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MARCHETTI: UNANIME FIDUCIA
al DIRETTORE DE BORTOLI.
SOLO FANTASIA L'ESISTENZA
di lettere sulla GUIDA del CORSERA.

Intervista a Repubblica. DELLA VALLE ACCUSA GERONZI E BAZOLI: "MANOVRE SULLE SCELTE CHIAVE AZIENDALI. BASTA GIOCHI DI POTERE IN RCS, DECIDE IL CDA" - Articoli di Malagutti (Il Fatto) e Zacché (Il Giornale)

Milano, 27 gennaio 2011. Alla guida del Corriere della Sera «il direttore de Bortoli può lavorare in tranquillità col pieno appoggio manifestatogli dalla sua redazione e con unanime fiducia per garantire la tradizionale e preziosa linea di autorevolezza, equilibrio ed indipendenza del giornale e per implementare gli importanti programmi editoriali». Lo ha detto all'ANSA il presidente di Rcs MediaGroup Piergaetano Marchetti. «L'azienda è al lavoro per raggiungere gli obiettivi dell'impegnativo piano strategico adottato - precisa -. Non segue le fantasie di presunte, inesistenti, lettere relative alla direzione del Corriere».. Marchetti è stato interpellato sulle vicende degli ultimi giorni e in particolare sulle indiscrezioni di stampa circa pressioni esercitate da qualcuno dei grandi azionisti del patto di Rcs, che si vorrebbe insoddisfatto sulla linea editoriale del Corriere della Sera. Le voci sulle tensioni interne all'azionariato del gruppo hanno tra l'altro segnalato una lettera al riguardo a Marchetti, che ne smentisce dunque l'esistenza. In questo quadro, l'assemblea dei giornalisti del quotidiano di via Solferino ha approvato ieri un documento in cui ribadisce «piena fiducia» sulla direzione di De Bortoli, pur chiedendo di riaprire le trattative. (Il primo incontro tra le parti è avvenuto questa sera, ndr).  (ANSA).


 


DELLA VALLE: basta giochi di potere in Rcs, decide il Cda


Roma, 29 gennaio 2011.  «A mio parere le aziende sane al giorno d'oggi devono essere guidate dai componenti del consiglio d'amministrazione. Il cda deve essere l'unico luogo dove si parla, si discute, si prendono le decisioni. Senza assegnare alcuna golden share a nessuno per diritto divino». Così Diego Della Valle, fondatore di Tod's e socio Rcs Mediagroup con il 5,4%, in un'intervista «La Repubblica» interviene su ipotetici cambi di vertice del Corriere della Sera. Per Della Valle il problema «è che qualcuno pensa di poter gestire in solitudine o tra pochi intimi bypassando gli altri e il cda, composto da persone serie e capaci». «Chi pensa di fare come in passato -aggiunge- sbaglia di grosso. I tempi sono cambiati». «A mia conoscenza -prosegue Della Valle- non esiste nessuna lettera e trovo offensivo che qualcuno abbia voluto utilizzare il mio nome in un'ottica destabilizzante per l'azienda». «La Rizzoli, lo ribadisco -prosegue- è di proprietà di tutti i suoi azionisti e se un'importanza va data la si deve dare contando le azioni». E, sollecitato sulla possibilità di stare alludendo a Cesare Geronzi, presidente di Generali, e a Giovanni Bazoli, presidente di Intesa San Paolo, entrambi azionisti della Rcs Mediagroup attraverso le rispettive società, Della Valle risponde: «Senza volerne fare un caso personale e valutandoli con ottiche diverse e con pesi e caratteristiche completamente diversi, sì». «È importante -continua- secondo me che si rendano conto che gli attuali proprietari della Rizzoli sono persone che pensano con la loro testa, che spesso non sono legati ad alcun tipo di schema e che vogliono solo che l'azienda funzioni bene e quindi che prendano atto che per il futuro le decisioni saranno decisioni prese nel cda, con chiarezza e con un dibattito franco fra i soci». Infine, Della Valle, riguardo il piano industriale, aggiunge ancora: «Il management ha presentato un buon piano ma deve essere verificato nella tempistica».  (Adnkronos)


Ed ecco l'intervista


 


DELLA VALLE ACCUSA GERONZI E BAZOLI: MANOVRE SULLE SCELTE CHIAVE AZIENDALI.  "BASTA GIOCHI DI POTERE IN RCS, DECIDE IL CDA"


 


di Giovanni Pons per la Repubblica del 29/1/2011


 


“A mio parere le aziende sane al giorno d´oggi devono essere guidate dai componenti del consiglio di amministrazione. Il cda deve essere l´unico luogo dove si parla, si discute e si prendono le decisioni. Senza assegnare alcuna golden share a nessuno per diritto divino». Diego Della Valle, fondatore di Tod´s e socio di Rcs Mediagroup con il 5,4%, è insieme ad altri azionisti di spicco molto infastidito dalle voci che nelle ultime settimane si sono rincorse su ipotetici cambi al vertice del Corriere della Sera. E in questa intervista accetta di fare un po´ di chiarezza.


