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TOMMASO BESOZZI
E LA MORTE DEL BANDITO GIULIANO
(tesina di Laura Mattioli a conclusione del corso di Storia del giornalismo tenuto dal prof. Francesco Abruzzo -a.a. 2002/2003 - Università degli Studi di Milano Bicocca - Corso di laurea in Sociologia)


Università degli Studi di Milano Bicocca


Corso di laurea in Sociologia


Cattedra di Storia del Giornalismo - prof. Francesco Abruzzo


La prima grande inchiesta del dopoguerra


TOMMASO BESOZZI E LA MORTE DEL BANDITO GIULIANO


Breve ricostruzione di una delle poche inchieste della storia del giornalismo italiano L’inviato de “L’Europeo” svela le bugie dei Carabinieri e del Viminale sulla morte dell’ultimo bandito siciliano


Tesina di Laura Mattioli - matr. 027852


Anno accademico 2002-2003
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INDICE


Cap. 1. Solo tre grandi inchieste nella storia del giornalismo italiano.


             Perché?                                                                                   p. 3


Cap. 2. “L’Europeo” di Mazzocchi e Benedetti.


             Un esempio, raro, di giornalismo coraggioso e indipendente      p. 6


Cap. 3. L’autore dello scoop su Giuliano.


            Tommaso Besozzi                                                                    p. 9


Cap. 4. La vera morte del bandito Giuliano.


            Besozzi smonta le bugie di Carabinieri e Viminale                       p. 12


Cap. 5. A quell’“Europeo” si potevano fare inchieste.


            Ma presto comincerà il declino                                                  p. 21


Bibliografia                                                                                           p. 23


Allegato 1: La falsa relazione del capitano Perenze                                  p. 24


Allegato 2: “Di sicuro c’è solo che è morto”,


Tommaso Besozzi, “L’Europeo”, 16 luglio 1950                                   p. 28


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Cap. 1. Solo tre grandi inchieste nella storia del giornalismo italiano.


Perché?


Sui giornali italiani si fanno poche inchieste? E’ questo l’interrogativo che apre la riflessione di Giampaolo Pansa in un vecchio numero di “Problemi dell’informazione”[1] dedicato all’inchiesta nella stampa e in Tv. Era il 1985. A quella domanda Pansa - in quegli anni inviato speciale di “Repubblica”, con un glorioso passato al “Giorno” e al “Corriere della Sera” - deve, a malincuore, rispondere affermativamente: di inchieste i giornali italiani ne fanno poche e comunque di poco spessore. Poche pagine più in là, nello stesso numero di “Problemi dell’informazione”, Angelo Agostini ritiene che l’affermazione di Pansa sia solo un’intelligente provocazione: “E’ bastato infatti controllare il suo giornale nelle ultime tre settimane per contare più di una decina di inchieste. Non moltissime forse, ma certo non poche e sporadiche”[2]. Ma lo stesso Agostini, pur ritenendo che i giornali di quegli anni abbiano riscoperto l’inchiesta come strumento di approfondimento e di contestualizzazione dei fatti, deve ammettere: “L’inchiesta vive stagioni di alterne fortune… Quella attuale sembra essere, o sembra avviarsi a diventare – se teniamo conto dell’obiezione di Pansa – una stagione fortunata. Ma non si leggeranno più le grandi inchieste destinate a fare la storia del giornalismo”. E dal 1985, quando sono state scritte queste righe, ad oggi le cose non sembrano cambiate. Rimangono infatti davvero poche – si contano sulle dita di una mano - le inchieste giornalistiche che hanno svelato verità importanti, tanto da entrare nella storia del giornalismo italiano e da dare una svolta a quella civile e politica del nostro Paese.


I casi esemplari sono solo tre. Il primo risale al 1950 e riguarda le rivelazioni di Tommaso Besozzi sulla morte di Salvatore Giuliano. Il bandito è stato ucciso a Castelvetrano nella notte del 5 luglio del 1950 in un conflitto a fuoco con i Carabinieri del Cfrb[3] che gli hanno teso una trappola. Questo è, in sintesi, quello che dice la versione ufficiale dell’Arma, avallata dal Viminale ed echeggiata, senza dubbio alcuno, dai maggiori quotidiani dell’indomani. Prese tempo invece Tommaso Besozzi, inviato a Castelvetrano da “L’Europeo”. Confrontò ciò che vide a caldo sui luoghi dell’accaduto con le testimonianze degli abitanti della zona: la versione dei Carabinieri gli apparve piena di incongruenze e di stranezze. Dopo dieci giorni di inchiesta la smontò, svelando le bugie dell’Arma e del ministro degli Interni Scelba: la prima pagina de “L’Europeo” del 16 luglio 1950 titola: “Di sicuro c’è solo che è morto”. Dal 1976 al 1978 furono invece gli articoli di Scardocchia, Pansa e Franz a far divampare lo scandalo Lockheed: venne alla luce un sistema di tangenti miliardarie che la compagnia americana Lockheed, costruttrice di aerei militari, pagava a esponenti dei partiti al potere (PSDI e DC) per ottenere l’appalto di una fornitura di Hercules C 130, i grandi aerei da trasporto di truppa. Per questa vicenda finì in galera il ministro socialdemocratico Mario Tanassi, furono costretti alle dimissioni il suo collega DC Luigi Gui e lo stesso Presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il terzo caso è più recente. E' la ricerca di Andrea Purgatori del “Corriere della Sera” che contestò la versione ufficiale sulla caduta del DC-9 dell’Itavia con 81 passeggeri nel cielo dell'isola di Ustica nel maggio del 1980. Questa inchiesta si svolse lentamente, tra cento e cento difficoltà, ed ebbe il merito di fare riaprire le indagini giudiziarie ancora in corso e ostacolate da gravi omertà e depistaggi. L’Aeronautica aveva sempre insistito sulla tesi di una bomba a bordo dell’aereo di linea. L’inchiesta giornalistica e quella giudiziaria hanno accreditato invece l’ipotesi di un duello missilistico tra aerei militari (uno dei quali “coperto” dal DC-9) nei cieli del Tirreno meridionale: a farne le spese sarebbero stati proprio gli 81 passeggeri dell’aereo di linea. 


Si tratta di tre casi che provano che la stampa può esercitare la funzione di “quarto potere”, di “cane da guardia” – watchdog -, come dicono gli americani. L’attività giornalistica con la quale si esplica principalmente questa funzione è proprio l’inchiesta, che può dunque essere vista come un importante attestato di libertà della stampa. Fare giornalismo d’inchiesta significa proprio, per Paolo Murialdi, “svolgere una ricerca approfondita su una realtà importante (evento, situazione, problemi) che risulta oscurata, o addirittura indecifrabile, all'opinione pubblica perché molto complessa ma soprattutto perché è coperta o semicelata da coloro che hanno il potere e i mezzi per farlo. Si tratta, quindi, di un lavoro di scavo per raccogliere prove e indizi, pareri e testimonianze” [4]. I tre casi ricordati prima costituiscono proprio esempi alti di giornalismo d’inchiesta. E purtroppo sono gli unici nella storia del giornalismo ad avere avuto una vasta portata. Murialdi è infatti d’accordo con Pansa nell’affermare che in Italia si fanno poche inchieste, e lega questa condizione agli “effetti del grado più elevato e più ampio di libertà di stampa che si è manifestato a partire dalla fine degli anni Settanta. Detto in soldoni, da allora la cronaca di tutti i giorni ha cominciato a rivelare buona parte delle realtà che prima si potevano conoscere unicamente attraverso le inchieste o le denunce giornalistiche”[5].

Anche Pansa, nell’articolo già citato del 1985 su “Problemi dell’informazione”, individua come causa generale della scarsità di inchieste il fatto che “la realtà ormai supera molto spesso la fantasia, nel senso che la cronaca di tutti i giorni … rivela molto più di quanto potrebbe dirci un’inchiesta”[6]. Esistono, però, anche ragioni specifiche della rarefazione di questo genere nobile. In quell’articolo Pansa ne ha elencate cinque. Tre riguardano la figura del giornalista, una quella del direttore di quotidiani e settimanali e l’ultima quella dell’editore.


Quanto ai giornalisti, la prima ragione, quasi banale, è che l'inchiesta richiede un giornalista preparato culturalmente e professionalmente, cioè in grado di farla personalmente o di guidarla a un esito positivo. Ma l’esperienza di Pansa lo costringe ad ammettere amaramente la carenza di preparazione dei suoi colleghi, soprattutto rispetto al retroterra di studi universitari e alla lingua inglese[7].


La seconda difficoltà per il giornalista è che l'inchiesta richiede molto lavoro. Bisogna capire bene il problema su cui si deve indagare; leggere, prima di partire, una grossa mole di documentazione; parlare con molte fonti; confrontare tutto il materiale; disseppellire lentamente se non la verità, per lo meno un pezzo di verità. “Pochi giornalisti italiani – scrive Pansa – sono disposti oggi a caricarsi sulle spalle questo impegno di lavoro. Soprattutto nei quotidiani – ma il dramma è che questa regola si è trasferita anche nei settimanali – vale la massima del “mordi e fuggi”, cioè cercare di ottenere un risultato forte con il minimo della fatica, meglio più colpi rapidi (una o più interviste) che il lungo lavoro della formica investigativa”[8]. Da questa difficoltà deriva la terza ragione indicata da Pansa: la disaffezione dei direttori. I direttori di quotidiani e di settimanali sono infatti poco disponibili a occupare due o tre colleghi in un lavoro che è certamente importante ma lungo e poco redditizio in quanto a copie rispetto a uno scoop e che sottrae troupes di giornalisti al lavoro quotidiani di confezione del giornale. Si ha insomma paura che il risultato sia piccolo rispetto all’impegno profuso. La quarta e la quinta ragione appaiono le più delicate perché riguardano la libertà interna del giornalista e quella del giornale. “Fare le inchieste - scrive Pansa - comporta aderire a un modello che non è soltanto professionale, ma umano, di stile di vita, caratteriale, culturale”[9]. In altre parole richiede, per il giornalista, libertà dal pregiudizio e da propensioni personali. “Il buon giornalista dovrebbe essere qualcuno che non crede fermamente in niente, se non in certi codici professionali perché questa è la condizione migliore per poter affrontare senza pregiudizi una realtà aspra, difficile”[10]. Quanto alla libertà del giornale come impresa editoriale, Pansa non esita a dire che questa – se c’è mai stata per qualche tempo nella stampa italiana – ora non c’è più. In primo luogo per le pressioni dei centri di potere partitico, che mirano a attenuare il più possibile l’indipendenza di valutazione e di giudizio dei giornali. In secondo luogo, perché gli editori hanno tutti preminenti interessi extra editoriali: non ci sono editori puri.


Queste sono, secondo Giampaolo Pansa, le ragioni per cui non si fanno più inchieste di vasta portata. Ma, come detto, la storia del giornalismo italiano può vantare tre grandi scoop che hanno segnato la vita del nostro Paese. Nelle pagine che seguono si cercherà di ricostruire la prima (in ordine cronologico) di quelle inchieste dagli esiti clamorosi, quella di Tommaso Besozzi sulla morte del bandito Giuliano. Prima di entrare nel vivo della ricostruzione, un breve capitolo sarà dedicato alla dimostrazione di come le cinque condizioni indicate da Pansa per la realizzazione di un’inchiesta come quella su Giuliano fossero presenti ne “L’Europeo” del 1950: un editore puro e indipendente da pressioni politiche; un direttore coraggioso nel puntare sulle inchieste e amante dei fatti; un giornalista preparato, libero e appassionato del suo lavoro.


Cap. 2. “L’Europeo” di Mazzocchi e Benedetti: un esempio, raro, di giornalismo coraggioso e indipendente


Il primo numero de “L’Europeo” esce nelle edicole il 3 novembre del 1945 (anche se sulla prima pagina figura la data del 4 novembre). E’ il primo grande settimanale del dopoguerra. L'editore è Gianni Mazzocchi, un marchigiano, nato nel 1906 ad Ascoli Piceno, che si era trasferito a Milano in cerca di fortuna. Nel capoluogo lombardo era arrivato poco più che ventenne, orfano di entrambi i genitori e con sole 640 lire in tasca. Per finanziarsi il giovane Mazzocchi fu aiutato da un frate, padre Giovanni Semenza, che lo pagò perché battesse a macchina le sue memorie, “Ricordanze della mia vita”. Mazzocchi entrò così, quasi per caso e in una posizione defilata, nel mondo dell’editoria, mondo nel quale poi rimase da protagonista per tutta la vita. Infatti ben presto, nel 1931, il giovane marchigiano fondò l’editoriale Domus, casa che negli anni del fascismo diede vita ad alcune pubblicazioni dai contenuti innovativi e dal grande successo: “Domus” diretta da Giò Ponti, l’annuario “Il libro di casa” e il quindicinale “Panorama”, che sarà chiuso nel 1940 dal Minculpop. Europeista convinto, nel 1944 Mazzocchi pubblicò un giornale clandestino contro i tedeschi, dal titolo “L’Unità europea”. Ma già dal 1943 aveva in mente di dare alle stampe un settimanale di ampio respiro europeo, perché, come lui stesso disse nel 1983, “io pensavo (e penso tuttora) che solo in un’Europa unita l’Italia avrà un brillante avvenire”[11]. Mazzocchi aveva reso partecipe di quell’idea già dal luglio 1943 Arrigo Benedetti - ex collaboratore di “Omnibus” di Leo Longanesi ed ex direttore, con Mario Pannunzio, dell’“Oggi” nato nel 1939 e soppresso nel 1942 dal fascismo- che aveva convocato a Bergamo dove l’editore si era rifugiato dopo che la sede milanese della Domus era stata distrutta dai bombardamenti. A Benedetti l’idea piacque e si impegnò subito a contattare un gruppo di giornalisti romani che, a suo parere, sarebbero stati interessati all’iniziativa. Il progetto non si poté concretizzare prima della fine della guerra, perché Benedetti dopo l’8 settembre era stato arrestato e incarcerato a Reggio Emilia. Nel frattempo Mazzocchi era tornato a Milano, dove nel 1945 diede vita a “L’Italia Libera”, giornale del Partito d’azione diretto da Leo Valiani. In quell’anno si rivolsero a lui alcuni giornalisti che erano rimasti senza liquidazione e senza stipendio: tra loro c’erano Raul Radice, Camilla Cederna, Emilio Radius e Tommaso Besozzi. Li assunse e li fece scrivere per “Il mondo dei ragazzi”, un giornalino per i giovani di cui Radice assunse la direzione. Evaso dal carcere di Reggio Emilia durante un bombardamento, si fece vivo Benedetti, ricordando a Mazzocchi la promessa che si erano fatti nel 1943 e ricordando che un gruppo di giornalisti romani erano pronti a scrivere per il nuovo settimanale. Tra questi c’erano Mario Pannunzio, Alberto Moravia, Vittorio Gorresio, Sandro De Feo, Italo e Nicola Adelfi. Ancora una volta Mazzocchi non ebbe esitazioni, li assunse e unì questo gruppo a quello de “Il mondo dei ragazzi”. Si formò così la redazione de “L’Europeo”, guidata da Arrigo Benedetti[12].


