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Aggiornata al 5 gennaio 2005
Storia del Corriere della Sera
da Eugenio Torelli Viollier
a Paolo Mieli II

di SANDRO RIZZI

MILANO, MARZO 1876. Voleva fondare un giornale tutto suo e aveva bisogno di almeno 100 mila lire. Al momento di cominciare, però, Eugenio Torelli Viollier, ne trovò appena 30 mila (circa 90 mila euro, qualcosa come 180 milioni del 2000), sottoscritte da tre amici che credevano in lui, trentenne giornalista di talento, ma senza quattrini. E lui arrischiò.


Verso le 9 di sera del 5 marzo, prima domenica di Quaresima, nella Galleria non ancora completata, gli strilloni aprirono i pacchi del nuovo quotidiano: il Corriere della Sera. Quattro facciate. Prezzo: “Centesimi 5 in Milano - 7 fuori - numeri arretrati 10”. Un lunghissimo editoriale intitolato “Al pubblico” spiegava: “… Questo giornale… non si farà scrupolo di esprimere la sua opinione, quand’anche questa dovesse tornare sgradita a chi sta in alto o a chi sta in basso… ci piace serbare, di fronte a’ nostri amici migliori, la nostra libertà di giudizio, ed anche, se vuolsi, quel diritto di frondismo ch’è il sale del giornalismo…”. Nella fascia bassa della prima pagina, l’inizio di un romanzo a puntate: L'incendiario, di Elia Berthet: un “racconto fatto per piacere al pubblico che cerca gli effetti fini, non meno che a quello che brama forti emozioni e frequenti sorprese”. La pubblicità propone anche “Caldaje a valvola per il brodo, con essi si prepara un eccellente brodo in minor tempo che coi recipienti usuali e la carne stessa resta più gustosa”: le antenate delle pentole a pressione.


     Alla domenica non c'erano quotidiani, così le 3 mila copie della prima tiratura andarono rapidamente esaurite. Fu necessaria una “ribattuta”, venduta anche il lunedì mattina. In tutto 15 mila copie. Un bell’inizio, in una piazza dove già si stampavano otto quotidiani, con una tiratura complessiva di 150 mila copie. Ma l’attesa era grande. Milano, piena di fermenti culturali e imprenditoriali, voleva mettere alla prova quell’ispido napoletano di madre francese spinto al giornalismo da Alessandro Dumas. L’autore de I tre Moschettieri, che a Napoli  aveva fondato L’Indipendente,  assunse Eugenio come segretario e traduttore dei suoi fluviali articoli, poi, intuendone le doti, lo portò a Parigi dove lo presentò all’editore Sonzogno, che lo indusse a trasferirsi, nel 1866, a Milano, già definita “capitale morale” dell’Italia da poco unita.


     La città ha 300 mila abitanti: ci sono case editrici che diventeranno prestigiose (Sonzogno, Treves, Hoepli, Ricordi, Vallardi). Torelli Viollier entrò prima nei periodici, poi nel quotidiano radicale Il Secolo, dello stesso Sonzogno. Il carattere difficile gli procurò molti nemici: la gente lo stimava per le sue qualità e l’onestà, ma non lo amava. Lasciò Sonzogno quando le sue pubblicazioni si orientarono a sinistra in senso repubblicano. Passò nel ’72 al Corriere di Milano, di Emilio Treves, del quale condivideva moderatismo e costituzionalismo. Nel 1874 però il Corriere di Milano si fuse col Pungolo, Treves ne uscì e Torelli si ritrovò disoccupato e messo in disparte. Il rancore e le ristrettezze lo spinsero a pensare a un suo giornale: liberale moderato, espressione di una nascente borghesia imprenditoriale aperta al progresso, indipendente anche nei confronti dei politici della Destra, ispirato alla stampa inglese, tecnicamente innovativo. Nel ’75 ottenne la direzione della Lombardia,  importante foglio moderato, e pochi mesi dopo maturarono le premesse per l’uscita del suo quotidiano. Mentre cadeva il governo Minghetti, l’ultimo della Destra storica, il nuovo giornale poteva essere il punto di riferimento per gli ambienti economici e i conservatori lombardi che non volevano essere emarginati nel cambiamento di regime. Tra gli imprenditori il progetto di Torelli Viollier suscitò speranze. I concorrenti invece gli predissero vita breve: ma gli ironici commenti ebbero l’effetto contrario di aumentare curiosità e aspettative.


     Torelli scelse come testata Corriere della Sera: “corriere”, cioè portatore di notizie, “della sera” perché allora i quotidiani uscivano quasi tutti nel tardo pomeriggio (un Corriere della Sera era apparso dieci anni prima a Torino, ma appena per un paio di giorni). Poco prima di fondare e dirigere il Corriere, Torelli sposò Maria Antonietta Torriani, bella e brillante maestra novarese, scrittrice sotto il nome di marchesa Colombi, tanto espansiva e disinvolta quanto lui era scontroso e introverso. L’unione durò soltanto un paio d’anni e l’esperienza negativa si ripercosse sull’umore e la salute del direttore.


    I fondi iniziali arrivarono da Riccardo Pavesi, avvocato lodigiano, desideroso di entrare in politica, e da due amici e colleghi, Pio Morbio, di antica famiglia novarese, e Riccardo Bonetti. Con soltanto 30 mila lire in cassa si fece tutto in economia, a partire dalla sede in un modesto ammezzato-lunetta della prestigiosa Galleria. In uno scantinato buio e maleodorante, quasi sotto la redazione, c'era la tipografia di Enrico Reggiani con vecchie macchine piane “Marinoni” (4000 copie all'ora). Per mandare in tipografia gli articoli da comporre i redattori calavano un barattolo con un cordino, mentre le bozze da correggere facevano il cammino inverso. Reggiani, poco convinto della solvibilità di questi clienti, impose prezzi esorbitanti: 28 lire al giorno, carta esclusa (e questa allora costava una lira al chilo). Il compito di far quadrare i conti fu affidato, senza retribuzione, a Titta, fratello del direttore. Soltanto tre i redattori assunti e a Roma un corrispondente (non pagato), Vincenzo Labanca conterraneo e amico di Torelli. Alcuni collaboratori lavoravano solo per passione (un cronista, Antonio Gramola, aspirante musicista in vana attesa di chiamata alla Scala, girava per Milano in stiffèlius e cilindro: intimiditi, gli interlocutori rivelavano più cose a lui che alla polizia). Primo critico letterario e teatrale è il catanese Luigi Capuana, che Emile Zola definirà “il maestro del verismo italiano” per Il marchese di Roccaverdina,  toccante spaccato della gente siciliana (collaborerà fino alla morte, nel 1915).


     Torelli aveva anche idee e iniziative promozionali. Durante le elezioni esponeva alle finestre della Redazione tabelloni con i risultati aggiornati ad ogni arrivo di dispacci: primo esempio di informazione in tempo reale. Non c’erano “inviati” e nel 1879, per uno straripamento del Po, andò il direttore. Dal maggio ’80 si lascia l’esoso Reggiani per la tipografia Gattinoni di via Pasquirolo, con nuovi “tipi” appositamente fusi per il Corriere. Nell’ottobre traslocò in via San Pietro all’Orto. Il bilancio raggiunge il pareggio solo nel 1881, l’anno della grande Esposizione Nazionale: la tiratura è arrivata  a 7.600 copie, la diffusione supera i confini lombardi e a reggere l’amministrazione c’è il bergamasco Enrico Valania, tipico “ragiunatt” lombardo (il predecessore, che aveva preso il posto di Titta Torelli, era fuggito svuotando la cassa).


   Nel frattempo i soci sono rimasti Torelli e Pio Morbio. Bonetti aveva lasciato subito e altri si erano succeduti, cercando anche, andata al potere la Sinistra, di influire sull’indipendenza del giornale: ma Torelli, pur vivendo alla giornata, aveva sdegnosamente rifiutato i contributi governativi. Sempre in nome dell’indipendenza, nell’80 il direttore aveva appoggiato il primo sciopero, illegale, dei tipografi. Finalmente si può nominare un corrispondente fisso da Parigi, Paolo Bernasconi (vi rimarrà 25 anni). Si fanno assunzioni. I costosi servizi telegrafici delle agenzie Stefani e Havas diventano regolari. Dal numero del 19-20 gennaio 1882 si esce a sei pagine, con la terza illustrata con disegni (le prime fotografie, però, appariranno tra il 1900 e il 1905; le telefoto nel 1935). Alla morte di Garibaldi il Corriere è listato a lutto per tre giorni (nel ’78, per Vittorio Emanuele II, lo era stato un giorno soltanto). Nell’84 la sede viene trasferita in via San Paolo.


      Il 1885 è un anno chiave: l’avvocato Pio Morbio si trasferirsce a San Francisco e cede la sua parte di proprietà al marito della sorella Giulia, l’industriale cotoniero di Busto Arsizio Benigno Crespi (già entrato con piccole quote nell’82), che investe 100 mila lire (in pratica tutto il capitale del Corriere). Crespi lascia ampia libertà al direttore, non interferisce nella linea politica, liberista e antiprotezionista, anche se talvolta contrasta con i suoi interessi. La tiratura sale a 29 mila copie (38 mila nel 1886, quasi 50 mila nel 1887).


     Dal 1883 il giornale si stampava con una rotativa Koenig-Bauer, bavarese (una seconda nell’86). Escono molti supplementi, gratuiti, anche a colori. Nel 1887 si spende l’equivalente di 117 milioni del 2000 per mandare in Africa l'inviato Vico Mantegazza dopo l'eccidio di Dogali durante la guerra italo-etiopica: 500 italiani furono sopraffatti dalle forze di ras Alula. Dal gennaio ’88 i numeri domenicali a otto pagine, sull’esempio americano e tedesco, ma l’innovazione non è gradita dai lettori. Qualcuno spiega che “l’italiano si smarrisce in un foglio voluminoso”. Così dal giugno si arriverà a otto pagine solo in caso di avvenimenti importanti o per abbondanza di notizie: “Abbiamo tentato un progresso... - si legge in un commento del 9 giugno - ma abbiamo riconosciuto ch’era un progresso immaturo... Siamo convinti che fra dieci anni il pubblico gusterà non soltanto i numeri doppi, ma fors’anche i numeri tripli o quadrupli. Ora è troppo presto: non vuol saperne. Così sia!”.


      Il 23 giugno 1889 il giornale si trasferisce in via Pietro Verri 14, in un palazzo di Benigno Crespi: una sede veramente sua con una propria tipografia (nel ’90 arriva una rotativa Derry, francese). La tiratura raggiunge le 61 mila copie nel 1890, per toccare  le 100 mila (con 21 mila abbonati) nel 1899. Prima linea telefonica nel 1895, seconda nel 1897, la terza verrà nel 1904; si assumono stenografi fissi. Compaiono le macchine per scrivere, ma i redattori diffidenti continuano a lungo con carta e penna.


      Nel 1895, Torelli, in momentanee difficoltà per il coinvolgimento nella costruzione di un palazzo in via Paleocapa rivelatasi più costosa del previsto, pur di non firmare disdicevoli cambiali, cede parte delle sue carature agli industriali Ernesto De Angeli e Giovanni Battista Pirelli. Stanco e in cattiva salute, il direttore intuisce che è sempre più difficile governare il giornale, sia per le pressioni politiche sia per le crescenti divisioni interne. Bisogna poi trovare soluzioni editoriali innovative. Attento ai fenomeni di costume, il Corriere dedica spazio alla neonata bicicletta: organizza nel 1893 una Torino-Milano per velocipedi che richiama gente lungo le strade, poi manda un giovane  collaboratore, il ragionier Luigi Masetti, a girare tre mesi gli Stati Uniti sulle due ruote. Nel luglio 1898 per raccontare il conflitto ispano-americano sarà assunto come corrispondente di guerra lo scrittore Ugo Ojetti, destinato a divenire direttore dopo Albertini. 


   Come aveva già fatto informalmente con Alfredo Comandini dal settembre 1891 al novembre 1892, Torelli tra il 1895 e il novembre 1896 “prova” due direttori, Andrea Cantalupi e l’architetto Luca Beltrami (che mirava a diventare comproprietario), ma nessuno dei due gli sembra adatto e quindi riprende il timone. Intanto, nel maggio ’96, su pressanti segnalazioni giuntegli tramite De Angeli dall’economista Luigi Luzzatti, influente collaboratore, Torelli aveva  preso un giovane economista e assistente universitario marchigiano, Luigi Albertini, 25 anni, che era vissuto un paio d’anni a Londra frequentando il Times e il suo amministratore Charles Frederick Moberly Bell. Prima di ottenere il contratto, Albertini, in prova, era stato mandato a Mosca all’incoronazione dello zar Nicola II. Ma ai suoi servizi i “senatori” della redazione, che non vedevano di buon occhio quel giovane rampante, preferirono la cronaca dell’agenzia Stefani. Il professorino però riuscì a conquistare il direttore-fondatore con proposte per trasformare il Corriere in un grande quotidiano moderno, impostato su principi industriali. Torelli intuì di avere sotto mano il delfino in vista del nuovo secolo. Gli diede così  l’incarico, inedito per l’epoca, di segretario di redazione. Funzione che l’intelligente Albertini, dotato d’uno spiccato senso delle pubbliche relazioni, seppe sfruttare: divenne l’alter ego di un direttore sempre più arroccato nel suo eremo di via Paleocapa, ma ugualmente preoccupato del futuro della sua creatura. Di fatto poi diveniva l’amministratore, con grandi idee sul potenziamento tecnico, su nuove pubblicazioni collegate e sulla gestione in proprio la pubblicità fino ad allora affidata a condizionanti società esterne (ci riuscirà solo nel 1914).


