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La biografia di Franco Abruzzo, giornalista annoverato tra “i 5062 italiani notevoli” (Giorgio dell’Arti e Massimo Parrini, Catalogo dei viventi, Marsilio 2006).

Francesco (“Franco”) Abruzzo, nato a Cosenza il 3 agosto 1939, laureato in Scienze politiche, è  un giornalista professionista italiano, che dal 1963 in poi ha ricoperto importanti incarichi professionali e istituzionali: cronista giudiziario e caposervizio (Cronaca, Politico e Fatti della vita) del "Giorno" dal giugno 1964 al novembre 1983; caposervizio Interni, redattore capo centrale e articolista de “Il Sole 24 Ore” dal dicembre 1983 al febbraio 2001; presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, il più grande ente (pubblico) di categoria su scala nazionale, per 18 anni e 22 giorni (dal 15 maggio 1989 al 7 giugno 2007). Dal 1996 al 2007 è stato vicepresidente del Cup (Comitato unitario delle professioni) di Milano. E’ annoverato  tra “i  5062 italiani notevoli” (Giorgio dell’Arti e Massimo Parrini, Catalogo dei viventi,  Marsilio 2006). Oggi è ricordato come lo “storico” presidente dell’Ordine dei giornalisti di Milano (vedi Ansa 22 maggio 2008- COM-SI 17:55). L’importanza della sua attività e del suo ruolo sociale è  illustrata sinteticamente dalla motivazione del “Premio Manzù” assegnatogli nel 2003: "Il diritto alla libera informazione si nutre della costante azione di difesa e promozione del valore democratico della professione giornalistica. Franco Abruzzo, da 14 anni al vertice dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, ha trasferito in questo ruolo la passione per la verità maturata nelle redazioni di grandi e prestigiosi quotidiani italiani. Fautore della necessità di costruire un nuovo modo di informare, contraddistinto dal rispetto della deontologia e della competenza specialistica, ha avviato un profondo processo di rinnovamento della professione giornalistica, legando le moderne esigenze di formazione all'università. Nella sua funzione di esponente della categoria, scrive di temi giuridici connessi al diritto di cronaca, del lavoro e della privacy. Docente di diritto dell'informazione all'Università Iulm di Milano, insegna anche Storia del giornalismo presso l'Università degli studi di Milano Bicocca. All'artefice di tante battaglie per la libertà di stampa e di informazione, il Centro Pio Manzù è onorato di conferire la medaglia della Camera dei Deputati".  Come redattore e caposervizio del “Giorno”  dal giugno 1964 al novembre 1983 si è messo in luce per le sue inchieste sulla mafia e sul terrorismo tanto da finire nel  mirino di queste organizzazioni criminali. E’ autore di un “Codice dell'informazione e della comunicazione” utilizzato  dagli aspiranti giornalisti che affrontato l’esame di Stato. Alimenta giornalmente dal 2003  il sito www.francoabruzzo.it, che è un punto di riferimento autorevole per il mondo italiano dei media.  E’ autore di una newsletter quotidiana sui temi dell’informazione e della comunicazione, che viene spedita via internet a giornalisti, avvocati, magistrati, parlamentari, professionisti  e comunicatori. Dal 1986 al 2007 è stato direttore di “Tabloid”, il mensile dell’Ordine dei Giornalisti di Milano, "autorevole periodico (secondo Giuliano Vassalli) per la costante attenzione dedicata alla sfera giuridico/storica di una categoria professionale". E' stato anche presidente (dal maggio 1989 al maggio 1991) dell'Associazione "Walter Tobagi" per la Formazione al Giornalismo, l'ente senza scopo di lucro che ha gestito l'Istituto "Carlo De Martino" per la Formazione al Giornalismo (meglio noto come "Scuola di giornalismo" di Milano, la prima e la più prestigiosa sorta nel dopoguerra e che in 32 anni di vita ha “costruito” 683 giornalisti professionisti).  E'  presidente di Unpit (Unione nazionale pensionati per l’Italia), portavoce del MIL (Movimento Informazione e Libertà), consigliere dell’Ordine dei Giornalisti della Lombrdia e sindaco dell'Inpgi (eletto il 29 febbraio 2016 con 3.009 voti). 


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La biografia “lunga” di Franco Abruzzo


Francesco (“Franco”) Abruzzo, nato a Cosenza il 3 agosto 1939, laureato (con 110 e lode) in Scienze politiche e storiche presso l’Università statale di Milano, è giornalista professionista dal 3 febbraio 1963. Ha iniziato la professione il primo ottobre 1959 presso le redazioni calabresi dei quotidiani “Il Tempo ” e il “Giornale d'Italia” per poi trasferirsi, nel 1962,  a Milano, dove ha lavorato (come cronista giudiziario, caposervizio di cronaca giudiziaria e caposervizio al “Politico” e ai “Fatti della Vita”) a "Il Giorno" dal giugno 1965 al novembre 1983 (in quel periodo diretto da Italo Pietra, Gaetano Afeltra e Guglielmo Zucconi ).


Dal dicembre 1983 (chiamato da Gianni Locatelli) al marzo 2001 ha lavorato a "Il Sole 24 Ore" (capo redattore centrale, articolista e inviato ).


Nel luglio 1975 è stato assunto da Eugenio Scalfari come cronista giudiziario di “la Repubblica” (ma successivamente rinunciò all'incarico).


Nel 1978 con Walter Tobagi e Massimo Fini ha fondato la componente sindacale di “Stampa democratica ” e tra il 1975 e il 1982 ha fatto più volte parte del CdR de “Il Giorno”, del Consiglio e della Giunta dell'Associazione lombarda dei Giornalisti nonché del Consiglio nazionale della Fnsi. Nel novembre 2010 è stato eletto consigliere dell’Associazione lombarda dei Giornalisti a distanza di 35 anni dalla prima volta.


E' stato consigliere dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia dal  giugno 1986 al  giugno 2007  e ne è stato lo “storico” presidente (vedi Ansa 22 maggio 2008- COM-SI 17:55)  per oltre 18 anni  (attraverso sette elezioni) dal 15 maggio 1989 al 7 giugno 2007. Nel maggio 2010 è stato eletto per l’ottava volta consigliere dell’Ordine di Milano (e anche dell’Associazione lombarda dei Giornalisti).  Il 28 maggio 2013 è stato eletto ("il più votato") per la nona volta consigliere dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia. E' stato direttore dall'ottobre 1986 al maggio 2007 di "Tabloid ", mensile dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia. E' stato anche presidente (dal maggio 1989 al maggio 1991) dell'Associazione "Walter Tobagi" per la Formazione al Giornalismo, l'ente senza scopo di lucro che gestisce l'Istituto "Carlo De Martino" per la Formazione al Giornalismo (meglio noto come "Scuola di giornalismo" di Milano).


E'  tra “i  5062 italiani notevoli” (Giorgio dell’Arti e Massimo Parrini, Catalogo dei viventi,  Marsilio 2006). Il 28 marzo 2013 ha ricevuto dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia la medaglia d’oro per i 50 anni  di iscrizione all’Albo (elenco professionisti).


Come presidente dell'Ordine, ha avviato una intransigente battaglia a favore del rinnovamento della professione giornalistica e per il suo ancoraggio ai principi della deontologia, dell'indipendenza e della libertà di cronaca e di critica. Ha portato avanti, con determinazione,  il principio dell'aggancio della professione giornalistica all'Università (battaglia vinta il 9 luglio 2007 con il varo della laurea magistrale in Giornalismo) e alle scuole riconosciute dall'Ordine. Ha indirizzato l'azione concreta dell'Ordine della Lombardia in direzione della puntuale applicazione dei canoni deontologici e del rispetto delle regole contrattuali nelle redazioni attraverso l'iscrizione nel Registro dei praticanti di quanti, esercitando la professione in “nero”, vivono di giornalismo. La difesa del principio costituzionale della tutela della dignità della persona rimane un altro pilastro dell'azione sviluppata dall'Ordine di Milano negli anni della presidenza di Franco Abruzzo. Sul tema della commistione informazione-pubblicità la sua azione è stata particolarmente severa.


Nell'estate del 1999, come vicepresidente del Cup (Comitato unitario delle professioni) di Milano, ha svolto una intensa attività in difesa delle professioni intellettuali regolamentate contro la minaccia governativa di soppressione. Nel marzo 2001 è stato riconfermato vicepresidente del Cup di Milano.


Franco Abruzzo  ha contribuito, con  l’aiuto del senatore Antonino Caruso, a far modificare la legge professionale, che imponeva la convocazione degli iscritti., sia per l’approvazione dei bilanci sia per le elezioni dei membri dei Consigli dell’Ordine, con posta raccomandata  e, quindi, con  una spesa notevole.  Il nuovo testo (art. 2, comma 4-quater,  della legge 80/2005)  prevede –  e questo principio vale oggi per tutti gli Ordini e i Collegi italiani – che la convocazione si effettui per posta prioritaria, per telefax o a mezzo di posta elettronica certificata. Sugli Ordini grava solo l'onere di dare prova solo dell'effettivo invio delle comunicazioni.


Scrive di problemi legati alle professioni intellettuali e di temi giuridici d'attualità legati al diritto di cronaca e di critica nonché alla privacy e al diritto del lavoro giornalistico su importanti riviste giuridiche (anche telematiche). Dal 1999  al 2007 ha tenuto un corso di “Diritto dell'informazione” nell'Istituto “Carlo De Martino” per la Formazione al Giornalismo. Dal 2001 al 2004 ha insegnato, come professore a contratto, “Storia del giornalismo” nel corso di laurea quadriennale di Sociologia presso l'Università Statale di Milano-Bicocca. Dal novembre 2002 al novembre 2008 ha insegnato “Diritto dell'informazione e dell'editoria” all'Università Iulm di Milano . Dall'anno accademico 2004/2005 insegna “Diritto dell'informazione e dell'editoria” nel corso di laurea specialistica in Sociologia presso l'Università Statale di Milano-Bicocca.


Alimenta giornalmente il sito www.francoabruzzo.it, che è un punto di riferimento per il mondo dell’informazione e della comunicazione.  E’ autore di una newsletter quotidiana sui temi dell’informazione e della comunicazione, che viene spedita via internet a 34mila giornalisti, avvocati, magistrati, parlamentari, professionisti  e comunicatori.


