La lettera al cardinale Bagnasco: "La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate"
Città del Vaticano, 3 settembre 2009. Dino Boffo si è dimesso dalla direzione del quotidiano dei vescovi «Avvenire». In una lettera indirizzata al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il giornalista spiega i motivi che lo hanno indotto a prendere questa serena e meditata ma irrevocabile decisione dopo giorni di furiose polemiche. Ecco il testo integrale della lettera: «Da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere. L'attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano Il Giornale guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da Libero e dal Tempo, non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l'ha oggi e non l'avrà domani». «Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perché ad un quotidiano, Avvenire, che ha fatto dell'autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l'atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall'onorevole Berlusconi, dovrà spiegare, dicevo, perché a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento - prosegue Boffo - E domando: se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile, nella dialettica del giudizio, collaborativi, quale futuro di libertà e di responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il pro e contrò di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che Avvenire ha dedicato durante l'estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l'irragionevolezza e l'autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico.
Grazie a Dio, nonostante le polemiche, e per l'onestà intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si è chiarito che lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verità affermata, era una colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata - scrive Boffo a Bagnasco - Fin dall'inizio si era trattato d'altro. Questa risultanza è ciò che mi dà più pace, il resto verrà, io non ho alcun dubbio. E tuttavia le scelte redazionali che da giorni taluno continua accanitamente a perseguire nei vari notiziari dicono a me, uomo di media, che la bufera è lungi dall'attenuarsi e che la pervicace volontà del sopraffattore è di darsi ragione anche contro la ragione. Un dirigente politico lunedì sera osava dichiarare che qualcuno vuole intimorire Feltri; era lo stesso che nei giorni precedenti aveva incredibilmente affermato che l'aggredito era proprio il direttore del Giornale, e tutto questo per chiamare a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che evidentemente si vuole ad oltranza». «E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c'entro con tutto questo? In una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione, io, ancora, che c'entro? Perchè devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all'ombra di questa mia piccola vicenda? E perchè, per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, devo veder scomodata una girandola di nomi, di persone e di famiglie, forse anche ignare, che avrebbero invece il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto da tutti il rispetto fondamentale? Solo perchè sono incorso, io giornalista e direttore, in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione? Mi si vuole a tutti i costi far confessare qualcosa, e allora dirò che se uno sbaglio ho fatto, è stato non quello che si pretende con ogni mezzo di farmi ammettere, ma il non aver dato il giusto peso ad un reato bagatellare, travestito oggi con prodigioso trasformismo a emblema della più disinvolta immoralità». «Feltri non si illuda, c'è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa insperata operazione: bisognava leggerli attentamente i giornali, in questi giorni, non si menavano solo fendenti micidiali, l'operazione è presto diventata qualcosa di più articolato. Ma a me questo, francamente, interessa oggi abbastanza poco. Devo dire invece che non potrò mai dimenticare, nella mia vita, la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi: mai - devo dire − ho sentito venir meno la fiducia dei miei Superiori, della Cei come della Santa Sede. Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili. Ma anche qui non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a servire, non certo a essere coccolato o ancor meno garantito. La Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per quanto gratuitamente bersagliata».
«Per questi motivi, Eminenza carissima, sono arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi irrevocabilmente dalla direzione di Avvenire, 'Tv2000' e 'Radio Inblù, con effetto immediato. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi più seri e più incombenti e più invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro. E poi ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos'altro dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno, più impudico di sempre, dirà che scappo, ma io in realtà resto dove idealmente e moralmente sono sempre stato. Nessuna ironia, nessuna calunnia, nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrerà potrà turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese. In questo gesto, in sè mitissimo, delle dimissioni è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta». «In questi giorni - prosegue Boffo - ho sentito come mai la fraternità di tante persone, diventate ad una ad una a me care, e le ringrazio della solidarietà che mi hanno gratuitamente donato, e che mi è stata preziosa come l'ossigeno. Non so quanti possano vantare lettori che si preoccupano anche del benessere spirituale del loro direttore, che inviano preghiere, suggeriscono invocazioni, mandano spunti di lettura: io li ho avuti questi lettori, e Le assicuro che sono l'eredità più preziosa che porto con me. Ringrazio sine fine le mie redazioni, in particolare quella di Avvenire per il bene che mi ha voluto, per la sopportazione che ha esercitato verso il mio non sempre comodo carattere, per quanto di spontanea corale intensa magnifica solidarietà mi ha espresso costantemente e senza cedimenti in questi difficili giorni. Non li dimenticherò. La stessa gratitudine la devo al Presidente del CdA, al carissimo Direttore generale, ai singoli Consiglieri che si sono avvicendati, al personale tecnico amministrativo e poligrafico, alla mia segreteria, ai collaboratori, editorialisti, corrispondenti». «Gli obiettivi che Avvenire ha raggiunto li si deve ad una straordinaria sinergia che puntualmente, ogni mattina, è scattata tra tutti quelli impegnati a vario titolo nel giornale. So bene che molti di questi colleghi e collaboratori non condividono oggi la mia scelta estrema, ma sono certo che quando scopriranno che essa è la condizione perchè le ostilità si plachino, capiranno che era un sacrificio per cui valeva la pena». «Eminenza, a me, umile uomo di provincia, è capitato di fare il direttore del quotidiano cattolico nazionale per ben 15 degli straordinari anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: è stata l'avventura intellettuale e spirituale più esaltante che mi potesse capitare. Un dono strepitoso, ineguagliabile. A Lei, Eminenza carissima, e al cardinale Camillo Ruini, ai segretari generali monsignor Betori e monsignor Crociata, a ciascun Vescovo e Cardinale, proprio a ciascuno la mia affezione sconfinata: mi è stato consentito di essere, anzi sono stato provocato a pormi quale laico secondo l'insegnamento del Concilio, esattamente come avevo studiato e sognato negli anni della mia formazione». «La Chiesa mia madre potrà sempre in futuro contare sul mio umile, nascosto servizio. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio di direzione al quotidiano Il Giornale, scriveva Giampaolo Pansa: 'Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo. E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano. La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo vivendo’. Alla lettura di queste righe, Eminenza, ricordo che provai un certo qual brivido, ora semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un pò meno arie e imparassimo ad essere un pò più veri secondo una misura meno meschina dell'umano. L'abbraccio, con l'ossequio più affettuoso». (Adnkronos)
BOFFO. CDR AVVENIRE:”DIMISSIONI AMARE, NO A INTIMIDAZIONI”
Roma, 3 settembre 2009. «Le dimissioni rassegnate oggi dal direttore Dino Boffo sono l'amaro e sconcertante esito del plateale e ripugnante attacco mediatico a cui Boffo e il nostro quotidiano sono sottoposti da giorni». Lo dice il Comitato di redazione dell'Avvenire che, annunciando per le ore 16 un'assemblea dei redattori, esprime vicinanza a Dino Boffo e conferma la propria volontà di proseguire il lavoro senza piegarsi alle intimidazioni. (ANSA).
ASSEMBLEA AVVENIRE: “BASSA MACELLERIA GIORNALISTICA”
Roma, 3 settembre 2009. «Abbiamo assistito in questi giorni a un'aggressione mediatica senza precedenti con l'obiettivo di colpire una persona, Dino Boffo, e attraverso lui la voce autorevole e libera dei cattolici italiani e del loro quotidiano, minacciando la libertà di informazione. Si è trattato di un'operazione di bassa macelleria giornalistica». Lo scrivono i giornalisti di Avvenire in un documento al termine dell'assemblea. «Il direttore de Il Giornale - e gli altri che via via si sono accodati - nascondendosi dietro al diritto di cronaca ha frantumato la deontologia del nostro mestiere, ha calpestato i sentimenti e l'onore di Boffo e della sua famiglia nonchè degli altri protagonisti - loro malgrado - della vicenda, dimostrando un grande disprezzo per le notizie che contraddicevano le sue presunte verità», sottolienano i redattori del quotidiano della Cei: «su questo invitiamo a meditare, in una giornata che dovrebbe essere triste per tutti». «Le dimissioni rassegnate oggi dal direttore, atto di stile e generosità, sono l'amaro e sconcertante esito di questo plateale e ripugnante attacco, a cui Boffo e l'intera redazione sono sottoposti da una settimana», sostengono. Spiega la redazione che «in questi 15 anni trascorsi sotto la direzione di Boffo, Avvenire ha consolidato la propria presenza nella stampa italiana, diventando una voce sempre più apprezzata e autorevole. Oggi l'assemblea dei redattori, rifiutando questo squallido gioco al massacro che disonora chi l'ha compiuto, esprime vicinanza e amicizia al direttore Dino Boffo e ribadisce all'editore e ai lettori la ferma volontà di proseguire, senza lasciarsi intimidire, nel lavoro di informazione libera e puntuale al servizio di chi ci legge, della democrazia e della Chiesa. Grazie direttore». (ANSA).