      Il 1898 fu per il Corriere un anno di  cambiamenti: i conservatori sentirono che l’emergere di socialisti, anarchici e clericali metteva in crisi lo Stato liberale. I tumulti per il carovita, partiti dalla Sicilia e poi scoppiati tra maggio e giugno a Milano, avevano anche una motivazione politica dato il difficile assestamento del sistema parlamentare. Così i reazionari ingigantirono il reale pericolo delle sollevazioni, invocando la repressione (che a Milano il generale Bava Beccaris mise in atto con spargimento di sangue). In seno al Corriere prevalsero i reazionari e Torelli, scavalcato, preferì, con il primo giugno, lasciare la direzione a Domenico Oliva, fautore della linea dura. Torelli, cui mancavano le forze per raddrizzare la situazione, forse temeva anche la soppressione del giornale se lui lo avesse bruscamente ricondotto su posizioni più critiche contro il governo durante lo stato d’assedio. Svincolato dalla conduzione effettiva,  riuscì a esprimere il suo lucido punto di vista sulle “esagerazioni” di quei giorni facendosi ospitare dalla Stampa di Torino e da Nuova Antologia e con una lettera allo storico Pasquale Villari. E subito cominciò a preparare, d’intesa con Albertini, l’offensiva contro Oliva: fin dall’ottobre 1898 gli inviò, insieme agli altri comproprietari, forti richiami sulla linea politica e la gestione della redazione.


      Albertini prendeva sempre più potere: l’8 gennaio 1899 varava La Domenica del Corriere (settimanale illustrato popolare destinato a vivere più di 80 anni) e nel gennaio del 1900 veniva nominato amministratore. Un mese determinante: si fidanzava con Piera, figlia del commediografo Giuseppe Giacosa, importante collaboratore, e, facendo un debito di 25 mila lire, acquistava una piccola quota (1/64 del capitale) offertagli dalla proprietà come riconoscimento. Ma tutto il ’900 gli sarà propizio. Nel marzo il Corriere compie 25 anni: ha 21 mila abbonati e la tiratura sfiora la 100 mila copie (71 mila metri di carta al giorno). Si celebra l’avvenimento con 12 cartoline illustrate, da vendersi a una lira, realizzate dalla ditta Fratelli Stoppani.


     Il 26 aprile 1900 moriva Torelli-Viollier e Albertini  diventava gerente della società, pur essendo il comproprietario con la minore caratura. Direttore era ancora Oliva, che trascorreva lunghi periodi a Roma: l’occasione per estrometterlo fu colta quando cadde il governo Pelloux,.Sul numero del 18 maggio, Albertini fece scrivere a Milano un commento che, sovvertendo la linea indicata da Oliva, esultava per l’avvenimento. Oliva si dimetteva e poco dopo Albertini assumeva la direzione politica.


    Il giornale deve subito affrontare una grande notizia giunta in orario “impossibile”: il 29 luglio verso le 22.30 l’anarchico Gaetano Bresci uccide a Monza re Umberto I. L’informazione trapela soltanto verso le 23.30 e grazie al telefono il corrispondente del Corriere riesce a inviarla tempestivamente a Milano; poi le comunicazioni vengono interrotte (il primo dispaccio Stefani arriverà alle 2.40,  dopo il comunicato ufficiale). La prima edizione è già chiusa, ma si inserisce in quarta pagina un titolo su una colonna con un filo di lutto: “Attentato alla vita del Re a Monza”. Poi le prime frammentarie informazioni che parlavano di ferimento del sovrano. Più sotto nella stessa colonna un altro titoletto “Il Re è morto!” e il nome dell’attentatore,“Bressi” (come diceva la frettolosa trascrizione), sottratto al linciaggio. Escono più tardi due edizioni straordinarie, con il titolo, listato a lutto, su tutta la prima pagina.


      Negli stessi giorni (poiché gli eredi di Torelli Viollier rinunciavano a subentrare nella quota di proprietà) De Angeli e Pirelli cedevano al neodirettore carature di 3 mila lire ciascuno. Con l’appoggio di Benigno Crespi, socio di maggioranza, Albertini conquistava tutti i poteri: direttore politico, gerente della società — che da “Eugenio Torelli & C.” diveniva “Luigi Albertini & C.” — coeditore, con relativo stipendio e un 3% di compartecipazione agli utili. In settembre sposava Piera (successivamente il fratello Alberto prenderà in moglie la figlia di Piero Giacosa, anch’egli collaboratore del Corriere e fratello di Giuseppe). Rapida la carriera di Alberto: redattore dal ’99, quindi segretario di redazione e in pratica vice del fratello; nel 1907 entrava nella società per vedersi affidare la direzione nel 1921 quando Luigi decise di dedicarsi alla politica. Di fatto Alberto era direttore dal 1914 quando il fratello era stato nominato senatore per il suo determinante apporto all’interventismo, la causa cioè di quanti volevano la scesa in campo dell’Italia nella Prima Guerra mondiale.


      Nel 1900 quindi, mentre nei teatri il balletto Excelsior di Romualdo Marenco rendeva omaggio al Progresso, cominciava per il Corriere l’era albertiniana: venticinque anni per diventare la più forte impresa giornalistica del Paese (il quotidiano più diffuso e più autorevole) ma nel contempo un’istituzione seguita con rispetto anche all’estero. Emerge tra i collaboratori Luigi Einaudi, giovane economista piemontese. Alberini lo aveva conosciuto all’università di Torino, erano diventati amici, ma si diedero sempre del lei. Einaudi, liberale di razza, destinato ad essere, nel 1948, il primo presidente eletto della Repubblica, rapidamente oscurerà il nume Luzzatti. 


      Sempre grande l’attenzione per ogni novità. Come alla fine dell’800 ci si interessò alla bicicletta, nel 1900 si dedicano titoli agli chauffeurs e nel 1901 viene organizzato il primo “Giro dell’Italia in automobile”(fu l’occasione per installare sulle strade  i primi cartelli indicatori nei “bivi incerti”). Nel 1901 nasce il mensile La Lettura, affidato a Giuseppe Giacosa (alla sua morte, nel 1906, gli succederà, fino al 1923, Renato Simoni, il grande critico teatrale): copertina a colori, tante illustrazioni, firme prestigiose, da De Amicis, a Ada Negri, a De Roberto, Ojetti, D’Annunzio. Segue nel 1903 Il Romanzo mensile che precorre i tascabili in edizione economica. Alla fine del 1908 il Corriere dei Piccoli illustrato anche da strisce di “comics” americane, come le avventure dei monelli Bibì e Bibò,  con capitan Cocoricò, la Tordella e l’Ispettore, e poi Fortunello, la Checca e, anni e anni dopo, il signor Bonaventura disegnato da Sergio Tofano. In tipografia compare la linotype, che con le sue righe di caratteri fuse in piombo fa tramontare la composizione a mano. La macchina rivoluzionaria viene dall’America, dove è stata inventata nel luglio del 1886 da Ottmar Mergenthaler: sarà la regina delle tipografie per ottant’anni, fino all’avvento della fotocomposizione e poi dei computer.


      Dal 16 agosto 1904 il Corriere si trasferisce in via Solferino 28, nell’edificio liberty che Albertini ha fatto progettare a Luca Beltrami, tenendo conto di esempi stranieri in particolare quello del Times. Questo indirizzo ben presto identificherà il giornale e il suo stile. L’area, di 9.000 metri quadrati, è delimitata da via Solferino, via Moscova e via San Marco, dove scorre il naviglio Martesana: i rotoli di carta arrivano in barca (nel 1934 la Martesana sarà interrata e passeranno i tram). Si montano tre nuove rotative capaci di 75 mila copie all'ora, di giornale a otto pagine. Nel 1905 si acquistano le prime automobili: soltanto furgoni per la distribuzione delle copie (la stazione ferroviaria è a poche centinaia di metri, nell’attuale piazza della Repubblica). Si crea (dal 1910) una biblioteca archivio, con i più utili strumenti di consultazione, completata da un archivio fotografico (i lettori e i corrispondenti, la cui rete copre capillarmente l’Italia, sono invitati a inviare cartoline e immagini delle loro città e dei loro paesi). La “macchina” del giornale è precisa e razionale, scrupoloso il controllo sui corrispondenti:  le note del segretario di redazione sono severe in caso di “buchi” (le notizie mancate) ma i servizi meritevoli sono premiati. Gli inviati vanno in ogni parte del mondo, con tutti i mezzi disponibili, a tutti i prezzi, ma l’amministrazione (Eugenio Balzan, Alberto Mapelli), è oculata: non si fanno sprechi, anche il direttore, per gli appunti, usa buste rovesciate.


     Albertini potrà con orgoglio definire il Corriere “una corazzata”: esige da tutti la precisione e pretende rigorose verifiche su notizie, date, grafia dei nomi,  citazioni. Scriverà Giovanni Spadolini (direttore dal’68 al’72) nel centenario: “Crea, Albertini, la prima redazione moderna in Italia. Qualcosa fra la Compagnia di Gesù e una legione di carabinieri: diranno i maligni. Fondata su un altissimo spirito di corpo, su una selezione spietata. Bando agli ‘a solo’, ai residui tenorili di un giornalismo improvvisato e spesso becero: uniformità nello stile, nella grafia, una certa impersonalità nelle corrispondenze, una cura assidua e struggente del particolare, una lotta implacabile all’errore di stampa, un ‘no’ ferreo ai capricci di questo o di quello. Una direzione ‘monachica’...”. D'altra parte, ancora nel 1971, direttore proprio Spadolini, un nuovo assunto al suo primo impatto con l’austero palazzo veniva avvertito: “...E si scordi la firma...” (l’apparire della sigla poteva essere considerato già una prima promozione).


     Nel 1907 Albertini si assicura la partecipazione al raid Pechino-Parigi organizzato dal  parigino Le Matin: l’inviato è Luigi Barzini — il principe di una categoria di giornalisti mandati a scrivere e a interpretare le cose viste di persona — che sarà a bordo della “Itala”, la vettura del principe Scipione Borghese, provetto automobilista con al suo attivo un viaggio dalla Persia al Pacifico. Il racconto del viaggio, che durò 60 giorni, con avventure, ostacoli, incidenti e difficoltà d’ogni tipo, fu anche pubblicato nel 1908 nel libro “Metà del mondo vista da un’automobile”. Luigi Barzini (nato a Orvieto nel 1874), che esordì nel 1898 su giornali romani,  aveva colpito Torelli Viollier per una sensazionale intervista esclusiva strappata alla celebre cantante Adelina Patti, notoriamente nemica dei giornalisti. Da quel momento il giovane era stato tenuto d’occhio e Albertini  fu mandato a Roma per ingaggiarlo. Purtroppo però Torelli non poté rallegrarsi del proprio fiuto: morì infatti poche settimane dopo l’assunzione del ventiseienne Barzini, che fu subito spedito a Londra e di lì a Pechino per seguire, nell’estate del ’900, la rivolta dei boxers, setta segreta ispirata dalla dinastia imperiale, che assediarono il quartiere delle legazioni straniere. Le potenze europee organizzarono una spedizione (con anche bersaglieri e marinai italiani) che riuscì, dopo sanguinosi combattimenti,a liberare le sedi diplomatiche e a imporre alla Cina severe sanzioni. Barzini, a rischio della vita, inviò corrispondenze mirabili. Nel 1904 dalla preziosa soffiata di un diplomatico che lo aveva scambiato per un collega anticipò il profilarsi del conflitto russo-giapponese:  nel 1905 fu così l’unico giornalista che riuscì ad assistere alla battaglia di Mukden e a scattare fotografie (pubblicate sulla Lettura e sulla Domenica del Corriere): il suo reportage fu di 14 mila parole, trasmesse per telegrafo dopo mille peripezie. Barzini rimase al Corriere fino al 1921, poi se ne andò in America perchè non sopportava più la rigida disciplina degli Albertini (e quando questi furono estromessi manovrò, senza successo, per diventare direttore).