L’Europeo fu un successo fulminante: vendette 20mila copie nei primi mesi ma arrivò a 300mila copie già nel 1947. Spiega Giacinto Furlan: “Coi quotidiani ancora striminziti, in formato quasi di guerra a quattro pagine, l’Europeo con grandi pagine, grandi fotografie, grandi firme, per i lettori voleva dire chiudere con la guerra, significava l’avvenire”[13]. Mazzocchi aveva capito che gli italiani avevano rimosso in fretta il lutto della sconfitta e della guerra civile: la gente aveva voglia di dimenticare, di ricostruire, di tornare a vivere. E l’editore marchigiano strappava i migliori giornalisti ai quotidiani per farli entrare nella sua “squadra” e strapagava i fotografi che gli offrivano la prima scelta. Mazzocchi non ebbe paura di investire in un settimanale nuovo sia dal punto di vista della formula (sarà poi considerato come il precursore delle pubblicazioni a rotocalco) sia dal punto di vista del contenuto e del taglio degli articoli (respiro europeo, cronache ricche di particolari, inchieste, denunce ma anche servizi più frivoli). Del resto chi ricorda Mazzocchi non può fare a meno di descrivere la sua lungimiranza, il suo fiuto istintivo per la novità, il suo singolare talento. “L’editore – scrive ancora Furlan – ha da essere un uomo di idee e Mazzocchi in questo secolo è stato un vulcano di idee, di invenzioni editoriali, spesso di grande impatto, tali da contare nella cultura, nelle abitudini, nel costume stesso degli italiani. Idee spesso in anticipo sui tempi”[14]. Furlan ricorda anche come Mazzocchi si divertisse nella sua attività di editore e riporta un aneddoto curioso e significativo, una battuta che il vecchio Angelo Rizzoli fece allo stesso Mazzocchi: “Tu sei un cretino. Fai dei bellissimi giornali e non ci guadagni. Io faccio dei giornali brutti e ci guadagno”. “Per forza – ribatté Mazzocchi – Tu stampi i giornali per far soldi, e li fai. Io li stampo per divertirmi, e mi diverto”[15]. Ma, oltre al proprio gusto, l’editore marchigiano perseguiva anche l’impegno civile, che per lui significava essere al servizio del pubblico e renderlo cosciente dei doveri e anche dei diritti del cittadino. “Educare a veder chiaro nei conti, sia in quelli dello Stato, sia in quelli del droghiere”, sintetizza Furlan[16]. Tutto questo, come detto, non garantiva sempre lauti guadagni. Anzi, fu proprio “L’Europeo” a fare le spese di una grossa crisi finanziaria che colpì Mazzocchi all’inizio degli anni Cinquanta. A seguito della guerra in Corea, il prezzo della carta aumentò da 100 a 280 lire al chilogrammo. Con “L’Europeo” a 300mila copie e “Settimo Giorno”[17] in salita, significava per Mazzocchi una perdita di centinaia di milioni al mese. “Resistetti un po’ – raccontò lo stesso Mazzocchi - Sarei potuto andare a Roma, mettermi in braccio alle forze politiche ed economiche. Poi decisi. Vendetti ‘L’Europeo’ a Giorgio De Fonseca (che poi lo cedette ad Angelo Rizzoli, ndr), ‘Settimo giorno’ alla Vitagliano. Quanto al ‘Mondo’, lo regalai a Carandini…Per ogni storia di giornale che ho venduto c’è dietro un’altra storia, quella di un editore che vuole restare solo e indipendente”[18]. Come scrive Furlan, Mazzocchi non volle avere nulla a che spartire con i potenti, diceva “ Io sono sempre stato solo, non ho mai avuto dietro di me una banca, né un finanziatore, nessuno”. Lo storico Valerio Castronovo non ha esitazione a definirlo “editore puro”, una specie più unica che rara in un Paese come il nostro in cui la maggior parte della carta stampata è stata, ed è tuttora, appannaggio di gruppi economici che esercitano altre e ben più cospicue attività in settori extraeditoriali. Inoltre con Mazzocchi editore de “L’Europeo” il settimanale non ha mai dato la disponibilità a partecipare alle campagne di Gedda, Gronchi, Tambroni e Valletta.


Queste erano forse le condizioni migliori in cui un giornalista come Arrigo Benedetti potesse trovarsi per dirigere un giornale. Nato a Lucca nel 1910 - lo stesso anno dell’altro celebre giornalista lucchese, Mario Pannunzio – Benedetti aveva collaborato, proprio insieme a Pannunzio, al celebre “Omnibus” di Leo Longanesi. Si trattava di un settimanale d’attualità, nato nel 1937 e pubblicato fino al gennaio 1939, caratterizzato da grandi fotografie spesso ammiccanti, articoli e racconti mai banali, note e critiche sulle arti e sui costumi. Di “Omnibus”, Benedetti – che prima di arrivare alla corte di Mazzocchi diresse dal 1939 al 1942 il settimanale “Oggi” sempre insieme a Pannunzio- si porterà a “L’Europeo” il grande formato 42´60, le grandi fotografie, la cura dell’impaginazione. Una veste che affascinava anche visivamente il lettore e che evocava la voglia di tornare a vivere dopo la fine del dramma della guerra. Manlio Cancogni riassume così la “filosofia” dettata dal direttore Benedetti alla redazione del settimanale:


Siccome i quotidiani, ridotti a una pagina, erano costretti a parlare quasi esclusivamente di politica, e in maniera concettuale, quasi didattica, “L’Europeo” … si assunse il ruolo di dare al pubblico, col sussidio di un gran numero di fotografie, talora eccezionali, la rappresentazione dell’Italia dell’epoca: un’Italia disastrata e sconvolta dalla sconfitta, ma che stava dando prova di una grande vitalità… Niente fondi, corsivi, elzeviri, panegirici; ma referti precisi, accusatori, indiscutibili, cronache ricche di particolari, redatte in stile oggettivo, distaccato. Al direttore non interessavano le idee, del resto risapute, di un Nenni, ma se il leader socialista, prima di pronunciare un certo discorso, aveva litigato con Saragat o con la moglie; o magari che quel giorno aveva un vestito pieno di patacche.  [19] 


Cancogni indica proprio due punti di riferimento essenziali per capire la genialità della direzione di Benedetti a “L’Europeo”: aver capito qual era l’approccio più idoneo a rappresentare il dopoguerra italiano e aver applicato uno stile adeguato alle novità della vita pubblica. Uno stile “oggettivo e distaccato, certo, ma anche confidenziale, programmaticamente aneddotico, ‘minimalista’. Come dice Nello Ajello…L’Europeo riflette con leggerezza anni difficili, avventurosi. Politica, cronaca nera e cronaca rosa, arte, mondanità, spettacolo: il settimanale coltiva, voltairianamente, tutti i generi tranne la noia. Sulle sue pagine tutto si fa racconto, moderno feuilleton”[20]. Non è da dimenticare che lo stesso Benedetti si trovava a metà tra letteratura e giornalismo, avendo esordito negli anni Trenta con racconti e brevi romanzi sensibilmente attenti alla realtà, sfrondati da complicazioni psicologiche o stilistiche. Ai suoi collaboratori aveva imposto il suo stile, che Cancogni etichetta come “poetica flaubertiana applicata al giornalismo: scrittura diretta, pochissimo sintattica, aderente alle cose, spoglia di aggettivi, senza giudizi d’ordine morale o politico, soprattutto senza il vizio di esprimere le proprie idee personali”[21].  Cancogni ricorda anche un’abitudine di Benedetti che alla maggior parte dei redattori de “L’Europeo” risultava detestabile: quella di correggere gli articoli sotto gli occhi dell’autore. “Ma quel Benedetti, così esigente, per Besozzi faceva un’eccezione. Leggeva l’articolo per conto proprio, sapendo che non c’era nulla da correggere. Lo leggeva per proprio piacere, godendo della propria meravigliosa scoperta, del dono che stava facendo ai lettori”[22].


Cap. 3. L’autore dello scoop su Giuliano. Tommaso Besozzi


Manlio Cancogni, alla corte di Mazzocchi e Benedetti dal 1950, ricorda Tommaso Besozzi come un giovanottone scontroso e impacciato, come un collega taciturno, timido e introverso[23]. Era arrivato a “L’Europeo” sulla quarantina e senza particolari meriti. Pochi conoscevano qualcosa in più del suo nome. In realtà Tommaso Francesco Sebastiano Besozzi, nato a Vigevano nel 1903, aveva già collaborato nei più grandi giornali di Milano. Appena venticinquenne era stato assunto come reporter di cronaca al “Corriere della Sera”: era una recluta giovanissima, quasi un’anomalia, viste le tradizioni del giornale dove, all’epoca, si entrava con almeno qualche capello bianco. E dopo l’assunzione da record, Besozzi fece una cosa ancora più stupefacente: nel 1929 se ne andò da quello che è il più importante quotidiano italiano per passare ad una testata di minor prestigio, “Il Sole”. Al quotidiano economico milanese Besozzi resterà solo qualche mese, per tornare poi in via Solferino nel febbraio del 1930. Iniziò in quell’anno il periodo più lungo della sua vita trascorso in un medesimo giornale: dieci anni, fino al novembre 1940. Lo notò subito Emilio Radius, che guidava la cronaca milanese del “Corriere”.


Al cronista Tommaso Besozzi, in via eccezionale, non venivano pagati i capocronaca. Ne faceva gratuitamente; forse per penitenza, perché dal ‘Corriere della Sera’ era saltato con un colpo di testa al quotidiano economico ‘Il Sole’ e dal ‘Sole’ era tornato al ‘Corriere della Sera’. Tutti i capocronaca erano naturalmente anonimi; ma quelli di Besozzi facevano dire ai lettori: ‘Chi l’avrà mai scritto?’ Di qualunque cosa trattassero, anche del trasporto della ghiaia lungo il Naviglio, erano piccoli capolavori. Molte notizie e niente colore. La massima semplicità e un gran gusto della vita minuta. La materia non veniva abbellita e pure aveva una sua dignità…. La realtà senza la scorza della convenzione, una realtà ordinata, fluente, regolare. Mi domandai anch’io: ‘Chi l’avrà mai scritto?’. Lo aveva scritto Tommaso Besozzi, quel giovanotto vestito da cacciatore. Era il miglior cronista del ‘Corriere della Sera’ e il meno noto. Non aveva nome. Pareva non volesse avere nome. Uomo di gusti elementari, forse raffinatamente elementari; spinoso di carattere; amante dell’oscurità o avvezzo all’oscurità, penna scorrevole e tuttavia schiva.[24]  


Queste caratteristiche accompagneranno Besozzi in ogni redazione nella quale entrerà. Uomo schivo e introverso, scrittore dalla semplicità e della pulizia disarmanti, cronista attento al dettaglio. Al “Corriere della Sera” riusciva a scrivere con garbo e con gusto anche articoli sui problemi del carovita, sui prezzi e i consumi o sui grandi lavori per lo sviluppo della rete ferroviaria. Ebbe modo anche di sfogare la sua vena letteraria in novelle e racconti che l’amico Radius iniziò a fargli pubblicare su “La Lettura”, il mensile del “Corriere della Sera” diretto dallo stesso Radius a partire dal 1934. Memorabile è il racconto “Si può vivere anche cavando l’oro dal Ticino”, un reportage dal sapore poetico sulla difficile vita di chi faceva il vecchio e leggendario mestiere del pescatore d’oro. Ma al ‘Corriere’ Besozzi non smise di fare il cronista. Nel 1939, seguendo una sua pista, finì per scoprire un appartamento tenuto dagli uomini dell’OVRA[25], una prigione clandestina dove rinchiudere i prigionieri politici. Tornò al giornale deciso a scrivere la storia: per lui non era questione di cripto-antifascismo, oppure di fronda, era il semplice dovere del giornalista. Nell’ormai normalizzata redazione, i superiori ci misero un bel po’ a fargli capire che non era proprio il caso. Da questo episodio nacque un attrito che pochi mesi dopo, nel novembre 1940, lo portò a dimettersi dal “Corriere”. Già il primo gennaio del 1941 Besozzi entrò in forze al “Corriere Padano” di Italo Balbo, nel quale fece da caporedattore, ma anche da inviato e da esperto di temi culturali. Per seguire il suo nuovo giornale Besozzi si era dovuto trasferire a Ferrara, ma ben presto dovette cambiare città: nel gennaio 1944 era già a Livorno, dove collaborava per “Il Telegrafo”. Ma anche qui restò solo quattro mesi. Alla fine del maggio 1944 era a Salò dove lavorò per l’Agenzia Stefani, che lasciò nel settembre dello stesso anno. Tornò a Milano, dove rimase alcuni mesi senza lavoro. Poi iniziò a fare da informatore per Emilio Radius, che lavorava al “Corriere lombardo”, quotidiano del pomeriggio diretto da Edgardo Sogno che iniziò a uscire nel luglio del 1945. Pochi mesi dopo, come abbiamo già visto, Besozzi e lo stesso Radius furono contattati da Gianni Mazzochi e Arrigo Benedetti per entrare nella redazione de “L’Europeo”.


Benedetti lo utilizzò sin dai primi numeri. “Era venuto a mancare l’articolo destinato a riempire una intera pagina interna – racconta Cancogni - Benedetti s’appellò a Besozzi. Nacque il famoso ‘Asino di Nimis’. Era un racconto-cronaca, fondato su un fatto vero, un viaggio dal Friuli a Milano di un uomo e una bestia, in uno stile senza fronzoli e aderente alle cose, come piaceva a Benedetti”[26]. Lo stile di scrittura di Tommaso Besozzi rispondeva infatti appieno ai dettami del suo direttore. Ma mentre in Benedetti, lo stile asciutto, sfrondato e aderente alla realtà era frutto dell’adesione ad una poetica, in Besozzi – ricorda sempre Cancogni – “lo scrivere da osservatore attento alle cose e non al proprio io nasceva da un istinto, non da una poetica”[27]. E l’istinto di Besozzi è stato, secondo l’amico Bernardo Valli, quello di uno scrittore, prima ancora che quello di un grande cronista pignolo e scrupoloso.