Ha pubblicato: Il giornalista, la legge e l'esame di Stato, edito dall'Associazione “Walter Tobagi” per la Formazione al Giornalismo, Milano 1990, pag. 640; Guida del giornalista , editore Il Sole 24 Ore Libri, Milano 1992, pag. 900; Codice dell'informazione e della comunicazione, editore il Centro di Documentazione Giornalistica, Roma 1996, pagine 1087 ( II edizione , ottobre 1999, pagine 1.287; III edizione in due volumi, ottobre 2001, pagine 2.176; IV edizione in due volumi, aprile 2003, pagine 2608; V edizione, in tre volumi, aprile 2006, pagine 3.046).  Rinnovata nel nome, nel formato e nella veste grafica, l’opera è diventata una collana in tre volumi: il primo raccoglie le fonti del diritto italiano, comunitario e internazionale; il secondo è dedicato alla storia del giornalismo, da Gutenberg ad oggi; il terzo è un vero e proprio “sistema” di domande e risposte, ampie e ragionate, per aiutare i giovani giornalisti a padroneggiare le tematiche della professione. La collana, completamente aggiornata, soddisfa curiosità ed interessi di quanti abitano il panorama mediatico e il mondo della comunicazione,  ma è utile anche a chi è iscritto in corsi di laurea (Giurisprudenza, Scienze politiche, Relazioni pubbliche, Sociologia) e a chi opera  negli Urp e negli uffici stampa delle imprese private e delle pubbliche amministrazioni. E’ naturalmente il  vademecum indispensabile per i giornalisti e per gli aspiranti giornalisti, che affrontano l’esame di  Stato.


Milano,  8 giugno 2015


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“Le tue delibere un inno ai diritti sanciti dalla Costituzione”  - Voglio ricordare “L'amarcord di Silvano Balestreri  quando nel giugno 2007 ho lasciato la presidenza dell’Ordine:


“Le tue delibere  erano un inno ai diritti sanciti dalla Costituzione.  La  tua lezione di legalità rimane scolpita, non solo nei cuori”.  From: Silvano Balestreri - Date: 8-giu-2007 13.21 - Subject: amarcord -To: fabruzzo39@gmail.com - “Carissimo Presidente, quando finisce una stagione o, come questa volta, tramonta addirittura un’epoca, a noi, con i capelli grigi, viene la malinconia, è uno scotto che si paga all’avanzare degli anni. Tra le mille incertezze di questo mestieraccio (come lo chiamavano i grandi vecchi) era rimasto il porto sicuro dell’Ordine di Milano, dove il grande Franco Abruzzo, vegliava vigile sulla legalità. Carissimo, grande Presidente, Ti devo, fosse solo come amarcord, il riconoscimento di aver fatto scuola a tutti gli Ordini regionali: è soltanto merito Tuo se negli anni Novanta in un Paese squassato dalla questione morale i giornalisti hanno ritrovato, grazie alla Tua lezione, l’orgoglio della legalità. Facevi scuola a noi piccoli presidenti di Ordini piccoli, con le Tue delibere, toste e grintose come requisitorie. Abituati alle mediazioni ai compromessi e ai tentennamenti, ci siamo accorti che la nostra forza era nella legge dell’Ordine. Mentre i vari organismi di categoria temporeggiavano (e gli abusivi invecchiavano) abbiamo imparato a far rispettare la legge, leggendo e copiando le Tue delibere che erano un inno ai diritti sanciti dalla Costituzione. Abbiamo sanato tante situazioni e riparato tanti torti. All’orizzonte dell’Ordine dei giornalisti tramonta la stagione Abruzzo, ma la tua lezione di legalità rimane scolpita, non solo nei cuori. Ti abbraccio,  Silvano Balestreri”.             


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Mi ha colpito anche un messaggio  spedito da Messina da un collega, che non conoscevo. Alfredo Leto: "Hai insegnato il rispetto della dignità umana!". -  A: fabruzzo39@yahoo.it - Oggetto: Un sincero plauso - Data: Thu, 7 Jun 2007 11:57:41 +0200 -  “Caro Presidente,  pur appartenendo all’Ordine di Sicilia ho seguito costantemente l’attività dell’Ordine di Lombardia sotto la tua presidenza che ritengo sia stata sempre illuminata e motrice di rinnovamento e qualità. E il tuo merito principale, che giustamente ti onora, è stato quello di aver sempre  avuto presente il principio del rispetto della dignità umana e di averlo rammentato a colleghi immemori e insegnato alle nuove leve professionali. Questo è il principio fondamentale su cui deve reggersi la professione giornalistica e vanno convertite quelle aree in cui, in omaggio al male interpretato dovere di informazione, si opera senza curarsi dei prevedibili effetti devastanti. In tanti anni  di presidenza regionale hai dato all’intera categoria nazionale un alto apporto di idee, di proposte, di sviluppi positivi. Un così prezioso contributo è destinato a durare nel tempo e a favorire l’opera del nuovo Consiglio lombardo. Nel quale tu, anche da unico Consigliere di minoranza, ma il più quotato in dottrina, esperienza, saggezza, sarai una presenza autorevole, costante, attiva, e continuerai a dispensare sapere e consigli. Tutta la Categoria avrà ancora a lungo bisogno del tuo apporto. Non negarglielo. Con i migliori auguri e saluti, Alfredo Leto, giornalista in pensione di Messina”.


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RICONOSCIMENTI


 


30. 11. 1998. Lingottino d’oro della Città di  Sesto San Giovanni a Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia. “Ai vertici della categoria si è distinto per il rigore etico e morale, unito a una grande professionalità”.


 


Premio Manzù 2003 con questa motivazione: "Il diritto alla libera informazione si re della costante azione di difesa e promozione del valore democratico della professione giornalistica. Franco Abruzzo, da 14 anni al vertice dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, ha trasferito in questo ruolo la passione per la verità maturata nelle redazioni di grandi e prestigiosi quotidiani italiani. Fautore della necessità di costruire un nuovo modo di informare, contraddistinto dal rispetto della deontologia e della competenza specialistica, ha avviato un profondo processo di rinnovamento della professione giornalistica, legando le moderne esigenze di formazione all'università. Nella sua funzione di esponente della categoria, scrive di temi giuridici connessi al diritto di cronaca, del lavoro e della privacy. Docente di diritto dell'informazione all'Università Iulm di Milano, insegna anche Storia del giornalismo presso l'Università degli studi di Milano Bicocca. All'artefice di tante battaglie per la libertà di stampa e di informazione, il Centro Pio Manzù è onorato di conferire la medaglia della Camera dei Deputati".


 


Premio Brianza 21 settembre 2004 (X edizione) - Premio alla carriera “ Carlo De Martino alla memoria ” a Franco Abruzzo con la seguente motivazione: “Presidente da 15 anni (il mandato gli è stato rinnovato per la settima volta nel maggio scorso) dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, al di là del suo rilevante curriculum professionale, si è rivelato nel suo incarico strenuo difensore della libertà e del ruolo democratico della categoria, rigoroso custode dell'etica e della deontologia giornalistica, valente docente e fautore al contempo di una preparazione sempre più qualificata e di un più favorevole accesso delle giovani generazioni alla professione. Degno erede e successore del grande Carlo De Martino a cui è intitolato il premio”.


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Premio Isimbardi - Giornata della  Riconoscenza  2005 - Milano, Palazzo Isimbardi, 19 dicembre 2005. Dal 1953 la Provincia organizza la "Giornata della Riconoscenza" per conferire un riconoscimento a cittadini e associazioni del mondo culturale, sociale, artistico, economico, sportivo, legati al territorio del milanese e che si siano distinti nella propria attività a favore delle comunità. Dal 1999 al riconoscimento provinciale, che consiste in una medaglia d'oro e un diploma con la motivazione è stato attribuita la denominazione di "PREMIO ISIMBARDI":


 FRANCO ABRUZZO. NATO NEL ‘39, LAUREATO IN SCIENZE POLITICHE, HA INIZIATO LA PROFESSIONE DI GIORNALISTA NEL ’59 PRESSO LE REDAZIONI CALABRESI DEI QUOTIDIANI “IL TEMPO” E IL“GIORNALE D'ITALIA” PER POI TRASFERIRSI A MILANO. HA LAVORATO A "IL GIORNO" E A "IL SOLE 24 ORE”. COFONDATORE DELLA COMPONENTE SINDACALE DI “STAMPA DEMOCRATICA” E DIRETTORE DI "TABLOID” DALL ‘89 AL ‘91 È STATO PRESIDENTE DELL'ASSOCIAZIONE "WALTER TOBAGI" PER LA FORMAZIONE AL GIORNALISMO. AUTORE DI NUMEROSI LIBRI E DOCENTE PRESSO DIVERSE UNIVERSITA’, DALL‘89 È PRESIDENTE DELL'ORDINE DEI GIORNALISTI DELLA LOMBARDIA. HA AVVIATO UNA INTRANSIGENTE BATTAGLIA A FAVORE DEL RINNOVAMENTO DELLA PROFESSIONE GIORNALISTICA E IN DIFESA DEI PRINCIPI DELLA DEONTOLOGIA, DELL'INDIPENDENZA E DELLA LIBERTÀ DI CRONACA E DI CRITICA. HA SOSTENUTO IL FORTE LEGAME DELLA PROFESSIONE GIORNALISTICA CON LE UNIVERSITÀ E LE SCUOLE RICONOSCIUTE DALL'ORDINE. HA INDIRIZZATO L'AZIONE CONCRETA DELL'ORDINE DELLA LOMBARDIA VERSO LA DIFESA DELLA TUTELA DELLA DIGNITÀ DELLA PERSONA, LA PUNTUALE APPLICAZIONE DEI CANONI DEONTOLOGICI E IL RISPETTO DELLE REGOLE CONTRATTUALI NELLE REDAZIONI.


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“Premio Cinque stelle per il giornalismo” – Milano Marittima 25 aprile 2006 - A Franco Abruzzo, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, è toccato il Premio alla deontologia giornalistica con questa motivazione: “Come giornalista de “Il Giorno” e de “Il  Sole 24 Ore” si è particolarmente distinto per un uso corretto e scrupoloso delle fonti e per un approfondimento non comune di temi scottanti per il futuro nazionale. Come presidente dei giornalisti della Lombardia ha dato un contributo decisivo in tutte le battaglie per il riconoscimento della dignità della professione giornalistica e per la valorizzazione dei principi deontologici”.