   Nel 1905 anche sul Corriere nasce la Terza pagina, che per decenni  resterà una tradizione tutta italiana. L’aveva ideata, nel dicembre 1901, Alberto Bergamini, che aveva lasciato via Solferino per fondare a Roma il Giornale d’Italia: egli dedicò l’intera terza pagina alla prima della dannunziana “Francesca da Rimini”, interpretata dalla Duse. Un articolo di critica musicale, uno di critica letteraria, uno su scene e costumi, uno di cronaca della serata. La Terza del Corriere, divenuta classica, ha in “apertura” un saggio, una recensione o un racconto d’una firma illustre composto nell’elegante carattere elzevir, da cui elzeviro; di “spalla” un reportage, un’inchiesta o un’intervista; in basso un servizio di attualità; al centro un disegno o una foto. Una pagina di prestigio, aperta a redattori o collaboratori famosi che dovevano rispettare l’esclusiva, pena l’immediato declassamento. Curata da Alberto Albertini, con Janni e Ojetti, è il palcoscenico dei più bei nomi della letteratura: Giovanni Verga, collaboratore dal 1892, la poetessa Ada Negri (che nel ’40 sarà chiamata all’Accademia d’Italia), Renato Simoni, il poeta e critico Francesco Pastonchi, salottiero, galante, molto pieno di sè, Grazia Deledda (Nobel nel ’26), che accettava di buon grado modifiche agli articoli “perchè il mio desiderio è di piacere ai lettori del Corriere”, Carmen Sylva, pseudonimo di Elisabetta di Wied, regina di Romania (moglie di Carol I) nota scrittrice, Federico De Roberto, Giovanni Verga, il giurista Giulio Cesare Buzzati, padre di Dino, Gabriele D’Annunzio che esordisce nel 1907 con la “Canzone per la morte di Giosue Carducci” (il Vate ha un legame particolare con il Corriere: diviene amico di Albertini, anche se non sempre le loro vedute coincidono, e Albertini gli paga i debiti, addirittura lo aiuta a sottrarsi ai creditori e alle ex amanti concedendogli una stanza segreta al piano nobile di via Solferino); Giuseppe Antonio Borgese, il critico più autorevole e influente, Luigi Pirandello che cominciò nel 1909 con la novella “Mondo di carta” e collaborò fino al '36 quando morì.


       Anche il pur potente Corriere viene messo in difficoltà dal più disastroso evento di quegli anni, il terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 (più di 110 mila morti). La notizia giunse a Milano soltanto nel tardo pomeriggio del 29. Il corrispondente da Messina, Francesco Penso, ha perduto tutto e, ricoverato a Catania, non può trasmettere perché le comunicazioni sono interrotte. Tre inviati, tra cui Barzini, devono fare base a Napoli e arriveranno in Sicilia con molto ritardo. Ma i lettori aderiscono con generosità a una sottoscrizione. Il naufragio del Titanic (14 aprile 1912) avviene mentre è in atto la guerra italo-turca e la notizia trova largo spazio in terza pagina il 17 aprile, con due corrispondenze del Daily Telegraph. E’ dal 1906 che Albertini — pur avendo ormai corrispondenti e informatori nelle capitali europee più importanti, tra cui Costantinopoli e Pietroburgo (dove ha mandato il fratello Antonio) — ha un accordo con il Telegraph: l’autorevole quotidiano londinese ospita l’ufficio del Corriere nella storica Fleet Street, la via dei giornali e delle agenzie. Alle 2 di notte il corrispondente traduceva dalle bozze le notizie più importanti e le faceva telefonare a Parigi da dove lo stenografo le rilanciava a Milano in tempo per la chiusura del giornale. Prima lo scambio era con il parigino Le Matin, poi Albertini aveva preferito il giornale britannico perché più completo sui fatti internazionali. Da Parigi, fra il 1919 e il 1927 il  corrispondente era Massimo Campigli, che al giornalismo preferì l’arte, diventando uno dei più famosi pittori del ‘900.


    Nel 1910 muore Benigno Crespi e lascia le sue quote ai tre figli Mario, Aldo e Vittorio. Crescono il peso e il prestigio politico di Alberini e forse per questo i suoi rapporti  con gli eredi comproprietari non saranno più come quelli di massima stima e fiducia instaurati con il padre.


    Lunedì 24 maggio 1915 un titolo a tutta pagina annuncia: L’ITALIA DICHIARA GUERRA ALL’AUSTRIA-UNGHERIA. E “Guerra!” dice il fondo non firmato: “...L’Italia ha voluto la guerra. L’Italia è presente dove anche i più sacri diritti si riconquistano col sangue... E non accettiamo nulla da alcuno: stendiamo la mano a ciò che è nostro, ma la mano è armata di ferro. Il patto che ci lega agli altri popoli... è un giuramento di contro al nemico comune... è, dopo molti secoli, ancora il giuramento di Pontida. E nella fermezza d’una volontà che non può essere fiaccata, dalle Fiandre all’Isonzo, dal Danubio al San, dal Mare del Nord alla penisola di Gallipoli, fatta di milioni di eroi, tutta l’Europa è l’antica lombarda Compagnia della Morte!”. Le chiamate alle armi raggiungono ben 380 delle 700 persone che lavorano al Corriere; a tutti continua ad essere assicurato lo stipendio pieno; molti nomi illustri vanno in posti chiave negli alti comandi. Partono volontari Alberto e Antonio Albertini, ufficiali dei bersaglieri. Da via Solferino Luigi Albertini muove le pedine, al fronte, nelle capitali, nelle cancellerie. La censura si fa pesante, soprattutto nei momenti più critici della guerra. La concorrenza è spietata, i servizi degli inviati sono passati al vaglio dal direttore e dal segretario di redazione Andrea Marchiori che fanno severissimi confronti soprattutto con la Stampa. La tiratura arriva al milione.


       Seguono gli anni tormentati del dopoguerra: scioperi, scontri sociali, la nascita del fascismo guidato da Mussolini. Albertini auspica uno Stato forte che garantisca le libertà  e freni gli eccessi e le violenze sia dei rossi sia dei fascisti: per un po’pensa che il fascismo di Mussolini possa essere addomesticato per riportare la disciplina dello Stato liberale. Contrastato fu il rapporto con Mussolini, che nell’ottobre del ’22, alla vigilia della marcia su Roma, voleva al ministero del Tesoro  Luigi Einaudi (ma il nome verrà depennato perchè il commentatore economico del Corriere, contrario a ogni protezionismo, non è gradito agli industriali).


      La posizione di Albertini si era  rafforzata nel 1920 con l’acquisto di parte delle quote di Pirelli, Beltrami e Frua ritiratisi dalla proprietà. La tiratura media era di 800 mila copie. Ma il nuovo regime vedeva un pericolo proprio nella forza del Corriere  e Alberini, ancora prima del delitto Matteotti (1924),  si rendeva conto che la convivenza fascismo-Stato liberale era impossibile. Il Corriere subì sequestri, in varie città i pacchi di copie venivano bruciati. I Crespi temevano per l’azienda e cercarono in ogni modo di rilevare le quote degli Albertini. Da Roma giunse la minaccia di soppressione per pubblica utilità secondo le nuove leggi sulla stampa. Alla fine il legale dei Crespi trovò l’appiglio giuridico: scoprì che il contratto di proroga della società del Corriere fino al 1930, firmato dai soci nel 1920, non era stato registrato e poteva  quindi essere rescisso in qualsiasi momento a richiesta anche di uno solo dei sottoscrittori. Con il commiato pubblicato il 28 novembre 1925, l’era Albertini finiva. Uscendo in strada dalla porta a vetri Albertini si soffermò un momento e disse: “Adesso, se ci si metteranno tutti, ma proprio tutti,  per spiantarlo ci vorranno cinquant'anni…”. Con il ricavato delle quote cedute Albertini acquistò la tenuta di Torre in Pietra vicino a Roma e ne fece una azienda agricola modello. Fino al 1929 partecipò alle sedute del Senato fascista, votando contro il regime e contro il Concordato fra Stato e Chiesa. Morì nel 1941.


     Nella trattativa gli Albertini ottennero che la transizione fosse gestita da Pietro Croci, corrispondente da Londra e poi da Parigi. Croci obbedì malvolentieri, anche perchè la moglie parigina non voleva trasferirsi a Milano  (così per il periodo di direzione Croci visse in una stanzetta  dietro al suo ufficio): ci fu una fuga di redattori e collaboratori;  il giornale era sbandato e soltanto la saggezza dell’amministratore Balzan e l’abilità del segretario di redazione Marchiori, “il professore” (che seppe mantenere lo stile e il rigore albertiniani) riuscirono a fargli superare molti ostacoli. Tra pressioni e richieste di epurazioni da parte del neo capo della redazione romana Aldo Valori,  Croci resistette quattro mesi. Il 5 marzo 1926 il Corriere celebrò il cinquantenario (doppio stipendio per tutti) e dodici giorni dopo Croci fu sostituito con Ugo Ojetti, più incline alla letteratura che alla politica. Ojetti rimase un anno e mezzo, mantenendo alti la tiratura e il livello culturale, proteggendo i redattori antifascisti  (nel marzo 1926 assunse Orio Vergani, una delle penne più brillanti e versatili mai avute dal Corriere: soltanto pochi linotipisti erano in grado di decifrare la sua grafia). Cambia l’aspetto grafico e le colonne del giornale da sei passano a sette. Nel dicembre 1927 Ojetti sarà l’ultimo a sapere che Mussolini ha preteso la sua destituzione: la notizia fu comunicata ai Crespi convocati in gran segreto a Roma e quando fu il momento di renderla pubblica lui era in viaggio in Grecia: tornando al giornale, fu informato da un fattorino. Ojetti rimarrà come collaboratore.


      Dal 18 dicembre 1927 arrivò alla direzione Maffio Maffi, che eseguì gli ordini del regime: l’uso tassativo dell’agenzia ufficiale Stefani, pur se lacunosa, le disposizioni di Starace, vice segretario del partito. I corrispondenti non sapevano più che notizie inviare, troppi  gli argomenti proibiti: niente nera, niente suicidi, niente fatti passionali.


      Nel 1928 viene assunto, ventiduenne, Dino Buzzati (figlio di Cesare, morto nel 1920). Dino, uomo colto, geniale, buono e sensibile, generoso, annota su un grosso quaderno a quadretti tutti i fatti di cronaca che deve raccontare accompagnandoli con disegni di sogno e di fantasia. Lavorò lunghi anni in cronaca, poi passò in redazione alle province e quindi inviato, corrispondente di guerra, infine elzevirista. Il suo “Deserto dei Tartari", uscito nel 1940, è la trasposizione fantastica della vita al Corriere, stile Albertini e stile Borelli: la fortezza, la disciplina, le gerarchie, l’essere sempre preparati, in paziente attesa. Buzzati resterà al Corriere fino alla morte, nel 1972, sempre con quel suo modo di fare che gli procurava l’affetto di tutti. L’unica “ribellione”, ma sempre discreta e silenziosa, fu quella di portare una sedia nell’austero corridoio della direzione, al primo piano, per attendere compunto, con in mano il bozzone della Terza, che si spegnesse la luce rossa alla porta chiusa di Spadolini, segno che il direttore stava telefonando. Ed era sempre un’attesa da deserto dei Tartari. 


      Maffi fece molte assunzioni, affrontò il delicato momento della conciliazione tra Stato e Chiesa, sfociato nel Concordato dell’11 febbraio 1929, che richiedeva un grande senso della misura nelle cronache dal Vaticano. Tuttavia per le gerarchie del partito la trasformazione del giornale in senso fascista non era ancora sufficiente. La proprietà fu sollecitata a cambiare il timoniere. Tra molti nomi, alla fine prevalse l’indicazione di Arnaldo Mussolini, direttore del Popolo d’Italia, e di Augusto Turati, segretario del partito: fu scelto Aldo Borelli, 39 anni, dal 1915 direttore della Nazione di Firenze. Egli arrivò il 1° settembre 1929: veniva descritto come arcigno, collerico, caustico nei giudizi, pronto ai licenziamenti e la redazione lo temeva perché “mandato da Mussolini”. Invece per prima cosa confermò gli uomini-chiave: il capo redattore Oreste Rizzini, il segretario di redazione Marchiori, e Eligio Possenti alla Domenica del Corriere. Poi emerse anche il lato umano, con tre passioni: l’affascinante moglie  Jia Ruskaia, ballerina russa di Crimea  poi maestra di danza; le serate alla Scala; le partite di scopone scientifico. E si rivelavano la profonda cultura umanistica, le doti di abile diplomatico nel destreggiarsi tra i giochi di potere dei gerarchi, le capacità tecnico-professionali. Si innamorò del Corriere, rifacendosi all’esempio di Albertini e, dietro l’ufficialità della Prima pagina, cercò di ritagliare spazi di libertà e di indipendenza di giudizio nella Terza e nel settore culturale (grazie anche al critico Pietro Pancrazi). Sulla Terza scrivevano sempre le grandi firme albertiniane, Ojetti, Simoni, Borgese, Fraccaroli, Ada Negri, Pirandello, Possenti, Pastonchi, poi Giovanni Papini, Attilio Momigliano, Giovanni Gentile, Silvio D’Amico. Nel 1929 nacque una rubrica cinematografica affidata a Filippo Sacchi (Orio Vergani, andò a vedere il primo film parlato; il capocronista Arturo Lanocita dopo la guerra diverrà critico effettivo fino al 1961). Borelli credette nei giovani e lanciò quindi Montanelli, Buzzati, Bontempelli,  Vergani, Piovene. Nel 1936, stavolta senza interferenze, scelse a Napoli Michele Mottola che chiamò a Milano come impaginatore e nel 1942 promosse redattore capo.


