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Stampa

Informazione e dignità,
se Calabrò fissa i confini
"Solo la verità processuale
dopo un giudizio definitivo
può privare l'uomo
di dignità e onorabilità".
Anche la relazione di
Francesco Pizzetti merita
una lettura più attenta.

Roma, 6 luglio 2010.  “La libertà d’informazione è forse una libertà superiore ad altre costituzionalmente protette, e come tale va difesa da ogni tentativo di compressione”. Il presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, Corrado Calabrò, lo ha ricordato presentando a Montecitorio la relazione annuale 2010 sull’attività svolta dall’organismo e sui suoi programmi di lavoro. Le parole di Calabrò, con le quali il presidente dell’Agcom ha aperto il capitolo della presentazione dedicato al tema della libertà di informazione e del servizio pubblico, sono subito rimbalzate sui media. Particolarmente sensibili al tema, tanto più a ridosso dello sciopero indetto dai giornalisti contro il provvedimento sulle intercettazioni, ribattezzato dalle opposizioni e dalla Federazione nazionale della stampa “legge-bavaglio”. Un’enfasi che ha però oscurato il resto delle considerazioni svolte dal presidente dell’Agcom. Analogamente a quanto era accaduto il 30 giugno - sempre a Montecitorio - nell’ambito della presentazione della relazione annuale sull’attività svolta dall’Autorità garante per la protezione dei dati personali. Subito dopo aver rammentato il valore della libertà d’informazione e la necessità di salvaguardarlo dai tentativi “di compressione”, Calabrò ricorda che il Trattato di Lisbona pone il pluralismo dell’informazione alla base dei principi fondanti dell’Unione europea. “Si tratta - spiega - di un parametro di legittimità della legge che deve essere valutato con attenzione in qualunque intervento normativo nazionale”. Dunque anche in quello relativo alle intercettazioni. Ma il presidente dell’Agcom aggiunge: “lo stesso Trattato peraltro include tra i diritti fondamentali dell’Unione il rispetto della dignità umana e della vita privata e familiare nonché il diritto a un processo equo. In uno Stato di diritto - sottolinea Calabrò - solo la verità processuale dopo un giudizio definitivo può privare l’uomo della dignità e dell’onorabilità. La verità televisiva, mediatica, la diffusione di indiscrezioni e illazioni pongono sotto nuovi aspetti il problema della tutela della dignità umana”.Il presidente dell’Authority, senza entrare nel merito delle soluzioni individuate dal provvedimento sulle intercettazioni, richiama così alla salvaguardia non solo della liberà dì’informazione ma anche della riservatezza. Calabrò riferisce inoltre che “la via che l’Autorità ha privilegiato è quella dell’autogestione. In base al Codice di autoregolamentazione sulla rappresentazione in Tv di fatti relativi a indagini e processi in corso, l’apposito Comitato - costituito dai rappresentanti delle emittenti televisive ma anche dell’Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale della stampa e presieduto da un ex presidente della Corte costituzionale - ha richiamato l’esigenza di attenersi alla veridicità, alla completezza, all’imparzialità ed al rispetto del contraddittorio, verificando e garantendo che i fatti e le circostanze rappresentati trovino rispondenza obiettiva in fonti suscettibili di riscontro, secondo le varie fasi delle indagini o dei processi”. Il 30 luglio, sui media aveva ottenuto grande risalto il richiamo di Francesco Pizzetti agli “allarmi” per la libertà di stampa, che secondo il presidente dell’Authority sarebbero “giustificati”. In realtà, il parere espresso al riguardo da Pizzetti era assai più articolato. Il Garante per la privacy aveva tra l’altro rilevato che il disegno di legge in discussione alla Camera “sposta oggettivamente il punto di equilibrio tra libertà di stampa e tutela della riservatezza, tutto a favore della riservatezza. In questo senso sia consentito dire - aveva proseguito Pizetti - che si tratta di una scelta impegnativa che, proprio perché effettuata in via generale e astratta, e prescindendo dal contenuto dei dati raccolti, sposta il cursore tutto a favore dei limiti alla conoscibilità e quindi della riservatezza. Questo può giustificare che da molte parti si affermi che, così facendo, si pone in pericolo la libertà di stampa. Anche se è innegabile - era stata l’immediata puntualizzazione del giurista, di certo non valorizzata quanto le sue affermazioni precedenti - che questa preoccupazione, nella assolutezza in cui è stata manifestata, presenti un qualche eccesso, giacché in ogni caso la scelta compiuta non incide su qualunque altro ambito di esercizio della libertà di stampa e, anche rispetto alle attività giudiziarie, riguarda solo la pubblicazione dei testi delle intercettazioni, essendo gli altri aspetti contenuti negli altri provvedimenti conoscibili per riassunto”. Un invito a leggere “accuratamente” la relazione di Pizzetti è venuto due giorni dopo da Giorgio Napolitano: “Non mi pare - ha spiegato il presidente della Repubblica esternando coi cronisti da Malta - che il Garante si lamenti, perché si mette troppo l’accento sulla privacy, sarebbe persino paradossale. È un parere più argomentato e complesso”. E comunque “le istituzioni di garanzia non lanciano allarmi, ma formulano pareri e valutazioni”. (IL VELINO)


 


 


 





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