Avvenire 4 Settembre 2009
DOPO 15 ANNI BOFFO SI DIMETTE DA AVVENIRE
Direttore Galantuomo
Dino Boffo si è dimesso ieri dalla direzione di Avvenire, di Tv2000 e di RadioInBlu, i mass media nazionali dei cattolici italiani. Una decisione «serena e lucida» che ha motivato con un’appassionata lettera al presidente della Cei, cardinal Angelo Bagnasco. La decisione «irrevocabile» di lasciare il quotidiano che ha guidato e fatto crescere di ruolo per 15 anni è giunta al settimo giorno della violenta aggressione giornalistica scatenata contro Boffo dal "Giornale" con la diffusione del testo gravemente diffamatorio di una lettera anonima fatta addirittura passare per sentenza giudiziaria. Tante le manifestazioni di solidarietà a Boffo nel mondo delle associazioni e della politica. Una nuova valanga di stima e di affetto dai lettori per il nostro Direttore Galantuomo.
BOFFO: L’EDITORIALE D’ADDIO, I LETTORI LA MIA EREDITA’
Roma, 4 settembre 2009. “La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere”. Dino Boffo si congeda dai lettori di Avvenire pubblicando, a mò di editoriale di saluto, la lettera di dimissioni inviata ieri al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei: “Non posso accettare - scrive il direttore del quotidiano dei vescovi - che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani”. Boffo non ha dubbi: “L’attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano ‘Il Giornale’ guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da ‘Libero’ e dal ‘Tempo’, non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l’ha oggi e non l’avrà domani”. E “mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa - osserva Boffo - mi chiedo: io che c’entro con tutto questo? In una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione, io, ancora, che c’entro? Perché devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all’ombra di questa mia piccola vicenda?”. Nella lettera Boffo ringrazia pubblicamente il ministro Maroni e i magistrati di Terni, ma assicura che mai dimenticherà “la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi”. E ringrazia i suoi lettori, “l’eredità più preziosa - dice - che porto con me”. (ANSA).
BOFFO. COSSIGA: “CONSENTA la PUBBLICAZIONE degli ATTI del TRIBUNALE di TERNI”
Roma, 8 settembre 2009. Dino Boffo faccia “un ulteriore sacrificio”, ed autorizzi la pubblicazione del fascicolo giudiziario del Tribunale di Terni che lo riguarda: consentirebbe la “fine del gioco al massacro”: è quanto afferma il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. “Vedo con dolore - spiega il senatore a vita - che nonostante Dino Boffo abbia fatto un passo indietro dalla scena mediatica, dimettendosi non solo da direttore di ‘Avvenire’ ma anche da tutti gli altri uffici che ricopriva nel sistema dei ‘media’ gestiti dalla Cei, le polemiche sul suo caso e perfino sulla Chiesa in Italia non accennano a diminuire, continuando a gettare un’ombra scura, anche se ingiusta, su Conferenza Episcopale, vescovi, presbiteri: in un turbinio di voci, malignità e insinuazioni che minacciano anche la pace e l’unità della comunità ecclesiale e osano sfiorare la Santa Sede e le sue istituzioni”. “Credo che, a questo punto - sottolinea - il dott. Dino Boffo dovrebbe fare un’ulteriore sacrificio: autorizzare la pubblicazione dell’intero fascicolo giudiziario agli atti del Tribunale di Terni relativo al procedimento penale mosso contro di lui dalla Procura quel Tribunale e terminato per un reato con una lieve sentenza di condanna dietro patteggiamento”. “Non credo che la famiglia, madre e figlia che avevano presentato denunzia e querela nei confronti del Boffo - ribadisce Cossiga - si opporrebbero alla pubblicità di questi atti, anche per il far parte la loro famiglia dell’elite cattolica militante della diocesi e della città di Terni e dovendosi ritenere interessate al ristabilimento della serenità del mondo cattolico e civile, anche della loro città. Così ecclesiastici e mondo cattolico, opinione pubblica e giornalisti potrebbero formulare un giudizio motivato e sereno che ponga fine ad una incomposta diatriba e ad un gioco al massacro giocato in primis sull’animo, la psiche e la dignità di Dino Boffo”. (ANSA)
AVVENIRE: “BOFFO VITTIMA DI UN’INGIUSTIZIA PROFONDA”
Roma, 8 settembre 2009. “Come uomo Dino Boffo e’ stato “vittima di un’ingiustizia profonda e crudele”. E’ quanto afferma l’Avvenire in un’editoriale uscito oggi. Il quotidiano della Cei ribadisce solidarieta’ al direttore uscente e sottolinea: “Dino Boffo, uomo giusto, ha fatto prova del destino che aspetta chi pratica la giustizia, ha sperimentato su di se’ il peso del male radicale, di quel male che pervicacemente cerchiamo tutti di occultare, di nascondere anche a noi stessi, per non assumerci l’onere di fronteggiarlo (come pure dovremmo fare) fino in fondo. ‘Vinci il male con il bene’, ci ha insegnato San Paolo - prosegue l’Avvenire -. Ma per vincere con il bene il male, bisogna in primo luogo capire quanto il male sia profondo, violento, crudele. La vicenda di cui Boffo e’ stato vittima e’ sotto questo profilo esemplare. Da essa - conclude il quotidiano - c’e', per tutti noi, molto, molto da imparare”. In un riquadro, il quotidiano cattolico riporta poi alcune frasi dell’articolo che Vittorio Feltri ha dedicato ieri a Gianfranco Fini, sottolineando che esse si applicherebbero bene al “caso Boffo”. “Prima di unirti al coro - si legge - avresti dovuto informarti. Bastava telefonare a me. Se non altro, ascoltando l’altra campana, ti saresti chiarito le idee e le tue dichiarazioni sarebbero state piu’ caute. Non ti e’ passato neanche per la mente che un conto sono i pettegolezzi e un conto sono i reati”. Parole, sottolinea Avvenire, che non sono di Boffo ma di Feltri: “avete capito bene - spiega la nota - Feltri rimprovera una terza persona, il presidente della Camera - di non averlo chiamato al telefono prima di definire ‘killeraggio’ ogni aggressione mediatica e, dunque, anche quella ferocemente e ingiustificatamente pianificata dal ‘Giornale’ contro il direttore di Avvenire”. Per questo Feltri dovrebbe “rileggere se stesso” e chiedere scusa. All’ex direttore Boffo e’ oggi dedicata interamente la penultima pagina del giornale della Cei con i “messaggi di gratitudine dei lettori, giunti a migliaia”. (AGI)
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Avvenire - 3 Settembre 2009
LA VICENDA FELTRI
Quelle dieci falsità e la realtà dei fatti
1) Boffo "noto omosessuale" e protagonista di una 'relazione' con un uomo sposato segnalata in atti del Tribunale di Terni.
FALSO - Questo è stato affermato dal 'Giornale' sulla base di una lettera anonima diffamatoria, definita falsamente 'nota informativa' di matrice giudiziaria e fatta altrettanto falsamente assurgere addirittura alla dignità di risultanza 'dal casellario giudiziario' che in realtà, come ogni altro atto del procedimento, non conteneva alcun riferimento alle 'inclinazioni sessuali' e a 'relazioni' del direttore di ’’Avvenire’’. Lo ha confermato il gip di Terni Pierluigi Panariello il 31 agosto: «Nel fascicolo riguardante Dino Boffo non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali ».
2) Boffo "attenzionato" dalla Polizia di Stato per le sue 'frequentazioni'.
FALSO - Anche questa affermazione, grave e ridicola al tempo stesso, è tratta non da atti giudiziari ma dalla stessa lettera anonima che il 'Giornale' ha utilizzato per il suo attacco a Boffo. La schedatura è stata smentita dal ministro dell’Interno dopo pronta verifica fatta compiere nella struttura centrale e periferica della pubblica sicurezza.
3) Boffo "querelato" da una signora di Terni.