 


Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi Dottor Della Valle, la confusione intorno a Rcs non è dovuta anche a un azionariato molto articolato, con 14 soci pesanti che rappresentano l´architrave economica del nostro paese?


«Dal mio punto di vista le azioni si contano e il fatto che vi siano 14 o 15 soci importanti è una garanzia di indipendenza. Tra l´altro nel corso del tempo si è formata all´interno della struttura azionaria una logica bipartisan, che serve a "bilanciare" le decisioni. È tutto come in molte altre aziende. Il problema, invece, è che qualcuno pensa di poter gestire in solitudine o tra pochi intimi bypassando gli altri e il cda che, ripeto, è composto da persone serie e capaci ed è l´unico luogo dove devono formarsi le strategie dell´azienda, punto di riferimento per il management. Chi pensa di fare come in passato sbaglia di grosso. I tempi sono veramente cambiati».


 


Esiste o no una lettera di lamentele scritta da alcuni azionisti, tra cui anche lei, per articoli poco riguardosi per le aziende da loro gestite?


«A mia conoscenza non esiste alcuna lettera e trovo offensivo che qualcuno abbia voluto utilizzare il mio nome in un´ottica destabilizzante per l´azienda. C´è un ufficio stampa in particolare, che definirei all´"amatriciana", che passa il tempo a inquinare i rapporti tra gli azionisti e a creare tensioni in azienda con l´obbiettivo finale di far percepire all´esterno che il suo capo è il vero padrone. È un malcostume che fa male in primo luogo a chi lavora in Rcs, destabilizzando l´azienda. La Rizzoli, lo ribadisco, è di proprietà di tutti i suoi azionisti e se un´importanza va data la si deve dare contando le azioni. Il direttore non è assolutamente in discussione e il presidente Marchetti ha ribadito la fiducia del consiglio. Anzi, io l´avrei fatto sapere qualche giorno prima. Riferendomi a cose lette in questi giorni credo che in un quotidiano equilibrato come il Corriere non serve scrivere articoli qualche volta fuori misura per dimostrare al mondo che si è indipendenti dalla proprietà. Qualche volta si esagera».


 


Lei si è astenuto nella votazione del 15 dicembre sul nuovo piano industriale Rcs. Qual è il vero significato di questa scelta?


«Quello presentato dal management è un buon piano ma deve essere verificato nella tempistica di realizzazione, che sono fiducioso verrà fatta come da piano. È un´astensione costruttiva come ha detto Antonello Perricone. Mai come adesso si stanno aprendo grandi opportunità di sviluppo grazie alle nuove tecnologie e devono essere colte con tempismo. In soli due anni potremmo avere un´azienda eccellente.


 


Lei di recente ha parlato di arzilli vecchietti unti dal signore che pretendono di avere l´ultima parola sulle decisioni del Corriere senza aver speso di tasca propria. A chi si riferiva esattamente?


«Io penso che nel mondo delle imprese ci siano due scuole di pensiero. Da una parte c´è chi produce e dedica tutte le sue energie a fare prodotti da vendere sui mercati di tutto il mondo, e dall´altra vi sono altri che attraverso la gestione dei rapporti dei si dice e dalla formazione degli schieramenti hanno una gestione che io ritengo appartenga al passato, lontano da una logica di prodotti, di competitività e di aziende che vivono di mercato».


 


Allude forse a Cesare Geronzi, presidente di Generali, e a Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo, entrambi azionisti della Rcs Mediagroup attraverso le rispettive società?


«Senza volerne fare un caso personale e valutandoli con ottiche diverse e con pesi e caratteristiche completamente diverse, si. È importante secondo me che si rendano conto che gli attuali proprietari della Rizzoli sono persone che pensano con la loro testa, che spesso non sono legati ad alcun tipo di schema e che vogliono solo che l´azienda funzioni bene e quindi che prendano atto che per il futuro le decisioni saranno decisioni prese nel cda, con chiarezza e con un dibattito franco tra i soci».