     Spesso Borelli, facendo la voce grossa ad “uso esterno”, licenziava qualcuno al mattino, per riassumerlo alla sera. Scriverà di lui Indro Montanelli: “... Anagraficamente è vero. Borelli fu mandato a fascistizzare il giornale di Albertini. E forse, quando ci arrivò, la sua intenzione era proprio questa. Ma quando ci arrivai io (nel ’38)... egli non era più il proconsole del regime presso il Corriere, ma il difensore del Corriere presso il regime”. Con Borelli il Corriere consolida  il  primato (con sinergie che resteranno sempre valide: il 31 ottobre 1929, mentre in prima pagina tre intere colonne sono dedicate al crollo della Borsa di New York, in seconda ammicca una manchette con il titolo “Oro a quintali” per anticipare “un piacevole articolo” della Domenica del Corriere in cui si racconta che “Tutte le settimane arriva a Londra, dall’Africa del Sud, tanto oro in verghe per un valore che varia dal mezzo milione al milione e mezzo di sterline”. La pubblicità diventa sempre più redditizia. (La Coca Cola il 26 luglio 1930 è una delle prime società a fare un’inserzione. Il 29 luglio 1933 appaiono per la prima volta nello stesso numero due pagine di un solo inserzionista).


     Grande attenzione alle scoperte della tecnica: il 27 marzo 1930 si annuncia a tre colonne in prima “un nuovo trionfo del genio italiano. Guglielmo Marconi da 9.700 miglia di distanza, accende tremila lampade nel municipio di Sidney”. La lunga cronaca non firmata da Genova — dove al porticciolo Duca degli Abruzzi era ancorato l’Elettra, “il yacht” (l’uso delle parole inglesi non era ancora vietato) vera “officina navigante” dell’inventore della radio — è curiosa, se letta con gli occhi di oggi, nell’era dei telefonini e di Internet: “Un collega di cattivo umore osserva che con tutti questi progressi si può essere raggiunti da una telefonata del direttore anche al Polo Sud e, in sostanza, chi ne andrà di mezzo sarà il sistema nervoso del povero reporter. E quando funzionerà in pieno la televisione? Quel giorno, spiega un altro collega, noi saremo già trasferiti al ruolo archeologico del giornalismo: i giornali saranno sostituiti dai film parlati, e gli avvenimenti saranno riprodotti persino con le loro sfumature odorose”. Per fortuna non è andata proprio del tutto così e alle… sfumature odorose non si è ancora arrivati.


Nel 1934 si installa in via Solferino una rotativa Hoe che resterà in attività, con avventurosi adeguamenti tecnici, fino al luglio 1991. Dal ’34 l’uso delle foto è sempre più frequente: si istituisce un servizio fotografico interno che funzionerà fino agli anni Novanta. Dal ’35 si utilizzano anche le telefoto. Soltanto gli apparati digitali riusciranno a soppiantare la vecchia, gloriosa telefoto. Si impiegano disegnatori (Borelli dovrà rimproverare Brunetta Mateldi, che schizza donne “troppo magre”, proprio mentre il regime vorrebbe imporre forme giunoniche per dare un’idea di benessere) e umoristi come Giovanni Mosca e Giovanni Guareschi. Nel giugno 1935 le colonne delle pagine passano a 8 (a 9 nel ’42). Sempre nel 1935 per il Corriere e i suoi illustrati lavorano quasi 1.500 persone, fra redattori, collaboratori, tipografi, impiegati.     


      Con la guerra d’Etiopia, ottobre 1935 (che provocò le sanzioni economiche da parte della Società delle Nazioni contro l’Italia colpevole di aggressione), tutta la stampa viene mobilitata. L’ordine, soprattutto per il Corriere, fu di avvicendare al fronte il maggior numero di giornalisti, così come accadeva per i gerarchi, in modo che tutti potessero avvalersi del “diritto” di andare in guerra. Partirono redattori, inviati, collaboratori. Tra gli altri: Cesco Tomaselli (che, a dorso di mulo, fu l’unico giornalista testimone della battaglia del Tembien), Guelfo Civinini, Luigi Barzini jr., Mario Massai, che disponeva di un suo aereo così come il professor Vittorio Beonio Brocchieri, Domenico Bartoli, l’appena assunto Virgilio Lilli, Curzio Malaparte, e lo stesso direttore Borelli. Un lavoro massacrante per le condizioni logistiche, reso più difficile dalla censura militare e dalle veline politiche. Il 6 maggio 1936 (“centosettantunesimo giorno dell’assedio economico” delle sanzioni) il Corriere titola a tutta pagina: “Storico annuncio del Duce - La guerra è finita - L’Etiopia è italiana - Badoglio è entrato in Addis Abeba”. In fondo alla seconda pagina, a una colonna, l’annuncio che “il Ministero per la Stampa e la Propaganda ha concesso che durante tutto il mese di maggio i giornali escano in otto pagine quattro volte la settimana”. Pochi giorni dopo veniva proclamato l’Impero e il fascismo raggiungeva il punto massimo del consenso.


      Nel 1937 ampia copertura ebbe anche la guerra cino-giapponese, durante la quale morì Sandro Sandri, inviato della Stampa, colpito mentre con Luigi Barzini jr. del Corriere, si trovava sulla cannoniera statunitense Panay  affondata da aerei giapponesi mentre tentava di portare in salvo profughi americani. Anche Barzini fu dato per morto, ma quando riuscì a comunicare, mandò il servizio anche al giornale del collega. La guerra di Spagna, poi, vide l’Italia “ufficiale” schierata con i falangisti di Francisco Franco in rivolta contro il governo repubblicano del Fronte popolare appoggiato invece dall’Urss e dalle “brigate internazionali” di volontari. Borelli mandò Achille Benedetti, Mario Massai e Renzo Segàla, quindi Guido Piovene e Virgilio Lilli. Trasmettere le corrispondenze e le fotografie fu faticoso per i lunghi spostamenti, le strade disastrate e le poche automobili disponibili, ma i giornali italiani arrivavano fino al fronte.


      Fino all’inizio della Seconda Guerra mondiale molte furono le assunzioni: da Firenze Bruno Fallaci, che sarebbe divenuto capo redattore dell’edizione pomeridiana, e Enrico Altavilla,  corrispondente dall’estero e inviato. Poi cominciò a collaborare come commentatore di politica estera Augusto Guerriero. Nel 1939, esordì Indro Montanelli con corrispondenze dall’Estonia sulla guerra russo-finlandese. Trentenne, Montanelli era stato “comandato” a dirigere l’Istituto italiano di cultura a Tallin dopo essere statoespulso dall’albo dei giornalisti per aver dato, durante la guerra di Spagna , una descrizione non ortodossa della resa della guarnigione repubblicana di Santander. Da Tallin i suoi articoli e le sue note riservate al direttore rivelarono la stoffa del grande giornalista: solo nel ’41 potrà essere regolarmente assunto.


       Mentre si precipitava nel nuovo conflitto, da Roma  le direttive ai giornali furono rigorose: si raccomandava il massimo equilibrio per non mostrare particolari simpatie, soprattutto quando, nel settembre 1939, la Germania invase la Polonia. L’Italia allora si astenne “dal prendere iniziative di carattere bellico” pur adottando quelle “misure di carattere precauzionale che la mettono in grado di affrontare serenamente gli eventi odierni e quelli che potessero profilarsi domani” (il titolo del commento non firmato era “Sbocco fatale”). E quel domani arrivò il 10 giugno 1940 con la dichiarazione di guerra.


      Il Corriere schierò tutte le sue forze sui vari fronti, gli inviati scrissero testimonianze che non sempre furono pubblicate nella loro integralità. Orio Vergani dovette imbarcarsi per alcune missioni su un sommergibile, l’alpino Buzzati finì sugli incrociatori. Molti giornalisti furono richiamati e sostituiti per riempire i vuoti. Nel 1942 arrivò l’amalfitano Gaetano Afeltra che tra i primi incarichi ebbe da Borelli quello di preparare una serie di edizioni speciali, con articoli usciti sul Corriere, da spedire sulle “navi bianche” mandate a prelevare donne, vecchi e bambini nell’Africa orientale italiana occupata dagli inglesi (gli uomini finirono in prigionia): nelle tipografie di bordo gli spazi bianchi lasciati nella prima e nella quarta pagina venivano riempiti con il bollettino di guerra e notizie di servizio (l’oscuramento degli oblò, la raccomandazione di non sprecare acqua, il film in programma). A Milano fu installato un potente apparato radioricevente per captare radio e agenzie straniere (funzionò fino agli anni ’80 soprattutto per ricevere radiofoto della sovietica Tass e della cinese Nuova Cina)  mentre un centro traduzioni era in grado di destreggiarsi tra una ventina di lingue. Nacque la fondazione Crespi-Morbio per le case alle famiglie di lavoratori milanesi numerose e disagiate. Il 14 febbraio 1943, fu bombardata  la sede di via Solferino: i danni furono ingenti e si dovettero trasferire in periferia, con enormi difficoltà, tre rotative e altri macchinari.


      Borelli era sempre più disincantato: convinto che per salvare il regime e la nazione bisognasse disimpegnarsi dai tedeschi  cercando una pace separata, non poteva  però scriverlo. Pur nel disorientamento generale, il Corriere restava il quotidiano più completo (sulla Terza pagina cominciarono a scrivere Giuseppe Marotta e Enrico Emanuelli). Il 10 luglio ’43, lo sbarco alleato in Sicilia segnò l’inizio dell’ultima e più tragica fase della guerra. I contatti e le comunicazioni diventavano sempre più precari. Il 23 luglio Borelli era a Roma per la riunione del Gran Consiglio in programma nel pomeriggio del 24. Ciano, cui si era molto avvicinato, lo aveva preavvertito che qualcosa di grosso era nell’aria, ma lui non pensava certo al crollo: vedeva piuttosto un riassestamento del regime compiuto dai moderati, con o senza Mussolini. La riunione si concluse a notte fonda con l’ordine del giorno Grandi di sfiducia al Duce, ma per tutta la giornata del 25 nessuna notizia trapelò. Così a sera l’annuncio radiofonico che “Sua Eccellenza il cavaliere Benito Mussolini” si era dimesso e che “Sua Eccellenza il cavaliere Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio” era il nuovo “Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato”  lasciò sbalordito il direttore a Roma e gettò nello scompiglio l’ancor più impreparata redazione a Milano.


      Il comunicato del Quirinale non diceva che Mussolini era stato arrestato dopo l’incontro con il re, Vittorio Emanuele III. Nella confusione, mentre qualcuno spaccava i ritratti del Duce e da molte giacche sparivano i distintivi del partito, il caporedattore Bruno Fallaci in quel momento unico responsabile (era assente anche Mottola) decise  con il direttore amministrativo Aldo Palazzi di fare il giornale nonostante il divieto della prefettura. Si improvvisò una prima pagina con un fondo intitolato “Viva l’Italia” che esortava alla disciplina e alla concordia.


      Il 26 fu una giornata convulsa: la folla ammassata sotto le finestre di via Solferino chiedeva notizie e prese di posizione per far liberare i detenuti politici. Da un balconcino parlarono il politico liberal-democratico Luigi Gasparotto e Gaetano Afeltra. Sul numero del 27 l’articolo di fondo “Per l’Italia” scritto da Filippo Sacchi e da altri redattori venne firmato Il Corriere della Sera per sottolineare l’unità della redazione e la continuità della testata di Torelli Viollier e di Albertini.


       Borelli tornò al giornale il 27 ritenendosi ancora il legittimo direttore, convocò i redattori, ma Fallaci gli disse subito che la redazione aveva deciso che la direzione fosse affidata a Sacchi. Avvilito, Borelli chiese di vedere i Crespi per dare regolari consegne, e Afeltra lo accompagnò alla sede del Comitato antifascista. L’indomani, 28, Palazzi gli confermò l’estromissione da parte della proprietà e lui volle tornare in ufficio per raccogliere gli oggetti personali e congedarsi dai redattori. Intanto però nei locali della cronaca era arrivato Carlo Silvestri, un ex redattore uscito con gli Albertini: abile oratore e mediatore, aveva chiesto un’assemblea che si era subito trasformata in una sorta di processo a presenti e assenti. Il clima si surriscaldava, tanto che Lanocita avvertì Borelli della inopportunità d’un incontro con la redazione: anzi era meglio se ne andasse subito per evitare aggressioni o magari l’arresto. Il direttore che aveva salvato il giornale mantenendogli il prestigio albertiniano, uscì da una porticina e fu accompagnato al treno per Roma da alcuni redattori, tra cui Montanelli e Afeltra, che volevano proteggerlo da eventuali scalmanati. Solo, perché si era separato dalla Ruskaia, visse in clandestinità e in miseria (senza liquidazione, avendo dovuto chiedere molti anticipi) anche dopo l’8 settembre. Dopo la liberazione e il processo di epurazione, nel 1946 tornò a lavorare per altri editori. Morì a Roma nel 1965 a 75 anni.