FALSO - A Terni fu sporta denuncia/querela non contro Boffo, ma contro ignoti da soggetti che ben conoscevano Boffo e la voce di Boffo e che, quando hanno scoperto che era stato ipotizzato il coinvolgimento del cellulare in uso al suo ufficio, hanno rimesso la querela.
4) Ci sono "intercettazioni" che accusano Boffo.
FALSO - Solo la lettera anonima parla di intercettazioni. Agli atti, invece, ci sono tabulati dai quali emergono telefonate partite da una delle utenze mobili che erano nella disponibilità di Boffo. Il gip di Terni Panariello lo ha confermato il 31 agosto.
5) Boffo ha dichiarato di "non aver mai conosciuto" la donna di Terni colpita da molestie telefoniche.
FALSO - Come già detto, Boffo conosceva i destinatari delle telefonate, i quali, dunque, conoscevano la sua voce. Il "Giornale" non può, tuttavia, nella sua montatura accettare un elemento antitetico alla sola idea della colpevolezza di Boffo.
6) Boffo si è difeso indicando un’altra persona come coinvolta in una storia a sfondo "omosessuale".
FALSO - L’omosessualità in questa vicenda è stata pruriginosamente tirata in ballo dall’estensore della famigerata "informativa" anonima e dal 'Giornale' che ha coagulato l’attacco diffamatorio proprio su questo punto. Boffo ha solo e sempre dichiarato ai magistrati di essere arrivato alla conclusione che quel telefono cellulare, che era nella disponibilità sua e del suo Ufficio, fosse stato utilizzato da una terza persona che si trovava nelle condizioni lavorative per farlo. Il gip di Terni ha dichiarato che tale pista sul piano giudiziario non è stata "approfondita" perché non 'ritenuta attendibile da chi indagava', il quale evidentemente non conosceva i tempi e gli orari della professione giornalistica.
7) Nelle telefonate attribuite a Boffo ci sarebbero state 'intimidazioni' e "molestie" a sfondo 'sessuale', anzi 'omossessuale'. E sarebbero state accompagnate da 'pedinamenti'.
FALSO - Le affermazioni del ’’Giornale’’ sono prive di fondamento. Boffo si è sempre dichiarato estraneo a una vicenda nella quale, anche presa solo come è stata presentata, sul piano giudiziario non include "pedinamenti" né molestie legate alla sfera 'sessuale'. L’appiglio per chi ha cercato di far circolare un’idea opposta giace nel fatto che agli atti c’è un riferimento ad 'allusioni' a 'rapporti sessuali'. Ma, ha specificato il gip di Terni il 1° settembre, "tra la donna e il suo compagno".
8) Boffo in qualche modo ammise di essere colpevole e diede incarico al suo legale di "patteggiare" la pena.
FALSO - Boffo non ha patteggiato alcunché e ha sempre rigettato l’accusa di essere stato autore di telefonate moleste. Ha considerato a lungo la questione giudiziaria ternana senza sostanziale importanza, in particolare successivamente alla remissione di querela sporta dalle persone interessate, tanto che in occasione della ricezione del decreto penale di condanna – lo si ribadisce: successivamente alla remissione di querela da parte delle interessate – non si rivolse ad alcun legale. Boffo non aveva dato soverchio peso al decreto in questione, in quanto l’aveva ritenuto una semplice definizione amministrativa, conseguente agli effetti della remissione.
9) Boffo ha reso pubbliche "ricostruzioni" della vicenda.
FALSO - Boffo non ha reso pubblica alcuna ricostruzione della vicenda e ciò che Avvenire ha pubblicato è sotto gli occhi di tutti. Nessun’altra persona, nessun particolare, nessun ente e istituzione è stato indicato, citato o chiamato in causa dal direttore di Avvenire. Boffo nonostante il pesantissimo attacco diffamatorio del "Giornale" non intende consegnare niente e nessuno al tritacarne mediatico generato e coltivato dal 'Giornale'. Sul 'Giornale' anche a questo proposito si scrive il contrario. È l’ennesima dimostrazione di come su quella testata si stia facendo sistematica e maligna disinformazione.
10) La "nota informativa" non è una lettera anonima diffamatoria e una "patacca" ma il contenuto del decreto penale relativo alla vicenda di Terni.
FALSO - La cosiddetta "informativa" è un testo gravemente diffamatorio contro Boffo di incerta (per ora) origine, ma sicuramente non scritto in sede giudiziaria né per sede giudiziaria e non attinente alla vicenda ternana alla quale è stato surrettiziamente 'appiccicato' all’interno di una missiva anonima dopo essere stato ideato allo scopo. Sul "Giornale" i giornalisti autori dell’aggressione contro il direttore di Avvenire continuano, persino dopo i chiarimenti intervenuti, a sostenere la sua autenticità. Dire che è una 'patacca', secondo costoro, sarebbe una "bugia". E questo è comprensibile visto che la campagna diffamatoria incredibilmente ingaggiata dal "Giornale" si basa, sin dall’inizio, sulle gravissime affermazioni e deformazioni contenute in quel testo anonimo.
BAGNASCO: “INQUALIFICABILE ATTACCO MEDIATICO”. Presa d’atto delle dimissioni con rammarico”.
Roma, 3 settembre 2009. Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Angelo Bagnasco, ha preso atto, "con rammarico, delle dimissioni irrevocabili del dottor Dino Boffo dalla direzione di Avvenire, TV2000 e RadioInblu. Nel confermargli, personalmente e a nome dell'intero episcopato, profonda gratitudine per l'impegno profuso in molti anni con competenza, rigore e passione, nel compimento di un incarico tanto prezioso per la vita della Chiesa e della societa' italiana, esprime l'inalterata stima per la sua persona, oggetto di un inqualificabile attacco mediatico. Apprezzando l'alta sensibilita' umana ed ecclesiale che lo ha sempre ispirato, gli manifesta vicinanza e sostegno nella prova, certo che il suo servizio alla Chiesa e alla comunita' civile non verra' meno. (AGI)-
IL GIORNALE ESULTA: “PRIMA BATTAGLIA VINTA DA FELTRI”.
Milano, 3 settembre 2009. E 'Il Giornale' esulta. Nel dare la notizia delle dimissioni di Dino Boffo dalla guida del quotidiano della Cei 'Avvenire', il Giornale di Vittorio Feltri usa, nella versione online, toni entusiastici: "Vittorio Feltri vince la sua prima 'battaglia' da quando ha preso le redini del quotidiano di via Negri", si legge nell'articolo sulle dimissioni di Boffo. (DIRE)
BOFFO: 15 ANNI DA DIRETTORE CHE SPETTINAVA I LETTORI. HA PORTATO IL GIORNALE OLTRE LE 100 MILA COPIE..
di Elisabetta Stefanelli-ANSA
Roma, 3 settembre 2009. Sempre pronto a «spettinare il lettore», come ama dire, Dino Boffo è stato direttore di Avvenire dal 1994, quando a soli 41 anni conquistò la guida della testata, facendo crescere il numero di copie vendute e promuovendo una rivoluzione grafica. Nato ad Asolo 56 anni fa, si è laureato in lettere classiche all'Università di Padova, dal '77 all'80 è stato segretario generale dell'Azione cattolica e poi dal 1978 è all'Avvenire, facendo parte per 11 anni del consiglio di amministrazione. Nel 1997 figura nel gruppo di fondazione di Sat 2000, l'emittente satellitare, ora anche in digitale terrestre, dove realizza una delle prime integrazioni tra carta stampata, radio e tv. Del resto l'innovazione è nelle sue corde ed è in questa direzione che ha guidato il quotidiano della Cei mai sottraendosi alle polemiche e agli scontri, anche diretti, con giornalisti e con politici. Boffo ha affrontato tutti i temi scottanti degli ultimi anni, dalla procreazione assistita, all'immigrazione, al conflitto d'interessi, al terrorismo fino ai recenti interventi sull'inchiesta di Bari e gli incontri del premier con la escort Patrizia D'Addario. Su questo tema, il giornale di Boffo, a firma del direttore, aveva parlato per primo di uno «scenario di desolazione» che «non convince e non piace al paese reale». È dalla sua rubrica di colloquio con i lettori che il direttore sceglie di sollevare la questione morale e gli dedica diversi interventi. Rivendica Boffo che il giornale dei vescovi italiani si sia pronunciato «in modo netto sul piano dei contenuti e della prassi» e che «chiunque è stato raggiunto dai loro interventi ha capito quello che si doveva capire». Una serie di editoriali che ebbe una replica del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in un'intervista a Chi: «Sono caduti anche loro nel tranello delle calunnie contro di me, prendendo per vere notizie false». Non è stata certo questa la prima delle prese di posizione di Boffo, spesso originali, come quando nel 2003 accolse l'iniziativa di Gad Lerner a pregare in Sinagoga dopo gli attentati di Istanbul. Di questa sua originalità è indicativo ad esempio l'invito a collaborare al giornale, al suo esordio, ad Adriano Celentano che aprì la sua collaborazione con un commento alla decisione del Parlamento europeo di consentire alle coppie gay il matrimonio e l'adozione di figli. In quella occasione Boffo disse: «vogliamo fare un quotidiano con l'anima, ma anche un pò disinibito». Disinibito ed originale perchè ad esempio ha sempre snobbato i gadget criticandoli apertamente per non fare «un giornale di tossicomani di gadget». Perchè ha lanciato il fumetto, ha offerto giornalini per bambini puntando sempre moltissimo ai giovani, al loro mondo, ai loro interessi. Una linea premiata col superamento di quota 100 mila copie al giornale già in occasione dei 40 anni della testata compiuti nel 2008, quando aprì anche il sito internet. (ANSA).