 


Dunque lei chiede a Geronzi e Bazoli di non cercare accordi separati ma di discutere in cda le scelte cruciali della Rcs. Ma secondo lei è giusto che le banche siano azioniste dei giornali?


«Non è un problema di banche o banchieri o di altri azionisti, come me, che fanno un altro mestiere. Io dico che il cda nella sua completezza è il posto delegato a prendere le decisioni e dare le deleghe e una volta che le deleghe vengono assegnate sia che si tratti dell´amministratore delegato o del direttore dei giornali bisogna lasciarli poi lavorare tranquilli e sopportarli e poi come in tutti le aziende sarà il cda a valutare i risultati da poter decidere se la fiducia va rinnovata o no ai suoi manager e ai suoi direttori».


 


L´ingresso di Giuseppe Rotelli nel cda Rcs e forse, in futuro, anche nel patto di sindacato cambierà gli equilibri che governano l´azienda?


«Rotelli è un azionista importante, che ha investito soldi suoi, ed è giusto che stia nel cda. Quando un imprenditore impiega cifre rilevanti è sempre più vicino al proprio investimento e segue con attenzione la gestione dell´azienda».


 


Non le sembra un po´ bizantina una catena di controllo che prevede patto di sindacato, cda Rcs Mediagroup e cda Rcs Quotidiani dove tutti gli azionisti sono rappresentati?


«Il patto me lo sono trovato, anzi ho aspettato anche molto prima di entrarci, pur essendo azionista. In effetti venendo dal mondo dell´impresa familiare faccio un po´ fatica a capire la necessità di tutti questi organi. Comunque per semplificare la gestione io ho sostenuto con forza, insieme ad altri azionisti, la discesa dei proprietari nella Rcs Quotidiani, in presa diretta con i manager per sostenere i piani industriali. Credo che da allora siano migliorati i meccanismi di gestione di quel consiglio».


 


La Rcs è alla vigilia di scelte importanti che riguardano in primo luogo le strutture giornalistiche. Qual è la sua posizione al riguardo?


«Dico che il mondo è cambiato e che il futuro delle case editrici sarà sempre più competitivo, per cui non ci si può permettere di perdere il treno della rivoluzione digitale. In Rcs non si possono più mantenere in vita situazioni di comodità oramai superate dai tempi; occorre sbrigarsi a trovare accordi consensuali tra giornalisti e direttore e in questa fase difficile gli azionisti devono supportare i manager e i direttori. È importante che tutti insieme costruiamo la Rcs di domani».


 


Insomma, mi pare che lei auspichi il ritorno di Rcs a una vita più normale nel panorama nazionale dei media. È così?


«Mi piacerebbe che nessuno mi chiedesse più che cosa succede al Corriere: è una casa editrice come le altre. E a chi ci lavora voglio dire di tenere alla larga chi vuole inquinare l´ambiente con chiacchere e totonomine inesistenti messe in giro da arroganti e poco professionali uffici stampa che vanno a vendere finte realtà e a garantire coperture inesistenti e quando non bastano loro si fanno aiutare da siti internet da quattro soldi».


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1- AL CORRIERE VOLANO GLI STRACCI DELLA VALLE CONTRO BAZOLI E GERONZI: COMANDANO CON I SOLDI DEGLI ALTRI


Vittorio Malagutti per Il Fatto


Perissinotto Geronzi Balbinot L'ha rifatto. Per la quarta volta in una settimana l'imprenditore Diego Della Valle, quello delle scarpe Tod's e della Fiorentina, è partito lancia in resta contro i banchieri più potenti d'Italia. Contro Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa, e contro Cesare Geronzi, passato un anno fa dallo scranno più alto di Mediobanca a quello delle Generali.


Due "arzilli vecchietti", li ha definiti Della Valle. Gente che non investe del suo, ma pretende di comandare con i soldi degli altri. Chiaro no? Non abbastanza, almeno per Della Valle, che ha pensato bene di ribadire il concetto con una fluviale intervista a Repubblica, pubblicata ieri.


La posta in palio si chiama Corriere della Sera, formidabile centro di potere governato da un affollato patto di sindacato (13 grandi soci) a cui partecipa tra gli altri Della Valle, azionista del gruppo Rcs con una quota del 5,4 per cento e i suoi due rivali Bazoli e Geronzi. Tra gli azionisti di comando troviamo Mediobanca, Fiat, Pesenti, Ligresti, Tronchetti Provera. Insomma, gli esponenti principali di quello che un tempo veniva definito il salotto buono del capitalismo nazionale.