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Premio “Telesio” - Cosenza 13 maggio 2006 - II presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, Franco Abruzzo, è il vincitore dell'edizione 2006 del  Premio «Telesio», che il Rotary Club assegna ogni anno a personalità calabresi che si sono affermate nel mondo dell'arte, della scienza, della cultura, delle professioni e della ricerca scientifica. II premio è stato istituito nell'anno 1976/77. Franco Abruzzo ha ricevuto il riconoscimento nel corso di una manifestazione, che si è svolta oggi pomeriggio nella sala congressi dell'hotel Executive a Quattromiglia di Rende. La manifestazione è stata aperta da una relazione del presidente del Rotary Club cosentino, Antonio Iorio. Lo scrittore Coriolano Martirano ha illustrato i controversi rapporti tra Chiesa e Rotary: «Chiesa e Rotary: dallo scontro l'incontro». La manifestazione si è conclusa con una relazione di Franco Abruzzo, che ha parlato sul tema « I giornalisti del terzo millennio tra Costituzione, università e deontologia». Vi è una motivazione profonda nella scelta del nome del Premio: Bernardino Telesio è ricordato come il filosofo della libertà, che ha restituito dignità all'uomo, rendendolo artefice del proprio destino. Il Premio consiste in una statuetta in bronzo raffigurante il famoso filosofo cosentino splendidamente modellata dal compianto artista ed indimenticato rotariano, Cesare Baccelli. Dal 1976 ad oggi il Premio è stato assegnato, con cadenza biennale, a personaggi di chiara fama, quali: il pro£ Giuseppe AULETTA, giurista, cattedratico di diritto commerciale, Accademico dei Lincei; il prof. Francesco VALENTINI, cattedratico di filosofia all'Università di Roma; il prof. Carlo PERRIS, cattedratico di neuropsichiatria all'università di Stoccolma; l'on. Giacomo MANCINI, politico meridionalista; il prof. Carlo BARCA, cattedratico di clinica oculistica; il pro£ Aldo BRANCATI, cattedratico di Fisiologia umana, Rettore della III Università di Roma; il prof. Luigi GULLO, giurista, cattedratico di diritto penale, presidente dell'Accademia Cosentína; il prof Luigi AMANTEA, cattedratico di chirurgia; il prof. Rocco DOCIMO, cattedratico di Clinica Chirurgica; 1'ing. Antonio RODOTA', direttore generale dell'Agenzia Spaziale europea con sede a. Parigi; il pro£ Aldo TURCHIARO, pittore; il prof. Beniamino QUINTIERI, Presidente dell'Istituto per il Commercio Estero.


 


Unione cronisti lombardi - “Premio Guido Vergani 2008” - Il Premio “Vita di Cronista” assegnato a FRANCO ABRUZZO -  Le sue e-mail arrivano come un fiume in piena, a ogni ora del giorno e anche della notte, suscitando ora approvazioni ora arrabbiature, comunque, tenendo sempre caldi i motori del dibattito sul mondo del giornalismo. Che lo si voglia o no, le sue informazioni on line per i giornalisti lombardi sono un sollecito a non disinteressarsi di una professione bellissima eppure sempre più controversa. Ma Franco Abruzzo è stato soprattutto un cronista. In un'epoca in cui le notizie si trovavano scarpinando e senza l'incubo di violare la privacy di nessuno i suoi articoli erano costruiti con la stessa dovizia di particolari e lo stesso puntiglio che i colleghi più giovani hanno conosciuto attraverso la lunga presidenza dell'Ordine e poi con l'inesauribile vis polemica dei messaggi come "difensore civico dei giornalisti".




Il 16 aprile 2015 ha ricevuto a Milano dall’Associazione Eticasempre il Premio “Per l’integrità personale e l’etica professionale”. E poi, il 6 giugno successivo a Cassano Ionio (Cs) il Premio (alla carriera) Troccoli Magna Graecia.





A FRANCO ABRUZZO IL PREMIO GIORNALISTICO INTERNAZIONALE “ARGIL: UOMO EUROPEO” (SESTA EDIZIONE 2015). - Roma, 11 dicembre 2015. La cerimonia dei vincitori del Premio giornalistico internazionale “Argil: uomo europeo” (Sesta edizione 2015) si è svolta oggi  nella cornice suggestiva  e significativa  dello “Spazio Europa”, gestito dall’Ufficio d’informazione in Italia del Parlamento europeo e dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea in via IV Novembre 149 in Roma. QUESTA LA MOTIVAZIONE  DEL RICONOSCIMENTO DATO A FRANCO ABRUZZO PER IL WEB: "Franco Abruzzo è il talento. Delle norme, della deontoloqia, dell'insegnamento.  E' il  giornalista  dell'eccellente carriera tradizionale che si sta dedicando da decenni a una specializzazione di servizio. Con una competenza straordinaria e con una passione che non  lascia neanche immaginare, ai  colleghi che seguono il suo notiziario quotidiano, il segnale di una stanchezza, il desiderio di una pausa. Non ha paura delle polemiche e le affronta. E se qualche volta prende così parte alle cose da mostrarsi avversario per tanti colleghi, che non capiscono o non condividono le sue ragioni, la sua autorevolezza non può che farcelo vedere sempre come un amico. Un amico della nostra professione. Un amico prezioso a cui oggi diciamo grazie. Roma 11 dicembre 2015".



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GIORNALISTA-GIURISTA E   CALABRESE “TOSTO”.  Franco Abruzzo il 28 marzo riceverà la medaglia d’oro per i 50 anni di Albo e si racconta. Da Cosenza a Milano, un viaggio di 50 anni fa. L’amore per Milano, il rapporto con la Calabria. Cronista d’assalto, Il sindacato, Walter Tobagi, per 18 anni presidente dell’Ordine di Milano, i lunghi anni a Il Giorno e al Sole 24 Ore. La visione di un giornalismo di battaglia e di controllore dei poteri. Aver dimenticato il ruolo di “guardiano” ha determinato le pesanti difficoltà odierne dei giornali. “La stampa è un potere? No, è l’occhio dei cittadini sui palazzi della politica, dell’economia e della finanza; sulla società civile e sui fatti della vita. Il sonno dei giornali ha partorito la crisi di oggi. E i lettori hanno girato le spalle alle edicole”.


di Romano Pitaro - 27/3/2013 in www.calabriaonweb.it


Il tuo profilo attuale: cosa fai oggi;  come ti vedi e come ti definisci; dove vivi;  la tua famiglia; le tue relazioni attuali,  professionali e umane, più significative.


Ho lasciato “Il Sole 24 Ore” il 1° marzo 2001 dopo 18 anni di lavoro (come caposervizio Interni, viceredattorecapo e segretario di redazione, redattorecapo centrale). Non è facile per tanti andare in pensione soprattutto se non si ha un progetto di vita. Ho lasciato la presidenza dell’Ordine dei Giornalisti di Milano il 7 giugno 2007 dopo 18 anni e 22 giorni. Ho sempre pensato allo sbocco universitario nelle due materie che amo: storia del giornalismo  e diritto dell’informazione.  Dal 2001 e fino al 2011  sono stato  docente a contratto prima di Storia del giornalismo e poi di Diritto dell’informazione presso l’Università degli Studi di  Milano Bicocca e presso l’Università Iulm di Milano. Insegno Diritto in diversi altri  corsi e master. Curo il mio sito personale “Errore. Riferimento a collegamento ipertestuale non valido.), curo anche un notiziario giornaliero che via internet spedisco a 64mila giornalisti, avvocati, magistrati, docenti universitari. Tratto  e approfondisco argomenti legati al mondo dei media. Pubblico in riviste giuridiche online, qualche volta  mi capita di essere ospitato in riviste giuridiche di grande livello.


 Giurista prestato al giornalismo” - Il lavoro non mi manca: incomincio la mattina e tiro tardi. Anche se mi concedo intervelli dedicati alle passeggiate tra Sesto San Giovanni (dove vivo dal 1967) e Milano (dove ho lavorato e dove continuo ad agire). Qualcuno mi ha definito “un  giurista prestato al giornalismo”. La frase mi lusinga e mi onora. In un convegno di Catania, dedicato ai rapporti tra giornalismo e giustizia,  ho parlato  per  50/60 minuti e alla fine il presidente del Consiglio nazionale forense, Nicola Buccico, scherzando proposte al convegno di considerarmi iscritto a titolo d’onore nell’Albo degli avvocati. Avevo difeso con passione il ruolo della professione di giornalista, professione di libertà, ancorata alla nostra magnifica e splendida Costituzione, citando a memoria un groviglio di norme, fatto che aveva impressionato la platea soprattutto quando Buccico precisò che ero un giornalista, non un avvocato. .


“Quando frequentavo le medie a Cosenza” - Ho detto che vivo a Sesto, una città simbolo, alla quale mi lega un ricordo vecchio di oltre 60 anni. Quando frequentavo le medie di via Rivocati nella Cosenza dei primissimi anni 50, leggevo tanti giornali, che mio papà, Vincenzo, cassiere locale della direzione provinciale delle Poste, mi procurava.  Il ricordo è questo: mi aveva colpito un titolo del “Corriere della sera” che suonava più o meno così: “Sesto la Stalingrado d’Italia”. Il Pci ne era il primo partito con il 55/60% dei voti. E io avevo chiesto  a mio padre ingenuamente il perché del paragone con Stalingrado. La risposta fu netta. “A Sesto sono tutti comunisti stalinisti”.  Senza volerlo, mio papà ha deciso il destino del figlio, che si innamorò del giornalismo tanto da farne la scelta della propria vita e da sopportare l’emigrazione da Cosenza a  Milano nel febbraio del 1962. la scelta dell’emigrazione fu naturale, non fu un peso: l’emigrazione per i calabresi è un dato familiare. Mio nonno materno, Salvatore De Bonis, di Luzzi,  aveva attraversato l’Oceano due volte, nel 1906 e nel 1908, diretto a Filadelfia, dove vivevano  nostri parenti, i Berlingieri di Luzzi, che ancora sono in quella metropoli anche se oggi i discendenti portano nomi polacchi come ha accertato mia figlia Vittoria, che, giovanissima liceale e universitaria, ha studiato negli Stati Uniti con la sorella, Anna  Maria. Nella storia della mia famiglia si riassume l’evoluzione economica e sociale della nostra Patria. Mia nonno ha conosciuto gli Stati Uniti da emigrante, le sue pronipoti da studentesse munite di carta di credito. Una parabola inimmaginabile per il bracciate Salvatore De Bonis. Bacciante con senso di Patria. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, tornò  in Italia “per difendere casa sua”. Ferito sul Piave, morirà nove anni dopo. Aveva appena 45 anni, era del 1882. Aveva frequentato le prime tre classi delle elementari e, come mi raccontò mia mamma,Vittoria, aveva letto il “Cuore”, il libro che aveva dato una coscienza italiana anche ai braccianti meridionali come agli operai del Nord.


“Nel vallone del Rovito è nata la mia coscienza nazionale” - Parlo di queste storie, perché hanno pesato nella mia formazione. Negli anni cosentini, abitavo allo Spirito Santo, in via Petrarca 22. I miei maestri,  donna Raffaella Barca (prima e  seconda elementare) e Domenico Anselmo (III, IV e V) erano soliti portarci nel  Vallone di Rovito, dove nel 1844 erano stati fucilati i fratelli Emilio e Attilio Bandiera e altri 11 giovani calabresi. Morti per una Patria che ancora non  c’era e che era viva solo nella testa  e nel cuore di Giuseppe Mazzini. In quel Vallone di Rovito è nata la mia coscienza nazionale. Dico questo con emozione antica, ma ancora oggi sempre forte e  sentita.