BOFFO: DALLA VELINA DE IL GIORNALE ALL'AMARO ADDIO
Roma, 3 settembre 2009. È il 28 agosto quando si apre la vicenda conclusa oggi con le dimissioni di Dino Boffo: quel giorno Il Giornale diretto da Vittorio Feltri dedica l'intera prima pagina a quello che definisce «un incidente sessuale» del direttore di Avvenire. Citando atti giudiziari del Tribunale di Terni riferiti a fatti del 2001, sostiene che il direttore ha posto fine con un patteggiamento ad un processo per aver molestato, con minacce e intimidazioni, la moglie di un uomo con il quale aveva una relazione omosessuale. La cosa si era conclusa nel 2004 con una condanna e il pagamento di un'ammenda di 516 euro. Accusa pesante, secondo Feltri, appena richiamato alla guida del quotidiano, il quale ne evince, nell'editoriale che accompagna la notizia, che «il direttore di Avvenire non ha le carte in regola per lanciare anatemi furibondi contro altri peccatori veri o presunti, e tirare le orecchie a Berlusconi». Il premier, il giorno stesso, «si dissocia» dall'iniziativa di Feltri che dice: «questo dimostra la mia indipendenza». Boffo da parte sua denuncia «un killeraggio giornalistico allo stato puro» ma non nega del tutto i fatti, precisando però che di quella circostanza era stato «la prima vittima». La Cei gli riconferma la fiducia e si fa gelo tra Vaticano e Palazzo Chigi, intenti agli ultimi preparativi per la Perdonanza dell'Aquila, alla quale va poi il sottosegretario Gianni Letta e non il premier, come invece annunciato. L'attacco viene letto da tutti come la conseguenza della campagna del quotidiano dei Vescovi sulle vicende private di Berlusconi finite nel mirino della stampa. È dalla rubrica delle lettere che Boffo firma i primi interventi sull'inchiesta di Bari e gli incontri del premier con la escort Patrizia D'Addario. Su questo tema, il giornale di Boffo, a firma del direttore, aveva parlato per primo di uno «scenario di desolazione» che «non convince e non piace al paese reale». Il direttore solleva la questione morale e gli dedica diversi interventi. Rivendica Boffo che il giornale dei vescovi italiani si sia pronunciato «in modo netto sul piano dei contenuti e della prassi» e che «chiunque è stato raggiunto dai loro interventi ha capito quello che si doveva capire». Una serie di editoriali che aveva avuto una replica del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in un'intervista a Chi: «Sono caduti anche loro nel tranello delle calunnie contro di me, prendendo per vere notizie false». Il 29 agosto l'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, prima di celebrare la messa per la festa del santuario della Madonna della Guardia dice: «L'attacco che è stato fatto al dott. Boffo direttore di Avvenire è un fatto disgustoso e molto grave». Nei giorni successivi il Vaticano si dirà allineato sulle sue posizioni. Poi le accuse al Giornale con Feltri che non retrocede («se i moralisti attaccano continuerò a reagire») e le molte indiscrezioni circolate, come quelle dei contatti con Berlusconi che il premier e Feltri respingono al mittente. Il Giornale pubblica documenti anche nei giorni successivi e così fa Avvenire che, sempre nella rubrica delle lettere, ospita le parole di autodifesa del direttore. Si discute, tra polemica politica e la presa di posizione della Cei a favore di Avvenire, di questioni come la provenienza della velina, che sarebbe stata recapitata ad alcuni vescovi già qualche mese prima. Il 1 settembre il Gip del Tribunale di Terni Augusto Fornaci mostra ai giornalisti il decreto di condanna sottolineando che nei documenti processuali non c'è alcuna informativa che riguardi i comportamenti sessuali di Boffo. Il 2 settembre il 'giallò delle dimissioni di Boffo, smentite, che poi arrivano invece oggi con una lettera durissima. «La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere», scrive nella lettera inviata al card. Bagnasco, dimettendosi anche da Sat 2000 e da Radio Inblu. Bagnasco le accetta parlando di «inqualificabile attacco». (ANSA).
BOFFO: CDA AVVENIRE INCARICA AD INTERIM VICEDIRETTORE TARQUINI
Città del Vaticano, 3 settembre 2009. Il Consiglio di Amministrazione di 'Avvenirè ha incaricato il vicedirettore Marco Tarquini di firmare ad interim la testata, dopo le dimissioni di Dino Boffo. Lo si apprende da una comunicato diffuso dal presidente del Cda mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano. Mons. Semeraro 'esprime profondo rammarico per questa decisione (di Boffo)e gratitudine per il servizio intelligente e infaticabile svolto in questo periodo cruciale per la crescita del giornalè. Sotto la direzione di Boffo, durata oltre quindici anni, prosegue il vescovo, il quotidiano «è diventato un punto di riferimento per la coscienza ecclesiale e un indiscusso protagonista nel dibattito pubblico in Italia». Mons. Semeraro conferma a Dino Boffo, 'anche a nome dei Componenti del Consiglio di amministrazione, stima e vicinanza, sicuro che il suo prezioso lavoro continuerà a produrre frutti. In attesa della convocazione del CdA, incarica il vicedirettore Marco Tarquinio di firmare ad interim la testata«. (ANSA).
FELTRI: DIMISSIONI di BOFFO AFFARE INTERNO ALLA CHIESA. NON PENSAVO A QUESTO QUANDO HO SCRITTO LE COSE CHE HANNO PROVOCATO QUESTO PROBLEMA
Roma, 3 settembre 2009. «Sono affari interni alla Chiesa, non pensavo minimamente a questo quando ho scritto e ho fatto scrivere le cose che hanno provocato tutto questo problema». È il commento del direttore del 'Giornalè Vittorio Feltri, riportato sul sito del quotidiano milanese, alla notizia delle dimissioni del direttore dell«Avvenirè Dino Boffo. »Immagino che Boffo avesse i suoi buoni motivi per dimettersi -ha continuato Feltri - la cosa che mi piacerebbe succedesse è che si tirassero fuori i documenti che provano che quanto scritto dal Giornale era del tutto fondato in maniera che si smettesse con attacchi sgangherati nei confronti del mio giornale e del sottoscritto, che degnamente lo dirige«. (Adnkronos)
BOFFO: L'ASSISTENTE DI VOLO E LA RAGAZZA VIOLENTATA
Diana Alfieri per "Il Giornale" del 3/9/2009
Lui, lei, l'altro. Quest'ultimo, ormai si sa, è il direttore dell'Avvenire. Si sa pure che lei è Anna B., una bella ragazza di Terni, 29 anni, famiglia in vista, colta e devota. Ora Panorama (in edicola oggi) svela anche chi è lui, l'ex fidanzato conteso: un ex «aitante assistente di volo ternano» nato nel 1970, «fisico slanciato, modi delicati, portamento signorile, conoscitore delle lingue straniere, assiduo frequentatore della Lectio divina» che si teneva una domenica al mese nella città umbra. Anche lui ha gettato alle spalle quella vecchia storia, ha cambiato città e lavoro: è single e dirige una filiale di una grande banca in provincia di Modena. «Non ho niente da dichiarare. Ho dei clienti davanti a me», ha detto al settimanale della Mondadori.