Ridurlo a questo è molto sbagliato. Lui ha il piglio dello scrittore, è quello che ce l’ha di più nel gruppo formato da Benedetti a “L’Europeo”… Piuttosto non è un intellettuale, quello è un genere con cui non ha nulla in comune, nel senso che a Besozzi non importa niente delle mode, dei modi, degli affari, dell’affermazione professionale, anche della politica. Ma ha grandissime ambizioni di scrittura, direi quasi di cesellatura. In questo è tipicamente scrittore, è un errore enorme prenderlo e dire: ecco il grande cronista puro che va e registra. Più che un errore è una fesseria: è vero che era ossessionato dai dettagli, ma faceva uno sforzo terribile per conciliare l’esattezza con la forma, dietro ai suoi pezzi c’è un’incredibile sofferenza. E, alla fine, ottiene una scrittura molto aderente ai fatti, in un certo senso dostoievskiana, precisa, ritmata, senza svolazzi. Perfetta, a volte. Ci sono articoli di Besozzi sulla mafia, per esempio, che sono meravigliosi, i racconti di uno scrittore. C’è la cronaca, ma è tutta smussata, elaborata.[28]   


Besozzi usava lo stesso stile di scrittura in tutti i suoi articoli. Per “L’Europeo” in due anni fece più di cento cinquanta servizi: dalle inchieste sul declino della flotta commerciale e militare italiana alla cronaca della rivolta di San Vittore del 1946, dal reportage sulla crisi di coltivazione di riso tra Ticino e Sesia al resoconto dei grandi processi dell’epoca[29]. Nel seguire questi e tutti gli altri casi trattati da “L’Europeo”, Benedetti indicò come modello, a tutti i suoi redattori, la stampa anglosassone, nella quale riteneva che ci fosse molto da invidiare: “può vantare una serietà professionale che manca a noi, un’autorevolezza che la mette al pari dei potenti della terra, non fa colore, è tutta fatti, non distoglie gli occhi dal vero”[30]. Benedetti faceva dunque un giornalismo aggressivo. Quando nel 1947 si trovò tra le mani una Tangentopoli ante litteram non ebbe paura a pubblicarla. La storia uscì in prima pagina, col titolo “Lo sa soltanto il barbiere” e la firma di Luigi Barzini jr. L’inviato aveva scoperto che un ministro aveva chiesto tangenti ad un grande industriale dell’alimentazione per assicurargli i rifornimenti di una materia prima essenziale. Ma il giornale di Benedetti non faceva solo da guardiano ai pubblici poteri. Si occupava anche di impegno civile e svelava ingiustizie. Emblematica, a questo riguardo, è proprio un’inchiesta di Tommaso Besozzi, che con il suo acume e con una serie di indagini alla Simenon riuscì a scagionare un giovane italiano condannato in Francia per un delitto che non aveva commesso. Il ragazzo di chiamava Gino Corni, viveva a Nizza nella famiglia della ragazza di cui si era innamorato, Maria Luisa Farres. Una sera, nell’orto di un vicino dei Farres fu intercettato un ladro di patate, che dopo essere stato scoperto, estrasse una pistola e fece fuoco, ferendo tre guardiani. Il derubato aveva creduto di riconoscere nella sagoma del ladro la figura di Gino Corni. Sulla base di questa debole accusa e senza aver avuto una testimonianza a suo favore nel processo, il giovane italiano fu condannato a vent’anni di lavori forzati. La storia era uscita in un trafiletto di un giornale della Costa Azzurra che Besozzi aveva per caso letto. Il cronista chiese a Benedetti di spedirlo a Nizza, dove ricostruì l’effettivo svolgimento della vicenda: la sera del furto Corni era a casa dei Farres; a rubare le patate e poi a sparare era stato il fratello della sua fidanzata, ragion per cui nessuno dei Farres, neppure Maria Luisa, testimoniò al processo a favore del povero italiano. La ricostruzione di quella storia fu pubblicata da Besozzi in più articoli per “L’Europeo”. La vicenda si concluse con la scarcerazione di Corni, avvenuta nell’autunno del 1949[31]. Quello fu per Besozzi il primo colpo giornalistico. Poco meno di un anno dopo avrebbe messo a segno un altro scoop, quello che lo consacrerà nella storia del giornalismo.


Cap. 4. La vera morte del bandito Giuliano. Besozzi smonta le bugie di Carabinieri e Viminale


 Sono le 7 del 5 luglio 1950 quando il primo radio giornale della mattina diffonde la notizia della morte di Salvatore Giuliano. Il bandito siciliano – si dice- è stato ucciso in un conflitto a fuoco con i Carabinieri del Comando Forze Repressione Banditismo. La stessa versione viene ripetuta dalle edizioni straordinarie del “Giornale di Sicilia” di Palermo e della “Sicilia” di Catania. Il primo titola a sette colonne “Stanotte alle ore tre e trenta a Castelvetrano – Il bandito Giuliano ucciso in un conflitto con il Cfrb; la seconda scrive a tutta pagina “Ucciso Salvatore Giuliano dalla squadriglia del Cfrb – Accerchiato, il bandito ha invano tentato disperatamente di aprirsi un varco per fuggire, ma nel conflitto a fuoco, protrattosi a lungo, ha trovato la morte – L’operazione di polizia è stata guidata personalmente dal colonnello Luca”. Della fruttuosa operazione dei Carabinieri era stato informato alle sei di quella mattina il ministro degli Interni Scelba, che, ricevuti maggiori dettagli dagli stessi uomini del Cfrb di Palermo, poche ore più tardi avrebbe convocato i giornalisti per ricostruire sommariamente i fatti. Premettendo che ormai da giorni le forze dell’ordine erano riuscite a isolare e circondare il fuorilegge nella zona di Castelvetrano, il ministro afferma che “questa notte il colonnello Luca ha ritenuto che fosse giunto il momento della cattura e ha dato l’ordine di procedere nei confronti del bandito. Questi ha cercato di fuggire dalla casa del centro di Castelvetrano, ove era rifugiato, e ha tentato di opporre resistenza con le armi alle forze dell’ordine. Dopo un lungo inseguimento veniva ucciso nel conflitto a fuoco che ne era nato”[32]. “Da oggi in avanti – aggiunge il ministro – non si parlerà più di banditismo in Sicilia”[33].


Giuliano era infatti l’ultimo temuto brigante rimasto sull’isola. Come racconta Besozzi in “La vera storia del bandito Giuliano”, la sua storia criminale era iniziata nel 1942. L’anno prima Giuliano, giovane di Montelepre conosciuto in paese come Turiddu, aveva lasciato il suo lavoro di esattore della società che forniva energia elettrica per dedicarsi al più redditizio mercato nero. Ma proprio mentre stava portando un sacco “clandestino” di grano verso Palermo, fu fermato da una pattuglia di carabinieri. Mentre fuggiva, sparò verso di loro: ne uccise uno e ne ferì un altro. Da allora si diede alla macchia sul monte Sàgana. Lì si erano rifugiati altri latitanti del circondario. La polizia non dava loro la caccia per concentrarsi sulle Madonie, dove stavano rintanati briganti molto più numerosi e pericolosi. Perciò, quando prese piede l’ambizione separatista della Sicilia, i capi dell’Evis (l’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia) chiesero aiuto ai più indisturbati briganti del Sàgana. Li armarono e nominarono colonnello proprio Turiddu: era nata la banda Giuliano. Successivamente i piani separatisti saltarono, ma la banda rimase. Grazie all’impegno delle forze dell’ordine sulle Madonie, i monteleprini poterono compiere senza rischi rapine, estorsioni, vendette. Nel 1944 Giuliano strinse un patto di alleanza con la mafia. Il boss Calogero Vizzini aveva bisogno dell’aiuto dei briganti della montagna: i contadini occupavano le terre dei latifondisti da loro controllati, si cominciava a parlare di riforma agraria, mettendo così a rischio le rendite dell’‘onorata società’. Giuliano ristabilì il dominio della paura tra i proprietari riottosi. In cambio, la mafia gli offrì protezione e gli mise a disposizione la rete degli informatori. Il capobanda di Montelepre cominciò ad essere conosciuto e temuto. “Gli abitanti della zona – scrive Besozzi – erano assolutamente favorevoli a Giuliano,… molte persone influenti lo proteggevano, temendo di essere compromesse dopo il suo arresto”[34]; quando Giuliano scriveva ad un giornale, le sue lettere venivano pubblicate[35]; quando chiedeva di votare per un certo partito, i voti arrivavano. Se ciò non fosse accaduto, la vendetta non avrebbe tardato ad arrivare. E infatti la strage di Portella della Ginestra - quando il 1° maggio 1947 la banda dei monteleprini spara sui contadini che celebrano la festa del lavoro, provocando 11 morti e 27 feriti - è spiegata da Besozzi come “la punizione di Giuliano contro la gente di Piana dei Greci che, ribellandosi ai suoi ordini, aveva dato troppo pochi voti alla lista appoggiata dal brigante”[36], favorendo l’exploit della sinistra. Fu quella strage a decidere l’Ispettorato speciale per la lotta contro il banditismo a non concentrarsi solo sui briganti delle Madonie, ma a dare la caccia a quelli del monte Sàgana. Non vedendo risultati, il ministero dell’Interno sostituì nel 1949 l’Ispettorato con il Comando Forze Repressione Banditismo, comandato dal colonnello Ugo Luca. Questi adottò la tattica della terra bruciata, quella di “creare il vuoto attorno a Giuliano, per impedirgli di mantenere i contatti con gli informatori e con i complici”[37]. La notte del 4 luglio quella tattica arrivò al suo ultimo atto. Fin dalla mattina successiva, nei brevi servizi del giornale radio e nelle prime succinte dichiarazioni del ministro Scelba il merito di quella clamorosa uccisione andò a Luca e ai suoi uomini.  


E fu proprio uno degli uomini che avevano partecipato all’operazione, il capitano Perenze, il primo a riferire ai giornalisti accorsi ad una conferenza stampa una versione più completa dei fatti. La sera del 5 luglio Perenze racconta che Giuliano è morto alle 3 e 50 a Castelvetrano, dove pare fosse in attesa di espatriare clandestinamente in Tunisia. Il bandito era caduto nella ingegnosa trappola tesagli dal colonnello Luca. Conoscendo la vanità di Giuliano, che spesso è volentieri si era fatto intervistare e fotografare[38], Luca ha mandato in giro per le campagne un furgone di falsi cineoperatori e loro hanno fatto circolare la voce che sarebbero stati felici di riprendere il bandito. In realtà quel mezzo era un camion della polizia, dotato di ricetrasmittente e camuffato con scritte pubblicitarie. Il 4 luglio il furgone arriva a Castelvetrano. I carabinieri accerchiano e pattugliano il paese finché alle 3 e 15 del 5 luglio, lo stesso capitano Perenze, il brigadiere Catalano e i carabinieri Giuffrida e Renzi incrociano il bandito mentre percorre una strada periferica di Castelvetrano, via Gagini, in compagnia di uno dei suoi uomini. Sorpresi dalla pattuglia dei militi, i due si danno immediatamente alla fuga in direzioni diverse. Il gregario di Giuliano riesce a far perdere le proprie tracce, mentre il capobanda è inseguito per le vie del paese. Ne nasce un conflitto a fuoco. Il fuggitivo, benché ferito ad una spalla, riesce ad esplodere contro gli inseguitori 52 colpi di mitra. Giunto in via Mannone, il brigante crede di trovare scampo entrando nel cortile dell’abitazione di un certo avvocato De Maria, ma là il mitra si inceppa. Giuliano ha anche una pistola, ma il capitano Perenze è più veloce a sparare e lo abbatte con una raffica di mitra. Il bandito muore prima che il capitano riesca a portargli dell’acqua[39].         


I maggiori quotidiani del giorno dopo riecheggiano, completamente soddisfatti, il racconto del capitano e le parole di Scelba. Il “Corriere della Sera”, accanto a una fotografia del colonnello Luca e del Procuratore generale davanti al cadavere del bandito, titola: “Quattro carabinieri nel cuore della notte affrontano e uccidono Giuliano dopo mezz’ora di fuoco – Il bandito ha giocato la vita per la vanità: si era recato a Castelvetrano per posare in un documentario cinematografico senza sapere che si trattava di una trappola tesagli dal colonnello Luca”. “La Stampa” titola “La Sicilia liberata da un tragico incubo – La fine del bandito Giuliano – Sorpreso all’alba in una via di Castelvetrano, in provincia di Trapani, della squadra del col. Luca – Audace tentativo di reazione – Abbattuto da una raffica di mitra nel cortile di una casa dopo un rapido scontro – Si è conclusa così una lunga serie di delitti”. Di uguale tenore le prime pagine degli organi di partito di parte governativa. Scrive, ad esempio, “Il Popolo”: “La raffica del cap. Perenze stroncò la disperata difesa di Giuliano – Gli ultimi istanti del bandito caduto nella trappola tesagli dai carabinieri in un cortile di Castelvetrano. Luca ha risposto alle aspettative del paese – Il comandante della Cfrb sarà promosso generale- Soddisfazione in tutto il paese".


Di contro a questo coro unanime, due giornali della sinistra avanzarono subito dubbi e perplessità sulla veridicità della narrazione offerta alla stampa. In base a voci che circolano a Palermo e a confidenze raccolte in loco, Maurizio Ferrara su “L’Unità” del 7 luglio non sembra avere dubbi: “Un dato di certezza appare ormai indiscusso e cioè che la versione ufficiale data ieri sera dal cap. Perenze, l’‘uccisore di Giuliano’, non attacca, non convince, non soddisfa nessuno; tante sono le contraddizioni, gli errori, le illogicità di cui è intessuta”. Anche “L’Avanti” dello stesso giorno, nel resoconto della conferenza stampa mette in luce “i punti oscuri e le inverosimiglianze della versione ufficiale”, che contrasterebbe con quel che la gente in Sicilia è disposta a credere. Scrive Somaschini, su entrambi i quotidiani della sinistra, riconsiderando criticamente gli avvenimenti che hanno portato alla morte di Giuliano (così come sono stati esposti ai cronisti) ci si domanda come sia stato possibile per un fuorilegge tanto scaltro cadere in una trappola tanto ingenua come quella del falso camion per riprese cinematografiche; come il misterioso accompagnatore di Giuliano abbia potuto sottrarsi tanto facilmente ai carabinieri, e come, infine, sia stato possibile per il bandito, di cui era nota l’abilità nell’uso delle armi, non mettere a segno nessun colpo in un conflitto tanto movimentato[40].


Inoltre, l’arresto di Frank Mannino, di Nunzio Badalamenti e di alti componenti della banda Giuliano, reso pubblico il 7 luglio, ma avvenuto parecchi giorni prima dell’uccsione del fuorilegge di Montelepre, chiude formalmente l’episodio Giuliano, ma secondo Massimo Ferrara de “L’Unità”, avvalora sempre più la convinzione diffusa nell’opinione pubblica che per far cadere la banda Giuliano il col. Luca sia dovuto ricorrere alla mediazione e all’aiuto dell’alta mafia, la quale un tempo amica del bandito e oggi stanca dei soprusi e dei ricatti, ha trovato più comodo sbarazzarsene, aprendo un buco nella rete fittissima dell’omertà e del silenzio, ed offrendo alla polizia quelle indicazioni senza le quali nessuno sarebbe mai riuscito ad arrestare il bandito e i suoi accoliti[41].


Di fronte a questi interrogativi, vuole fugare ogni dubbio il “Corriere della Sera”, che il 9 luglio scrive: “Anche dopo la morte del bandito continuano a correre versioni fantasiose: che egli sia stato tradito da un uomo scaltro, che sia stato gettato da una finestra, che sia stato ammazzato nel sonno. Sono versioni insinuanti, che scaturiscono da immaginazioni troppo irrequiete o troppo poco soddisfatte che un argomento di speculazione e di disagio sia finalmente finito”.


Mentre il “Corriere” festeggia la fine del banditismo in Sicilia, sono all’opera “le immaginazioni troppo irrequiete” de “L’Europeo”. Tommaso Besozzi è a Palermo. E’ partito all’alba del 5 da Venezia, dove stava seguendo il caso di un militare italiano che, durante la prigionia in Russia, aveva accusato due compagni di voler uccidere Togliatti. “Molla tutto e vai in Sicilia”, gli telefonano da Milano appena il notiziario radio annuncia la morte del bandito. Lui molla tutto, parte istantaneamnte da Venezia, vola a Roma e da lì riparte per Palermo, nel pomeriggio atterra all’aeroporto di Bocca di Falco. Si sistema al Grand Hotel des Palmes, lo stesso dove ha abitato Lucky Luciano e dove Calogero Vizzini, il capo della mafia, ha l’abitudine di ricevere ogni mattina gli amici più importanti.


Dall’hotel, subito, noleggia un taxi – ricostruisce Mannucci -: fa la spola tra l’obitorio di Palermo, dove è il corpo di Giuliano, e il paese dell’agguato, Castelvetrano. Ma non c’è tempo per piazzare un articolo de “L’Europeo” che va in edicola. Si rimedia dedicando l’ultima pagina, tutta fotografica, a tre immagini della storia di Giuliano. Le didascalie delle foto accreditano la versione ufficiale, senza problemi. Il servizio giornalistico andrà sul prossimo numero[42].  