L'imprenditore marchigiano dice di voler impedire che "come è successo in passato" le decisioni sul Corriere vengano prese "bypassando il consiglio di amministrazione". In pratica accusa i due "arzilli vecchietti" (parole sue) di tirare i fili del giornale più importante d'Italia senza passare dai luoghi deputati per legge a prendere le decisioni.


Già che c'era Della Valle se l'è presa (senza nominarlo) con il sito di Dagospia di Roberto D'Agostino, colpevole (dice lui) di averlo maltrattato negli ultimi tempi. E lascia capire che gli attacchi di Dagospia sarebbero partiti da non meglio precisati uffici stampa "arroganti e poco professionali". Parole pesanti, a maggior ragione in un ambiente dove il dibattito tra soci è di solito affidato a dichiarazioni in codice.


A questo punto, però, negli ambienti finanziari la domanda è una sola: perché il patron delle Tod's si sveglia proprio adesso? È entrato in Rcs come socio importante nel 2003 e dal 2004 fa parte del patto e del consiglio di amministrazione. E in tutti questi anni il gruppo ha sempre mantenuto un assetto di governo che non ha eguali in Italia, ma forse neppure nel mondo, con tre organi decisionali (patto, cda di Rcs, cda del Corriere) dove sono rappresentati gli azionisti forti.


Con una struttura tanto bizantina è francamente difficile capire dove si formano davvero le decisioni. Della Valle, però, se la prende con Bazoli e Geronzi. Non solo, nell'intervista a Repubblica lascia partire anche quella che sembra una frecciata al direttore del Corriere, Ferruccio de Bortoli, che avrebbe pubblicato "articoli qualche volta fuori misura per dimostrare che si è indipendenti dalla proprietà". Il riferimento è ad alcuni pezzi su Fiat (azionista influente di Rcs) non allineati sulle posizioni di Sergio Marchionne.


A dire il vero, però, mister Tod's sembra anche scontento della gestione aziendale, affidata all'amministratore delegato Antonello Perricone. Ne parla con toni più felpati di quelli riservati ai banchieri, ma dice che il piano industriale (su cui si è astenuto un mese fa) dovrà essere "verificato nella tempistica".


In realtà nel mondo finanziario non è un mistero che l'imprenditore vorrebbe interventi molto più incisivi per risanare un gruppo editoriale che quest'anno rivedrà il profitto (poca cosa) dopo le perdite di 130 milioni del 2009, ma è ancora gravato da debiti per quasi un miliardo di euro. Sul riassetto industriale, che prevede una riduzione di benefit e protezioni per i giornalisti, la proposta di mediazione del direttore non è stata votata dalla redazione. E il timore di Della Valle è che si arrivi a un accordo al ribasso, con la mediazione dei poteri forti Bazoli e Geronzi.


Si spiegherebbe anche così la sua scelta di alzare la voce, di rovesciare il tavolo nel tentativo di forzare le scelte in consiglio. Forse anche perché teme che se il risanamento andrà per le lunghe i titoli perdano ancora terreno in Borsa o, peggio ancora, i soci siano chiamati a mettere mano al portafoglio per un aumento di capitale. E a quel punto i banchieri impiegherebbero il denaro delle istituzioni che rappresentano, mentre Della Valle, pagherebbe di tasca propria.


Fin qui il Corriere non si è rivelato un grande affare per lui. Nel 2006 i titoli Rcs erano in portafoglio alla sua holding di famiglia per 143 milioni. Nel 2009 il valore era diminuito di due terzi. Una perdita secca di quasi 100 milioni. E potrebbe non essere ancora finita.


 


2- OGGI VALE PER RCS, DOMANI PUÒ VALERE PER UN OBIETTIVO DIVERSO. E NEANCHE TANTO LONTANO: LE GENERALI


Marcello Zacché per Il Giornale


Sostiene Diego Della Valle, patron della Tod's ma anche grande azionista delle Generali, di Mediobanca e della Rizzoli, che i direttori del Corriere della Sera, una volta che le deleghe vengono assegnate dal consiglio d'amministrazione, «bisogna lasciarli lavorare e sopportarli». Molto probabilmente si tratta di un refuso, mentre la parola giusta era «supportarli». O forse è stato un lapsus.