Si conobbero a fine Anni '90, probabilmente in qualche incontro organizzato dalla diocesi. Lui è di dieci anni più vecchio, lei «bruna e graziosa - dettaglia Panorama -, corpo tornito dall'atletica (a giugno è arrivata nona a una gara podistica), è la rampolla di una delle due famiglie più in vista del mondo cattolico ternano. Il capofamiglia è un uomo minuto e discreto, rappresentante di commercio, presidente parrocchiale dell'Azione cattolica, ma soprattutto presidente della radio diocesana appartenente al circuito InBlu il cui direttore è proprio Boffo. La madre, ex insegnante di liceo, fa parte della consulta nazionale degli organismi socioassistenziali della Caritas ed è impegnata nel Centro italiano femminile, l'associazione delle donne cattoliche. Ha anche scritto una biografia di Caterina Franceschi Fannucci, letterata ed educatrice ottocentesca, a cui sembra ispirarsi nello stile semplice e austero. I coniugi sono pure responsabili dell'ufficio diocesano della famiglia».
Le molestie per cui è stato condannato Dino Boffo appartengono al periodo tra l'agosto 2001 e il gennaio 2002. Anna B. ricevette le «telefonate ingiuriose di un uomo che l'aveva apostrofata dandole anche della "cornuta" e che faceva pesanti riferimenti alla vita sessuale sua e del fidanzato». Fu la madre della giovane a sporgere denuncia contro ignoti. La procura controllò i tabulati telefonici. E scoprì che le chiamate partivano da un'utenza di Avvenire che era «nella disponibilità» di Boffo. Dopo qualche mese, la famiglia ritirò la querela ma la legge prevede che per le molestie il pm proceda d'ufficio. Così si arrivò all'ammenda da 516 euro, massima pena pecuniaria per reati del genere, inflitta al giornalista nel 2004. Boffo fu condannato per «le ripetute chiamate sulle utenze telefoniche della ragazza nel corso delle quali ingiuriava anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale è stata presentata remissione di querela), per petulanza e biasimevoli motivi». La versione di Boffo è che avrebbe conciliato per evitare guai a un giovane tossicodipendente (morto qualche tempo dopo) il quale avrebbe fatto quelle chiamate usando di nascosto il suo telefono.
Secondo le voci raccolte da Panorama a Terni, il direttore di Avvenire avrebbe conosciuto i due giovani nel marzo 2001, in occasione di un'assemblea diocesana dal titolo «Domenica, giorno che salva», in cui lui era tra i relatori e la famiglia della ragazza ospite. Il fidanzato di lei è un tipo attraente, qualcuno lo ricorda alla Giornata mondiale della gioventù in Francia «mentre recita la parte del mimo-giullare, con eleganza stilizzata - racconta Panorama - o partecipa alle giornate di dialogo interconfessionale della comunità monastica fondata dal pastore calvinista frère Roger Schutz di Taizé». Chi lo conosce bene esclude tendenze gay. «Per esempio Leonardo G., maresciallo della Guardia di finanza, una delle otto persone inserite sul social network Facebook tra gli amici dell'uomo (la ragazza molestata ne ha invece 155, tra cui l'attrice ternana Camilla Ferranti), spazza via i sospetti con una risata: "Il mio amico omosessuale? Non scherziamo"».
La coppia sembra superare la vicenda Boffo. Nel frattempo lei si diploma al Pontificio istituto di studi arabi e islamici (che ha rappresentato al festival cinematografico dei Popoli e delle religioni), per un periodo va in Giordania a insegnare italiano, entra come interprete in un'azienda di import-export alle porte di Terni e partecipa a vari convegni sul Medio Oriente. Lui invece entra in banca e i loro destini si separano.
Raggiunta ieri al telefono dall'Ansa, Anna B. mormora poche parole: «La vicenda è chiusa, appartiene al passato. È stata violata la mia privacy. Non posso rilasciare dichiarazioni, al momento... Magari parlerò in futuro».
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SCONTRO FELTRI-AVVENIRE.
IL GIP di TERNI AUTORIZZA
l’ACCESSO al DECRETO penale
di CONDANNA di Dino BOFFO
E NON ANCHE al FASCICOLO.
“Tutelato il diritto di cronaca”.
BOFFO: RESPINTE LE DIMISSIONI.
Papa: stima e apprezzamento per la Cei
Il giudice ha inoltre ribadito che nelle carte processuali non c'è alcuna informativa che riguardi le inclinazioni sessuali di Boffo. Per questi motivi - si legge ancora nel decreto - il Gip ha condannato l'imputato in ordine al reato (di molestie) “alla pena di euro 516 complessive di ammenda” (alternativa rispetto all'arresto fino a 6 mesi). Non c’è stato alcun patteggiamento: Boffo poteva opporsi al provvedimento, ma non lo ha fatto. (IN CODA E IN ALLEGATO GLI ARTICOLI DEL GIORNALE E L'AUTODIFESA DI DINO BOFFO). La spiegazione tecnica della vicenda. FELTRI: “Non devo scusarmi con nessuno. L’unica ‘velina’ è stata messa in circolazione dai servizi vaticani”.Vaticano: Feltri fomenta il caos, da lui solo false accuse contro di noi. Feltri: Velina dai servizi del Santo Padre? Lo ha scritto il Riformista. BOFFO: DIMISSIONI SMENTITE. DIRETTORE A CDR AVVENIRE: “VOI SARESTE STATI I PRIMI A SAPERLO”.
Terni, 1 settembre 2009. Sarà consentito l'accesso agli atti limitatamente al mero decreto penale di condanna, con omissis sul nome della parte lesa, e non anche al fascicolo e agli altri atti del procedimento relativo al direttore di «Avvenire» Dino Boffo. La decisione è del gip di Terni Pier Luigi Panariello, che l'ha comunicata ai cronisti. Il procuratore Fausto Cardella, nel parere preventivo, aveva chiesto che venisse autorizzato l'accesso all'intero fascicolo con omissis. Il fascicolo sarà, invece, interamente accessibile per il legale di Boffo, che aveva presentato al magistrato richiesta in tal senso. "Ritengo - ha detto il gip - che il diritto di cronaca possa essere soddisfatto attraverso la divulgazione del fatto, cioè di come si è concluso il procedimento". Secondo Panariello la conoscenza degli atti processuali va riservata alle parti coinvolte che, "se lo vogliono possono poi metterli a disposizione". L'accesso indiscriminato a tutti gli atti del procedimento e quindi la divulgazione dei documenti può “recare pregiudizio al diritto alla riservatezza delle parti private coinvolte nel procedimento ". (Ansa, Adnkronos, repubblica.it)
BOFFO. IL DECRETO PENALE DI CONDANNA DEL GIP DI TERNI.
Terni, 1 settembre 2009. Si compone di 2 pagine il decreto penale di condanna emesso nei confronti di Dino Boffo dal Gip del tribunale di Terni Augusto Fornaci il 9 agosto del 2004. Del provvedimento i giornalisti hanno potuto oggi avere copia dopo la decisione favorevole del giudice Pierluigi Panariello, il quale ha comunque disposto che dall'atto fosse cancellato il nome della parte offesa. Nel decreto si legge che Boffo Dino, nato ad Asolo il 19 agosto del 1952, è stato imputato “del reato di cui all'articolo 660 c.p. perché, effettuando ripetute chiamate sulle sue utenze telefoniche nel corso delle quali la ingiuriava anche alludendo ai rapporti sessuali con il suo compagno (condotta di reato per la quale è stata presentata remissione di querela) per petulanza e biasimevoli motivi recava molestia a omissis. In Terni dall'agosto 2001 al gennaio 2002”. A proposito della frase sui rapporti sessuali il gip - rispondendo ai giornalisti- ha precisato che si devono intendere quelli tra la donna che aveva sporto denuncia e il proprio compagno. Il giudice ha inoltre ribadito che nelle carte processuali non c'è alcuna informativa che riguardi le inclinazioni sessuali di Boffo. Per questi motivi - si legge ancora nel decreto - il Gip ha condannato l'imputato in ordine al reato “alla pena di euro 516 complessive di ammenda”. Nella parte finale del provvedimento si legge che il giudice “ordina l'esecuzione del presente decreto ove non venga proposta opposizione nel termine sovra indicato”. (ANSA).
BOFFO. TESTIMONIANZE CHE CONOSCEVA DONNA CHE LO DENUNCIÒ.