 “L’incontro con Tobagi decisivo per la mia vita” - Il destino ha voluto che finissi a Sesto nel 1965-67 per una decisione del direttore del “Giorno”, Italo Pietra. Lavoravo alle pagine della provincia. Dovevo presidiare l’area  che coincideva con quella del Tribunale di  Monza, il quarto tribunale italiano per intensità di “affari” trattati.  Il lavoro nero nei giornali era di moda, anche se circoscritto, perché i giornali si presentavano con 24 pagine e con l’aggiunta delle pagine  locali, due.  Il praticantato tardava ad arrivare. Mi rivolsi, dopo uno scontro con Pietra, all’Ordine e fui iscritto al Registro. Non sapevo di aver stabilito un primato, quello di primo praticante d’ufficio della storia giornalistica italiana. Poi, da presidente dell’Ordine, nei primi anni 90, credo di aver favorito l’accesso alla professione di almeno 3/4mila “sfruttati”. Il principio dell’uguaglianza, unito a quelli della solidarietà e della libertà, ha sempre animato le  mie battaglie politiche  e la mia scelta di spendermi nel sindacato, l’Associazione lombarda dei Giornalisti, dove ho incontrato una persona di livello immenso, Walter Tobagi, un sodalizio durato (purtroppo) meno di 4 anni, tra il 1976 e il 1980, quando   Walter fu ucciso dalle Brigate rosse. L’incontro con Tobagi è stato decisivo per la mia vita: non potevi stargli al fianco e discutere con lui se non avevi maturato una buona preparazione in vari campi. La sua preparazione sofisticata nel campo  dei fenomeni sociali e del movimento sindacale – esemplare è la sua  “Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia” (Sugar Editore, Milano 1970) – lo avevano portato a comprendere, con anticipo su tutti,  che i terroristi rossi non erano “fascisti” o “compagni che sbagliavano”. Venivano dalle fabbriche, erano militanti dei gruppuscoli extraparlamentari dell’ultrasinistra o anche ex-iscritti al Pci. Lo ha documentato Aldo Forbice (Testimone scomodo – Walter Tobagi-Scritti scelti 1975-80, Franco Angeli, Milano 1989), pubblicando 28 articoli di Tobagi sul lavoro, sull’economia e sul sindacato, e altri 42 sugli anni di piombo, compreso quello famoso dal titolo “Non sono samurai invincibili” (20 aprile 1980). Le Br sono sconfitte dopo la eliminazione della colonna “imprendibile” di Genova: “A voler essere realisti – scrive Tobagi – si deve dire che il tentativo di conquistare l’egemonia nelle fabbriche è fallito. I terroristi risultano isolati dal resto della classe operaia”. Ha annotato ancora Tobagi in quell’articolo: “La fabbrica era diventata il centro di uno scontro sociale che poi ha trasferito i suoi effetti nella società, nei rapporti politici. I brigatisti hanno cercato di inserirsi in questo processo, in parte raccogliendo il consenso delle avanguardie più intransigenti”. Un’analisi lucida che apre gli occhi anche a chi voleva tenerli chiusi a tutti i costi. Un’analisi che rispecchia il suo credo deontologico: “Poter capire e voler spiegare”.     


La stagione sconvolgente del terrorismo e “Stampa democratica”- Per chi, come me,  è stato vicino a Walter Tobagi nel sindacato negli anni durissimi, che vanno dal 1976 (anno in cui, con Massimo Fini, fummo eletti consiglieri dell’Associazione lombarda) al 1980, e che con lui ha vissuto la stagione sconvolgente del terrorismo, i ricordi sono tantissimi. C'è una pagina storica  che voglio rievocare, perché ci restituisce un'immagine cara di Walter. È una pagina che recupera la battaglia riformista intrapresa da un  gruppo sindacale nascente (“Stampa democratica”) per dare al sindacato dei giornalisti una struttura pluralista. La presenza di due vecchie correnti (Rinnovamento e Autonomia, una di sinistra e una di destra) non bastava e Tobagi lo aveva spiegato su “Giornalismo” (organo dell’Alg). Serviva in sostanza una nuova forza, che desse spazio a una tutela reale della professionalità  anche sotto il profilo economico (in quegli anni “Rinnovamento” aveva favorito una politica di rivendicazioni molto modeste e piatte, preferendo perseguire obiettivi politici). Tobagi scrive: “Se  il sindacato dei giornalisti vuole davvero diventare protagonista di una ripresa dell’editoria, di uno sviluppo (nei fatti, non nelle parole) del pluralismo informativo, è evidente che si impongono scelte coraggiose. Perché i giornalisti sindacalisti devono recitare la parte dei “piccoli politici”, ognuno coi suoi amici influenti, coi consiglieri saldamente installati nel “Palazzo”, e via rattristando? Perché non cerchiamo di rilanciare la sfida (sarà un’utopia, ma anche le utopie servono) per un sindacalismo giornalistico serio, indipendente, meno parole e più comportamenti concreti e conseguenti, che punti a diventare il motore di un nuovo sviluppo dell’editoria, privata e pubblica, di questo paese? Questa è la sfida del prossimo congresso. E’ una sfida diversa, profondamente diversa rispetto al passato. E ciò spiega, al di là dei fattacci avvenuti a giugno, perché le vecchie etichette e l’antica divisione in due correnti (Rinnovamento e Autonomia) siano un’eredità del passato. Cambiano i problemi, è inevitabile che cambino gli schieramenti e gli strumenti dell’azione sindacale. Con l’auspicio e la fiducia  che non ci sia spazio, nei nuovi raggruppamenti, né per messi dei potentati economici,  né per inviati speciali dei partiti”.


Quando Walter Tobagi parlò fino all’alba - La prima uscita di Walter  Tobagi leader del nuovo raggruppamento sindacale avviene a Pescara, tra il 22 e il 29 ottobre 1978. È in corso il congresso della Federazione nazionale della stampa italiana. I delegati lombardi si riuniscono per designare coloro che entreranno a far parte del Consiglio nazionale della Fnsi. La maggioranza ha già scelto i suoi uomini. Walter parla come presidente dell'Associazione lombarda dei giornalisti, carica alla quale è stato eletto il 14 settembre precedente dopo la spaccatura avvenuta nella corrente maggioritaria di sinistra di "Rinnovamento". Le frange più accese di “Rinnovamento” nel maggio/giugno  di quell’anno avevano messo in discussione la presenza tra i candidati al Congresso di giornalisti di area riformista cattolico-socialista come lo stesso Tobagi. Vinsero gli intolleranti: Tobagi e  altri 12 colleghi (tra i quali io) delle sue idee vengono depennati dalla lista “unitaria”. Al congresso di  Pescara Walter è l'unico del suo gruppo (battezzato “terza tendenza”) che ha diritto di parola. Anche dentro "Rinnovamento" c'è una minoranza. A questa minoranza di "Rinnovamento" era stato negato il diritto di "esistere". Tobagi prese la parola e la tenne a lungo, per molte ore, la riunione terminò che era già alba. In quel tempo si parlava molto di democrazia, ma come sempre accade pochi ne conoscevano la storia. Walter tirò fuori un libricino scritto da Francesco ed Edoardo Ruffini, "Il principio maggioritario". Pubblicato nel 1927 in pieno regime fascista e da due dei pochissimi professori universitari di orientamento liberale che rifiutarono di giurare fedeltà al regime, questo saggio traccia un profilo storico di due nozioni centrali della democrazia: l'elezione a maggioranza e il dissenso. Tobagi ricordò, con le parole dei Ruffini, che il "principio maggioritario" e il dissenso costituiscono i principali problemi di ogni democrazia e che quei problemi erano tuttora aperti. Il principio maggioritario è "naturale e ovvio", ma "la comunissima regola, per cui in una collettività debba prevalere quello che vogliono i più e non quello che vogliono i meno, racchiude uno dei più singolari problemi che abbiano affaticato la mente umana". L'idea di proteggere le minoranze, cioè coloro che manifestano dissenso rispetto ai più, è "frutto di un movimento che va al di là della stessa Rivoluzione francese e che ci riporta alla costituzione delle colonie inglesi d'America". Il discorso provocò il ribaltamento delle nomine decise a tavolino.


Il metodo proporzionale nelle strutture sindacali - Walter Tobagi, però, colse il successo più clamoroso, quando chiese al Congresso l'introduzione del sistema proporzionale nelle strutture regionali del sindacato. Questa proposta completava il discorso fatto davanti ai delegati lombardi sulla protezione delle minoranze: il metodo proporzionale garantiva la rappresentanza alle varie componenti, favorendo la nascita di un “sindacato aperto a tutti, senza padrini”. La proposta passò. Finiva la stagione dei listoni ultramaggioritari ed eterogenei "in cui tutti confluiscono per avere qualche posto, ma che eliminano qualsiasi possibilità di dibattito effettivo alla luce del sole". La svolta di Pescara "sta proprio in questo modello di sindacato nuovo, più forte perché più democratico, che tutti insieme dovremo cercare di costruire".  Apparve anacronistica e incomprensibile  la posizione del segretario della Fnsi, Luciano Ceschia, sulla equidistanza del sindacato dei giornalisti italiani tra le organizzazioni internazionali della stampa che avevano sede a Parigi e a Praga. Non si poteva essere equidistanti tra una città simbolo di libertà e una città oppressa da una dittatura comunista,  occupata e violentata dalle truppe sovietiche d’invasione. La battaglia in difesa dei valori liberali e democratici in una epoca in cui quei valori sembravano perdenti nella società italiana non era un espediente politico, ma era qualcosa di ben radicato, era una visione che si collegava a uno dei pilastri portanti della Costituzione, la matrice liberal-democratica della Carta fondamentale.


Mario Borsa: maestro di giornalismo di scuola liberale - Walter Tobagi era stato eletto presidente del sindacato regionale, l'Associazione lombarda dei Giornalisti, la sera del 14 settembre 1978 e dopo la elezione, nel discorso di accettazione, aveva detto: "Voglio aggiungere, ed anche questa non vuole essere una frase vuotamente retorica, che accetto questo incarico per spirito di servizio e di dovere morale e ideale verso la categoria e verso le idee che personalmente, insieme con molti colleghi, ho manifestato in tante occasioni. Non vorrei fare un richiamo retorico al passato, ma se c’è il nome di un collega al quale penso idealmente in questo momento per l'esperienza che ha vissuto, per l'impegno che ha profuso in certi momenti anche nel sindacalismo giornalistico, questo giornalista è Mario Borsa e vorrei ricordarlo in questo momento".


“Borsa e il mio corso di storia del giornalismo” -  A Mario Borsa, grande maestro di giornalismo, di scuola liberale, liberale alla inglese o radicale alla francese, direttore del "Corriere della Sera" dall'aprile del 1945 all'agosto del 1946, Walter Tobagi aveva dedicato un saggio sul numero del luglio-settembre 1976 del trimestrale "Problemi dell'informazione". Mario Borsa era per Walter il modello ideale di giornalista e non era un fatto occasionale averne ricordato pubblicamente il nome la sera del 14 settembre 1978. Anche Borsa aveva difeso il sindacato dei giornalisti, l'Associazione lombarda dei giornalisti, in una stagione declinante delle libertà civili, nel 1924, quando la morsa del fascismo cominciava a diventare soffocante. Anche in quell'autunno del '78 il clima politico e sindacale era pesante.  I maestri di Walter, i Ruffini e Borsa, divennero i maestri miei e di quanti frequentavano il nostro gruppo. Lo sono ancora oggi. Borsa è ben presente nel mio corso di Storia del giornalismo.