Infatti nella redazione milanese già si lavorava al numero successivo. Benedetti è in vacanza sull’Appennino, il timone del giornale è nelle mani di Radius. Anche Mazzocchi è in ferie, a far le sue veci è rimasto Riccardo Ricas, che divide con Franca Matricardi la direzione editoriale. Fra Milano e l’Appennino, Radius e Benedetti parlano al telefono dieci volte al giorno. Hanno deciso che la prima e la seconda pagina del giornale saranno riservate a Besozzi. La terza è già pronta ed è tutta di foto. Sono fotografie esclusive, provenienti dal rullino che un carabiniere ha trovato nelle tasche del bandito. La proposta di acquisto era arrivata poche ore dopo la morte di Giuliano sulla scrivania di Ricas assieme a una proposta esorbitante: otto milioni di lire. “I tempi sono stretti. Ricas deve decidere da solo. Compra. ‘E feci bene. Dopo, i diritti di quel servizio ci fruttarono più di quindici milioni’”, racconta Mannucci[43]. Nelle foto Giuliano posa a bandito gentiluomo nelle campagne di Castelvetrano. E’ un servizio fresco, a dimostrarlo ci sono due giornali recenti diligentemente ripresi nelle inquadrature. La didascalia alle immagini, già preparata, ipotizza che quelle foto fossero dei provini in vista del documentario fotografico a cui il bandito si sarebbe prestato, non sapendo che si trattasse di una trappola dei Carabinieri. Alla redazione de “L’Europeo” si dà infatti credito alla versione ufficiale: da Besozzi si aspettano un bel racconto sul bandito caduto. 


Ma il pezzo non arriva. In tipografia i telai della prima e della seconda pagina rimangono vuoti di piombo. Besozzi è introvabile. La reception delle Palme è piena di appelli a chiamare Milano. “Il dottore è ancora fuori”, continuano a rispondere dall’albergo, “Forse rientra stanotte”. Il problema è che la storia non è quella scritta finora dagli altri giornali. Besozzi batte le campagne, parla con la gente, interroga i testimoni. Troppi particolari non tornano, lui non crede alla versione ufficiale. Chiede tempo a Milano, vuole controllare, confrontare le dichiarazioni, studiare di nuovo la ricostruzione proposta dai Carabinieri. La direzione tentenna, ascolta i dubbi del suo uomo sul campo, ma è anche assediata dagli annunci ministeriali, dalle cronache degli altri giornali, dal sollievo su una vicenda che spunta molte armi alla propaganda antigovernativa della sinistra. Comunque si decide di lasciare più tempo a Besozzi. “Almeno abbiamo il titolo?”, sbuffa ansioso Radius al telefono e butta giù su un foglio: “Di sicuro c’è solo che è morto”. Quel titolo è come una firma, concisa e brillante. Sul “Corriere Lombardo” di tre anni prima Radius ne ha fatto uno analogo: quel “Si sa soltanto che era bella e che l’hanno ammazzata”.


Per capire le titubanze di Besozzi e della redazione del settimanale bisogna tornare al clima di quegli anni. Pochi mesi prima, Edilio Rusconi, direttore di “Oggi”, ha dovuto rifugiarsi per un po’ in Svizzera dopo le minacce ricevute per aver pubblicato l’intervista fatta proprio a Giuliano latitante dal suo reporter Jacopo Rizza.


“L’Europeo” del 1950 non ha bisogno di altri galloni sulla divisa di giornale spregiudicato. Ma questa del banditismo è la storia che, dal referendum del 1948, mette più a rischio l’unità nazionale. Sulla repressione del banditismo il governo ha speso un capitale di credibilità, non si tratta di esprimere perplessità su un rapporto di un appuntato qualunque. Sono De Gasperi e Scelba che ci hanno messo sotto la firma. Michele Tito, che poi conobbe bene Pannunzio e Benedetti, è ancora impressionato: ‘Fu un atto di ardimento straordinario, eppure un atto che sarebbe stato ignobile per gran parte dei giornalisti di allora, per Missiroli, tanto per fare un nome. Ma anche Benedetti ebbe dei dubbi, si trattava di scoprire la nudità dello Stato. E loro, il gruppo de “L’Europeo”, erano i democratici più avanzati in Italia, e dello Stato avevano un senso fortissimo. Credo che Benedetti avesse in coscienza di compiere un atto eroico, di sacrificare molto in nome del principio massimo della verità, della notizia da dare comunque [44].


Chi ha meno scrupoli è Alessandro Minardi, caporedattore, quello che imposta la grafica de “L’Europeo” e che quindi ha il problema assillante delle prime pagine ancora tutte da fare. Avere il giornale aperto quando invece si dovrebbe essere in chiusura è il peggiore degli incubi per il capo dei grafici. Per questo Minardi non ha dormito bene la notte, ma non lo disturba il telefono che suona alle sei e mezzo di mattina. E’ Besozzi: avverte che ha completato l’articolo, ha fatto la sua scelta e ha deciso di dare addosso alla versione ufficiale. Minardi non si preoccupa neanche per il superlavoro che ora l’aspetta: l’articolo di Besozzi deve andare tutto, senza tagli, così ha deciso il direttore. Il capo dei grafici non va in redazione, corre direttamente allo stabilimento dove si stampa “L’Europeo”, alla Vitagliano, in via Ripamonti. Guarda i tipografi montare il piombo sul telaio e si accorge di maneggiare dinamite. Sotto il titolo c’è un sommario che ha l’aria di smorzare un po’ la polemica: “I meriti dei carabinieri sarebbero gli stessi anche se la versione ufficiale non fosse vera”. Ma poi, riga dopo riga, Besozzi è un demolitore, fin dall’attacco:


Chi è stato a tradirlo? Dove è stato ucciso? Come? E quando? La grande maggioranza dei siciliani non crede alla versione ufficiale del conflitto nel quale ha trovato la morte Salvatore Giuliano. E anche noi dobbiamo confessare di avere inutilmente tentato di mettere d’accordo parecchi particolari di quella relazione con i luoghi, le circostanze, il racconto di chi quella notte vegliava a pochi passi di distanza dal tragico cortile in cui si è svolto l’epilogo del dramma…Tutto ciò si chiamerà forse cercare il pelo nell’uovo, ma l’esame delle incongruenze, dei punti oscuri, dei dubbi, che inevitabilmente nascono nella mente di chi abbia tentato sul posto di ricostruire la scena non cesserà per questo di essere interessante”[45]


Besozzi fa domande agli abitanti di Castelvetrano. Gli rispondono gli inquilini delle case intorno al cortile De Maria e dicono di avere inteso fin dalla mezzanotte un rumore di tegole smosse e un bisbigliare come vi fosse gente sui tetti. Eppure in quel cortile Giuliano dovrebbe essere finito per caso, alle 3 e 50, dopo una fuga disperata e una pazza sparatoria cominciata un paio di chilometri più in là. A Besozzi rispondono anche i garzoni del fornaio Lo Bello, che è a venti metri dal cortile. Dopo la mezzanotte facevano il pane nell’afa silenziosa. All’una, due carabinieri si avvicinarono e intimarono di sprangare la porta.


E’ molto probabile, tuttavia, che il mattino seguente le clienti del fornaio Lo Bello abbiamo trovato a ridire sulla confezione del pane. La curiosità di sapere quello che stava per accadere sulla strada non poteva certo permettere ai panettieri di attendere con diligenza al consueto lavoro. Avevano lasciato i battenti un pochino socchiusi e di tanto in tanto andavano a origliare. Così non sarà esagerato dire che l’aria lacerata dal primo sparo vibrava ancora quando gli occhi dei fornai erano già incollati alla fessura. Sembrò loro che la via fosse deserta… Non videro dunque nessuno entrare nel cortile. Scorsero invece un uomo che passò correndo sotto un lampione[46].    


A Besozzi risponde la gente di via Gagini, dove lo scontro dovrebbe essere cominciato; ma non trova nessuno che ricordi di aver udito un solo sparo. Hanno sentito, invece, la battaglia nel cortile gli abitanti di via Mannone, ma sono unanimi nel ripetere che si udirono prima cinque o sei colpi di pistola sparati sotto l’arco d’ingresso o nel cortile, poi due raffiche di mitra distanziate da un breve intervallo. Invece i carabinieri riferiscono di raffiche di mitra esplose da Giuliano nella via, altre raffiche dei carabinieri, ancora la pistola di Giuliano, infine un nuovo caricatore dal Thompson di Perenze. E poi altre incongruenze. Perché Giuliano non ha un soldo addosso, visto che era pronto all’espatrio? Perché lui, così accurato a suo modo, è vestito soltanto con la canottiera e non porta mutande? Perché non ha l’orologio al polso, quel grosso cronometro che, a dire di molti, era l’ultima cosa che si togliesse coricandosi e la prima che cercasse al risveglio? Perché la cinghia dei pantaloni era infilata in soli due passanti, come se gliela avessero messa frettolosamente dopo? Perché sulla pelle di un braccio si vedevano abrasioni e graffiature parallele, come se qualcuno avesse trascinato il cadavere?


C’erano altri particolari che alimentavano il dubbio e, apparentemente, con maggiore evidenza: alcune ferite, specie quella, sotto l’ascella destra, sembravano tumefatte, come se risalissero a qualche tempo prima; altre erano a contorni nitidi e apparivano più fresche. Due o tre pallottole lo avevano raggiunto al fianco e avevano prodotto quei fori grandi a contorni irregolari, tipici dei colpi sparati a bruciapelo; altre erano entrate nella carne, lasciando un forellino minuscolo, perfettamente rotondo. Il tessuto della canottiera appariva intriso di sangue dal fianco alla metà della schiena, e sotto quella grossa macchia (aveva oltre due palmi di diametro) non c’erano ferite. Era logico pensare che il corpo del bandito anziché bocconi fosse rimasto per qualche tempo in posizione supina, perché tutto quel sangue doveva essere sgorgato dalle ferite sotto l’ascella e certamente era sceso, non poteva essere andato su[47].  


Quanto ai congegni della trappola che i carabinieri si vantano di aver teso, il giornalista, che ha scoperto un’altra verità, li liquida quasi sprezzante. “Da Trapani a Sciacca a Santa Ninfa, a Partanna non c’è uno che non sorrida quando gli si parla del famoso furgone sul quale gli uomini del colonnello Luca travestiti da cinematografari percorrevano le campagne…tutti, anche i ragazzini, sapevano che si trattava di una radiotrasmittente mobile capace di collegare Trapani con Palermo. Cosa che tra l’altro è dimostrata con evidenza dalla antenna molto alta che non si poteva né sopprimere né camuffare”[48]. Per l’inviato de “L’Europeo”, a tutte queste considerazioni non può che seguire una sola conclusione: il conflitto di cui parla il cap. Perenze non è avvenuto e Giuliano è morto altrove e non ne cortile del De Maria. Secondo Besozzi, l’uccisione del bandito deve essere spiegata ricorrendo a ben altra chiave di lettura.


Il più grande aiuto allo sterminio della banda di Montelepre e del suo capo è venuto dalla mafia, ed è chiaro che ciò non significa affatto che la polizia abbia sollecitato o anche soltanto incoraggiato quell’aiuto. Un’alleanza tra Giuliano e i mafiosi era nata naturalmente al principio della carriera del brigante. Turiddu aveva bisogno dell’appoggio dell’‘onorata società’ e a quegli altri era comodo speculare sulla paura che il brigante incuteva. Ma poi i capimafia, che erano stati i primi esattori della banda, esagerarono. Imposero riscatti che erano cinque volte superiori a quelli che il bandito intendeva richiedere e intascarono la differenza. … Il contrasto si aggravò al punto che Turiddu, assieme a pochi dei suoi uomini, tra i più fedeli, scese sulla piana di Partinico e in pieno giorno vi uccise a pistolettate i più alti capi dell’associazione criminosa e segreta[49]. Le vittime non avevano però un grosso prestigio oltre l’ambito del loro paese, perché oggi non esiste più una mafia unica che abbia giurisdizione su tutta l’isola, ma tante mafie locali autonome e spesso nemiche. Il brigante sperava di giocare su queste rivalità territoriali e in parte ci riuscì: infatti fu condannato a morte dalla sola mafia di Partinico, mentre sembrò che le altre continuassero a essergli amiche; e invece era soltanto una maniera di temporeggiare aspettando il momento opportuno per liberarsi di lui. … L’equilibrio era mantenuto dalla straordinaria potenza di Giuliano. Il giorno che questa decadde, la sentenza di Partinico fu omologata e sottoscritta da tutte le mafie[50].   


“L’onorata società” decide che è rischioso far fuori Giuliano mandandogli un sicario. Si comincia a togliere la protezione agli uomini del bandito rompendo la legge dell’omertà: la mafia impone che quelli della banda, ovunque fossero, siano segnalati alla polizia. Così molti dei fuorilegge vengono arrestati e con Giuliano restano pochi fedelissimi. Tra loro, oltre al cognato Gaspare Pisciotta, ci sono anche Frank Mannino e Nunzio Badalamenti. Il 27 giugno del 1950 i due, che hanno abbandonato il loro rifugio sul Sàgana per recarsi a Castelvetrano, trovano sulla loro strada un carrettiere di loro conoscenza. In passato l’uomo aveva reso dei servigi ai briganti, quindi Mannino e Badalamenti pensano di potersi fidare quando gli chiedono un passaggio verso Castelvetrano. Non sanno che l'uomo è anche un mafioso e dopo averli nascosti in due ceste, dalle quali non potevano vedere nulla, li conduce alla caserma dei carabinieri di Alcamo. A questo punto della ricostruzione, Besozzi conclude facilmente che Giuliano è stato tradito da uno dei suoi e ipotizza che i probabili traditori siano proprio Mannino o Badalamenti, che in carcere avrebbero cantato.


Mannino o Badalamenti, o chiunque sia stato il traditore, entrò nella camera dov’era nascosto Salvatore Giuliano, ma gli mancò il coraggio di svegliarlo e di condurlo fuori. Preferì sparargli a bruciapelo nel sonno. Poi, si sa: a nessuno poteva far piacere che si venisse a conoscere un così brutto episodio. Forse anche colui che ospitava il brigante era a parte del primitivo progetto, aveva aderito a facilitare la cattura e non si poteva ripagarlo lasciandogli in casa il cadavere (quel cadavere) fino al momento in cui sarebbero venuti il giudice, i fotografi, i becchini. Allora lo portarono nel cortile di via Mannone. Spararono. Il capitano andò a bussare alla porta e gridò che gli portassero acqua per un ferito, perché tutti sentissero che Giuliano non era morto ancora[51].      