       Cacciato Borelli, la redazione chiese la nomina di Filippo Sacchi (mentre Afeltra e il Comitato antifascista spingevano per Mario Borsa) ma i Crespi vollero garantirsi  un albertiniano che pure con Albertini aveva avuto contrasti: il liberal conservatore Ettore Janni, il quale avrebbe potuto gestire la situazione anche nella eventualità di un fascismo senza Mussolini. Sacchi fu destinato all’edizione pomeridiana che uscì con una propria testata, Il Pomeriggio. A guidare la redazione romana del Corriere tornò Guglielmo Emanuel. Janni entrò in carica il primo agosto e pretese un incontro con i redattori nella sala del famoso tavolo albertiniano: molto formalismo e un eccesso di retorica. Nella confusione generale c'erano pochissime possibilità di discutere sulle prospettive, la censura badogliana non lasciava più libertà di quella fascista. Chi faceva funzionare l’azienda nonostante tutto era l’amministratore Palazzi con il suo vice Mario Mapelli e con il segretario di redazione Marchiori. L’8 di agosto la sede del Corriere fu nuovamente colpita dalle bombe alleate, il giornale uscì alla meglio, in ritardo e con tiratura fortemente ridotta. La settimana successiva fu quella delle più tremende incursioni, che seminarono morte e distruzione nel cuore della città: il teatro alla Scala fu sventrato. Per i bombardamenti c’era un servizio di preallarme: quando le formazioni aeree nemiche sorvolavano la Svizzera, il corrispondente Richelmy segnalava il passaggio al Corriere,che a sua volta telefonava alla prefettura. La situazione era precaria sia per i trasporti sia per le comunicazioni. Fu un mese di paure, di esami di coscienza, di cambiamenti di campo.


      La sera dell’8 settembre, Badoglio in un breve intervento alla radio registrato su disco annuncia l’armistizio con gli angloamericani, con l’ambigua disposizione che le truppe italiane avrebbero reagito “a eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Nessuno dà informazioni precise. Da Roma Emanuel può soltanto dire che la censura vieta edizioni straordinarie o commenti. “Armistizio” è il titolo con caratteri enormi che il 9 mattina domina la prima pagina. C’è un fondino intitolato “Risalire”. Nella stessa notte la cellula comunista interna, nata alla fine di luglio, riesce a stampare di nascosto 50 mila copie di un numero clandestino de l’Unità: giorni prima, un altro numero era stato composto in piombo e portato alla Bompiani a Elio Vittorini che, con Gillo Pontecorvo e Pietro Ingrao provvedeva a farlo stampare i varie tipografie. Da Firenze torna Fallaci che racconta i movimenti dei tedeschi. Lo scompiglio è totale, le notizie poche e contraddittorie. Janni e Sacchi vengono convinti a sparire (si rifugeranno in Svizzera). La redazione allo sbando va avanti per due giorni.


     L’11 settembre mattina un alto ufficiale della Wehrmacht si fa ricevere dal capo cronista Lanocita e gli consegna un comunicato con l’ordine di pubblicarlo l’indomani e di farne avere copia agli altri quotidiani milanesi: la cittadinanza è invitata a riprendere, tranquilla, il lavoro e a non commettere atti ostili verso i tedeschi. Cominciano a fuggire alcuni giornalisti (tra cui Montanelli e Afeltra) che, caduto il regime, si sono compromessi con gli antifascisti. Qualcuno si dà malato. Palazzi vorrebbe sospendere le pubblicazioni e in un primo tempo invita i redattori ad allontanarsi, ma prefettura e comando tedesco ingiungono che il Corriere esca ad ogni costo. Con l’aiuto di Marchiori, l’amministratore cerca di richiamare il maggior numero di persone. Fino al 5 ottobre il giornale esce senza la firma d’un direttore, ma con quella di un gerente, Amedeo Lasagna, scelto d’autorità da Palazzi (lo stesso per Giovanni Cenato a Il Pomeriggio). Il ministero della Cultura popolare, poi, senza interpellare i Crespi, nomina direttore Ermanno Amicucci, dal 1927 segretario del Sindacato nazionale giornalisti fascisti e direttore (fino al '39) della Gazzetta del Popolo; come vice viene designato Ugo Manunta. Amicucci (che firma il giornale del 6 ottobre) subito scrive agli assenti intimando di rientrare e ad un certo punto risulta che “i dimissionari senza diritto a liquidazione” sono 16. Gli indirizzi arrivano alle autorità fasciste e tedesche, ma nel contempo, all’insaputa del direttore, Palazzi e i Crespi cercano di aiutare i dimissionari nascosti, i cui recapiti non trapeleranno mai. Fascista fanatico, Amicucci si rende tuttavia conto che tutto sta per crollare, capisce di non essere gradito alla proprietà, deve destreggiarsi fra le pressioni delle gerarchie locali e governative e in particolare da quelle di Farinacei. Nel contempo però vuole obbedire a Mussolini che da Salò gli chiede di fare “un bel” giornale perchè il Corriere è il “massimo organo nazionale”: lo stesso Mussolini tra il giugno e il luglio 1944 invierà al Corriere una serie di articoli per “far conoscere come i fatti e gli avvenimenti si svolsero nei mesi più tragici della recente storia d’Italia” (i testi furono raccolti in un opuscolo intitolato: “Il tempo del bastone e della carota. Storia di un anno (Ottobre 1942-Settembre 1943)” stampato in un numero di copie superiore alla tiratura del giornale (circa 800 mila copie), regalato il 9 agosto e venduto nei giorni successivi a 10 lire la copia).


     Il giornale è smilzo, due sole pagine, le fonti di notizie scarse, precari ma continui i collegamenti con Salò, ancora forte la struttura (un corrispondente fisso a Berlino, un corrispondente accreditato al comando del feldmaresciallo Kesserling, la possibilità di ricevere in esclusiva telefoto dal fronte di Cassino e Nettuno con un trasmettitore a valigetta Siemens); spesso si raggiungono le 900 mila copie. In via Solferino, nello stabilimento che dà su via San Marco, negli immensi sotterranei si intersecano, apparentemente ignorandosi, in un clima di diffidenza, sfiducia e nervosismo, le trame tristi e dolorose di due realtà contrapposte: il quotidiano fascista, con un andirivieni di militi repubblichini e militari tedeschi, e, soprattutto in tipografia, un’intensa attività della resistenza che si prepara all’insurrezione e riesce ad ammassare e smistare armi e munizioni. Con strascichi di delazioni, spionaggio, doppiogiochismo: il 12 aprile ’45 una trentina di partigiani fa un’incursione lampo in mensa per un comizio di un quarto d’ora senza che nessuno possa intervenire. Al centro di tutto, quasi un regista, l’amministratore Aldo Palazzi tiene a bada le parti, correndo anche seri pericoli “come — scrisse Emilio Radius — la salamandra della leggenda attraverso il fuoco”.


     Già dal giugno ’44 viene clandestinamente designato, con il consenso non entusiastico dei Crespi, il direttore per il dopo-liberazione: Mario Borsa, 75 anni, che ha lavorato a lungo a Londra, è stato consulente di Albertini per la politica estera e fino al 1940 corrispondente del Times da Milano, incarcerato e perseguitato dal fascismo, politicamente un liberal, vicino all’“azionista” Parri (che era stato redattore con Albertini). Borsa si era nascosto dopo l’8 settembre e con lui aveva mantenuto i contatti Afeltra che faceva da tramite con il Comitato di liberazione e gli antifascisti milanesi. Dal 23 aprile ’45 dilagano gli scioperi, il 24 viene dato l’ordine di insurrezione. Il 25, il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai), riunito nel collegio salesiano di via Copernico, vicino alla stazione Centrale, decide la condanna a morte di Mussolini e di tutti i membri del governo della Repubblica sociale. Il Cln aziendale e Palazzi cercano di avvertire tutti i redattori usciti dopo l’8 settembre. In via Solferino arriva Borsa con Afeltra. Il direttore Amicucci è ancora nella sua stanza e sta per andarsene. Non si sottrarrà alla cattura. Pochi mesi dopo, processato per direttissima, sarà condannato a morte: ma dopo il ricorso in cassazione nel nuovo processo, stavolta a Brescia, se la caverà, grazie alle testimonianze di Palazzi, Montanelli e Répaci, con una condanna a 30 anni, per lo più condonati. Morirà nel 1955 a Roma a 65 anni.


 


        Il Cln aziendale, secondo un piano preparato da tempo, “si assume provvisoriamente la responsabilità della pubblicazione de Il Nuovo Corriere per metterlo a immediata disposizione della causa antifascista”. Un lungo comunicato parla di “drastica epurazione” tra i giornalisti e gli altri lavoratori. Gli ingressi sono sbarrati. Nella notte si lavora in un clima di apprensione, temendo un assalto dei fascisti. Insieme al Nuovo Corriere, si stampano anche l’Unità e l’Avanti!, giornali di partito. Il 26 mattina, quando poco dopo le 9.30 la radio annuncia che Milano è libera, Il Nuovo Corriere, Anno 1-n.1, è già nelle edicole:”E’ giunta la grande giornata - Milano insorge contro i nazifascisti - L’ultimatum del Comitato di Liberazione Nazionale agli oppressori: Arrendersi o perire. Mussolini scompare da Milano dopo drammatiche tergiversazioni”. “Riscossa” è il titolo del fondo di Borsa, scritto e riscritto tra non pochi contrasti con i redattori che lo consideravano troppo moderato e magnanimo (poco prima è uscito L’Italia libera, del Partito d’azione, stampato da Leo Valiani e da Gaetano De Vita nella tipografia del Popolo d’Italia in piazza Cavour). Ma i partiti non tollerano che il Corriere ritorni in scena con il peso della sua testata: si chiede la soppressione, l’esproprio, si chiede libertà solo per i fogli di partito. Il Clnai decreta il sequestro del Nuovo Corriere e ordina al Cln aziendale “di farne cessare la pubblicazione”. La tipografia verrà utilizzata, gratuitamente, per stampare l’Unità, l’Avanti! e, all’arrivo degli alleati, il Giornale lombardo, organo del Pwb (Psychological warfare branch) diretto dal maggiore inglese Michael Noble. Sarà proprio Noble a favorire la rinascita del Corriere e a far sloggiare l’Unità e l’Avanti!.


     Il 22 maggio 1945, il giornale torna in edicola, con la testata Corriere d’informazione, frutto di compromesso tra Clnai e Pwb, e in regime commissariale:l’incaricato è l’avvocato Domenico Capocaccia,  comunista ,che si comportò con correttezza mettendosi anche in conflitto con il suo partito). Resta l’amministratore Palazzi che viene messo al muro da partigiani estranei al giornale, ma è salvato da Pajetta e da operai di via Solferino.


      Fino al 25 luglio 1945 esce la sola edizione del mattino, dal 26 anche un’edizione del pomeriggio. L’8 agosto, l’edizione del pomeriggio ha un titolo a sette colonne: “La bomba atomica ha polverizzato tutti gli esseri viventi a Iroscima”. L’occhiello: “Con un solo proiettile di 5 chilogrammi” e il sommario: “La città, secondo notizie di fonte giapponese, è un immenso cumulo di rovine. Il Consiglio dei ministri convocato a Tokio in seduta straordinaria. Londra e Washington non riveleranno il segreto di costruzione dello spaventoso ordigno”. La notizia, della Reuter, è datata Nuova York e cita Radio Tokio come fonte. Un titoletto a due colonne rileva “il contributo di Fermi alla scoperta”.


      Durante la forzata quarantena si riorganizza la redazione, mentre il Clnai decreta le epurazioni dei più compromessi con il fascismo nell’ultimo periodo. Tornano tra gli altri Montanelli,  Buzzati, Lanocita, Ferruccio Lanfranchi, Eligio Possenti, Ciro Verratti per lo sport, Gaetano Baldacci, Arnaldo Fraccaroli, Filippo Sacchi. A Roma c’è Silvio Negro. Palazzi va a Roma per richiamare Michele Mottola, che dopo il 25 luglio era rimasto al Risorgimento liberale di Pannunzio: sarà suo il compito di riportare il Corriere alla sua efficienza organizzativa. Tormentato e travagliato il rientro per Orio Vergani, Renato Simoni, Cesco Tommaselli e altri. Torna  Luigi Einaudi. Dalla fine del 1945 collaborano Alberto Moravia (sarà assunto nel ’67) e Eugenio Montale (assunto nel’48), poi l’economista Libero Lenti. Viene assunto Enrico Caprile, specialista in questioni estere (seguirà il processo di Norimberga). Da Parma arriva un giovane che riesce a farsi assumere senza raccomandazioni: è Egisto Corradi che sarà per trent’anni l’inviato testimone di tutte le guerre e di tutte le rivoluzioni. Si ricostituisce la rete di corrispondenti dall’estero. Per gli Stati Uniti c’è Ugo Stille, il cui vero nome è Michele, Misha, Kamenetzki: è un giovane ebreo di origine russa il cui padre, dentista, s’era rifugiato a Roma. Qui Misha aveva studiato ed era entrato nel giro di intellettuali di Jaime Pintor, dal quale ereditò lo pseudonimo Ugo Stille. All’epoca delle leggi razziali era partito per gli Usa e in seguito era sbarcato in Sicilia con le truppe americane nello staff del colonnello Charles Poletti, divenuto governatore di Palermo. A Palermo Stille aveva creato una stazione radio. Giunto a Milano aveva avuto i primi contatti con il Corriere ed era tornato a New York. Le sue corrispondenze erano talmente informate che qualcuno disse: “... l’Italia non ha più bisogno di un ambasciatore a Washington, basta leggere Stille...”.