Terni, 1 settembre 2009. Nel corso dell'indagine che a Terni ha coinvolto Dino Boffo sono stati sentiti alcuni testimoni che hanno «confermato» la conoscenza tra il direttore di Avvenire e la donna che lo denunciò per molestie personali. Deposizioni che figurano tra gli atti del fascicolo, secondo quanto riferito oggi dal gip di Terni Pier Luigi Panariello che ha autorizzato i giornalisti a prendere visione del decreto di condanna. Il giudice ha confermato che agli atti non ci sono intercettazioni ma i tabulati telefonici relativi alle udienze di Boffo. Panariello ha quindi spiegato che il giornalista si difese sostenendo di non essere l'autore delle telefonate. Ma questa tesi - ha aggiunto - non è stata approfondita non essendo stata evidentemente ritenuta attendibile da chi indagava. (ANSA).
BOFFO. GIP: SALVAGUARDATO il DIRITTO DI CRONACA.
Terni, 1 settembre 2009. La scelta di rendere disponibile per i giornalisti il decreto penale di condanna nei confronti del direttore di Avvenire, Dino Boffo, omettendo tuttavia i nome della parte lesa, salvaguarda il diritto di cronaca. È uno dei passaggi della parte centrale del dispositivo con il quale il gip di Terni Pierluigi Panariello ha disposto l'accesso per i giornalisti al solo decreto penale di condanna e non a tutti gli atti. «Considerato che il diritto di cronaca deve essere inteso come libertà di divulgare e pubblicare fatti - ha scritto il gip - e che, pertanto, tale diritto nella fattispecie appare salvaguardato attraverso il rilascio di copia del decreto penale di condanna conclusivo del procedimento, con la cancellazione delle generalità della persona offesa e del suo difensore, a tutela del diritto alla riservatezza di questi ultimi, trattandosi di un fatto oggettivo accertato con decisione irrevocabile e, quindi, suscettibile di essere divulgato anche a mezzo di cronaca giornalistica, nell'interesse generale alla conoscenza di fatti di pubblico interesse, mentre i presupposti per l'esercizio di tale diritto non appaiono ricorrere con riferimento ai singoli atti processuali, suscettibili di varie interpretazioni e che quindi non appare opportuno fare uscire dalla più appropriata sede giudiziaria». (ANSA).
Boffo, respinte le dimissioni. Il Papa a Bagnasco: stima e apprezzamento per la Cei
Milano, 1 settembre 2009. Ieri Dino Boffo è andato a Roma e ha presentato le dimissioni da direttore di Avvenire al presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che le ha respinte. Benedetto XVI ha telefonato allo stesso Bagnasco esprimendo «stima, gratitudine ed apprezzamento». Il tribunale di Terni ha deciso di rendere pubblica solo una parte del fascicolo «a tutela delle parti coinvolte».
www.corriere.it del 2/9/2009
LA SCELTA DEL DIRETTORE DEL GIORNALE DELLA CEI/Boffo, viaggio a Roma per dimettersi. Ma il presidente dei vescovi dice no. Lo sfogo del responsabile di «Avvenire»: angoscia? È dire poco
MILANO — Fosse stato per lui se ne sarebbe già andato: e «non da sconfitto», è stato il suo sfogo con gli amici più fidati. Ma alla fine è prevalsa la ragion di Stato. O, per meglio dire, di Chiesa. Dopo una quarta notte insonne e che «definire di angoscia è poco» — per usare la sintesi dei pochi riusciti a parlargli — il direttore di Avvenire Dino Boffo aveva infatti preso all’alba di ieri la sua decisione: e uscito di casa, anziché avviarsi verso la redazione milanese del suo giornale, è partito per Roma dove poche ore dopo bussava alla porta del cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani e quindi suo principale editore. Qui ci sono le mie dimissioni, gli ha detto Boffo. Non se ne parla, gli ha risposto Bagnasco: soprattutto ora devi restare al tuo posto. E Boffo ha ubbidito: nel pomeriggio, saputo del suo rientro a Milano, gli stessi amici con cui si era confidato in mattinata hanno fatto sapere di averlo trovato rinfrancato e determinato a «resistere». Almeno per ora o comunque appunto — per sottolineare l’espressione attribuita al presidente della Cei — «soprattutto» ora. L’esito contingente è testimoniato dalla scelta editoriale concepita dal giornale in edicola oggi: sempre due pagine dedicate alla vicenda, ma non il lungo editoriale di spiegazioni e contrattacchi ipotizzato ieri da alcuni bensì una ulteriore paginata di lettere solidali — talune con firme anche autorevoli — più un ampio spazio dedicato alla semplice «cronaca », affidata a un inviato a Terni. E la scelta è stata interpretata in un certo senso come una sfida: come dire basteranno i fatti a far emergere la verità. Va precisato una volta di più che la giornata vissuta ieri dal direttore di Avvenire , come si sarà capito dal resoconto reso fin qui, è sintetizzabile solo attraverso il racconto indiretto— forse non testuale nei virgolettati ma certamente attendibile nel succo — di chi ne ha raccolto il patema e il dramma umano: «Perché di questo si tratta e così lo sta vivendo», assicurano.
Così, nonostante la vicinanza della sua famiglia, degli «amici veramente fidati» che in questi casi si scremano sempre da soli, Boffo ha trascorso in particolare l’altra notte mettendo in fila alcuni punti e tre su tutti: la rivendicazione reiterata ai suoi di essere «non un colpevole bensì una vittima», la consapevolezza di sentirsi «tutt'altro che sconfitto dentro», la volontà comunque di dire «basta » e mandar tutti a quel paese. Un po’ per tirarsi fuori dal massacro, un po’ per sottrarre la pistola a chi — attraverso di lui — ormai sparava sempre più dritto sulla Cei. Poi la giornata ha avuto lo sviluppo che ha avuto: in mattinata le dimissioni presentate a Bagnasco e da questi respinte, nel pomeriggio l’attestazione di «fiducia» manifestata dal Papa allo stesso Bagnasco e immediatamente resa pubblica dall’ufficio stampa dei vescovi. Una fiducia che non avrebbe alcun bisogno di essere espressa, hanno subito rilevato gli esperti di cose ecclesiastiche: e il fatto che sia successo è strano di per sé. Quanto questo possa toccare Boffo, forse, lo si vedrà nei prossimi giorni. O più probabilmente mesi. Paolo Foschini
BOFFO. PM MILANO: POSSIBILE VERIFICA su CHI CONSULTA CASELLARIO
Milano, 1 settembre 2009. In poche ore si può accertare da quale terminale è stata scaricata una visura di casellario giudiziale e anche l'operatore che ha effettuato l'operazione. È quanto è stato spiegato in ambienti giudiziari e investigativi milanesi, prendendo spunto dal caso Boffo-Feltri, dove si ricorda che esiste una procedura oggettiva che è già stata seguita in qualche altra Procura d'Italia in casi analoghi. In sostanza, come è stato fatto notare, è necessario inoltrare una richiesta alla Direzione del Casellario, Ufficio III, a Roma. Lì, attraverso l'esame dei file log di sistema, vengono individuate le consultazioni effettuate sul record intestato a una determinata persona e nello stesso tempo il terminale e il relativo operatore. La procedura, è stato assicurato, permette di verificare chi ha scaricato la visura in breve tempo. L'ufficio III del Casellario Centrale dipende dal Ministero della Giustizia e si occupa di organizzazione generale, coordinamento, vigilanza e controllo sul funzionamento dello stesso Casellario centrale e dei Casellari giudiziali. (ANSA).
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L’inchiesta. Furono interrogati 5 testimoni. Il mistero sul documento anonimo spedito ai prelati
Quelle telefonate dal cellulare del direttore
Il Pm indagò sui tabulati e si convinse che le chiamate erano state fatte dal giornalista
di Fiorenza Sarzanini per il Corriere della Sera 2/9/2009
La lettera anonima contro Dino Boffo spedita tre mesi fa ai vescovi italiani riferiva fatti e circostanze che non sono contenuti nel fascicolo del tribunale di Terni. Le carte ricostruiscono la vicenda che ha portato alla condanna per molestie del direttore di Avvenire.
Ma le stesse carte non entrano mai nei dettagli della vita privata di Dino Boffo. Tanto che non chiariscono nemmeno per quale motivo, con telefonate effettuate per quasi cinque mesi, avrebbe ingiuriato una ragazza che poi presentò denuncia ai carabinieri.