Come si sia svolto realmente, nelle varie sequenze, l’episodio di Castelvetrano, il giornalista de “L’Europeo” lo ha delineato con esattezza: solo nell’individuare l’assassino di Turiddu ha commesso un errore, indicando in Mannino o Badalamenti il possibile esecutore di Giuliano. La verità definitiva sarà rivelata clamorosamente dallo stesso “Europeo” nel numero successivo, quello del 23 luglio, con un articolo scritto dalla redazione romana da Nicola Adelfi. Il titolo è “Lo uccise nel sonno Pisciotta”. Adelfi, ricostruisce la vicenda a partire dall’arresto di Mannino e Badalamenti: i due erano stati traditi e consegnati alle forze dell’ordine dal monrealese R. P., ex amico dei briganti ma anche mafioso e confidente dei carabinieri. Avvertito dell’accaduto, Giuliano fa rapire R. P. e lo affida in custodia a Pisciotta. Durante la prigionia l’abile monrealese piagnucola, dà costante impressione di paura e smarrimento, finge di parlare con gli spiriti dei venti banditi uccisi dai carabinieri. Quella di R. P. è una furba messa in scena: Pisciotta, che dapprima s’infastidiva per questi lamenti, poi ascolta con attenzione i “dialoghi” tra il prigioniero e gli spiriti e infine chiede a R. P. di metterlo in contatto con uno di loro. Dall’aldilà arriva un semplice messaggio: chi sta vicino a Giuliano prima o poi avrebbe fatto una brutta morte, l’unica via d’uscita è il tradimento. Pisciotta si convince. Libera il prigioniero. Scrive Adelfi, ai primi di luglio Pisciotta si presentò con aria afflitta a Giuliano, nel rifugio di costui in casa dell’avvocato De Maria a Castelvetrano. Gli raccontò che l’ostaggio monrealese era riuscito a scappare. Certamente a quell’ora egli aveva già informato la polizia circa il luogo dove era stato tenuto prigioniero; per questo, egli, Pisciotta, era stato costretto ad allontanarsi dal suo nascondiglio. Non poteva lui, Giuliano, dargli ospitalità per qualche giorno? Giuliano acconsentì. Si fidava di suo cugino[52].


Mentre Pisciotta va da Giuliano, il monrealese avvicina un ufficiale superiore del Cfrb. Gli spiega come sono andate le cose, dicendogli che Pisciotta chiede impunità e taglia. Il colonnello Luca fa un rapido conto: trenta milioni a Pisciotta, altri milioni all’astuto piagnone di Monreale, altri milioni per gli uomini che avrebbero tenuto i collegamenti con Pisciotta a Castelvetrano, altri milioni infine per chi, nel cortile De Maria, avrebbe dato una mano a Pisciotta. Luca chiede e ottiene da Scelba che il premio sia portato da trenta a cinquanta milioni.


Giuliano - tira le somme Adelfi - è morto nel sonno, forse senza nemmeno accorgersene. Come tutti coloro che sono abituati a dormire all’aperto, egli dormiva di solito bocconi, coprendosi la testa con le braccia. Pisciotta stava coricato nella stanza accanto, senza dormire, sebbene fingesse di russare. Quando ebbe la certezza che Giuliano dormiva, gli si avvicinò in camicia e a piedi scalzi, tenendo la pistola dietro la schiena. Pisciotta tremava. Il primo colpo, diretto alla nuca, colpì Giuliano alla schiena, il secondo, immediatamente dopo, sotto l’ascella. Sono i due colpi che all’esame nescroscopico risultano esplosi a bruciapelo. Lo shock psichico dei due spari fu terribile per Pisciotta. Fuggì nella notte, a piedi nudi, reggendo in una mano i pantaloni. Scappò verso una Millecento dei carabinieri, salì a bordo, e nessuno ha più saputo niente di lui[53].          


La ricostruzione di Adelfi è ripresa quasi letteralmente da Besozzi nel suo unico libro La vera storia del bandito Giuliano, scritto nel 1959 per la Vitagliano. Nel capitolo 11, intitolato, “La notte fatale del 4 luglio 1950” l’articolo di Adelfi è stato utilizzato quasi in blocco. Ci sono solo poche varianti. La prima è un particolare in più che riguarda la reazione dei carabinieri che prendono a bordo Pisciotta fuggitivo. Quei calzoni tenuti in mano vogliono dire una cosa precisa: “Spero che si capisca perché reggesse i pantaloni: è appunto la paura che fa questi scherzi. Era scappato verso una Millecento dei carabinieri… I carabinieri che sedevano al suo fianco erano impalliditi per l’orrore che ispirava l’atto infame e per il fetore che spandeva dai suoi vestiti[54]”. L’altra variante è un particolare dubbio che fa premio alla credenza dei monteleprini. Pisciotta aveva versato qualche goccia di narcotico nel caffè di Giuliano. Nella leggenda del bandito è un tocco che vale, la prova che nessuno aveva avuto il coraggio di affrontarlo senza prima menomarlo gravemente. “E l’hanno velenatu” continuerà a ripetere per anni Mariannina, la sorella di Giuliano.


Per Mannucci rimane un dubbio: perché Besozzi non scrisse anche il secondo articolo? O, anche: perché uscì a firma di Adelfi e da Roma? Lodovico, il figlio di Tommaso, rammenta uno dei rari racconti del padre: a Palermo, dopo lo scoop su Giuliano, si era dovuto nascondere per un paio di settimane, perché il prefetto lo faceva cercare, gli voleva toglier la pelle – Besozzi diceva così – finché non avesse confessato chi gli aveva passato l’informazione[55].


Con Besozzi bloccato a Palermo, quasi in clandestinità per il timore di rivalse degli apparati, il servizio è passato alla capitale. Probabilmente grazie ai contatti di Adelfi, o a quelli di Trionfera, qualche indiscrezione era riuscita a trapelare, o forse aveva parlato qualche gola profonda dei carabinieri. Ma è anche probabile che Besozzi, istradato dalla redazione, in qualche modo facesse arrivare al giornale un servizio sbozzato. Adelfi lo rielabora volentieri da Roma con le notizie ulteriori raccolte negli ambienti degli alti comandi. Sulla genesi di questo secondo articolo non ci sarà mai certezza. I due protagonisti non hanno mai svelato come andarono effettivamente le cose.


Quello che più conta è ciò che Adelfi e Besozzi hanno rivelato. La loro ricostruzione trova la conferma dello stesso Gaspare Pisciotta, arrestato nella sua casa di Montelepre il 9 dicembre 1950, dopo cinque mesi di latitanza. Pisciotta dirà la verità nell’aula della corte di assise di Viterbo, durante il processo ai superstiti della banda Giuliano per la strage di Portella della Ginestra: in un messaggio letto in udienza il 16 aprile 1951 si autoaccusa dell’assassinio del cugino. Nello stesso aprile del 1951, Scelba prima, il generale Luca poi, ammetteranno alla stampa il tradimento di Pisciotta, pur riconfermando la tesi che Giuliano ha trovato la morte in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Pisciotta, testimone tanto importante quanto pericoloso di quell’uccisione, morirà avvelenato il 9 febbraio del 1954 nel carcere palermitano dell’Ucciardone. E’ l’epilogo di una delle più inquietanti vicende del dopoguerra, nella quale l’intervento di Besozzi è stato determinante nello smascherare le bugie del Governo e dei carabinieri.  


Cap. 5. A quell’“Europeo” si potevano fare inchieste. Ma presto comincerà il declino


Dopo le rivelazioni di Pisciotta al processo per la strage di Portella della Ginestra, Benedetti esulta: “Ora al processo di Viterbo ha confessato. ‘L’Europeo’ ancora una volta è stato al servizio della verità.”[56]. Che un giornale dell’epoca sentisse di avere questa missione è davvero cosa rara. Lo sta a confermare il fatto che le rivelazioni di Besozzi sulla morte di Giuliano sono state completamente ignorate dal “Corriere della Sera”, da “La Stampa” e da “Il Messaggero”[57]. Non c’è da stupirsi, visto che il giornalismo italiano è nato come giornalismo politico e dunque era, ed è, saldamente politicizzato. Ma la lezione di Benedetti e dei suoi inviati serve a ricordare che si può fare giornalismo anche aderendo ai fatti, raccontandoli senza fronzoli e senza commenti, scordandosi di avere idee politiche e badando semplicemente al dettaglio, al reale. E’ questa l’eredità di quell’“Europeo”, in cui certo Pansa avrà ritrovato la presenza di tutte e cinque le condizioni essenziali per fare una buona inchiesta. C’era la libertà del giornale, inteso come impresa editoriale. Mazzocchi era infatti un editore puro, che rifiutava l’aiuto dei potenti e che, vista la crisi economica del 1952, preferì vendere alcuni suoi giornali per evitare che continuassero sì a vivere, ma sotto la soffocante protezione di qualche politico. Mazzocchi aveva concepito i suoi periodici come giornali a servizio del cittadino, per indicargli doveri, ma anche diritti, e per insegnargli a chiedere conto allo Stato di ciò che faceva per lui. “L’Europeo” assolse bene a questa funzione negli nove anni di direzione di Benedetti. In un giornale che faceva della verità la sua missione, Benedetti non esitava certo a mandare i suoi collaboratori in giro. La linea del direttore imponeva di riportare i dettagli di tutti i fatti, da quelli della cronaca più nera a quelli degli avvenimenti mondani. E l’unico modo per conoscerli bene era essere sul posto. Benedetti non aveva paura a lasciare che due o tre dei suoi abbandonassero il lavoro di confezione del giornale per recarsi sul luogo di un’inchiesta o di un qualsiasi avvenimento. Condizione che Pansa vede invece avverarsi raramente nei giornali d’oggi. Quanto al protagonista dello scoop su Giuliano, Pansa non potrebbe non convenire che Besozzi aveva tutte le caratteristiche di un bravo inchiestista. Era preparato culturalmente dagli studi fatti a Lettere e sicuramente non era spaventato dalla mole di lavoro che un’inchiesta comportava. Anzi. Dato il suo carattere schivo e la congenita sfiducia nei suoi mezzi, nel collettivo della redazione era sempre a disagio. Preferiva stare in trasferta, più vicino ai fatti, in modo da conoscere e far quadrare ogni dettaglio prima di ricostruire con un articolo una vicenda. Lo scoop su Giuliano è maturato proprio in modo esemplare. Prima di partire Besozzi sapeva chi era Giuliano, aveva seguito i crimini del banditismo siciliano e anche i tentativi delle forze dell’ordine di fermarli[58]. Una volta giunta a Castelvetrano, fece domande ai testimoni, osservò i luoghi dell’accaduto, confrontò i dati raccolti con la versione ufficiale. E capì che la verità non era nelle parole di Scelba o di Perenze. Besozzi poté dare addosso ai due perché non era un uomo di idee, non seguiva le mode e neanche la politica. A lui interessavano i fatti, la vita quotidiana nei suoi particolari e nei suoi protagonisti. Era un giornalista libero, come Pansa vorrebbe che fosse ogni inchiestista.     


Insieme, Mazzocchi, Benedetti e Besozzi fecero le fortune del primo “Europeo”. Cancogni ricorda che si arrivarono a vendere 300mila copie la settimana, “mai un periodico italiano d’attualità aveva avuto un successo così clamoroso. Non si esagera dicendo che in quegli anni di incertezza politica, di mutamenti nel costume, nella letteratura, nello spettacolo…”L’Europeo” fu un punto di riferimento per un numero crescente di lettori, quasi necessario. Si aspettava la sua uscita settimanale con ansia”[59]


Ma ben presto la squadra fautrice del successo si divise. Come già visto, nel 1953 l’editore, in difficoltà per l’aumento del prezzo della carta, dovette vendere a De Fonseca, che girerà la testata a Rizzoli. Per Mazzocchi non finì l’impegno dell’editoria italiana, della quale fu anzi uno dei grandi protagonisti fino alla morte nel 1984. Diede alle stampe infatti numerose riviste, tra le quali quelle più innovative, per gli anni in cui sono state concepite, sono “Quattroruote” (1956), “Quattrosoldi (1961) e “Tuttoturismo” (1977). Dopo l’abbandono di Mazzocchi, anche Benedetti non resse molto. Lasciò “L’Europeo” dopo nove anni di appassionata e combattiva direzione. Era il maggio del 1954. Dopo poco più di un anno Benedetti si trovò alla guida di un nuovo settimanale, orientato all’area della sinistra liberale. Il 2 ottobre 1955 uscì infatti il primo numero de “L’Espresso”, fondato dallo stesso ex direttore de “L’Europeo” e da Eugenio Scalfari. Benedetti ne sarà alla direzione fino al 1963 e vi porterà lo stesso stile mantenuto al suo “Europeo”: combattivo, aggressivo e capace di inchieste memorabili, come quella di Manlio Cancogni, che denunciò alcune speculazioni edilizie che coinvolgevano anche il Vaticano.


Ancora prima di Benedetti, se ne andò da “L’Europeo” Tommaso Besozzi. Dopo lo scoop su Giuliano il nome di Besozzi divenne conosciuto. Ma lui, di natura introverso, schivo e per niente interessato alla fama mondana, non fu toccato da quell’improvvisa celebrità. Anzi, quando proprio nel 1950 arrivarono a “L’Europeo” Alfredo Todisco, Manlio Cancogni e Giancarlo Fusco, si sentì in bilico: aveva l’impressione di essere superfluo, inutile. A questa sensazione si aggiunse poi un disagio ancora più profondo per un giornalista: quello di non riuscire a scrivere un pezzo. Besozzi, giornalista-scrittore, abituato a scrivere e riscrivere più volte i suoi articoli alla ricerca della perfezione, non riusciva più a comporre un attacco così come lo voleva: asciutto, aderente alla realtà, aneddotico. Iniziò a sentirsi ancora più insicuro dei propri mezzi, ancora più inadatto al lavoro di giornalista. Lasciò “L’Europeo” nel 1952 e cominciò a vagare da una testata all’altra. Scrisse per “La Gazzetta del Popolo”, tornò a “L’Europeo”, si riallontanò definitivamente nel 1955, quando iniziò a scrivere per “Il Giorno”. Collaborò anche per il “Corriere dell’informazione”, “L’Espresso”, la “Domenica del Corriere”, “Quattroruote”, “Il Giornale d’Italia”. Ma i suoi articoli erano sempre meno incisivi, più attaccati ai ricordi che aderenti all’attualità, perché in lui cresceva sempre più ossessivo questo sentimento di incapacità, di inadeguatezza.. Molti colleghi non lo comprendevano, alcuni cercavano di sostenerlo, ma Besozzi era ormai entrato nella galleria del male oscuro. E nel 1964 si tolse la vita, fabbricando con le sue mani l’ordigno che lo fece esplodere.


E’ la triste fine di un grande inviato, che nei suoi anni migliori ha reso grandi i giornali in cui scriveva. Il suo momento d’oro l’ha vissuto proprio a “L’Europeo”, testata che dopo l’abbandono di Mazzocchi, si avvierà anch’essa al suo declino. Con Rizzoli editore “L’Europeo”, che intanto aveva abbandonato il formato lenzuolo, visse una stagione incolore con le direzioni di Michele Serra, che successe a Benedetti e che impose uno stile più popolare, e Giorgio Fattori. Nel 1966 la direzione venne assunta da Tommaso Giglio, che unì allo spirito civile del settimanale un grande interesse per gli affari internazionali. Con lui “L’Europeo” conobbe una stagione felice, toccando anche le 230.000 copie alla settimana. Ma quando Giglio chiese di poter convertire la testata in un newsmagazine, secondo il modello americano, i Rizzoli smisero di investire nel giornale. La fascia dei newsmagazine era già saldamente occupata da “Panorama” e “L’Espresso”, non c’erano dunque spazi per il successo di un altro settimanale di quella portata. In mezzo ai continui cambi di direttore, “L’Europeo” langue fino alla chiusura. L’ultimo numero[60], quello del 24 febbraio 1995, fu accompagnato da due fascicoli in formato lenzuolo che riprendevano le copertine celebri delle stagioni più felici, quelle che si ricordano con commozione e con forte nostalgia. Lo scoop di Tommaso Besozzi sulla morte di Giuliano è tra queste.


