui problemi sociali ed economici devono tornare nei giornali. Non è possibile che i giornali buchino sistematicamente i grandi scandali economico/finanziari lasciando che se ne occupino i Palazzi di Giustizia: all'informazione spetta anticipare i fatti». Così parla l'oracolo di Sesto San Giovanni. Per niente stanco. Abruzzo, dopo mezzo secolo di professione, ogni mattina si siede alla sua scrivania.


Guarda i giornali, legge le centinaia di mail piovute da ogni luogo nel suo sito  (www.francoabruzzo.it  -Giornalistici per la Costituzione). Studia i casi critici, li viviseziona e poi si pronuncia. Quando l'indice picchia sul tasto “invio” del computer, partono in tutte le direzioni del Paese 32mila mail. Un esercito di lavoratori della scrittura nei grandi e piccoli giornali, di professionisti audiovisivi d'ogni ordine e grado, di grandi giornalisti o di precari angosciati dal futuro, di avvocati, magistrati e docenti di diritto, apre le mail di Abruzzo. E ne ricava chicche di saggezza, pensieri illuminanti, insperate chiavi di lettura.


 


 


Le foto


Franco Abruzzo in un’immagine recente; nella pagina accanto,  in alto Abruzzo con Gaetano Afeltra, suo direttore a Il Giorno; al centro,  Abruzzo in una foto di V elementare nella scuola dello Spirito Santo a Cosenza; in basso, Abruzzo col cardinaleTettamanzi, arcivescovo di Milano


 





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