      Ai nuovi collaboratori Borsa raccomanda di contenere gli articoli in un massimo di “tre cartelle e mezza dattiloscritte...contando le parole” e di non dimenticare “mai che la letteratura è una cosa e il giornale un’altra. Disgraziatamente negli ultimi trent’anni questa distinzione non è stata fatta, col risultato che la letteratura è stata la peste del nostro giornalismo”. La “navigazione” non è facile, soprattutto a Roma, dove Negro deve subire le pressioni dei partiti, in vista delle elezioni per l’assemblea costituente e del referendum per la scelta tra monarchia o repubblica. Borsa schiera il Corriere per la repubblica e mira a convincere soprattutto i liberali, i filomonarchici, e l’indecisa borghesia che teme il “salto nel buio”. Ma si doveva eleggere anche la costituente e i partiti davano una spietata caccia ai voti. Il Corriere sostiene l’antimarxismo, l’antitotalitarismo e la necessità di trovare il limite tra intervento statale e diritto individuale. Intanto i Crespi e Palazzi, riescono a ottenere dal governo De Gasperi il ritorno alla testata Corriere della Sera, preceduta in piccolo da “Il nuovo”, cosa che avviene il 7 maggio (“il nuovo” resterà fino al 1959): la testata Corriere d’informazione passa all’edizione del pomeriggio. Prima del 2 giugno i Crespi e i conservatori premono in favore della scelta monarchica, ma Borsa, che ha ormai 76 anni, non cede. Vince la repubblica.


     Il 17 luglio la corte d’assise straordinaria di Milano assolve i Crespi dall’accusa di aver tratto profitti dal regime e li reintegra nella proprietà, dopo il  commissariamento. Gli stessi Crespi riescono poi a vincere la causa intentata loro dagli Albertini che rivendicavano la proprietà accusandoli di incauto acquisto (nel 1925).  L’amministratore Palazzi viene sostituito da Giuseppe Colli, proveniente dalla Stampa. Borsa ha la vita diura (non gli viene perdonata la scelta repubblicana), riesce a fare licenziare Mottola, dimostratosi sempre più uomo della proprietà, ma pochi giorni dopo, il 5 agosto, si dimette perchè i Crespi non lo riconfermano.


     Nuovo direttore è Guglielmo Emanuel, ex corrierista albertiniano, compassato gentleman all’inglese, liberal conservatore, antifascista: “Come intendi fare il giornale?” gli chiede Borsa quando si incontrano, “Tutto l’opposto di come lo facevi tu” è la risposta. E per alcuni mesi i due si scambiano lettere roventi.     La linea del Corriere si sposta verso il centro e si avvicina alla Confindustria. Vengono “riabilitati” giornalisti  messi in disparte, tra cui Montanelli. Collabora per la prima volta Benedetto Croce. Nel '47 due assunzioni di peso: Giorgio Sansa, corrispondente da Londra fino al 51, poi da Bonn e, dal 53 per oltre vent’anni, da Parigi; Alfio Russo corrispondente da Parigi e poi inviato fino al 53, quando va a Firenze a dirigere la Nazione: tornerà al Corriere, come direttore, nel '61. Alla fine del gennaio 1948 l’assassinio di Gandhi è l’occasione per assumere Montale: il poeta aspirante giornalista è in visita da Emanuel, quando arriva la notizia. Il direttore gli chiede di scrivere una biografia., il pezzo viene pubblicato, anonimo, e l’indomani mattina arriva la telefonata per il contratto. Nel 49  Maner Lualdi con un piccolo aereo, l’”Angelo dei bimbi”, vola a Buenos Aires per procurare aiuti ai “mutilatini” di don Gnocchi. Lo stesso Lualdi, nel ’50, è il primo giornalista del mondo ad arrivare in Corea allo scoppio della guerra. Nel 1952 si installa una nuova rotativa, una Crabtree (che funzionerà fino al 1991).


      Anche se un po’ grigio e conformista, il Corriere di Emanuel  segna il ritorno alla tradizione albertiniana. Nell’autunno del 52, alla scadenza del contratto, Emanuel ha già 73 anni. Il 15 settembre firma Mario Missiroli, giornalista di fama, direttore del Messaggero, guardato con sospetto dalla Confindustria, per una campagna contro l’industria elettrica privata e per l’amicizia con il leader socialista Pietro Nenni. Molti sperano che dia più vivacità al giornale. Missiroli conferma Mottola suo braccio destro e Afeltra caporedattore delegato al Corriere d’Informazione (dopo la liberazione Afeltra era stato al Giornale lombardo quando il Pwb lo cedette a un gruppo di giornalisti - Afeltra, Buzzati, Fallaci, Benso Fini - che lo trasformò nel pomeridiano Corriere Lombardo). Vengono potenziati la cultura (con Giulio Nascimbeni, che diverrà il “custode” del buon italiano) e gli uffici all’estero; entrano Alfredo Pieroni, Vittorio Brunelli, Pino Josca, l’inviato Max David; nel gennaio 1955 va a Mosca, primo corrispondente fisso ammesso nell’Urss, Pier Leone Mignanego (Piero Ottone), che sarà poi a Londra dal 1956 al 1962 e quindi inviato. La linea politica resta conservatrice.


      Il 6 marzo 1953 tutta la prima pagina è dedicata alla morte di Stalin: un fondo, una foto, un lunghissimo “pastone” di notizie, un servizio da Roma con le dichiarazioni di De Gasperi, e la corrispondenza di Stille: “Eisenhower pronto a incontrarsi col successore del Generalissimo”, infine una notizia datata Londra: “Truppe jugoslave alla frontiera albanese. A Tirana sarebbero scoppiati torbidi”.


      Un po’ più mossa la prima del 19 aprile 1955 per la morte di Einstein: titolo a 5 colonne di spalla, con foto; corrispondenza di Stille, un taglio “L’umanità si sente oggi più povera”, in basso una foto del tavolo dello scienziato, con la pipa lasciata sull’ultimo libro letto; una notizia da Berlino con le reazioni del presidente tedesco Heuss. Poi più di due terzi della Terza: un titolo a sei colonne “Fu il sole a dargli ragione quando ancora nessuno gli credeva”, un lunghissimo commento-elzeviro di Orio Vergani “Profeta e poeta del cosmo”, un profilo biografico scientifico di Ugo Maraldi “Da Galileo all’atomo” e un intervento del fisico Piero Caldirola, due fotografie.


      A scuotere il Corriere da un certo sopore contribuisce l’uscita, il 21 aprile 1956, de Il Giorno, ideato da Gaetano Baldacci che aveva lasciato via Solferino:impaginazione molto moderna, grandi fotografie, titoli a effetto, articoli piuttosto brevi. Orientamento politico: apertura a sinistra. Morto il primo editore, del Duca, dietro il Giorno comparve Enrico Mattei, presidente dell’Eni: quindi battaglie per le riforme e a sostegno dell’industria pubblica, per la nazionalizzazione dell’industria elettrica. Il Corriere reagisce. Curiosamente, proprio il 20 aprile del 1956, la foto del matrimonio di Ranieri di Monaco con Grace Kelly, è pubblicata a tre colonne di spalla in prima pagina. La cronaca cittadina sente il pungolo della concorrenza. Parte la campagna contro i monopoli di Stato. Per la rivoluzione ungherese il Corriere schiera i grandi inviati: Indro Montanelli, Alberto Cavallari, Egisto Corradi, Guglielmo  Zucconi (che nei primi anni '60 avrebbe creato il settimanale Amica e quindi diretto Il Giorno). 


      I tre Crespi, non senza contrasti tra loro, tengono le fila del Corriere dai rispettivi salotti. La situazione del Paese, e del mondo, rende necessaria un’apertura progressista. Nell’estate ’61 la sostituzione di Missiroli è nell’aria. Per la sostituzione si parla di Domenico Bartoli, Luigi Barzini jr., Alfio Russo, ma soprattutto di Giovanni Spadolini, giovane docente universitario, direttore del Resto del Carlino dal 1955. Missiroli da tempo ha indicato come delfino Spadolini, che non dispiace ai Crespi, i quali desiderano soltanto un ringiovanimento indolore.  In via Solferino però i notabili si oppongono e la proprietà deve tenere conto dell’insurrezione senza precedenti .Esclusi Bartoli e Barzini jr., si chiama Alfio Russo dal 15 ottobre 1961. Mottola e Afeltra diventano vicedirettori.(un anno dopo Afeltra  sarà chiamato  con Gianni Granzotto  da Angelo Rizzoli con l’incarico di realizzare il suo sogno: un quotidiano, Oggi, “il quotidiano di domani”. Ma i conti non quadrarono e il “comenda” rinunciò).


    Russo compie caute aperture, pur restando contrario a ogni nazionalizzazione. La  politica interna è commentata da Panfilo Gentile, quella estera da Augusto Guerriero. Con grandi servizi a puntate, il Corriere valorizza molti suoi uomini e ringiovanisce la redazione: arrivano Gino Palumbo, allo sport, Leonardo Vergani, figlio di Orio (morto nel ’60), Enzo Bèttiza, Giuliano Zincone; è assunta la prima donna, Giulia Borgese. Nascono pagine specializzate settimanali e l’edizione del lunedì, con tanto sport. Nel 1965, dopo l’inchiesta sul “Vaticano che cambia”, Alberto Cavallari incontra Paolo VI: è la prima intervista ufficiale concessa da un Papa. Alla Terza pagina collaborano, accanto a Montale e Moravia, Carlo Cassola, Cesare Brandi, Carlo Bo, Elémire Zolla, Rosario Romeo, Geno Pampaloni, Claudio Magris, Leonardo Sciascia (dal '67 all'83).


      Nei primi anni 60 viene ampliata la parte amministrativa dell’azienda, e i costi di gestione si gonfiano. Nella sede storica, all’angolo tra via Moscova e via San Marco si costruisce un edificio in cemento, vetro e acciaio, progettato dallo studio Ponti, Fornaroli e Rosselli, che ospita una rotativa in più, una Man (intanto in via Scarsellini, periferia nord, viene costruito uno stabilimento per i periodici, e nasce il settimanale Amica). In occasione della Fiera di Milano del 1964, inaugurata da Segni, il Corriere potrà uscire per la prima volta a 32 pagine. Ma già si pensa alle 40 e alle 48.


      Il Corriere di Russo ha 150 giornalisti, più di cento collaboratori esterni , 500 corrispondenti dall’Italia e dall’estero. La proprietà è divisa tra Giulia Maria, figlia di Aldo, Mario Crespi Morbio,  figlio di Vittorio,  Tonino e Elvira Bouyere Leopardi (la stilista Biki), figli di Fosca Leopardi, seconda moglie del senatore Mario. Il direttore generale Colli viene mandato in pensione, quando il bilancio è largamente in attivo, per lasciare il posto a Egidio Stagno, già direttore amministrativo del Mattino di Napoli.


      Nel 1965, all’insegna dello “svecchiamento”, e all’insaputa del direttore, la Biblioteca viene sfoltita di migliaia di volumi, molti dei quali vere rarità . Russo se ne accorse quando, per verificare una citazione, chiese i Promessi Sposi e si sentì rispondere che erano state “buttate” le sei o sette edizioni che c’erano.


     Sul centrosinistra Russo mantiene un atteggiamento di vigile critica, sempre attento a salvaguardare gli interessi della borghesia e dell’industria privata. Ma il conservatorismo non è più in sintonia con le vedute di Giulia Maria Crespi, che si avvicina a Saragat e La Malfa.. Così nel momento in cui Russo, in vista delle elezioni del ’68, chiede il rinnovo anticipato del contratto, Giulia Maria si schiera per il licenziamento. Il direttore però la previene e si dimette il 2 febbraio ’68.


       L’11 febbraio arriva il professor Giovanni Spadolini, 43 anni, amico di Moro, Saragat e La Malfa: vuole portare radicali ma graduali cambiamenti, secondo la lezione albertiniana. Michele Mottola diventa condirettore. La prima defezione è quella del segretario di redazione Pier Augusto Macchi, che va al Secolo XIX poco prima che, sempre dal Corriere, arrivi a dirigerlo Piero Ottone. Domenico Bartoli, che aspirava alla successione di Russo, diventa direttore della Nazione di Firenze. Da Bologna nel gennaio ’69 Spadolini fa venire il suo fidato redattore capo tecnico Leopoldo Sofisti. Alla fine del marzo ’69 Cavallari lascerà per andare a dirigere il Gazzettino a Venezia. Vengono valorizzati redattori come Alberto Arbasino e Gaspare Barbiellini Amidei, poi Antonio Cederna e Alfredo Todisco specializzati nei problemi ecologici cari a Giulia Maria. Si potenzia la cronaca guidata da Franco Di Bella. Parte la campagna “Venezia da salvare”, condotta da Montanelli con Sandro Meccoli. Viene assunto il commentatore economi co Cesare Zappulli, i fatti di costume sono affidati alla penna di Luca Goldoni. Arriva Goffredo Parise, di cui diverranno famose le corrispondenze dal Vietnam.. Tra i collaboratori, Leo Valiani e Arturo Colombo.