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BIBLIOGRAFIA


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(Editoriale), Quell’Europeo, in Problemi dell’informazione, n. 2, 1995. pp.141-142


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L’Europeo, in Prima, gennaio 1995, pp.178.179


Mannucci E., I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano, 1995


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Murialdi P., Storia del giornalismo italiano, Il Mulino, Bologna, 2000


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Salvadori M.L., Storia dell’età contemporanea. Dalla restaurazione ad oggi, vol. III: 1945-1993, Loescher, Torino, 1996


 


ALLEGATO 1. La relazione del capitano Perenze


Palermo, lì 9 luglio 1950


Oggetto: Relazione del conflitto a fuoco del 5 luglio 1950 in Castelvetrano nel quale fu ucciso il bandito Salvatore Giuliano.


Giorni orsono il colonnello Ugo Luca, comandante del DFRB, riceveva notizia da un confidente che il fuorilegge Salvatore Giuliano, ritenutosi ormai tradito ed abbandonato da luogotenenti più fedeli e dei quali non aveva notizia da tempo, Madonia Castrense, Badalamenti Nunzio, Mannino Frank e Zito Giuseppe, aveva deciso di espatriare.


L'espatrio sarebbe potuto avvenire, per via mare, in partenza da una delle tante calanche disseminate lungo il litorale tra Terrasini e Mazara del Vallo o, per via aerea, in partenza da Castelvetrano, ove esisteva un aeroporto di fortuna incustodito.


Mentre il signor colonnello, a mezzo di altri confidenti scelti tra i marittimi, provvedeva a far vigilare il litorale anche con natanti leggeri espressamente noleggiati, il rimorchiatore di alto mare "Colosso", messo a disposizione per la lotta contro il banditismo dal Ministero marina, perlustrava le acque territoriali tra Palermo e Mazara con a bordo un piccolo gruppo di militari CFRB al comando di un ufficiale.


Contemporaneamente, venivano informati il capo di stato maggiore della zona aerea territoriale ed il tenente dei carabinieri D'Auria Domenico addetto a tale comando per l'attuazione di particolari rigorosi servizi di vigilanza all'aeroporto predetto.


Io ebbi l'incarico di studiare attentamente la topografia del Castelvetrano ed immediate vicinanze agendo con la massima cautela poiché, secondo le raccomandazioni del confidente, in tale comune, come in tutti gli altri delle province di Palermo e Trapani, il fuorilegge aveva sicuro asilo e favoreggiatori.


Ottemperai a tale ordine con visite a più riprese ed il colonnello comandante stabilì che alla operazione di eliminazione del bandito Giuliano avrebbero dovuto partecipare con lui - nell'attacco diretto - pochissimi elementi di assoluta fiducia data la necessità di non scoprire il confidente e di non farsi notare dalle forze di polizia locali che avrebbero potuto inconsideratamente, seppure con apprezzabile zelo, mandare a monte l'operazione.


Scelsi a tale proposito tre uomini che per aver precedentemente operato con me in pericolosi colpi di mano sapevo di sicuro sprezzo del pericolo ed assoluta riservatezza:


·        brigadiere Catalano Giuseppe del Gruppo squadriglie di Partinico;


·        carabinieri Giuffrida Pietro e Renzi Roberto del Gruppo squadriglie centro.


La necessità dianzi prospettata, di entrare cioè in Castelvetrano senza farsi notare fu risolta dal signor colonnello comandante con l'attrezzare in ore notturne ed in aperta campagna l'autoradio del CFRB camuffando da auto per riprese cinematografiche del genere già noto nella zona per la ripresa di film e cortometraggi sul banditismo.


Con tale ripiego veniva raggiunto il duplice scopo di fare entrare gli uomini operanti in Castelvetrano senza che fossero notati dai favoreggiatori e di avere sul posto una stazione radio trasmittente in permanente contatto col signor colonnello comandante, stabilitosi a Camporeale per disciplinare e manovrare il dispositivo di accerchiamento che, con perfetta saldatura dei gruppi squadriglie carabinieri e guardie di PS, avrebbe dovuto stringere Castelvetrano in una cerchia di assedio dalla quale non fosse assolutamente possibile evadere e ciò perché, una volta accertata la presenza del bandito Giuliano, malgrado il rilevante sviluppo perimetrico di tale comune che conta oltre 35 mila anime, se l'azione del gruppo operante fosse fallita, nelle prime ore del mattino Castelvetrano doveva essere rastrellata rigorosamente casa per casa con l'intervento diretto di tutte le squadriglie.


Provvidi a procurarmi degli striscioni pubblicitari e dei manifesti di quasi tutti i quotidiani d’Italia dal signor Sofia Marcello dell'ANSA ed a camuffare l'autoradio sul quale presero posto: il brigadiere dei carabinieri Catalano Giuseppe, gli operatori maresciallo di seconda classe PS Lazzaro Giuseppe e guardia Rasiu Luigi. Affidai la guida al carabiniere Giuffrida Pietro che era a conoscenza dell'operazione da compiere ma non della località da raggiungere che avrebbe conosciuta invece a mezzo radio quando fosse stato in movimento e già fuori Palermo sulla via di Alcamo.


Il mattino del 4 corrente, il signor colonnello comandante dopo avermi presentato il confidente, giunto pochi minuti prima da fuori, dettagliò ripetutamente come dovevo comportarmi, fissando l'azione per la notte successiva.


Il confidente, una volta accertata la presenza in una determinata casa del bandito Salvatore Giuliano, sarebbe uscito con lui per accompagnarlo in altra abitazione ove, come da precedenti accordi, avrebbe dovuto incontrarsi con altri fuorilegge e favoreggiatori per prendere accordi sul come far denaro per l'espatrio; avrebbe dovuto precedere Giuliano in funzione di battistrada per assicurargli che la via fosse libera ed al primo accenno da parte nostra doveva velocemente raggiungere la macchina "1100" lasciata nella piazza di Castelvetrano e, guidandola personalmente, allontanarsi dal paese e dalla zona accerchiata grazie ad uno speciale tesserino del CFRB che gli lasciava libero passaggio ad ogni posto di blocco.


Da parte nostra ci saremmo gettati sul bandito onde catturarlo pronti a far fuoco in caso di assoluto bisogno.


Alle ore 15 provvidi a porre in movimento l'autoradio al quale diedi appuntamento alle ore 21 alle prime case di Castelvetrano che raggiunsi assieme al confidente alle ore 23 successive con un’autovettura privata "Fiat 1100", guidata dal carabiniere Renzi Roberto.


Noi tre ci fermammo nella piazza principale del paese, in attesa che l'illuminazione pubblica si diradasse mentre a distanza e separatamente il brigadiere Catalano Giuseppe ed il carabiniere Giuffrida, secondo le istruzioni ricevute, vigilavano.


Qualche minuto dopo la mezzanotte, il confidente ci lasciò e noi lo pedinammo da lontano col mitra sotto le giacche.


Dopo aver percorso alcune vie e viuzze il confidente entrò finalmente in una casa e nelle vicinanze noi ci appiattammo.


Dopo tre ore di attesa e più esattamente alle ore 3,15 il confidente uscì sulla strada a piedi nudi e con le scarpe in mano seguito a 50 metri da due individui, che camminavano discutendo, entrambi in canottiera, scarpe che non facevano rumore e giacche penzoloni nella mano destra.


Il carabiniere Renzi, appiattato nelle immediate vicinanze, visto che i due procedevano con le armi puntate, credé opportuno scantonare; ma i banditi, scortolo, sparavano una breve raffica mentre il carabiniere da parte sua reagiva immediatamente.


Il confidente intanto era sparito velocissimo.


Dal lato sinistro della strada io cominciai a sparare mentre il carabiniere Giuffrida era sulla destra, affacciandosi con cautela all'angolo opposto, faceva altrettanto.


I due fuorilegge si disorientarono correndo sconsideratamente alla ricerca di un qualsiasi riparo e mentre uno di essi, essendo a capo scoperto, alla luce delle lampade stradali fu facilmente riconosciuto per il bandito Giuliano, non si riuscì ad identificare l'altro che portava un berretto floscio. Dopo aver strisciato lungo i muri, sempre sotto il mio tiro, si spostarono nella prima via a destra dove si arrestarono sotto il fuoco del brigadiere Catalano, fermo in appiattimento. Lo sconosciuto passò la zona di tiro sparando furiosamente a protezione dell'altro che lo seguiva e sparì oltre uno dei tanti caratteristici cortili moreschi di Castelvetrano, Giuliano che lo seguiva ebbe invece un attimo di esitazione e fu perduto perché da quell'attimo restò inesorabilmente inquadrato dal fuoco di noi quattro.


Si girò e con audacia, malgrado il fuoco frontale mio, del brigadiere Catalano e del carabiniere Giuffrida, si fece ancora strada fino a raggiungere via Mannone dove, intanto il brigadiere Catalano aveva bloccato il prossimo quadrivio, mentre io più avanti sul lato destro, ed il carabiniere Giuffrida sul lato sinistro, indietreggiavano lentamente sparando; il bandito dal centro della strada, e pur fatto segno a continue raffiche di mitra del carabiniere Renzi che lo tallonava, continuava a sparare spavaldamente avanzando.


All'altezza del n. 54 di via Mannone, strisciando lungo il muro, mi apparve l'androne di un cortile dove mi decisi ad attendere il bandito al passaggio per fargli fuoco a distanza ravvicinata, mentre il carabiniere Giuffrida, ripiegando verso il brigadiere Catalano che continuava gagliardamente nel fuoco frontale, imboccava un cortile quasi opposto al mio con le mie stesse intenzioni.


All'altezza del cortile contrassegnato col numero civico 54 e noto come cortile "De Maria", il bandito ebbe ancora un arresto perché fatto segno ad improvvisa raffica laterale sparata dal carabiniere Giuffrida appostato di fronte; quindi infilò il mio cortile.


Ritengo fosse ferito ma, siccome sparava ancora, a distanza di non oltre due metri e mentre ero addossato ad un pozzo subito dopo l'ingresso a sinistra ed egli mi passava davanti per avvicinarsi ad alcuni tronchi di albero deposti alla base di un muro che affaccia sulla campagna, gli sparai contro rabbiosamente ed egli si piegò avanti abbattendosi bocconi.


Mi avvicinai a lui, subito raggiunto dal carabiniere Giuffrida; rantolava.


Malgrado l’intensa sparatoria protrattasi per circa tre quarti d'ora, nessun civile si era affacciato; bussai ad una vicina porta per chiedere dell'acqua e non mi fu risposto; l'abbattei a colpi di spalla gridando per avere dell'acqua per il morente.


Ad un tavolo al centro della stanza terrena dove erano i residui del pranzo consumato la sera, trovai la bottiglia dell'acqua, la presi ed uscii immediatamente per soccorrere il fuorilegge, guardato dal carabiniere Giuffrida; passai a questi l'acqua perché gliela desse, ma era già spirato; mi accorsi allora che per inspiegabile ragione il delinquente aveva il mitra a circa un metro da me ed impugnava la pistola.


Subito dopo sopraggiunse il brigadiere Catalano riferendomi di avere avuto l'impressione che da una torre attigua al cortile continuassero a sparare contro di noi; abbandonai allora il cadavere e continuai per qualche minuto l'azione a fuoco e di ricerca del secondo fuorilegge, invasi la casa De Maria, ispezionai alcuni locali, poi inviai un marconigramma al colonnello Luca annunziandogli l'avvenuta azione e dopo un'ora circa egli sopraggiunse con il tenente colonnello della pubblica sicurezza Camilleri Cosimo e le guardie di pubblica sicurezza di accerchiamento.


Preciso che, subito dopo la caduta del bandito, e mentre iniziavo le ricerche del secondo fuorilegge, sopraggiungeva l'appuntato Licata Paolino della locale stazione carabinieri, abitante nei pressi, che con ammirevole generosità partecipava all'azione riuscendomi utilissimo. A mezzo del signor Nastasi Tommaso, comandante dei vigili urbani anche egli sopraggiunto, facevo immediatamente avvertire il locale commissario di pubblica sicurezza, il comandante la tenenza e la stazione carabinieri, chiedendo d'urgenza rinforzi, mentre predisponevo per il piantonamento del cadavere in obbedienza alle disposizioni di legge sino all'arrivo del rappresentante dell'autorità giudiziaria eccellenza Pili, procuratore generale presso la corte d'appello di Palermo. All'esame da questo effettuato con i periti accorsi fu accertato che il mitra del bandito si era inceppato dopo il dodicesimo colpo (caricatore da 40) forse per la soverchia compressione della molla rimasta lungo tempo inoperosa.


In via Mannone fu rinvenuto un altro caricatore vuoto sparato dal bandito, anche questo di 40 colpi.


Complessivamente da noi furono esplosi 191 colpi di mitra così ripartiti: carabiniere Renzi 60, carabiniere Giuffrida 42, brigadiere Catalano 56, capitano Perenze 33.



ALLEGATO 2. “Di sicuro c’è solo che è morto”, Tommaso Besozzi, “L’Europeo”, 16 luglio 1950


Chi è stato a tradirlo? Dove è stato ucciso? Come? E quando? La grande maggioranza dei siciliani non crede alla descrizione ufficiale del conflitto nel quale ha trovato la morte Salvatore Giuliano. E anche noi dobbiamo confessare di avere inutilmente tentato di mettere d'accordo parecchi particolari di quella relazione con i luoghi, le circostanze, il racconto di chi quella notte vegliava a pochi passi di distanza dal tragico cortile in cui si è svolto l'epilogo dei dramma o è stato svegliato dal fracasso delle fucilate. Tutto ciò si chiamerà forse cercare il pelo nell'uovo, ma l'esame delle incongruenze, dei punti oscuri, dei dubbi che inevitabilmente nascono nella mente di chi abbia tentato sul posto di ricostruire la scena non cesserà per questo di essere interessante.


A Castelvetrano, alle 3 e 15 del 5 luglio, il capitano Perenze, il brigadiere Catalano, i carabinieri Renzi e Giuffrida (dice la relazione ufficiale) hanno riconosciuto da lontano il capobanda mentre assieme a uno dei suoi uomini percorreva la via Gagini. Vistisi sorpresi, i due si sono dati alla fuga in direzioni diverse e il gregario è riuscito facilmente a dileguarsi. Giuliano invece è stato inseguito attraverso le vie della città. Contro di lui è stato fatto fuoco ripetutamente, un proiettile lo ha raggiunto alla spalla, il fuggitivo ha risposto a sua volta con la pistola e col mitra. Giunto in via Mannone, il brigante ha sperato di trovare scampo entrando in un cortile e là, mentre tentava di dare la scalata al muro di cinta oltre il quale c'è un piccolo orto e poi la campagna, è stato freddato con una raffica di mitra dal capitano.


Dunque nessuno poteva immaginare in anticipo che Salvatore Giuliano sarebbe entrato in quel cortile. Eppure parecchi civili delle case confinanti affermano d'aver inteso fin dalla mezzanotte un rumore di tegole smosse e un bisbigliare come se vi fosse gente sui tetti. Stettero un poco in ascolto, ma quello strano trambusto dopo un quarto d'ora si chetò.


Nessuno diede peso alla cosa e di lì a poco in via Mannone tutti ripresero a dormire, eccetto tre uomini che per le esigenze del loro mestiere dovevano già essere a bottega: il proprietario e i due garzoni del forno Lo Bello, che è sullo stesso lato della strada, a venti metri dall'ingresso del cortile.