Documentano però la certezza, da parte di chi indagava, che fosse proprio lui l'autore di quelle chiamate e non - come adesso sostiene lo stesso Boffo - un suo collaboratore.
L'esame dei contatti avvenuti subito prima e subito dopo le chiamate piene di insulti ricevute dalla donna avrebbe consentito di verificare che gli interlocutori avevano parlato personalmente con Boffo; dunque - hanno concluso gli inquirenti - in quei frangenti era lui ad utilizzare il cellulare. La storia risale all'agosto del 2001. Le telefonate ingiuriose vanno avanti fino al gennaio 2002.
Nel suo esposto la ragazza precisa gli orari, racconta il contenuto, sottolinea come l'anonimo interlocutore faccia riferimento anche ai rapporti sessuali che la donna ha con il fidanzato. Viene acquisito il suo tabulato, si ricava il numero del chiamante. Si scopre così che il cellulare è intestato alla società che edita il quotidiano della Cei.
Le ulteriori verifiche consentono di scoprire che l'apparecchio è stato concesso in uso al direttore. Boffo viene convocato al palazzo di Giustizia della città umbra per fornire chiarimenti. Non può negare che il telefono sia effettivamente suo, ma spiega di lasciarlo spesso incustodito. «E dunque - evidenzia - quelle telefonate può averle fatte chiunque».
Una tesi che però non convince appieno i pubblici ministeri. Anche perché lui stesso ammette di conoscere la ragazza. «Ci siamo incontrati in occasione di un evento pubblico organizzato dalla Curia», afferma. E poi chiarisce che il tramite sarebbe stato il vescovo di Terni, monsignor Paglia. Si decide così di interrogare le persone che il giornalista ha contattato a ridosso delle chiamate fatte alla ragazza. Si tratta di quattro o cinque testimoni. Tra loro c'è il titolare di una libreria e soprattutto uno dei segretari della Cei che con Boffo ha contatti assidui. Nessuno ricorda di aver mai parlato su quell'utenza con qualcuno che non fosse il direttore di Avvenire.
Quindi i magistrati si convincono che possa essere lui l'autore delle molestie. L'iscrizione nel registro degli indagati, come risulta dagli atti processuali, avviene il 14 ottobre 2003. Sei mesi dopo, esattamente l'8 aprile 2004, il pubblico ministero chiede «l'emissione di un decreto di condanna».
C'è un solo reato contestato, quello di molestie, per il quale si procede d'ufficio. L'accusa di ingiurie è infatti caduta perché la ragazza ha deciso di ritirare la querela. Nel fascicolo non vengono specificati i motivi di questa scelta. I giudici ne prendono atto, Boffo non si oppone al decreto e paga l'ammenda di 516 euro che certifica la sua condanna.
Qui finisce la storia ricostruita dalle carte processuali. Ma proprio da qui comincia il mistero sul documento anonimo spedito ai vescovi e poi raccontato venerdì scorso da Il Giornale che l'aveva invece presentato come un atto giudiziario. La circostanza che si tratti di un appunto ufficiale, sia pur «riservato», sembra smentita dall'esame dello scritto che contiene numerosi errori di ortografia e di battitura. E anche circostanze false.
Non è vero che «Boffo è stato querelato da una signora di Terni»: la denuncia era contro ignoti. Non è vero che «a seguito di intercettazioni telefoniche disposte dall'Autorità giudiziaria si è constatato il reato»: per le molestie non è possibile disporre il controllo delle conversazioni. Viene poi specificato che «Boffo ha tacitato la parte offesa con un notevole risarcimento finanziario», ma è una circostanza che non risulta agli atti. Quanto alle inclinazioni sessuali dell'indagato, nel fascicolo non se ne fa mai cenno.
BOFFO. FELTRI: “Non devo scusarmi con nessuno. L’unica ‘velina’ è stata messa in circolazione dai servizi vaticani”.
Roma, 2 settembre 2009. «Dovrei chiedere scusa a chi e per cosa? Non riesco a capire. Non è stata utilizzata una velina per tirar fuori questa vicenda, come dimostriamo stamattina con un documento che mi sembra tutt'altro che un pettegolezzo, ma un decreto penale, una condanna del tribunale di Terni, nel quale si accenna a molestie anche a sfondo sessuale». Lo ha detto il direttore del 'Giornalè Vittorio Feltri intervenendo alla trasmissione di Radiouno 'Radio anch'iò. Feltri ha anche aggiunto di essere stato «lapidato e accusato di voler fare un vendetta. Qui non si tratta di vendetta. Per mesi molti giornali hanno pubblicato di tutto, pettegolezzi e gossip, comprese le dichiarazioni della moglie del presidente del Consiglio, che andavano verificate visto che non è un oracolo. Ci sono state dichiarazioni di prostitute prese come oro colato e buttate in prima pagina e poi chissà perchè si condanna Feltri perchè pubblica un decreto di condanna». In disaccordo con Feltri, il direttore del 'Riformistà Antonio Polito, che - intervenendo in trasmissione - ha invece sottolineato «l'intento vendicativo verso tutti coloro che si sono permessi di criticare il presidente del Consiglio, andando a scavare nella loro vita privata». Riferendosi a Boffo, Polito ha detto che «il decreto c'è ma l'accusa per cui è stato condannato è un'accusa di molestie telefoniche. Aggiungere a quello una velina e dire che Boffo è omosessuale, cosa che non risulta in nessun atto, non è corretto». «Gli atti ci sono, peccato che li può tirar fuori solo Boffo», ha poi precisato Feltri, invitando il direttore dell’Avvenire a “pubblicare i documenti e dimostrare che ho sbagliato”.“Io - dice Feltri - non ho nessuna arma se non la penna e da questa vicenda traggo un unico insegnamento: che in Italia si può parlare male solo di alcuni ma se si svelano gli altarini di altri si viene sommersi dagli insulti. Feltri, poi, difende il documento che ha pubblicato su Boffo: “Non è una velina ma un decreto penale di condanna in cui si accenna a molestie a sfondo anche sessuale. C’è una velina, ma non è questa, fatta circolare dai servizi segreti del Vaticano”. Infine, il direttore del Giornale, respinge le accuse di mettere in atto “vendette” di altri e ribadisce che la vita privata del direttore di Avvenire è importante e quindi ‘notiziabile’ perché “Boffo non è un cittadino qualsiasi, ma il direttore del giornale della Cei, ovvero il portavoce del Vaticano”. (Adnkronos e Apcom)
Vaticano: Feltri fomenta il caos, da lui solo false accuse contro di noi.
Feltri: Velina dai servizi del Santo Padre? Lo ha scritto il Riformista.
Roma, 2 settembre 2009. È ancora scontro sul caso Boffo. E stavolta lo scambio di accuse è direttamente tra il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, e il Vaticano. «Smentisco nel modo più categorico questa infondata affermazione: viene il sospetto che vi sia una intenzione di fomentare confusione diffondendo false accuse». Lo ha dichiarato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi direttore della sala stampa della Santa Sede in risposta a «quanto riportato da agenzie di stampa, secondo le quali il dottor Feltri avrebbe dichiarato, nel corso di una trasmissione radiofonica, che la velina diffusa sul caso Boffo proverrebbe dalla Gendarmeria Vaticana».
FELTRI - «Chiedere scusa? A chi e per cosa: non capisco», aveva detto Feltri a Radio Anch'io su Radiouno dove spiegava: «Non ho nessuna arma se non la penna e da questa vicenda traggo un unico insegnamento: che in Italia si può parlare male solo di alcuni, ma se si alzano gli altarini di altri si viene sommersi dagli insulti». Feltri difende il documento che ha pubblicato su Boffo: «Non è una velina, ma un decreto penale di condanna in cui si accenna a molestie a sfondo anche sessuale. C'è una velina, ma non è questa, fatta circolare dai servizi segreti del Vaticano». Respinge, il direttore del Giornale, le accuse di fare vendette ma ribadisce che la vita privata di Boffo è importante perché «non è un cittadino qualsiasi, ma il direttore del giornale della Cei, ovvero il portavoce del Vaticano». E sottolinea di essersi occupato di questa vicenda nel momento in cui «finalmente ho avuto - dice Feltri - le carte di una cosa che si sapeva ma non si poteva scrivere senza le prove».