    Già alla fine del ’68 Spadolini, preoccupato di mantenere la supremazia del Corriere, presenta un piano di sviluppo che prevede il colore, più pagine, più spazio per le cronache regionali, supplementi settimanali. Gli editori però, che pure non hanno lesinato miliardi per gli apparati amministrativi, giudicano il progetto troppo oneroso. Alla fine del ’70, quando il bilancio non quadra più, il direttore generale Stagno viene sostituito con Giuseppe Accolla, manager proveniente da una industria di dadi per brodo. La virata di Spadolini verso il centrosinistra non è considerata sufficiente: della contestazione studentesca vengono sottolineati soltanto gli aspetti negativi del caos e degli attacchi all’ordine costituito. I giovani cominciano a considerare il Corriere un nemico. Le sinistre criticano la teoria degli opposti estremismi e gli allarmi lanciati durante l’autunno caldo. Dopo la bomba di piazza Fontana (12 dicembre ‘69), quando viene arrestato l’anarchico Valpreda, il Corriere segue la tesi colpevolista della polizia. Il giornale viene più volte attaccato da estremisti rossi: a uno degli assalti, il 12 aprile '68, partecipò anche Giangiacomo Feltrinelli (che sarà trovato morto il 14 marzo '72 sotto un traliccio dell’alta tensione a Segrate).        


        Alla fine di luglio del 1971 muore Michele Mottola. Nella proprietà cresce il peso di Giulia Maria Crespi mentre le altre due parti sono sempre più demotivate. E Giulia Maria da tempo non è più spadoliniana. Per non affrontare le vicine elezioni con lo stesso direttore, si decide la sostituzione. Nel tardo pomeriggio del 3 marzo 1972 il direttore generale Accolla convoca i capi redattori per comunicare la deposizione di Spadolini, e la designazione di Piero Ottone, mentre già da alcune ore la notizia circolava in città e l’interessato non la conosceva ancora. Montanelli parlerà di comportamento “guatemalteco”. La redazione protesta: all’immediata assemblea interviene lo stesso Spadolini. Lo sciopero diventa inevitabile quando arriva la prima edizione dell’Unità con la notizia del licenziamento. Spadolini si congeda da tutti i giornalisti offrendo un pranzo all’hotel Principe di Savoia, presenti anche Indro Montanelli e Eugenio Montale. L’11 marzo il comitato di redazione ottiene l’impegno della proprietà a informare tempestivamente in caso di cambio dei direttori per consentire ai giornalisti di “esprimere un parere non vincolante” (un accordo che farà “giurisprudenza” per la stampa italiana). L’assemblea dell’11, cui era presente Montanelli, fu interrotta da un assalto di extraparlamentari di estrema sinistra che lanciarono molotov e sassi contro le finestre di via Solferino, fracassando vetri e provocando principi d’incendio nell’atrio. Redattori e tipografi scesero per sbarrare la strada ai teppisti e il cronista Paolo Longanesi rimase ferito. Spadolini firma per l’ultima volta il 14 marzo poi comincia la carriera politica (che lo porterà ad alte cariche istituzionali: ministro, presidente del Consiglio, presidente del Senato, senatore a vita. Morirà nel 1994).


       Piero Ottone, 48 anni, rientra al Corriere proprio nel giorno in cui a Segrate si trova il cadavere di. Feltrinelli. Giorni tempestosi si preparano per il Paese. Ottone, liberal di stile inglese, vuole un giornale che non nasconda nulla, senza tabù, in contrapposizione con i potenti. All’interno ridimensiona il potere dei notabili, applica il decentramento, instaura le riunioni dei capiservizio per discutere e preparare il lavoro. Dai redattori si fa dare del tu, si “liberalizza” la firma. Gino Palumbo capo della redazione sportiva, diviene vicedirettore, il capocronista Franco Di Bella primo capo redattore. Il declinante Corriere d’Informazione viene staccato dal Corriere e ne diviene direttore Antonio Alberti, ex direttore di Amica: ai primi di dicembre dello stesso anno sarà sostituito da Palumbo, che rimarrà anche vice al Corsera).


      Il Corriere di Ottone viene accusato di filocomunismo dalla “maggioranza silenziosa”. Giulia Maria viene definita “la zarina” per le simpatie a sinistra. Nel 1973 si parla sempre più della volontà di Mariolino Crespi e dei Leonardi di vendere le loro quote. Nasce una “società di redattori” che vorrebbe inserirsi con una quota minima nella proprietà (un po’ come al parigino Le Monde) , ma la Crespi è contraria. A fine maggio l’annuncio che Giovanni Agnelli e il petroliere Angelo Moratti hanno acquistato, per 14 miliardi ciascuno, le due quote in vendita e che Giulia Maria, accomandataria unica, mantiene in esclusiva la gestione editoriale. Un protocollo concordato con il comitato di redazione riconferma le conquiste sindacali. La tiratura è in salita, ma anche il rosso del bilancio. Si apre una “Tribuna aperta” che ospita interventi delle personalità più disparate e spregiudicate: comincia a collaborare lo “scomodo” Pier Paolo Pasolini, i cui “scritti corsari” e anticonformisti  (fu lui a chiamare “Palazzo” gli ambienti politici) si intensificheranno tra il '74 e il '75, anno in cui venne assassinato. Gli attacchi ai potenti continuano e cominciano i conflitti in redazione. Nell’autunno 1973, per divergenze con l’editore e la direzione sulla linea politica, Montanelli si dimette e preannuncia l’uscita di un suo quotidiano. Alla fine di marzo 1974 il comitato di redazione ottiene lo “Statuto dei diritti dei giornalisti del Corriere” che dà ai redattori un ruolo più attivo. In cambio accetta la nomina di altri tre vicedirettori - Franco Di Bella, Gaspare Barbiellini Amidei, Michele Tito - accanto a Gino Palumbo (che però dirige il Corriere d’Informazione). Viene creato l’ufficio centrale dei capi redattori con funzioni di coordinamento: si parla, tra il polemico e l’ironico, di jumbo staff.


      Nella campagna del 1974 per il referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio il Corriere si schiera per il “no”,  pur lasciando spazio anche ad autorevoli antidivorzisti.. La sua presa di posizione sarà determinante, così come lo fu nel '46 nella scelta tra monarchia e repubblica e nel 1915 quando Albertini spinse all’intervento nella Prima guerra mondiale. In questo clima c’è un esodo di alcune grandi firme, come Bettiza, Cervi, Corradi, Piazzesi, del capo redattore Gian Galeazzo Biazzi Vergani e altri redattori e collaboratori verso Il Giornale di Montanelli che sarà in edicola il 25 giugno 1974, attesissimo come stimolante concorrente.


     A sorpresa il 10 luglio Giulia Maria annuncia di aver ceduto la sua quota ad Andrea Rizzoli e di ritirarsi per motivi di salute. Subito cede a Rizzoli anche Moratti seguito qualche giorno dopo da Agnelli. Andrea Rizzoli editore “puro”, come si dice in quegli anni per indicare l’imprenditore che produce solo libri o giornali, corona così l sogno del padre Angelo di possedere un quotidiano (il progetto Oggi). Ma per trovare i miliardi necessari a rilevare il Corriere, deve ricorrere al credito finendo in un ingranaggio finanziario. Con Giulia Maria Crespi lascia il Corriere una famiglia che vi è entrata nel 1885 quando il quotidiano di Torelli Viollier stava per compiere dieci anni.


     Inizialmente guardato con sospetto, il passaggio del Corriere ai Rizzoli viene “accettato” dalle sinistre, che temevano una “restaurazione”. Ottone, appassionato velista, deve dimostrare le sue doti di navigatore: alla fine del gennaio '75 viene riconfermato per tre anni. Nello stesso gennaio '75 Palumbo si dimette da direttore del Corinf  perché, contro il suo parere, l’editore, per cambiare la formula del giornale, ha nominato vicedirettore Cesare Lanza. Palumbo resta qualche mese nella “gerenza” del Corriere poi lascia l’azienda. Tornerà nel '76 a dirigere la Gazzetta dello Sport.


     Dal febbraio 1975 il Mondo, che fu  di Mario Pannunzio, esce come settimanale del Corriere della Sera; nel maggio viene ampliata la sezione economia; nel giugno comincia la teletrasmissione Milano-Roma, che favorisce la diffusione nel Centrosud (seguirà poi il polo di Catania).  Il 10 settembre '75, con una prosa su una mostra di Bernardino Luini, esordisce come collaboratore il drammaturgo, scrittore e critico d'arte Giovanni Testori ( nel dicembre 1997 diverrà responsabile dell'arte. Morirà nel 1993). Alla fine dello stesso anno escono le pagine di cronaca romana, con una ventina di redattori.


     Nel marzo 1976 si festeggia il centenario con una pubblicazione, “1876-1976, Cento anni cento firme nel Corriere della Sera”, che si trasforma subito in una rarità editoriale. Una mostra al Castello Sforzesco è rilanciata poi in varie città. La tiratura media è di 600 mila copie, la più alta del dopoguerra, con punte di 950 mila nel periodo elettorale. Nel 1976 esce un altro concorrente, La Repubblica, di Eugenio Scalfari. Sempre nel 1976 Franco Di Bella va a dirigere il  Resto del Carlino a Bologna. Il 1977 vede nascere il Complemento Illustrato del Corriere, in edicola al sabato, con servizi e reportage di giornalisti del quotidiano. Nell’estate si trasferisce in via Solferino la Gazzetta dello Sport e le rotative stampano così anche la “rosea”. In ottobre Ottone, non più in sintonia con la nuova proprietà, si dimette e lascia il timone a Franco Di Bella. Un anno dopo Angelo Rizzoli jr. subentra al padre Andrea come accomandatario unico e la nuova ragione sociale è “Editoriale del Corriere della Sera di Angelo Rizzoli & C. s.a.s.”. Il gruppo si espande: viene creato L’Eco di Padova, là dove Il Gazzettino era stato monopolista. Nell’autunno 79 viene lanciato l’Occhio quotidiano popolare in formato tabloid.  La tipografia tradizionale “a caldo”, viene sostituita dalla fotocomposizione: l’ultima prima pagina realizzata con il piombo uscì il 24 settembre 1978. Alla base dello scalone di via Solferino, una linotype del 1924 ricorda alle generazioni dell’era dei computer la centenaria leggenda del piombo. Il parco rotative si arricchisce della prima Goss offset.


     Negli anni di Di Bella, Oriana Fallaci firma grandì interviste a Gheddafi e a Khomeini.  E’ l’epoca del terrorismo, dei forti contrasti. Leo Valiani, futuro senatore a vita, si fa paladino della linea della fermezza. Walter Tobagi, un giovane inviato che ha cercato di capire chi arma i killer, cade assassinato sotto casa da un giovanissimo brigatista in una piovosa mattina di fine maggio dell’80. Il 1980 è anche l’anno del terremoto in Irpinia e Di Bella scatena uno squadrone di inviati che denunciano subito, come il presidente Pertini, l’insufficienza dei soccorsi alle popolazioni abbandonate a se stesse. 


    Nell’81, pochi giorni dopo l’attentato di Ali Agca al Papa, esplode il caso della Loggia massonica segreta P2 di Licio Gelli. Nello scandalo sono coinvolti l’editore e il Corriere. Di Bella si dimette. Il comitato di redazione pretende che la nomina del nuovo direttore da parte di un editore sotto impeachment, sia avallata da un garante super partes. Viene scelto un ex presidente della Corte costituzionale, Branca, che dà il placet ad Alberto Cavallari, 53 anni. Assunto al Corinf nel '54 Cavallari era passato al Corsera nel 1959; tra il '69 e il '70 aveva diretto il Gazzettino a Venezia, poi era andato a Parigi per la Stampa e nel ‘78 Di Bella l’aveva richiamato”in famiglia” come corrispondente dalla capitale francese. Vice direttore è Roberto Martinelli, già capo dell’ufficio romano e noto cronista di giudiziaria. L’azienda è in pieno tracollo economico e finanziario. Alla fine dell’anno si devono chiudere il glorioso Corriere d’Informazione e l’Occhio che non era riuscito a decollare. Licenziamenti, fabbrica chiusa, occupata, riaperta. Nell’ottobre 1982 si va in amministrazione controllata. Nel 1983 il crac del Banco Ambrosiano, la morte misteriosa del banchiere Calvi sotto il ponte dei Frati neri a Londra, l’arresto di Angelo Rizzoli e dell’amministratore delegato Bruno Tassan Din peggiorano la situazione.


    Cavallari mantiene salda la dignità del giornale ancorando la linea politica alla “questione morale”. Nonostante le ristrettezze e gli attacchi degli avversari si attua un riordinamento grafico e si raggiungono le 40 pagine. Pochi mesi prima della scadenza del contratto di Cavallari, il consiglio d’amministrazione designa a succedergli Gino Palumbo, artefice del rilancio della Gazzetta: Palumbo studia un piano, ma ragioni personali e di salute lo inducono a rinunciare (morirà nel 1987).


    Cavallari si congeda con il giornale del 19 giugno 1984, all’indomani delle elezioni europee svoltesi pochi giorni dopo la morte del segretario comunista Enrico Berlinguer. Nel “Commiato”, pubblicato il 17 giugno, scrive tra l’altro: “... Ho compiuto col Corriere la più spaventosa delle traversate: col mare sempre in tempesta, col vento sempre contrario, ogni giorno rischiando il naufragio. Giungere a riva, vedere che il battello è salvo, mi rende sereno... In ogni modo mi onora aver firmato il Corriere più povero della sua storia. Mi avrebbe disonorato firmare un Corriere ricco per corruzione, piduista, antidemocratico, che avesse venduto l’anima per sopravvivere”. Cavallari si ritira a Parigi dedicandosi all’insegnamento universitario sull’informazione. Alla fine del luglio 1998 la morte improvvisa a Levanto: non fece il tempo a sapere che il Corriere stava per chiedergli di tornare a scrivere sulle sue pagine.