Era una notte afosa, e nell'interno del panificio il caldo era insopportabile. I due garzoni che avevano finito di impastare il pane e aspettavano che lievitasse erano usciti sulla via e stavano chiacchierando accovacciati sul marciapiede, con le schiene nude appoggiate agli stipiti. Ma la prima sigaretta che essi avevano acceso non era ancora finita quando due carabinieri, spuntando dall'ombra, si avvicinarono e intimarono loro di ritirarsi e di sprangare porta. L'ingiunzione era stata fatta con il tono di chi non ammette repliche. Ci furono invece discussioni e proteste, ma non valsero a nulla. Di fronte al dilemma o chiusi in bottega o in guardina non era certo il caso di indugiare troppo nella scelta. I garzoni obbedirono.


E' molto probabile tuttavia che il mattino seguente le clienti del fornaio Lo Bello abbiano trovato da ridire sulla confezione del pane. La curiosità di sapere quello che stava per accadere sulla strada non poteva certo permettere al panettieri di attendere con diligenza al consueto lavoro. Avevano lasciato i battenti un pochino socchiusi e di tanto in tanto andavano ad origliare. Così non sarà esagerato dire che l'aria lacerata dal primo sparo vibrava ancora quando gli occhi dei fornai erano già incollati alla fessura.


Sembrò loro che la via fosse deserta. Questa impressione però è di scarsa importanza perché durante la notte l'illuminazione della periferia di Castelvetrano viene ridotta e le poche e fioche lampadine che restano accese riescono a proiettare solo un piccolo cerchio di luce al centro della strada. Non videro dunque entrare nessuno nel cortile. Scorsero invece un uomo che ne usciva, che passò correndo sotto un lampione. Lo videro di spalle per un attimo e tutto quello che seppero dire di lui è che si trattava di un uomo forse giovane, tarchiato, che camminava a piedi nudi. Ma vedremo dopo quale parte attribuisca la fantasia popolare a questo personaggio.


La via Mannone parte dalla piazza del mercato, taglia in linea retta il rione orientale del paese e finisce nella campagna. Nel tratto che va dal mercato al cortile non ci sono trasversali. Da che parte ci arrivò Giuliano fuggendo da via Gagini? Dal mercato dopo aver attraversato la piazza della torre dove sono ininterrottamente di fazione due agenti, dal corso dove a qualunque ora c'è sempre gente scamiciata che passeggia, dal verziere dove c'è un grande negozio di fruttivendolo che resta aperto tutta la notte con le luci accese e dove attorno ai banchi e ai cumuli di ceste che non vengono mai rimossi passeggiano continuamente i guardiani?


Evidentemente no, perché nessuno ha visto né lui né gli inseguitori. Allora è venuto dalla via Gioberti, che è dalla parte opposta, e, giunto al crocicchio di dove poteva scorgere davanti a sé le prime siepi e i primi alberi della campagna, ha piegato invece in via Mannone verso il centro del paese. L'illogicità di questa decisione stupisce molti. Il lettore tuttavia non ci faccia troppo caso perché sono tante le ragioni che possono avere spinto il fuggitivo ad abbandonare la via più facile per quella più rischiosa. E', stato detto piuttosto che la sparatoria era cominciata in via Gagini ed era continuata da una parte e dall'altra lungo tutto il percorso. Ma per quanto si siano interrogati molti abitanti di quella zona, non si è trovato nessuno che ricordasse di aver udito un solo sparo. Eppure le finestre erano spalancate per il caldo opprimente. La notte in quel rione è silenziosa. Una pistolettata o una scarica di mitra avrebbero dovuto destare anche chi ha il sonno più duro.


Gli abitanti di via Mannone invece hanno sentito. La loro testimonianza però è in contrasto con la versione ufficiale.


Questa dice che il brigante esplose 52 colpi col moschetto mitragliatore, che al cinquantatreesimo si inceppò. Giuliano buttò a terra il mitra quando era già nel cortile e impugnò la pistola, ma il capitano dei carabinieri lo prevenne scaricandogli addosso per primo un intero caricatore del suo Thompson. Gli spari insomma avrebbero dovuto susseguirsi in questo ordine: raffiche di mitra più o meno lontane (Giuliano che spara sulla strada), altra raffica dopo una pausa di silenzio (Perenze che fa fuoco all'ingresso del cortile); subito dopo forse qualche colpo di pistola (Giuliano che, prima di stramazzare a terra, tenta l'ultima difesa), forse il Thompson che risponde ancora (Perenze che ha innestato il caricatore nuovo). Invece gli abitanti di via Mannone (trascureremo i nomi della gente minuta facile ad accettare ed a ripetere come esperienza propria il racconto altrui e citeremo soltanto il pretore di Castelvetrano, avvocato Giovanni De Simone, e il colonnello a riposo Santorre Vizzinisi) sono unanimi nel ripetere che si sentirono prima cinque o sei colpi di pistola sparati sotto l'arco di ingresso o nel cortile, poi due raffiche di mitra distanziate da un breve intervallo. Subito dopo si udì la voce dei capitano che gridava a qualcuno di portare un po' d'acqua per il ferito e il furioso martellare col calcio del moschetto alla porta dell'unica abitazione che si apre sul cortile. Parleremo in seguito dell'interpretazione che la fantasia dei diffidenti siciliani dà a questo particolare. Sarà bene tuttavia citare sin d'ora l'obiezione più comune: che i feriti siano tormentati dalla sete è una di quelle nozioni elementari che anche il più rozzo dei pastori possiede. E' tra l'altro un vecchio motivo della retorica popolare. Ma questa arsura viene immediatamente, appena uno è colpito, oppure è conseguenza del dissanguamento, della febbre provocata dalle ferite e sopraggiunge dopo un certo periodo di tempo?


E perché Giuliano non aveva un soldo addosso? Perché portava una semplice canottiera, lui così ambizioso e, a suo modo, elegante? Perché non aveva l'orologio al polso, quel grosso cronometro d'oro per il quale aveva una bambinesca affezione e, lo hanno testimoniato molti, era l'ultima cosa che si togliesse coricandosi, la prima che cercasse al risveglio?


C'erano poi altri particolari che alimentavano il dubbio e, apparentemente, con maggior evidenza: alcune ferite, specie quella sotto l'ascella destra, sembravano tumefatte come se risalissero a qualche tempo prima; altre erano a contorni nitidi e apparivano più fresche.


Due o tre pallottole lo avevano raggiunto al fianco e avevano prodotto quei fori grandi a contorni irregolari tipici dei colpi sparati a bruciapelo; altre erano entrate nella carne lasciando un forellino minuscolo perfettamente rotondo. Il tessuto della canottiera appariva intriso di sangue dal fianco alla metà della schiena, e sotto quella grossa macchia (aveva oltre due palmi di diametro) non c'erano ferite. Era logico pensare che il corpo del bandito anziché bocconi fosse rimasto per qualche tempo in posizione supina, perché tutto quel sangue doveva essere sgorgato dalle ferite sotto l'ascella e certamente era sceso, non poteva essere andato in su.


Da Trapani a Sciacca, a Santa Ninfa, a Partanna non c'è uno che non sorrida quando gli si parla del famoso furgone sul quale gli uomini del colonnello Luca travestiti da cinematografari percorrevano le campagne e sostavano nei paesi fingendo di girare un documentario, perché Salvatore Giuliano, tradito dall'ambizione e dalla smania di pubblicità, lasciasse le sue montagne e cadesse nella trappola.


Per quanto avesse incollate su una fiancata due grosse strisce con le scritte: "Gazzetta dello Sport", "Il Paese", e su una terza striscia di carta dipinta a mano che attraversava di sbieco il lato opposto si leggesse: "Le avventure di Paperino", tutti, anche i ragazzini, sapevano che si trattava di una radiotrasmittente mobile della polizia capace di collegare Trapani a Palermo. Cosa che tra l'altro era dimostrata con evidenza dall'antenna molto alta che non si poteva certo né sopprimere né camuffare. Proprio Giuliano avrebbe dovuto lasciarsi ingannare da un trucco così grossolano?


E allora? E' forse possibile rispondere alle domande che sono state poste al principio del discorso? Si può tentare. Per un buon tratto di strada anzi cammineremo su terreno sicuro e, quando usciremo dalla realtà della cronaca per riferire le congetture che molti fanno, avvertiremo onestamente il lettore.


E' certo che non si manca affatto di rispetto al colonnello Luca né a chi sulla scala gerarchica sta più in alto o più in basso di lui dicendo che la relazione ufficiale sulla morte di Salvatore Giuliano è camuffata, reticente su certi punti, su altri imprecisa. Poco o molto, tutti i rapporti che la polizia rende noti al pubblico devono essere necessariamente così. Vi sono circostanze che non possono essere rivelate, promesse che è giusto mantenere, uomini che bisogna salvare dalla vendetta. Perfino davanti al giudice e nei casi più gravi la legge concede al funzionario di polizia il diritto di tacere la verità: quando gli si chiede il nome del confidente, di chi lo ha messo sulle tracce, lo ha aiutato a formulare l'accusa, ad arrestare il colpevole.


Il furgone con l'etichetta "Le avventure di Paperino" non ha nessuna parte nel dramma. Il più grande aiuto allo sterminio della banda di Montelepre e del suo capo è venuto dalla mafia, ed è chiaro che ciò non significa affatto che la polizia abbia sollecitato o anche soltanto incoraggiato quell'aiuto. Un'alleanza tra Giuliano e i mafiosi era nata naturalmente al principio della carriera del brigante. Turiddu aveva bisogno dell'appoggio dell'"onorata società" e a quegli altri era comodo speculare sulla paura che il nome del brigante incuteva. Ma poi i capimafia, che erano stati i primi esattori della banda, esagerarono. Imposero riscatti che erano cinque volte superiori a quelli che il bandito intendeva richiedere e intascarono la differenza.


Cominciarono a molestare, sempre trincerandosi dietro quel terribile nome, alcuni che avevano resi grossi servigi a Giuliano e che ne avevano avuto promesse di protezione. Il contrasto si aggravò al punto che Turiddu, assieme a pochi dei suoi uomini, tra i più fedeli, scese sulla piana di Partinico e in pieno giorno vi uccise a pistolettate i più alti capi dell'associazione criminosa e segreta. Le vittime non avevano però un grosso prestigio oltre l'ambito del loro paese, perché oggi non esiste più una mafia unica che abbia giurisdizione su tutta l'isola, ma tante mafie locali autonome e spesso nemiche.


Il brigante sperava di giocare su queste rivalità territoriali e in parte ci riuscì: infatti fu condannato a morte dalla sola mafia di Partinico, mentre sembrò che continuassero ad essergli amiche; e invece era soltanto una maniera di temporeggiare aspettando il momento opportuno per liberarsi di lui. Per cinque anni i rapporti tra le due della delinquenza siciliana seguirono così alterne vicende: Giuliano, per tenersi buoni quei pericolosi vicini, si buttò talvolta in imprese rischiose dalle quali non avrebbe potuto trarre un utile diretto (tra le altre si dice l'eccidio Portella della Ginestra); la mafia gli guardò le spalle, lo garantì dalle delazioni. Ma è difficile che due galli nello stesso pollaio possano vivere l'uno accanto all'altro senza cavarsi gli occhi. L'equilibrio era mantenuto soltanto dalla straordinaria potenza di Giuliano. Il giorno che questa decadde, la sentenza di Partinico fu omologata e sottoscritta da tutte le mafie.


Si voleva perdere Giuliano, ma era sempre rischioso mandargli un sicario secondo il classico sistema. Per farlo cadere cominciarono a togliere la protezione ai suoi rompendo la legge dell'omertà. Imposero che quelli della banda, ovunque fossero, dovessero segnalati alla polizia.


Così a uno a uno furono arrestati molti dei fuorilegge, i più sicuri scherani della banda di Montelepre. Quasi sempre chi si lasciava scappare una preziosa confidenza non era affiliato alla mafia, ma era costretto dalla mafia ad ingoiare la paura e a farsi delatore.


Il 27 giugno scorso, poco prima di mezzogiorno, un carrettiere mafioso che percorreva la provinciale per Trapani con un carico di pomodori, giunto in località Lozucco, a pochi chilometri da Partinico, vide sbucare da un cespuglio due uomini che gli mossero incontro e gli intimarono di fermarsi. Erano Frank Mannino e Nunzio Badalamenti, l'amministratore e il più spietato sicario della banda Giuliano che ormai poteva disporre di non più di sette od otto gregari. I tre si conoscevano da tempo, perché il carrettiere aveva avuto modo in passato di rendere qualche servigio ai briganti. Mannino e Badalamenti erano usciti dal nascondiglio avendo appunto ravvisato in lui un amico.


Domandarono: "Va verso Castelvetrano vossia?". L'uomo rispose di sì. I briganti gli chiesero allora di nasconderli sul carro e di portarli fino alle porte del paese. Così furono vuotate due ceste (quelle che si usano in Sicilia per il trasporto dei pomodori sono molto grandi, a trono di cono, alte un metro e cinquanta e larghe altrettanto).


I banditi vi si accovacciarono dentro e furono coperti con pomodori. Là sotto è chiaro che riuscivano a respirare ma non potevano certo vedere. E di lì a poco, quando sentirono il cavallo fermarsi, accettarono per vere le rassicuranti spiegazioni del carrettiere. Il veicolo invece si trovava in quel momento davanti alla caserma dei carabinieri di Alcamo e non è necessario dire come finisse la storia. La polizia tenne segreto l'accaduto. Giuliano non seppe che altri due dei suoi uomini erano caduti in trappola.


Ora bisognerà passare sul terreno delle congetture. Mannino e Badalamenti andavano a Castelvetrano. A fare che cosa? Conoscendo l'epilogo di questa storia, è facile arguire che ci andassero convocati dal loro capo e quindi che sapessero dove questi si teneva nascosto. In carcere possono essere stati indotti a cantare. Uno dei due (Mannino?) può essersi lasciato convincere a tradire il suo capo, a consegnarlo vivo o morto. Ecco chi era il compagno di Giuliano la notte del 5 luglio; e che si sia parlato di quella sua misteriosa scomparsa subito dopo l'avvistamento della pattuglia, è cosa ovvia. Può darsi invece che la verità sia un'altra. Il traditore non si sarebbe affatto allontanato dal suo capo, ma gli sarebbe stato al fianco facendogli da guida. Lo ha portato in trappola nel luogo prestabilito, dove i carabinieri lo attendevano in agguato. Giunti i due sulla soglia del cortile, la situazione si faceva oltremodo difficile e pericolosa: se la guida continuava a stare vicino al capo, c'era modo di finire sotto le pallottole degli agenti; se proprio in quel momento tentava di sganciarsi da lui, c'era caso che, intuendo il tradimento, Giuliano facesse fuoco su di lui. Il modo migliore di cavarsela per un'anima perversa era di sparare a bruciapelo con la pistola sul capo.


Ecco così spiegata la sequenza dei colpi, le ferite più grosse, slabbrate, al fianco, l'ombra che esce di corsa dal cortile e si avvia verso la campagna, dove l'attende un'auto della polizia: è comprensibile la sua fretta di tornare in carcere.


Ma la grossa macchia di sangue sulla schiena, la tumefazione di alcune ferite e la freschezza di altre, l'essere Giuliano in maglietta, senza denaro e senza orologio, sono circostanze che non si spiegano affatto con questa storia.


Allora facciamo un passo più in là e ascoltiamo le congetture di qualcuno a cui non piace di mettere il morso alla propria fantasia. Mannino o Badalamenti, o chiunque sia stato il traditore, entrò nella camera dove era nascosto Salvatore Giuliano, ma gli mancò il coraggio di svegliarlo e di condurlo fuori.


Preferì sparargli a bruciapelo nel sonno. Poi, si sa: a nessuno poteva far piacere che si venisse a conoscere un così brutto episodio.