Comunque pare un passaggio originale da cui partire, perché l'intervista rilasciata ieri da Della Valle a Repubblica è uno di quegli eventi che nel campo dei cosiddetti poteri forti fa discutere e rivela due o tre cosette interessanti. Tanto più in una fase politica delicata come questa, nella quale gli umori dei grandi della finanza sono da interpretare per bene. E Della Valle è notoriamente vicino ai centristi, grande amico di Luca di Montezemolo, e di Enrico Mentana.


Il tema di partenza è appunto il Corriere, perché il suo direttore, Ferruccio De Bortoli, è finito nel mirino di alcuni tra i suoi 14 grandi soci (riuniti nel patto di sindacato che controlla il 65% della Rcs) per alcuni articoli critici nei confronti di questi stessi, come per esempio la Fiat. Ma non solo: hanno fatto clamore gli attacchi anche ad altri pezzi di sistema, come l'Eni di Paolo Scaroni.


Quando succede questo, intorno al Corriere viene subito da chiedersi chi sono i mandanti, chi ha iniziato per primo, chi ha risposto per secondo, eccetera. Come se le colonne del primo quotidiano nazionale diventassero il terreno per la regolazione dei conti tra i grandi soci di cui sopra. Tra i quali ricordiamo Mediobanca, Fiat, Generali, Intesa, Tod's, Pirelli, Ligresti. Banche e imprese.


E in questo quadro, ogni movimento rilevante sarebbe sempre benedetto di un accordo di fondo tra i due grandi saggi della finanza: Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi, presidenti di Intesa e Generali. Lo stesso accordo che, meno di due anni fa, produsse la soluzione De Bortoli per sostituire Paolo Mieli. Ebbene: oggi Della Valle si schiera apertamente contro questa lettura. Affermando che non possono essere due «vecchietti arzilli» che decidono morte e miracoli in via Solferino.


Influenzando, tra l'altro, anche sistemi di pressione informativa parallela, per esempio via Internet. E questo perché la Rcs non è un'azienda diversa dalla altre, e va gestita come le altre nei luoghi deputati, ossia nei consigli d'amministrazione. Segue (salvo lapsus) il sostegno a De Bortoli.


Ma perché Della Valle dice questo e lo dice oggi? In fondo egli non è estraneo a questo sistema di potere, né alle sue logiche. Viceversa non sarebbe presente nei santuari di Mediobanca, Generali ed Rcs. Parimenti, è sua facoltà esternare tali pensieri all'interno dei consigli stessi in cui siede. Mentre le dichiarazioni di questo tipo, se fatte in pubblico, risultano volutamente mirate a lanciare messaggi più complessi.


Allora l'impressione è che ci sia una strategia, perché il Della Valle di questo inizio decennio è una figura diversa e più forte del passato, che può provare ad alzare la posta e spezzare i vecchi equilibri con una sorta di «manifesto post bancario», nel quale si decreta la fine del potere, soprattutto personale, derivante dal sistema bancocentrico, a favore di chi i capitali ce li mette in proprio.


Un manifesto che vede da un lato le banche ridimensionate dalla crisi finanziaria; dall'altro imprese come la Tod's che proprio con la crisi è diventate una multinazionale del Lusso: i conti 2010 (fatturato in crescita del 10%) sono stati accolti dal mercato come assai meglio delle attese. Mentre il titolo è entrato nell'indice FtseMib e Della Valle è da poco diventato il primo socio di Saks, negli Usa.


Aggiungiamo il recente clamoroso successo dell'operazione Colosseo, che verrà restaurato grazie ai 25 milioni della sponsorizzazione della Tod's, e il cerchio si chiude. Dunque lo «scarparo» - non ce ne voglia per il nomignolo che da gran lavoratore pensiamo non lo offenda - ci tiene a rimarcare che chi pensa di avere a che fare con un portatore d'acqua, si sbaglia.


Nelle scelte, nella gestione, nelle nomine, bisognerà fare i conti con lui. E non solo: nell'intervista c'è un passaggio che riguarda Giuseppe Rotelli (l'imprenditore ospedaliero che arriva al 10% di Rcs ma non siede nel patto), che «ha investito soldi suoi ed è giusto che stia nel cda», che suona come una chiamata alle armi. Come un invito a sganciarsi dalla tutela bancaria. Invito valido per tutti quelli che, come Della Valle, desiderano sottoscrivere il suo manifesto. Il che, se oggi vale per Rcs, domani può valere per un obiettivo diverso. E neanche tanto lontano: le Generali.


[30-01-2011]


via www.dagospia.com


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 





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