“Io, Tobagi, Leo Valiani  e l’assassinio di Emilio Alessandrini…”  C’è una pagina amarissima, che mi lega a Walter. Risale 29 gennaio 1979. Quella mattina i killer di Prima Linea avevano ucciso in Milano il sostituto procuratore Emilio Alessandrini. La sera ricevo una telefonata dal procuratore capo della Repubblica, Mauro Gresti con un invito perentorio: “Venga subito da me”. Lavoravo al Palazzo di Giustizia da 7 anni come cronista di punta del ”Giorno” (mi occupavo di terrorismo, mafia a Milano, crack Sindona). Gresti mi riceve subito. L’esordio è secco: “Oggi abbiamo tenuto una riunione in  Prefettura e abbiamo deciso di  avvertire coloro che sono in pericolo di vita. Lei,  con  Leo  Valiani e Walter Tobagi, è tra questi. Leo Valiani vive da clandestino come nel periodo 1943/1945. Lei domani mattina alle 8 mi porti qui Tobagi. Sappiamo che è molto amico di Tobagi”. Raggiungo in fretta la sede del giornale. Chiamo subito Walter,  ero nella Giunta della “Lombarda”, avevo una certa familiarità con lui. Gli racconto le parole di Gresti e mi chiede: “hai paura?”. Rispondo che non  mi va di fare l’eroe e che   ero emigrato per lavorare. Ho la voce incrinata. Penso a mia moglie e alle mie bambine, alle quali non racconto nulla per non allarmarle. La mattina successiva siamo da Gresti, il quale subito dice che non ha uomini per garantirci la scorta. E’ presente un colonnello dell’Arma il quale spiccica poche parole: “Quelli sparano tra le 8 e le 8.30. Vi conviene uscire di casa dopo le 9”.


Quando dissi no a “Repubblica” per rimanere al “Giorno” - Il direttore del “Giorno”, Gaetano Afeltra, mi allontana dalla cronaca giudiziaria e mi  destina, ero caposervizio, al “Politico” (la redazione che si occupava di politica interna e di politica estera), poi “Ai fatti della vita” (la redazione che si occupava della cronaca nazionale). Continuo a far parte del  CdR fino al 1983, quando Gianni Locatelli mi chiama al “Sole 24Ore”. Nel 1975 ero stato assunto da Eugenio Scalfari per far parte della squadra di  “Repubblica”. Avevo firmato, poi, però, ero rimasto al “Giorno” al quale ero attaccato visceralmente. Era salito da Cosenza a Milano proprio con l’obiettivo di lavorare al “Giorno”, il  quotidiano più moderno d’Italia, e c’ero riuscito con tanta fatica.


Il fallimento del banchiere siciliano Sindona e il mio passaggio al Sole 24 Ore - C’è un episodio della mia vita di cronista che voglio ricordare. Riguarda il fallimento (28 settembre 1974) del  banchiere siciliano  Michele Sindona. Scoprii  che era in atto una manovra per far saltare l’insolvenza delle banche  che facevano capo al finanziere.  Se saltava l’insolvenza, saltava anche il processo penale. Chiesi pubblicamente, sulle pagine del Giorno, che il procuratore generale, Salvatore Paulesu (parente di Gramsci), si costituisse nel giudizio civile d’appello “nell’interesse della Nazione”, Il Codice civile consentiva questa iniziativa,. Il crac Sindona aveva procurato un buco all’Italia di oltre 2mila miliardi di lire,  buco coperto da un prestito tedesco garantito con l’oro della Banca d’Italia. La manovra non passò. L’insolvenza fu confermata. Gli avvocati di Sindona  cercarono di mettermi in  cattiva luce con il mio amministratore, Gaetano Greco Naccarato,  calabrese di Castrovillari, milanese da 50 anni, che avevo conosciuto nei primi anni 60 e che mi aveva presentato a  Emilio Granzotto per una assunzione a “Oggi”, che da settimanale doveva diventare  quotidiano. Era il febbraio del 1962. Il vecchio editore Angelo Rizzoli rinunciò poi  al progetto. Greco Naccarato con affetto mi disse che nella polemica avevo forse esagerato in intransigenza. Risposi che “Il Giorno” viveva con i quattrini degli  italiani, che il Parlamento ogni anno dava all’Eni,  il nostro editore, sotto forma di fondi di dotazione. Stavo con la Repubblica e con i carabinieri. Una risposta la mia un po’ secca. Che  gelò don Gaetano, persona specchiatissima e riflessiva. Allora ero il membro più influente del Cdr. Portavo avanti una linea che puntava a far rimanere “Il Giorno” nell’area pubblica. La contrapposizione Eni-Confindustria era stata archiviata. Quella linea era perdente. L’Eni non  ci dava i mezzi per far concorrenza  al Corriere della Sera. E cominciò il declino del Giorno, determinato anche dall’uscita del Giornale di Montanelli e dalla Repubblica di Scalfari. Quando ho capito come stavano le cose, ho accettato l’offerta di Gianni  Locatelli, direttore del Sole 24 Ore”.  Era il novembre 1983.


“Cronista minacciato da Luciano Liggio” -  Un altro episodio, che mi ha sconvolto risale all’epoca del processo a Luciano Liggio, il capomafia che aveva organizzato diversi sequestri di persona (Torielli, Montelera) nel  Nord Italia. A una domanda del presidente del Tribunale, Salvini, Liggio rispose che quei particolari li aveva scritti “il segretario del Pm” e mi indicò con il dito. In quel momento era a fianco del pm, Giovanni  Caizzi. Il processo fu interrotto per un  po’ di ore. La vicenda ebbe una larga eco sui Tg e nei giornali (“Cronista minacciato da Liggio”). Qualche giorno prima mi era stata rubata l’auto, una Giulia 1300, nel garage di casa, poi un  nostro tipografo era stato bloccato in una via di Trezzano e un tizio dal forte accento siciliano gli aveva detto: “Dite ad Abruzzo che gli spezziamo le gambe”. Risultato: fui allontanato dal  Palazzo di  Giustizia per ragioni di sicurezza per un periodo di tre mesi. Insomma la mia tra terrrorismo e mafia era diventata una vita pericolosa. Nell’aula del processo Liggio, dopo il furto dell’auto, Nello Pernice, spalla di Liggio, sorrideva e faceva  battute indicandomi: “Certo, senza auto, è duro andare in giro”.  Anche don Coppola sorrideva, mi puntava gli occhi e diceva: “Sono pulito come l’acqua della Sila”. Lo avevo battezzato: “Il parroco della mafia”.


Le tue battaglie più importanti per la difesa dei giornalisti e del diritto all’informazione durante i 18 anni di presidenza dell’Ordine lombardo (compresi i ricordi anche umani  più significativi). - L’Ordine ha la forza delle delibere e ha una potenzialità enorme in tema di garante dei diritti dei giornalisti. Ho puntato subito sulla difesa dei più deboli, gli sfruttati, i  giornalisti senza diritti, ma ho anche avviato la battaglia per la formazione dei giornalisti in Università. Ho promosso il potenziamento dell’Istituto “Carlo de Martino” per la Formazione al giornalismo, la nostra scuola di giornalismo che ha preparato in 30 anni ben 682 giornalisti professionisti; ho sviluppato interventi nel campo della tutela delle regole deontologiche (soprattutto nel comparto della commistione pubblicità-informazione, il cancro dei giornali), ho fatto del mensile “Tabloid” il giornale della identità professionale (dando peso alle ricerche storiche, allo studio del contratto e dei temi previdenziali, agli argomenti legati alla professione e all’attualità dei media).  Per il presidente emerito della Corte costituzionale, Giuliano Vassalli, “Tabloid era il più bel periodico di una professione intellettuale” , elogio pubblico fatto nella Università di Milano Bicocca presenti docenti e giuristi. Conservo tante lettere. Giro per convegni da Gorizia a Bari, da Roma, a Genova: trovo sempre giornalisti ex allievi dell’Ifg o miei ex praticanti d’ufficio, che mi fanno festa. Con diversi colleghi ho rapporti forti anche a distanza di anni. Noi vecchi del grande “Giorno” siamo come i reduci, quando ci troviamo  volano abbracci e baci.


Le tue opinioni sul mondo dell’informazione oggi:  rischi e pericoli (indicando, se possibile, casi concreti con un’attenzione, anche, al mondo dell’informazione meridionale) - Oggi il problema centrale  è quello della difesa della professione di giornalista, che gli editori vogliono distruggere. Gli editori vogliono assemblare i materiali presenti nella rete utilizzando giovani precari e affidare la parte nobile, i commenti, a persone di fiducia (ambasciatori e professori universitari).  Un nucleo di giornalisti professionisti molto qualificato provvede, invece, alla creazione, all’assemblaggio e alla fattura del giornale. Questo disegno va contrastato con energia e determinazione. Bisogna difendere il ruolo storico del giornalista, mediatore intellettuale tra i fatti e la gente, e  battersi perché chi ha  interessi privati in altri settori non possieda giornali. La prima contromossa è l’approvazione  di una legge sullo Statuto dell’impresa editoriale, che separi proprietà azionarie e redazioni. La varietà delle opinioni sulle pagine dei giornali deve garantire il traguardo dell’obiettività minima, che si sostanzia anche nella pubblicazione di tutte le versioni circolanti su un determinato evento e di opinioni dissonanti rispetto alla linea del giornale. Il pluralismo è un valore da coltivare. “La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati” afferma solennemente la Costituzione europea. Un principio, che va costruito e implementato a livello continentale. Sarebbe ottima, come negli Usa, separare il giornale che racconta i fatti e li  spiega dalle pagine dedicate ai commenti, pagine che dovrebbero avere un direttore diverso da quello della pagine dei fatti. Lo Stato potrebbe limitarsi a finanziare due pagine al giorno in ogni giornale dedicate al contributo libero dei lettori da affidare al direttore delle pagine dei commenti. Questa è una vecchia idea di un collega, Hermes Gagliardi, che non c’è più. Gagliardi parlava di un controdirettore al quale affidare le pagine aperte ai lettori. E’ ovvio che i giornali  non debbano avere il vincolo di accettare il contributo statale.