      Gli succede Piero Ostellino, piemontese, di formazione liberale, assunto da Spadolini agli esteri e poi corrispondente da Mosca e da Pechino (il primo di un giornale italiano). Finita l’amministrazione controllata, la situazione lentamente si assesta. Torna a collaborare assiduamente Enzo Biagi, con editoriali e la rubrica “Strettamente personale”, mentre Francesco Alberoni avvia la rubrica del lunedì “Pubblico & Privato”. Entrano nuovi azionisti come Gemina (controllata da Mediobanca, e nella quale sono in preminenza i gruppi Agnelli, Pirelli, Bonomi, Orlando e l’industriale siderurgico cremonese Arvedi). Il giornale si prepara alla rivoluzione tecnologica dei computer. Durante i Giochi olimpici di Los Angeles del 1984  si prova la  teletrasmissione via satellite da Milano alla California: è il passo iniziale per la creazione, a Francoforte (8 luglio 1986), del primo polo di stampa all’estero di un quotidiano italiano, per la diffusione in tutta l’Europa. Si progetta un nuovo centro stampa a Pessano con Bornago, una trentina di chilometri da Milano: le macchine di via Solferino non reggono più  le aumentate tirature di Corriere e Gazzetta. Verso la fine del 1985 Gemina ottiene la maggioranza della Rizzoli.


       Nel marzo 1986 il Corriere compie 110 anni riaffermando il suo primato. Escono inserti dedicati a firme prestigiose: D’Annunzio, Pirandello, Buzzati, Montale, Pasolini, Parise, Malaparte, curati da uno dei vicedirettori, Antonio Terzi (l’altro è Nino Milazzo). Nel luglio la Rizzoli diventa Gruppo RCS Editori, con Giorgio Fattori  presidente.


      Dal primo marzo 1987 al timone viene chiamato Ugo Stille, il decano dei corrispondenti dagli Stati Uniti, affiancato da due vicedirettori, Tino Neirotti (torinese, ex Stampa, poi direttore di Nazione e Resto del Carlino) e Giulio Anselmi (genovese, inviato di Panorama e poi direttore del Mondo). Nel programma di Stille c’è un giornale di respiro europeo, “specchio del Paese”, capace “di cogliere i mutamenti”, che ricuperi il primato diffusionale, riaffermando quello, intatto, dell’autorevolezza. Il 21 maggio nasce “ViviMilano”, settimanale per i lettori della metropoli lombarda. Il 12 settembre esce Sette magazine settimanale abbinato al quotidiano. In dicembre la redazione romana trasloca da piazza del Parlamento al palazzo della ex Unione Militare nella vicina via Tomacelli, angolo via del Corso. A Milano, nel 1988, il complesso di via Solferino viene ristrutturato per poter installare i videoterminali. L’avvento dell’elettronica è una rivoluzione soprattutto per i poligrafici: la tipografia cambia natura e nasce la videoimpaginazione. Le rotative di via Solferino vengono predisposte per le 48 pagine: si smonta la Wifag del ’35, arriva una seconda Goss, completata da due “flexografiche” Cerutti. Sorgono i poli di stampa di Padova e di Bari.


      Le iniziative si moltiplicano: ecco i supplementi Corriere Motori e Corriere Salute si rinnova l’inserto domenicale Corriere Cultura; esce Corriere Economia. All’inizio del 1989, mentre a Roma si inaugura lo stabilimento a Torrespaccata, grazie anche al concorso a premi Replay (che rimette in gioco i biglietti non vincenti della Lotteria di Capodanno) la tiratura tocca punte di un milione e 400 mila. Viene risorpassata La Repubblica. Cominciano iniziative promozionali come i fascicoli di storia dell’arte di Giulio Carlo Argan, accompagnati da stampe e riproduzioni di quadri celebri. Nel 1990 Gemina porta al 77,7% il suo controllo sulla Rcs Editori.


       La notte del 31 luglio 1991 trascorre silenziosa nel quadrilatero Solferino-Moscova-San Marco-Montebello e al mattino gli abitanti del quartiere, dall’agosto del 1904 abituati al rumore, sono un po' sorpresi e sconcertati: il Corriere è in edicola, ma loro non l’hanno “sentito” nascere. Da quel giorno, infatti, tutte le copie fino ad allora stampate a  Milano escono dalle nuove rotative ultraveloci di Pessano con Bornago. Il Corriere (come la Gazzetta) continua a essere preparato nella sede storica, dove restano redazione e videoimpaginazione, ma viene teletrasmesso e stampato in contemporanea  in tutti i satelliti.


      C'erano molti occhi lucidi nella notte del lunedì 29 luglio, quando alle 0,22 la "Goss 1" cominciò a sfornare le sue ultime 127.607 copie (sulle complessive 965.163 di quel giorno). Alle 4,15, come un ufficiale su una nave, il capo turno rotativa Antonio Maiocchi, con Vincenzo Vanzulli e Luigi Colombo, comunicò al capofabbrica Aldo Agnelli il "finito in macchina". Giulio Scalvi, Luigi Galli e Roberto Lattuada fecero partire dal portone di via San Marco 21 gli ultimi furgoni. Finiva anche per il Corriere - come per molti altri grandi giornali nazionali e stranieri - l'epoca della sede unica: redazione, tipografia, stampa. Come chi vive accanto a una stazione finisce per conoscere a memoria l'orario ferroviario, scandito dagli altoparlanti, così la gente della zona s'era rassegnata, contro l'insonnia, a contare i camion che una voce un po' metallica chiamava via via alla "ribalta" per caricare i pacchi di giornali. E quando usciva il giro per le edicole milanesi era già mattina.


      Dall’arrivo di Stille al primo settembre 1991, ben 83 volte la tiratura ha superato il milione di copie. Dal dicembre ’91 la prima pagina si arricchisce delle vignette di Emilio Giannelli. Una malattia tiene lontano Stille e il giornale viene guidato dal vice direttore vicario Giulio Anselmi e dal vice direttore Giulio Giustiniani (già primo capo redattore, subentrato a Neirotti morto improvvisamente ai primi del ’92).


      All’inizio del 1992 il Corriere segue “Mani Pulite” con equilibrio, senza timori reverenziali. Quando il 10 settembre ’92 l’editore chiama alla direzione Paolo Mieli, il Corriere è economicamente saldo. Già direttore della Stampa, Mieli è fautore di un giornalismo moderno, molto attento ai retroscena del Palazzo e ai temi sociali, economici, culturali e di costume suscettibili di creare dibattiti e discussioni. In primo piano, la questione politico-morale, l’emergenza economico-finanziaria, la questione istituzionale e quella del crimine. Iniziative molto vicine ai problemi della gente. Poco dopo Giulio Anselmi va a dirigere Il Messaggero e accanto a Giulio Giustiniani diventa vicedirettore Antonio Di Rosa. Dal novembre ‘96 altro vicedirettore è Carlo Verdelli, che lascia Sette. Poi Giustiniani sarà chiamato alla direzione del Gazzettino a Venezia e il suo posto andrà a Ferruccio de Bortoli, capo della redazione economia.


      Nel ’93 il polo di stampa "europeo" si trasferisce da Franconforte a Charleroi, in Belgio, per avere collegamenti più veloci con Parigi e le altre capitali. Nel febbraio ’94 esce Corriere Lavoro, supplemento per chi cerca un’occupazione. Dal 26 aprile 1994 si teletrasmette anche a un centro stampa vicino a New York, per la diffusione nel Nord e nel Sudamerica. In Italia si apre il polo di Cagliari. A Sette si aggiunge Tv Sette dedicato ai programmi radiotelevisivi. Nell’autunno '94 presidente della Rcs diventa Alberto Ronchey, editorialista del Corriere. Vanno a segno molte iniziative: corsi di inglese e francese in fascicoli e cassette, enciclopedie, atlanti, dispense. Nel 1996 ecco io donna settimanale femminile del sabato abbinato al quotidiano.


    Paolo Mieli nel maggio ‘97 viene nominato direttore editoriale della Rcs. Gli succede Ferruccio de Bortoli, che è stato cronista al Corriere d’Informazione, poi  passato al Corriere (con esperienze di redattore capo all’Europeo e al Sole 24 ore). Tra il giugno e l'ottobre del '97 escono due giornali locali venduti in abbinamento con il Corriere: a Napoli il Corriere del Mezzogiorno (che dal dicembre 2000 avrà un'edizione a Bari) e a Como il Corriere di Como.


    Dal 3 maggio ’99 per celebrare l’accordo sull’euro come moneta unica, nella testata del Corriere viene inserita la bandiera azzurra dell’Unione europea: e lo stesso giorno viene pubblicata la prima foto a colori. Nel novembre 1999, quando Di Rosa va a dirigere Il Secolo XIX di Genova, sono promossi vicedirettori Paolo Ermini e Massimo Gaggi.    


    Fedele alla tradizione e allo stile del Corriere (“un giornale moderno con un'anima antica”) de Bortoli potenzia anche il settore dei nuovi media. Tra il 1999 e il 2000 si apre la redazione online. Nello stesso periodo il giornale è stampato anche a Caracas, venduto con La voce d’Italia, e a Buenos Aires,  con La Naciòn. Dal maggio 2000 si stampa in Brasile, inizialmente con O Estado di San Paolo, e poi in Australia con il Sydney Morning Herald. La presidenza della Rcs, intanto, è passata a Cesare Romiti. Alla fine del 2000 si varano i “dorsi”, fascicoli di 16 pagine dedicati a Milano, Grande Milano, Lombardia e Roma, per raddoppiare il notiziario nelle zone di maggior diffusione. Comincia la ristrutturazione della sede di via Solferino: i lavori sono destinati a durare alcuni anni.


      Così il Corriere entra nel XXI secolo, e nel Terzo millennio, compiendo 125 anni. Il 5 marzo 2001 esce un supplemento a colori con un’antologia delle “grandi firme” e nasce la Fondazione Corriere della Sera, con il compito di valorizzare il patrimonio dell’archivio storico e di dibattere a livello internazionale i  temi della comunicazione (primo ospite è l’ex vice presidente degli Stati Uniti, Al Gore).


    Il 2001 è stato sconvolgente. Le dimostrazioni di Genova contro la globalizzazione e poi gli attentati terroristici dell’11 settembre negli Stati Uniti con la successiva guerra in Afghanistan hanno aperto gli occhi al mondo: le sfide vengono ormai da fronti trasversali, da nemici quasi invisibili. La definizione di guerra supera le concezioni tradizionali di blocchi e schieramenti. Con una lunga “lettera” al direttore del Corriere carica di “rabbia e orgoglio”, Oriana Fallaci rompe da New York un silenzio decennale: il suo impeto nella difesa della civiltà occidentale scatena un dibattito.


     L’informazione globalizzata dalle innovazioni tecnologiche deve  rendersi conto però che una vecchia regola rimane comunque insuperata: per capire bisogna sempre vedere le cose da vicino. Con i rischi di sempre: andando dentro i fatti si può anche morire. E il Corriere ha perso una giornalista, Maria Grazia Cutuli, 39 anni, assassinata con un collega del Mundo e due della Reuters a poche miglia da Kabul.


      Ma qualche mese prima un altro lutto aveva colpito il Corriere e il giornalismo internazionale,  Indro Montanelli, 92 anni: una “Piccola stanza” continua ogni giorno a ricordarci le sue frasi più significative.


      Il 2002 si apre all’insegna dell’euro, la moneta unica europea, che manda in pensione la lira.


   Dal barattolo con cui nel 1876 si calavano in tipografia gli articoli scritti a mano all’era della videoscrittura, si è fatta molta strada: il Corriere è pronto alle nuove scommesse.


   Nel giugno 2003 a Ferruccio de Bortoli succede Stefano Folli, per lunghi anni notista di politica interna. Nel 2004 , Sette cambia nome e diventa Magazine. A fine novembre  nasce l’inserto Weekend: 10 pagine al sabato dedicate a varietà, costume, tempo libero e 10 alla domenica dedicate a cultura, spettacoli, arte. Ci si prepara al full color.  E proprio in vista dell’impegno per il giornale tutto a colori, che prevede investimenti per 340 milioni, Rcs Quotidiani per ragioni «esclusivamente di carattere gestionale e organizzative, legate alle necessità di sviluppo del nuovo Corriere, poco prima del Natale 2004 Stefano Folli viene sostituito con Paolo Mieli. che torna così in via Solferino e firma il numero del 24 dicembre. Folli continua a collaborare come editorialista.


 


P. S.: queste pagine vogliono ricordare il collega Glauco Licata, il vero storico del Corriere, morto nel 1989: sarebbe stato suo compito scriverle, per aggiornare la sua meticolosa “Storia”, uscita da Rizzoli nel 1976. Ma non ha fatto in tempo. A quell’opera ho ampiamente attinto per ricostruire i primi cento anni del Corriere. Il resto per me è passato prossimo, vissuto. (s.r.)


 


 


 





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