Forse anche colui che ospitava il brigante era a parte del primitivo progetto, aveva aderito a facilitare la cattura e non si poteva ripagarlo lasciandogli in casa il cadavere (quel cadavere) fino al momento in cui sarebbero venuti il giudice, i fotografi, i becchini.


Allora lo portarono nel cortile di via Mannone. Spararono. Il capitano andò a bussare alla porta e gridò che gli portassero acqua per un ferito, perché tutti sentissero che Giuliano non era morto ancora.


Queste storie si sentono raccontare a ogni ora dei giorno e della notte per le strade della Sicilia.


E' difficile accettarle. Però uno che sia stato sul luogo, che si sia chinato a guardare il corpo di Salvatore Giuliano steso bocconi in mezzo al cortile, che abbia chiacchierato un poco con la gente di via Mannone, è costretto, di tanto in tanto, a pensarci.










[1] Pansa G., Si fanno poche inchieste: ecco cinque ragioni, in Problemi dell’informazione, n. 3, luglio-settembre 1985, pp. 403-411



[2] Agostini A., L’inchiesta giornalistica e i suoi lettori, in Problemi dell’informazione, n. 3, luglio-settembre 1985, pp. 429-438



[3] Dal 1949 il Comando Forze Repressione Banditismo aveva sostituito nella lotta al banditismo in Sicilia l’Ispettorato generale di pubblica sicurezza, creato a sua volta nel 1945 dal ministro dell’Interno. Il Cfrb, che è stato sciolto subito dopo la morte di Giuliano, era affidato alla guida dei Carabinieri e comandato dal colonnello Ugo Luca.



[4] Murialdi P., Può nascere un’alleanza tra bit, racconto e realtà, in Telèma, n. 4, primavera 1996



[5] Ibidem. Murialdi specifica che il tipo di informazione dato dalla televisione è in gran parte responsabile di questa disaffezione dalle inchieste. “Il trionfo della televisione ha provocato un'altra spinta a non perdere troppo tempo sia per realizzare un'inchiesta sia per leggerla. L'influenza della Tv sui modelli e sui ritmi dell'esistenza quotidiana ha alimentato, nelle cronache giornalistiche, la tecnica del "mordi e fuggi". Così la voglia di inchieste è rifluita, talvolta, in un'altra forma di giornalismo, quello di denuncia. Un'azione sostenuta da dati statistici o da un sondaggio, realizzata con un solo articolo e un titolo forte, con un seguito non di approfondimento ma di commenti e di prese di posizione: questa la ricetta oggi in voga nei giornali più intraprendenti”.



[6] Pansa G., Si fanno poche inchieste: ecco cinque ragioni, in Problemi dell’informazione, n. 3, luglio-settembre 1985, p. 404



[7] Queste riflessioni si riferiscono al 1985. Sarebbe di sicuro interesse una verifica delle competenze dei giornalisti di oggi in merito a lingue straniere e strumenti informatici. Quando alla preparazione universitaria, il decreto legislativo n. 300/1999 sul riordino dei ministeri prevede che l’accesso alle professioni intellettuali (e quindi anche a quella di giornalista) sia curato dal ministero dell’Università. Quest’ultimo ha dato vita, col decreto 28 novembre 2000, al corso di laurea specialistica in giornalismo. Attualmente l’Ordine nazionale dei giornalisti riconosce 13 corsi di giornalismo, attuati in varie università italiane.



[8] Pansa G., Si fanno poche inchieste: ecco cinque ragioni, in Problemi dell’informazione, n. 3, luglio-settembre 1985, p. 406



[9] Pansa G., Si fanno poche inchieste: ecco cinque ragioni, in Problemi dell’informazione, n. 3, luglio-settembre 1985, p. 408



[10] Ibidem



[11] Mannucci E., I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano, 1995



[12] Sulle origini de “L’Europeo” esistono varie versioni. Quella qui presentata è stata riassunta dallo stesso Mazzocchi in una lettera scritta a Giovanni Spadolini nel 1983, il cui contenuto è riportato per esteso nel libro “Gianni Mazzocchi editore” e in sintesi ne “I giornali non sono scarpe” di Mannucci. Mannucci riporta però anche altre versioni che riguardano la nascita de “L’Europeo”. Secondo Radius, Mazzocchi aveva deciso già nel 1942 di fondare un settimanale al termine della guerra e gli aveva offerto un posto in quel giornale. Finito il conflitto l’editore si fece vivo per sollecitare la collaborazione di Radius nel costituire la redazione. Radius radunò Besozzi, la Cederna e Radice. Mancava ancora il direttore, Mazzocchi aveva una lista di nomi, tra i quali scelse poi Benedetti.


La versione di Benedetti ha qualche nota diversa. Arrivato a Milano al termine della guerra con una sistemazione precaria, Benedetti cercava casa insieme alla moglie Rina. Pensò di rivolgersi all’amico Mazzocchi, che gli porse le chiavi di un appartamento in cambio dell’impegno di Benedetti a mantenere una promessa che i due si erano fatti tempi prima: quella di fare un settimanale insieme. Benedetti accetta la casa e l’incarico di dirigere il giornale, di cui esisteva già la redazione (Radice, Radius, Cederna e Besozzi), ma non il titolo né il formato. Fu lo stesso Benedetti a scegliere il nome “L’Europeo” (“..pensavo all’idea di un continente mortificato che si risvegliava”) e il formato (“ambivo a dirigere un giornale che non fosse d’un centimetro meno largo o meno alto di Omnibus”).    



[13] AAVV, Gianni Mazzocchi editore, Editoriale Domus, Milano, 1994



[14] Ibidem. Tra le innovative pubblicazioni di Mazzocchi ci sono anche “Il Mondo” a partire dal 1949, diretto da Mario Pannunzio e dedicato esclusivamente all’attività politica e culturale; “Quattroruote”, a partire del 1956, quando Mazzocchi aveva già intuito la centralità dell’auto nel miracolo economico italiano; Quattrosoldi, che già dal 1961 si proponeva come guida all’acquisto degli italiani, provando ogni prodotto per poi orientare il consumatore al miglior acquisto. 



[15] Ibidem



[16] Ibidem



[17] Altra pubblicazione di Mazzocchi: era nata nel 1948 e ospitava articoli e reportage che non trovavano spazio su “L’Europeo”.



[18] [18] AAVV, Gianni Mazzocchi editore, Editoriale Domus, Milano, 1994



[19] Forcella E., Arrigo Benedetti e il giornalismo del dopoguerra: “L’Europeo” e “L’Espresso”, in Problemi dell’informazione, n. 1, marzo 1997, p. 111



[20] Ibidem, p. 112



[21] Cancogni M., Il più speciale degli inviati. Besozzi l’acchiappanotizie, in L’Europeo, n. 8/1995, 24 febbraio 1995, fascicolo II, p. 12



[22] Ibidem



[23] Cancogni M., Il più speciale degli inviati. Besozzi l’acchiappanotizie, in L’Europeo, n. 8/1995, 24 febbraio 1995, fascicolo II, p. 12



[24] Mannucci E., I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano, 1995, pp. 52-53



[25] Organo di polizia segreta costituito nel 1926 dal regime fascista per reprimere le iniziative antifasciste e per eliminare ogni forma di dissenso e opposizione. La sua esistenza non fu mai ufficializzata, tanto che è tuttora dubbio il significato della sigla: Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Antifascismo, Organo Vigilanza reati Antistatali o Opera Volontaria Repressione Antifascismo. 



[26] Cancogni M., Il più speciale degli inviati. Besozzi l’acchiappanotizie, in L’Europeo, n. 8/1995, 24 febbraio 1995, fascicolo II, p. 12



[27] Ibidem



[28] Mannucci E., I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano, 1995, pp.22-23



[29] Besozzi seguirà, tra gli altri, i processi alle sorelle Cataldi, due donne romane che per impadronirsi di una pelliccia hanno ucciso con un pugnale una sarta e il suo bambino di tre anni; ad Aldo Garollo, giovanotto trentino che ha fatto fuori con una pistola padre, madre e altra tre persone colpevoli di dormire in una baita vicina; a Rina Fort che a Milano aveva ucciso con una spranga la moglie del suo amante, nonché i tra figli di lei; a Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio. 



[30] Mannucci E., I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano, 1995, p.104



[31] Dopo la ricostruzione di Besozzi, che provava l’innocenza di Corni, “L’Europeo” aprì una campagna a favore dello sventurato italiano, che si trovava ancora in carcere. Persino il Papa si interessò alla vicenda, chiedendo al nunzio apostolico di Parigi di consegnare al Ministro della giustizia francese un appello per la pronta revisione del processo. Dopo un anno di articoli e di appelli, nell’autunno 1949 il governo francese si decise finalmente a scarcerare Corni. “L’Europeo” salutò la vittoria con tutta la controcopertina e il titolo “L’innocente dell’Europeo”.



[32] “Il Popolo”, 6 luglio 1950, p. 1



[33] “Corriere della Sera”, 6 luglio 1950, p. 1



[34] Besozzi T., La vera storia del bandito Giuliano, Vitagliano, Milano, 1959, pp. 127-128



[35] In La vera storia del bandito Giuliano, Besozzi dice che Giuliano “scriveva spesso al ‘Giornale di Sicilia’ e all'’Ora’ di Palermo, che hanno sempre pubblicato le sue lettere”, p. 83.



[36] Besozzi T., La vera storia del bandito Giuliano, Vitagliano, Milano, 1959, p. 128



[37] Ibidem, p. 193



[38] Durante la latitanza sul monte Sàgana, il bandito Giuliano aveva accettato più volte di incontrare giornalisti e di rilasciare interviste. Nell’inverno del 1948 aveva incontrato la giornalista svedese Maria Tecla Cylliacus (lo racconta Besozzi in La vera storia del bandito Giuliano, Vitagliano, Milano, 1959 p. 141-147) e nel 1950 aveva concesso un’intervista al reporter Jacopo Rizza per “Oggi” (Mannucci E., I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano, 1995, p 169)



[39] La versione ufficiale dei fatti sarà fornita dal capitano Perenze in una dettagliata e lunga relazione datata 9 luglio, ma trasmessa al ministro dell’Interno solo il 18 luglio. In quel testo, Perenze specifica ulteriormente quanto raccontato ai giornalisti la mattina del 5 luglio, ma fa anche un’aggiunta importante: ammette l’esistenza di un confidente. “Giorni orsono – inizia infatti la relazione – il colonnello Ugo Luca, comandante del Cfrb – riceveva notizia da un confidente che il fuorilegge Salvatore Giuliano, ritenutosi ormai tradito ed abbandonato da luogotenenti più fedeli dei quali non aveva più notizie da tempo (Madonia Castrense, Badalamenti Nunzio, Mannino Frank e Zito Giuseppe), aveva deciso di espatriare”. Secondo il racconto del capitano il confidente, che Perenze ha conosciuto la mattina del 4 luglio, ha poi partecipato attivamente alla cattura di Giuliano. Infatti il piano prevedeva che la notte del 5 luglio, “il confidente, una volta accertata la presenza in una determinata casa del bandito Giuliano, sarebbe uscito con lui per accompagnarlo in altra abitazione, ove, come da precedenti accordi, avrebbe dovuto incontrarsi con altri fuorilegge e favoreggiatori per prendere accordi sul come far danaro per l’espatrio, avrebbe dovuto precedere Giuliano in funzione di battistrada per assicurargli che la via fosse libera ed al primo accenno da parte nostra doveva raggiungere velocemente la macchina Millecento lasciata nella piazza di Castelvetrano e, guidandola personalmente, allontanarsi dal paese e dalla zona accerchiata grazie ad uno speciale tesserino del Cfrb che gli lasciava libero passaggio ad ogni posto di blocco”. Secondo la relazione di Perenze il piano si svolse esattamente in questi termini. Dunque l’uomo col quale i carabinieri avrebbero sorpreso quella notte Giuliano era il loro confidente.



[40] Somaschini C., La morte del bandito Giuliano e le rivelazioni dell’Europeo, in Problemi dell’informazione, n. 4, ottobre1980, p. 531



[41]“L’Unità”, 7 luglio 1950, p. 1



[42] Mannucci E., I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano, 1995, p.167-168



[43] Ibidem, p. 168



[44] Mannucci E., I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano, 1995, p. 169



[45] Besozzi T., “Di sicuro c’è solo che è morto”, “L’Europeo”, 16 luglio 1950, p.1



[46] Besozzi T., Di sicuro c’è solo che è morto, “L’Europeo”, 16 luglio 1950, p.1



[47] Ibidem



[48] Ibidem



[49] Successe nell’aprile del 1947. Giuliano aveva rotto il patto con la mafia “e per mettere, come si dice, i puntini sugli i – scrive Besozzi in La vera storia del bandito Giuliano, Vitagliano, Milano,1959, p. 116 – aveva accoppato in una sola volta gli otto capi mafiosi di Partinico”.



[50] Besozzi T., Di sicuro c’è solo che è morto, “L’Europeo”, 16 luglio 1950, p.1



[51] Besozzi T., Di sicuro c’è solo che è morto, “L’Europeo”, 16 luglio 1950, p.1. A proposito della richiesta d’acqua per il ferito, il giornalista sottolinea: “sarà bene tuttavia citare sin d’ora l’obiezione più comune: che i feriti siano tormentati dalla sete è una delle nozioni elementari che anche il più rozzo dei pastori possiede. E’ tra l’altro un vecchio motivo della retorica popolare. Ma questa arsura viene immediatamente, appena uno è colpito, oppure è una conseguenza del dissanguamento, della febbre provocata dalle ferite e sopraggiunge dopo un certo periodo di tempo?”



[52] Adelfi N., Lo uccise nel sonno Pisciotta, “L’Europeo”, 23 luglio 1950, p. 1



[53] Besozzi T., Di sicuro c’è solo che è morto, “L’Europeo”, 16 luglio 1950, p.1



[54] Besozzi T. La vera storia del bandito Giuliano, Vitagliano, Milano, 1959, p. 210



[55] Mannucci E., I giornali non sono scarpe. Tommaso Besozzi una vita da prima pagina, Baldini & Castoldi, Milano, 1995, p. 184



[56] Benedetti A., Per primi dicemmo la verità su Giuliano, “L’Europeo”, 22 aprile 1951, p. 16



[57] Altri quotidiani, come “L’Avanti” e “L’Unità”, riportarono invece la ricostruzione de “L’Europeo”, senza però citare il nome del settimanale. Tanto che nel numero del 30 luglio 1950 Benedetti scrive una lettera aperta ai direttori dei quotidiani che hanno dato spazio alla clamorosa notizia, ma non al nome della fonte. “Ve la immaginate l’irritazione di quello storico di là da venire, quando, capitatogli su un quotidiano della scorsa settimana un riferimento abbastanza importante alla morte di Giuliano, si trova costretto a perdere tempo per stabilire il titolo del settimanale citato con tanta avarizia? ” (Benedetti A., Ai direttori dei quotidiani, “L’Europeo”, 30 luglio 1950, p.2)  



[58] Prima del luglio del 1950, Besozzi era stato inviato più volte in Sicilia. La prima è stata nel maggio del 1947 a seguito della strage di Portella della Ginestra.



[59] Cancogni M., Il più speciale degli inviati. Besozzi l’acchiappanotizie, in L’Europeo, n. 8/1995, 24 febbraio 1995, fascicolo II, pp. 12-13



[60] “L’Europeo” è ricomparso nel 2000 come trimestrale e nel febbraio 2003 come bimestrale





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