E’ urgente una norma antitrust per la libera dei giornalisti Il non collateralismo partitico e sindacale dovrà costituire il patrimonio comune di tutti i giornalisti. Non collateralismo vuol dire presa di distanza da ogni centro di potere esterno o interno al giornalismo professionale: valore questo da praticare concretamente. Bisogna battersi per introdurre una norma antitrust del tipo “chi ha interessi privati in altri settori non può possedere giornali”. Occorre, per legge, separare gli interessi non editoriali degli azionisti da quelli dell’informazione. L’anomalia italiana (a livello internazionale per quanto riguarda il mondo occidentale) è data dal Parlamento, che possiede tre reti tv e tre reti radiofoniche, e dagli editori di giornali e tv, che hanno interessi in altri campi (banche, auto, cemento, assicurazioni, costruzioni, cinema e politica, etc). Anche i grandi investitori pubblicitari condizionano i giornali: gli Stati Uniti insegnano qualcosa al riguardo. Devono essere sciolti i nodi dei conflitti di interesse, che non riguardano soltanto Silvio Berlusconi.


Le banche e le imprese editoriali - La presenza delle banche nel capitale delle imprese editoriali è una minaccia reale all’autonomia dei mass media. Se si passerà a un sostanziale regime liberalizzato, il ruolo delle banche nell’editoria rischia di diventare ancor più invasivo soprattutto in caso di crisi delle imprese, quando le banche prendono in mano le redini delle imprese in difficoltà. Un primo passo potrebbe esser quello di recepire nella legge in cantiere di riforma dell’editoria alcuni princìpi elaborati dalla dottrina e in sede sindacale La nuova legge dovrebbe affermare l’indipendenza delle pubblicazioni e dei giornalisti dal potere politico; l’indipendenza delle pubblicazioni e dei giornalisti da ogni gruppo di pressione; la separazione dell’informazione — larga e indipendente — dal commento. Una delle regole più importanti deve riguardare il direttore. L’editore non può legittimamente nominare un direttore se non sono stati prima consultati i giornalisti. Si tratta di un parere, quindi, preventivo e obbligatorio ancorché non vincolante. Contenere le anomalie editoriali italiane e l’influenza delle proprietà sui giornali deve figurare negli impegni del Parlamento, stante il valore fondamentale del giornalismo, che non sopporta censure o autorizzazioni, e il diritto dei cittadini a una informazione onesta e completa. La scommessa è il giornalismo indipendente: può ritrovare cittadinanza in Italia? L’alternativa pessima è il giornalismo schierato con i poteri della politica e dell’economia. In sostanza la libertà di informazione non è una variabile dipendente del mercato, ma è un principio e un diritto fondamentale della Costituzione repubblicana, che va sopraordinata alla proprietà dei giornali.


I giornali non sono veicoli di pubblicità spacciata per notizia - E’ necessario  che i giornalisti  si stringano attorno ai valori fondamentali della Costituzione, i valori di libertà, di dignità della persona, di giustizia, di solidarietà, di uguaglianza, di libertà di manifestazione del pensiero (che si sostanzia nell’esercizio libero e senza censure del diritto “insopprimibile” di cronaca, di informazione e di critica “limitato dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui”). La legalità deontologica è un valore da difendere contro chi pensa di ridurre i giornali a meri veicoli di pubblicità spacciata per notizia, di gossip, di foto raccapriccianti e/o impressionanti, di articoli elaborati incollando le agenzie di stampa. I giornalisti devono affermare e far valere il loro ruolo di mediatori intellettuali tra i fatti e i cittadini, non disposti a far battaglie per conto terzi (gli editori, gli azionisti e gli investitori pubblicitari). Le inchieste sui problemi sociali ed economici devono tornare nei giornali. Non è possibile che i giornali “buchino” sistematicamente i grandi scandali economico/finanziari e che gli stessi emergano soltanto dai Palazzi di Giustizia: all’informazione, invece, spetta anticipare i fatti. Oggi prevale la prudenza soprattutto per non scontentare gli azionisti.  E’ più opportuno giocare di rimessa, aspettando che le notizie escano dai Palazzi di Giustizia. Il conformismo spesso è una realtà amara.


La Costituzione in difesa della libertà di stampa - La Costituzione rimane l’unico baluardo a difesa della libera stampa contro  l’arroganza degli editori, che dal 2005 al 2009 hanno negato il rinnovo del contratto di lavoro e trattano da paria i freelance e i collaboratori. La libertà di impresa non significa: a)  concepire il mercato come un pollaio dove le volpi (=gli editori) possono fare quel che vogliono; b) stravolgere il lavoro intellettuale del giornalista con la sua utilizzazione contemporanea nelle redazioni (anche web) di quotidiani e periodici nonché nei telegiornali e nei radiogiornali. Va salvaguardata la specificità culturale e la professionalità di ogni giornalista.  Deve vincere l’Europa in tema di accesso alla professione, collegata strettamente all’Università e svincolata dal potere degli editori di “fare” i giornalisti. L’accesso deve essere esclusivamente affidato ai master universitari biennali riconosciuti dall’Ordine. 


“Banchieri giù le mani dai giornali” - Va avviato un grande dibattito in ogni parte della Nazione sui condizionamenti delle banche e della pubblicità  nella vita dei  giornali di carta, tv, radiofonici e web con l’obiettivo di proporre al Parlamento una organica riforma dell’editoria che faccia prevalere il diritto di cronaca e il diritto dei cittadini all’informazione sulle azioni dei proprietari dei giornali stessi. Gli slogan di questa battaglia altamente civile sono questi: “Banchieri, giù le mani dai giornali” e  “La pubblicità stia al suo posto e non sostituisca l’informazione”. Sviluppare una intensa campagna nei luoghi di lavoro, perché siano respinte certe offerte indebite di favori da parte di pr e aziende. Gli uffici marketing non devono interferire con il lavoro dei direttori e delle redazioni;


Difendere il ruolo degli inviati speciali - Un altro capitolo importante è la difesa del ruolo degli inviati speciali, cancellati come qualifica dal Contratto del 2001 per un errore imperdonabile della Fnsi. Attraverso la figura dell’inviato, i giornalisti devono difendere la specificità e l’originalità di ogni giornale inteso come opera collettiva dell’ingegno. No ai giornali copia e incolla, sì ai giornali costruiti dai giornalisti, che devono tornare a parlare con la gente nelle città e nei paesi della Penisola. Sì ai cronisti, che battono i marciapiedi e consumano le scarpe alla ricerca di notizie. E’ da  condannare la scelta degli editori di utilizzare le tecnologie informatiche come taglio dei costi. Bisogna chiedere organici delle cronache adeguati alla realtà complessa delle nostre città e dei nostri borghi nonché della nostra realtà sociale/economica e della nostra vita civile. Le inchieste sono state sostanzialmente abolite almeno negli ultimi 15 anni. Dobbiamo tornare a fare inchieste, che facciano male a qualcuno, soprattutto ai poteri forti (banche, grande industria, assicurazioni, mondo politico). I Palazzi non sono luoghi inviolabili! Questo discorso vale per il Nord e il Sud. A Catania è accaduto  che il giornale locale abbia pubblicato una lettera di Vincenzo Santapaola, figlio del boss Nitto, vincolato al regime del 41/bis, senza dire nulla sul “chi è”. Una caduta deontologica fortissima. Nelle nostre scuole di giornalismo, mi capita spesso di rispondere alla domanda: "Che si intende per giornalismo?". La risposta è "informazione critica legata all'attualità". Se l'articolo 2 della legge 69/1963 sancisce il "diritto insopprimibile dei giornalisti alla libertà di informazione e di critica", nondimeno esistono dei doveri che bisogna assolvere. L'obiettività non significa neutralità: il giornalista è un mediatore intellettuale tra i fatti e la pubblica opinione. Pertanto è tenuto a offrire una ricostruzione dei fatti e a inquadrare i protagonisti dei fatti. Nel caso specifico, quindi, era preciso dovere del quotidiano dire chi fosse il mittente della missiva. Non si poteva non riflettere su questa circostanza: Vincenzo Santapaola nella lettera non nomina mai il padre, tace sulla tragedia dell'assassinio della propria madre e implora di essere considerato come una "persona normale", un "uomo qualunque". Troppo. Impossibile. Non si discute il diritto e il potere del direttore de "La Sicilia" di pubblicare la lettera di Vincenzo Santapaola. Il problema è un altro: i lettori del quotidiano avevano e hanno il diritto di conoscere la biografia dell'estensore della lettera.  Non si tratta di un mittente insignificante della storia siciliana e italiana se ci si basa sul presupposto che la mafia sia ancora oggi, e drammaticamente, un problema irrisolto della nazione. I giornali sono e dovrebbero essere la coscienza vigile della comunità nella quale vivono e incidono. Quel quotidiano  è venuto meno ai suoi doveri di informare in maniera rigorosa, completa, e documentata la pubblica opinione, salvaguardando anche il diritto alla difesa di Vincenzo Santapaola. I diritti costituzionali vanno rispettati anche nei riguardi di imputati e condannati per gravi fatti nonché protagonisti di vicende sanguinose che hanno scosso la pubblica opinione e che hanno ferito la nostra Repubblica. Bisognava rispondere a una semplice domanda: "Chi è?".  Ho spiegato indirettamente la crisi odierna dei giornali: i giornali sono i cani di guardia dei poteri. Il guaio è che la gente li avverte come incorporati nei poteri e non come controllori degli stessi. E’ esplosa così la disaffezione. E le vendite sono crollate.


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Il tuo profilo umano e “calabrese”: da dove vieni;  la tua famiglia calabrese e i tuoi rapporti oggi con i calabresi;  perché sei andato via (sul viaggio con la Fiat  600 ci soffermeremo con più cura perché trovo che sia semplicemente epico);  le tue impressioni su Milano e i lombardi all’inizio della tua avventura  milanese;  cosa ha significato per te essere calabrese a Milano nei decenni scorsi. A quale direttore nel corso di una divergenza hai detto che sei tosto come lo sono i calabresi? chi sono stati i tuoi maestri o i tuoi punti di riferimento. Cosa pensi dei calabresi e della Calabria. La mia famiglia per parte di madre appartiene al mondo contadino (ricordo uno zio carabiniere, Pietro, fratello di mia mamma, morto giovanissimo per ferite di guerra,  e uno, Tommaso, alpino, gli “alpini del Sud pochi ma buoni”), mentre per parte di padre alla piccola borghesia impiegatizia e professionale (ho un bisnonno medico e farmacista in quel di Gasperina,  un cugino di mio papà  è stato prefetto della Repubblica, un altro generale medico dell’Esercito). Ho cugini medici, docenti, funzionari pubblici, avvocati.


Sono andato via dalla Calabria con una Fiat 600- Posso dire che sono andato via dalla Calabria in Fiat 600, appena comprata a rate (ovviamente). Mi sono fermato a Campotenese, al confine praticamente tra Calabria e Basilicata e quella sera ho riflettuto moto sulle pagine lette con avidità di  Giustino Fortunato. L’emigrazione è un destino delle genti del Sud. La mia Calabria poi era ed è, purtroppo, l’osso del Sud. Il mio pensiero andò  ai miei maestri del Liceo,  soprattutto ad Angelo  Mancuso, che insegnava storia con un metodo moderno, spiegando le idee-forza che avevano animato la società europea nel 600/700 e nell’800 risorgimentale per tanti popoli oppressi da  secoli. Non potevo dimenticare donna Raffaella Barca, la mia maestra di I e  II elementare, che mi aveva accolto, piccino, a casa sua, insegnandomi a scrivere a meno di 4 anni, eravamo nel 1943, con i tedeschi della divisione Goering in casa. Della guerra conservo ricordi brutti, la mia scuola occupata dagli sfollati nel secondo piano, le aule senza vetri o quasi, i cappotti ricavati dalla coperte americane, le gallette americane dal sapore forte. E poi le ore trascorse in oratorio con don Alfonso Sammarco, le ore trascorse alla biblioteca comunale in piazza Prefettura, la morte di mia madre quando avevo 16 anni.


I calabresi in Lombardia: viaggio di sola andata - “I calabresi in Lombardia”. Potrebbe essere il titolo di un libro dedicato a una storia lunga  almeno cinquant’anni. Da quando i calabresi, abbandonate le vie delle Americhe e dell’Europa continentale, hanno preferito orientarsi verso il Nord dell’Italia. Prima i contadini, poi i figli dei ceti medi, poi  gli intellettuali. E’ stato un viaggio senza ritorno, di sola andata. Racconto la mia vicenda, perché è emblematica. La vicenda di un ex studente liceale (”Liceo Telesio” di Cosenza) e precoce lettore de “Il Giorno” di Milano, il quotidiano più moderno dell’Italia di metà degli Anni 50, ma già con la vocazione del giornalista nella testa. Era “Il Giorno” di Enrico Mattei e di Gaetano Baldacci (e poi dal ’60 di Italo Pietra al quale mi toccherà, nel ’66, ricordare di essere un calabrese dalla testa di acciaio e di avere fiducia nella provvidenza di fronte al suo diniego del praticantato). E si sa che i calabresi hanno la testa dura, sanno anche sognare e qualcuno si scopre con gli anni anche oppositore sociale. Il professore di storia era martellante nelle sue tesi: “Ragazzi, Milano ha fatto l’Italia.  Se doveste decidere di andare via, puntate su Milano e basta. Milano vi renderà liberi”.  E così è stato. In effetti  Milano ha deciso nel bene e nel male dal ‘700 ad oggi tutte le svolte nazionali, dall’Illuminismo al Risorgimento, alla Grande Guerra, al Fascismo, alla  Resistenza, al  Centrosinistra, da Tangentopoli alla Lega Nord e  a Forza Italia.  Il sindacato operaio, come il movimento socialista,  è nato da queste parti. Lo stesso discorso riguarda i giornali. Da “Il Secolo” al “Corriere della Sera”, da “Il Giorno” al  “Giornale” di Indro Montanelli, a “Libero” di Vittorio Feltri. Qui sono le grandi case editrici.


Emigrare? “Un’opzione obbligatoria per realizzare un sogno” - Non sono stato il solo, tra i miei coetanei calabresi, a sognare di lavorare come giornalista a Milano. Posso citare Gino Morrone e  Salvatore Scarpino (Cesare Lanza  aveva bruciato tutti, ma  verso Genova). Posso dire che mi è andata bene. Ho lavorato a “Il  Giorno” (quotidiano sognato) di Italo Pietra, Gaetano Afeltra e Guglielmo Zucconi e poi a “Il Sole 24 Ore” di Gianni Locatelli, Salvatore Carrubba ed  Ernesto Auci. Mi ha assunto Eugenio Scalfari a “Repubblica”: era il luglio 1975, ma poi  ho preferito rimanere dov’ero. Quando sono sbarcato a Milano  nel ’62, avevo alle spalle le esperienze giornalistiche calabresi,  tre anni circa di cronaca nera/giudiziaria, bianca e sport, una esperienza modesta, che era, però, una scelta definitiva. Verso quel “mestiere” mi aveva spinto inconsapevolmente mio padre, che, lavorando alle Poste, mi procurava diversi giornali ogni giorno. Leggevo tutto avidamente. In verità c’era stata un’altra modesta esperienza al “Telesio”, dove, con alcuni coetanei, avevamo pubblicato due o tre numeri di un giornaletto scolastico. Cosenza, allora, offriva pochissimo sotto il profilo occupazionale. Emigrare era una opzione obbligatoria per realizzare un sogno. Potevo ritenermi fortunato perché la meta era italiana, Milano, mentre mio nonno materno, nel 1906, aveva cercato fortuna a Filadelfia, mentre altri parenti avevano preferito chi l’Argentina chi il Brasile.


L’unità del Paese è forte - Il clima nel vecchio “Giorno” non era avvelenato, anzi. Si scherzava sui terroni  e sui polentoni. Giovanissimo, ero preso di mira per il mio accento calabrese forte, dicevo che era una eredità greca. Ed era vero. Riuscivo a far sorridere i colleghi raccontando che ero un “longobardo del sud tornato a casa”. Non tutti erano al corrente che Cosenza era stato il più meridionale dei ducati longobardi, e che sulla costa tirrenica c’è un paese che si  chiama “Longobardi”  e che dietro Vibo c’è una  vallata dei longobardi. I lombardi avrebbero scoperto i cugini terroni solo con il terremoto dell’Irpinia, terra di paesi longobardi (o lombardi). Sotto una chiesa vennero trovate diverse croci longobarde d’oro simili a quelle rinvenute a Trezzo sull’Adda. L’unità del paese è forte. Chiamato in Lomellina a presentare un libro sui campanili di quella terra, esordii dicendo che mi ricordavano molto i miei campanili calabresi. C’è anche in Lomellina una abbazia cistercense, che ha una facciata simile a quella della Sambucina in territorio di Luzzi.  Il pubblico (per lo più leghista) sulle prime  non gradì molto gli accostamenti, ma alla fine applaudì. Parlo di me per raccontare una storia lieta, ma tanti e tanti miei  compagni dalle elementari al liceo all’Università hanno trovato a Milano e dintorni accoglienza e fortuna nelle libere professioni, nel pubblico impiego, nelle aziende private, nell’insegnamento universitario. Raccontando vicende personali sto tessendo le lodi di Milano, di questa metropoli civile ed europea, che non volta le spalle a nessuno (non è retorica, credetemi).


I calabresi hanno contribuito a rendere grande Milano - Indro Montanelli tanti anni fa ha raccontato la storia di Milano, parlando dei  diversi popoli, gli emigranti dei secoli bui,   che vi  avevano trovato ospitalità, concorrendo al suo sviluppo e arricchendo il dialetto.  Milano ha consentito a tanti e tanti di integrarsi e di formare una società  rispettosa dei valori della persona. Anche i  calabresi  hanno  contribuito a rendere più grande Milano con le loro capacità intellettuali, con la loro  fantasia, con la loro tenacia di teste dure. C’è bisogno di teste dure, che non si arrendano mai di fronte alle difficoltà del momento, quando sono di scena crisi e rallentamenti nella crescita economica. Ognuno di noi ha una sua storia alle spalle, una terra, un carattere. E’ indubbio che i miei primi 22 anni in terra di Calabria sono stati decisivi sotto tutti gli aspetti umani e civili (penso al lavoro svolto per “Il Tempo”, “Il Giornale d’Italia”, “Gazzetta del Sud”,  “Italiasud”, “Tuttosport” e  “Tribuna del Mezzogiorno”). Anche la mia coscienza italiana ha profonde radici calabresi e cosentine in particolare. Il  Vallone di  Rovito, alle porte di Cosenza, conserva il ricordo amaro di un fatto  che ha scosso le coscienze degli italiani del 1844 con la tragedia dei Fratelli Bandiera, venuti a morire  nell’estremo Sud, con altri giovani calabresi, per una Patria in cammino, che ancora non c’era se non  nella testa e nel cuore  di Giuseppe Mazzini.  Da bambino, - frequentavo le elementari dello Spirito Santo -, ci portavano ogni anno nel Vallone di Rovito. La mia coscienza nazionale si è formato in nuce in quel  Vallone. L’emozione che provavo allora, bambino,  non mi ha mai abbandonato.


Gioacchino da Fiore e la visione della storia sempre in movimento - Come non riflettere sul contributo poderoso che la Calabria ha offerto allo sviluppo del pensiero umano e della religiosità cristiana: Gioacchino da Fiore con la visione della storia sempre in movimento; Bernardino Telesio, il primo degli “uomini nuovi”, che abituò i pensatori e filosofi a guardare  verso terra al posto del cielo, alla realtà delle “cose”;  Francesco di Paola, che, in pieno Rinascimento, predicava il Vangelo e la povertà; Tommaso Campanella, che, fedele al suo pensiero, trascorse 30 anni nelle carceri spagnole di Napoli e che regalò al mondo il sogno di una “Città del sole”. Ecco in Calabria alligna una strana ma piccola stirpe di oppositori sociali, che hanno proprio in Gioacchino da Fiore, Telesio, Francesco di Paola e Campanella simboli esaltanti e vati dotati di spirito profetico. Quando c’è da dire qualche “no” è facile imbattersi in alcuni calabresi, portati, come ha scritto Corrado Alvaro, a non accettare mediazioni, ma a schierarsi per il bene o  per il male, da una parte o dall’altra. I calabresi non conoscono la via del Purgatorio. Amano  volare nei cieli azzurri del Paradiso oppure bruciare tra le fiamme dell’Inferno.


.Ricordi e rimpianti: cosa non faresti più  se potessi ricominciare, per  esempio: resteresti in Calabria;  cosa consigli ai giovani in generale e ai giovani calabresi per  affermarsi e segnatamente per affermarsi nel mondo dell’informazione e della  comunicazione?   La telefonata di Giacomo Mancini, ma il mio destino era ormai Milano…


 Io devo far riferimento alla realtà della  Calabria del decennio 1950/1960. Il decennio della grande fuga verso il triangolo industriale Milano/Torino/Genova. Non scappavano soltanto i contadini, ma anche gli studenti. Gli studenti casentini  per completare gli studi universitari si trasferivano  a Messina, Bari, Napoli, Roma, Pisa, Firenze, Bologna, Pavia, Milano, Padova. In Calabria non c’era lavoro e non c’era una università. Io sono figlio di quella stagione. Studente a Roma, poi capisco che Milano è la capitale dell’editoria e che bisogna andarsene. Guadagnavo allora da 15 a 30mila lire al mese e le prospettive erano nere. Non c’erano quotidiani in Calabria. Nel 1975 ricevo un affettuosa telefonata di  Giacomo Mancini,  che mi invita a lavorare al “Giornale di Calabria”,. Lo ringrazio e spiego che ormai il mio destino professionale è legato a Milano. Milano mi ha conquistato e non sono capace di distaccarmi. Dovevo fare i conti anche con mia moglie Diana, veneta-francese, che non voleva saperne di trasferirsi in Calabria. Anche oggi non resterei in Calabria. Lo dico con franchezza.  Milano offre opportunità,  che nella mia terra non esistono.  Mi sento italiano e casa mia a Milano, come a Cosenza. Questa nostra Nazione è stata costruita dai nostri nonni, dagli emigranti con le rimesse e dai combattenti, 6 milioni di uomini su 35 milioni di abitanti,  che sul Piave hanno forgiato l’unità vera della nostra Patria, soffrendo fianco a fianco, per 41 mesi terribili. A Milano e in Lombardia non mi sonio mai sentito estraneo o diverso.


Qual è  il mio messaggio ai giovani calabresi? - I confini italiani sono angusti. Siamo europei. Le opportunità vanno cercate in tutta Europa, nei 27 Stati che formano la Ue. Bisogna darsi una forte preparazione culturale, scientifica, economia, finanziaria, padroneggiate altre due lingue (inglese e tedesco o francese). Quando guardo una foto ingiallita della V elementare dello Spirito Santo, vedo il direttore didattico Rocca  il mio insegnante Domenico Anselmo. Fra di noi c’è Gianfranco Rocca,  nipote del direttore, che conosceva da piccolo un paio di lingue. Gianfranco dopo la laurea si è trasferito a Bruxelles ed è diventato direttore generale della concorrenza. Già, conosceva le lingue. Un  anticipatore. Indico Gianfranco come modello da seguire.


Il giornalismo di carta ed  Internet. Giornalismo ed università. La tua opinione su questi due temi. - Il giornalismo di carta non morirà, diventerà un giornalismo di nicchia, ma resisterà ad internet, come ha resistito alla radio e alla televisione. Le tecnologie (penso a una “macchina”  che unifichi cellulare e cinepresa) consentono a tutti di trovare una notizia, di raccontarla e  di documentarla con le immagini. A questo punto serviranno i giornalisti professionisti, capaci di capire quello che c’è dietro la notizia, di  superare   radio, tv e internet, dando le interpretazioni e le letture complesse del fatto.


Ai giornalisti occorre una forte preparazione interdisciplinare- Negli ultimi 20 anni, dalla presidenza dell’Ordine di Milano, ha combattuto la battaglia diretta ad agganciare formazione giornalistica e università. La laurea del luglio 2007 c’è grazie al ministro Cesare Salvi. Bisogna che diventi l’unica via di accesso. Il messaggio è chiaro:  bisogna alzare la testa e far capire a tutti che i giornali sono fatti dai giornalisti anche nelle parti più alte, il commento e le analisi, mentre oggi queste parti sono appaltate a  docenti universitari e  ambasciatori. Per riappropriarsi della polpa dei giornali, bisogna avere le carte in regole. Una forte preparazione interdisciplinare. O si imbocca questa via o siamo destinati al piccolo cabotaggio.


In



http://www.calabriaonweb.it/2013/03/27/medaglia-doro-per-i-50-anni-discrizione-allalbo-abruzzo-giornalista-giurista-e-calabrese-tosto/


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GIORNALITI, PROFESSIONE E DEONTOLOGIA


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in www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=1645 – Abruzzo/immagini raccapriccianti


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Nota dedicata agli smemorati. In dieci punti riassunta l’azione sociale e riformatrice svolta da Franco Abruzzo alla testa del Consiglio dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dal 15/5/1989 al 7/6/2007. Giustizia per i soggetti deboli, formazione e deontologia le stelle polari di una presidenza unica   e irripetibile a livello nazionale.


analisi di Francesco M. De Bonis - ESTO IN http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5339


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Ossigeno per l’informazione (Osservatorio sui giornalisti minacciati in Italia  promosso da Fnsi e Ordine dei Giornalisti). Franco Abruzzo, 50 anni di giornalismo, racconta quando fu minacciato da Liggio: “Quella volta Luciano Liggio puntò il dito contro di me”. Ritratto di un bastian contrario…


di Alberto Spampinato


OSSIGENO – Milano, 28 marzo 2013 – Oggi Franco Abruzzo riceve a Milano (dall’Ordine dei Giornalisti) la medaglia d’oro di veterano della cronaca per i suoi 50 anni di Albo e di giornalismo, attività che prosegue cercando con certosina pazienza e segnalando quotidianamente sul suo sito  tutte le notizie che possono interessare i giornalisti e la loro attività. Franco fa questo lavoro prezioso a titolo gratuito, e non ha concorrenti. E’ un lavoro che gli costa tempo e fatica. E’ un lavoro che contribuisce a dimostrare agli scettici che anche nel giornalismo può esistere, benché sia raro, un volontariato professionale disinteressato e che chiunque può rendersi (molto) utile  mettendo le proprie capacità al servizio degli altri. Franco fa questo lavoro volontario per il quale meriterebbe un altro premio. Ma Franco non è un santo. E’ un calabrese caparbio, un uomo dominato da passioni, e perciò a volte unisce allo spirito di servizio una forte ed indomita passionalità che lo fa schierare, parteggiare, combattere e – non di rado – lo fa litigare con alcuni suoi colleghi, con questa o quell’altra parte della categoria. Così si fa dei nemici. Periodicamente incontro qualcuno che me lo indica come il demonio. Ma tutti (più o meno), appena è cessata la furia dello scontro, anche se l’hanno spuntato loro, gli concedono l’onore delle armi. Insomma, con Franco Abruzzo si può essere d’accordo o in assoluto disaccordo, ma non si può fare a meno di lui, delle sue notizie, dei suoi saggi, delle sue idee e della franchezza con cui le manifesta con assoluto sprezzo del pericolo. Dunque, insieme ai collaboratori di Ossigeno, gli auguro altri 50 anni di giornalismo e di buone battaglie e riproduco qui di seguito due brani dell’interessante intervista che ha rilasciato a Romano Pitaro in occasione di questo traguardo. Racconta due episodi che hanno segnato la sua vita: l’incontro con Walter Tobagi e le minacce del boss mafioso Luciano Liggio, nel 1975, per le quali Ossigeno lo accoglie nella Tabella dei giornalisti minacciati tributandogli una tardiva ma affettuosa solidarietà.


Dall’intervista di Romano Pitaro:


“L’incontro con Tobagi decisivo per la mia vita” -  Il destino ha voluto che finissi a Sesto nel 1965-67 per una decisione del direttore del “Giorno”, Italo Pietra. Lavoravo alle pagine della provincia. Dovevo presidiare l’area che coincideva con quella del Tribunale di Monza, il quarto tribunale italiano per intensità di “affari” trattati. Il lavoro nero nei giornali era di moda, anche se circoscritto, perché i giornali si presentavano con 24 pagine e con l’aggiunta delle pagine locali, due. Il praticantato tardava ad arrivare. Mi rivolsi, dopo uno scontro con Pietra, all’Ordine e fui iscritto al Registro. Non sapevo di aver stabilito un primato, quello di primo praticante d’ufficio della storia giornalistica italiana. Poi, da presidente dell’Ordine, nei primi anni 90, credo di aver favorito l’accesso alla professione di almeno 3/4mila “sfruttati”. Il principio dell’uguaglianza, unito a quelli della solidarietà e della libertà, ha sempre animato le mie battaglie politiche e la mia scelta di spendermi nel sindacato, l’Associazione lombarda dei Giornalisti, dove ho incontrato una persona di livello immenso, Walter Tobagi, un sodalizio durato (purtroppo) meno di 4 anni, tra il 1976 e il 1980, quando Walter fu ucciso dalle Brigate rosse. L’incontro con Tobagi è stato decisivo per la mia vita: non potevi stargli al fianco e discutere con lui se non avevi maturato una buona preparazione in vari campi. La sua preparazione sofisticata nel campo dei fenomeni sociali e del movimento sindacale – esemplare è la sua “Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia” (Sugar Editore, Milano 1970) – lo avevano portato a comprendere, con anticipo su tutti, che i terroristi rossi non erano “fascisti” o “compagni che sbagliavano”. Venivano dalle fabbriche, erano militanti dei gruppuscoli extraparlamentari dell’ultrasinistra o anche ex-iscritti al Pci. Lo ha documentato Aldo Forbice (Testimone scomodo – Walter Tobagi-Scritti scelti 1975-80, Franco Angeli, Milano 1989), pubblicando 28 articoli di Tobagi sul lavoro, sull’economia e sul sindacato, e altri 42 sugli anni di piombo, compreso quello famoso dal titolo “Non sono samurai invincibili” (20 aprile 1980). Le Br sono sconfitte dopo la eliminazione della colonna “imprendibile” di Genova: “A voler essere realisti – scrive Tobagi – si deve dire che il tentativo di conquistare l’egemonia nelle fabbriche è fallito. I terroristi risultano isolati dal resto della classe operaia”. Ha annotato ancora Tobagi in quell’articolo: “La fabbrica era diventata il centro di uno scontro sociale che poi ha trasferito i suoi effetti nella società, nei rapporti politici. I brigatisti hanno cercato di inserirsi in questo processo, in parte raccogliendo il consenso delle avanguardie più intransigenti”. Un’analisi lucida che apre gli occhi anche a chi voleva tenerli chiusi a tutti i costi. Un’analisi che rispecchia il suo credo deontologico: “Poter capire e voler spiegare”. (…)


“Cronista minacciato da Luciano Liggio” -  Un altro episodio, che mi ha sconvolto risale all’epoca del processo a Luciano Liggio, il capomafia che aveva organizzato diversi sequestri di persona (Torielli, Montelera) nel Nord Italia. A una domanda del presidente del Tribunale, Salvini, Liggio rispose che quei particolari li aveva scritti “il segretario del Pm” e mi indicò con il dito. In quel momento era a fianco del pm, Giovanni Caizzi. Il processo fu interrotto per un po’ di ore. La vicenda ebbe una larga eco sui Tg e nei giornali (“Cronista minacciato da Liggio”). Qualche giorno prima mi era stata rubata l’auto, una Giulia 1300, nel garage di casa, poi un nostro tipografo era stato bloccato in una via di Trezzano e un tizio dal forte accento siciliano gli aveva detto: “Dite ad Abruzzo che gli spezziamo le gambe”. Risultato: fui allontanato dal Palazzo di Giustizia per ragioni di sicurezza per un periodo di tre mesi. Insomma la mia tra terrrorismo e mafia era diventata una vita pericolosa. Nell’aula del processo Liggio, dopo il furto dell’auto, Nello Pernice, spalla di Liggio, sorrideva e faceva battute indicandomi: “Certo, senza auto, è duro andare in giro”. Anche don Coppola sorrideva, mi puntava gli occhi e diceva: “Sono pulito come l’acqua della Sila”. Lo avevo battezzato: “Il parroco della mafia”.


Leggi l’intervista integrale - Testi in http://www.ossigenoinformazione.it/?p=21751


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Data, 29 dicembre 2015


 





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