«MI RIFERIVO AL RIFORMISTA» - In serata Feltri corregge il tiro: «Parlando stamattina a Radio Anch'io della velina su Boffo, non facevo che riferire quello che c'è scritto oggi sul Riformista che ha fatto una pagina su questo tema», spiega all'Ansa. «Oramai qualunque cosa si dica su questo argomento pare che l'abbia detta solo io». Nell'articolo «Il Papa e il Papi», a firma di Stefano Cappellini, c'è scritto: «...che la velina provenga da un cassetto curiale è ormai qualcosa più di una ipotesi». (corriere.it, ansa, adnkronos)
BOFFO: DIMISSIONI SMENTITE. DIRETTORE A CDR AVVENIRE: “VOI SARESTE STATI I PRIMI A SAPERLO”
di Domitilla Conte-ANSA
Roma, 2 settembre 2009. Il «giallo» sulle presunte dimissioni respinte del direttore dell'Avvenire, Dino Boffo - date per certe questa mattina dal “Corriere della Sera” - sembra risolversi in serata con una comunicazione del cdr del giornale dei vescovi alla redazione dopo un colloquio con l'interessato. «Non c'è niente, di niente, di niente», avrebbe detto Boffo ai suoi giornalisti: «voi sareste stati i primi a saperlo». Al sesto giorno del caso aperto con la pubblicazione sul Giornale di Vittorio Feltri di una vecchia vicenda giudiziaria a carico dell'uomo posto da Ruini quindici anni fa alla guida del quotidiano cattolico, l'attenzione si concentra sul futuro di Boffo. Ma anche sui nuovi attacchi di Feltri, che ad una trasmissione radiofonica, parla di «una velina, fatta circolare dai servizi segreti del Vaticano». Il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, perde per un attimo le staffe: in Vaticano non ci sono «servizi segreti» e, anche se si riferiva alla Gendarmeria, responsabile della sicurezza della Santa Sede, «smentisco nel modo più categorico - dice Lombardi - questa infondata affermazione». E accusa Feltri di voler «fomentare confusione diffondendo false accuse». La Cei oggi ha scelto invece la linea del silenzio. All'indomani dell'attestazione di stima offerta dal Papa a Bagnasco, in ordine di tempo il quarto autorevole intervento ufficiale a sostegno della linea intrapresa dai vertici Cei sul caso Boffo, qualcuno, nella Conferenza episcopale, deve aver pensato che l'uragano fosse ormai quanto meno declassato a pioggia tropicale. Invece no. Perchè questa mattina, sopra le grida del Giornale («Il direttore di Avvenire ha mentito») e quelle di Avvenire («Le carte confermano, caso montato ad arte») si è levato il sussurro del Corriere della Sera che, senza citare fonti, annunciava che «ieri Dino Boffo è andato a Roma e ha presentato le dimissioni da direttore di Avvenire al presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che le ha respinte». Inutile chiedere spiegazioni: telefoni spenti, impegni urgenti, nessuna smentita ufficiale. «Non ce n'è bisogno - si limita a sottolineare un alto prelato - non dobbiamo rispondere a ogni articolo di giornale e in questo momento forse è meglio il silenzio». Una linea abbracciata in pieno dal cappellano di Montecitorio, mons. Rino Fisichella che, a margine della Summer school del Pdl a Frascati, dice: «Sono qui per fare lezione. Conoscete la mia propensione a parlare con i giornalisti ma quando non posso, non posso». A invitare al silenzio sulla vicenda è anche il vicepresidente della Cei, mons.Agostino Superbo, il quale, dalla sua diocesi di Potenza, riconferma la solidarietà a Boffo, affermando che «non ha commesso nulla di rilevante». A svelare, ma non del tutto, il mistero, è il cdr di Avvenire che nel pomeriggio riferisce alla redazione di un colloquio con il direttore. «È vero - ha detto Boffo ai suoi giornalisti - ieri sono stato a Roma», ma l'articolista si è affidato a «semplici deduzioni». Resta da chiedersi il perchè della diffusione di una simile notizia, che alcuni osservatori hanno definito «la materializzazione di un desiderio» di una parte del mondo cattolico. Alimentano questa tesi gli editoriali che accompagnano la presunta notizia. La Cei - ha scritto lo scrittore Vittorio Messori - saputo delle vicende giudiziarie di Boffo, consumatesi tra il 2001 e il 2004, vere o no che siano avrebbe dovuto «cautelarsi», suggerirgli «di defilarsi, assumendo altre cariche, meno esposte a ricatti e scandali». E questo anche «se si fosse trattato di un equivoco». (ANSA).
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Il procedimento per decreto: il decreto penale di condanna.
(A cura di: Avv. Francesca Romanelli e Avv. Silvia Vagnoni)
Procedimento per decreto:
Questo tipo di procedimento, previsto e disciplinato dagli artt. 459 c.p.p. e ss., si caratterizza per l’assenza del contraddittorio e l’emissione di un decreto penale di condanna inaudita altera parte su richiesta del PM, quando all’imputato deve essere applicata solo una pena pecuniaria. Vengono a mancare pertanto sia l’udienza preliminare che il dibattimento. La richiesta motivata del PM va presentata al giudice per le indagini preliminari "entro il termine di sei mesi dalla data in cui il nome della persona alla quale il reato è attribuito è iscritto nel registro delle notizie di reato" (art. 459 c.p.p.), con l’indicazione della misura della pena. Presupposti per tale richiesta sono:
Tale procedimento non è in ogni caso consentito qualora debba applicarsi una misura di sicurezza. Se il giudice accoglie la richiesta, emette decreto penale di condanna. Avverso tale decreto, l’imputato e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria, possono presentare opposizione nel termine di gg. 15 dalla notifica del decreto stesso. Con l’atto di opposizione l’imputato inoltre può richiedere il giudizio immediato, abbreviato o il patteggiamento. Se manca l’opposizione, il decreto di condanna diventa esecutivo, altrimenti il giudice lo revoca e procede nelle forme del rito richiesto. Al fine di evitare che sia sollevata opposizione, il codice prevede la possibilità che il PM chieda l’applicazione di una pena ridotta sino alla metà rispetto al minimo edittale.Il carattere premiale del decreto di condanna è dato anche dal fatto che non comporta la condanna al pagamento delle spese processuali, l’applicazione di pene accessorie, e non ha efficacia di giudicato dei processi civili ed amministrativi. Il reato inoltre si estingue qualora l’imputato non commetta un altro reato della stessa indole nel termine di cinque anni, in caso di delitto, e nel termine di due anni, nel caso di contravvenzione. Si tenga in ogni caso presente che il rito dei procedimenti speciali può subire delle variazioni quando è celebrato dinnanzi al Tribunale in composizione monocratica. (in http://www.studiocataldi.it/guide-procedura-penale/procedimento-per-decreto.asp)
Decreto penale di condanna
(Da Wikipedia, l'enciclopedia libera).
Il decreto penale di condanna fa parte dei cosiddetti riti speciali alternativi al rito ordinario nel processo penale. Come tutti i procedimenti alternativi al rito ordinario è stato creato per l'esigenza di deflazionare il più possibile l'enorme carico di lavoro che grava sui Tribunali in Italia. Esso costituisce un procedimento davvero particolare in quanto consiste in una sorta di condanna che la magistratura inquirente richiede al giudice per le indagini preliminari, quando ritiene fondata la colpevolezza, all'indagato, senza un formale processo (da qui la dizione decreto che come è noto è il tipico provvedimento giuridico emesso senza contradditorio. I casi di procedimento per decreto sono disciplinati dall'art. 459 c.p.p. e sono:
- nei reati procedibili a querela è necessario che il querelante non si sia opposto alla definizione del procedimento con decreto penale;
- il pubblico ministero richiede il provvedimento quando ritiene che si debba applicare soltanto una pena pecuniaria, anche se inflitta in sostituzione della pena detentiva;
- la richiesta va presentata entro sei mesi dalla data in cui l'indagato è iscritto nel registro;
Il pubblico ministero deve motivare la propria richiesta indicando la misura della pena. Il profilo premiale per l'imputato consiste nella possibilità di beneficiare della riduzione della pena sino alla metà, nell'inaplicabilità delle pene accessorie e nel non essere gravato delle spese del giudizio.
L'imputato, qualora volesse protestare la propria innocenza, può opporsi (con apposito atto scritto) a tale provvedimento nei successivi 15 giorni dalla notifica dello stesso. Dall'altro lato, l'interessato consapevole della propria colpevolezza, avrà il vantaggio di vedersi applicata una semplice sanzione pecuniaria, senza dunque rischiare quella detentiva e con notevole risparmio di tempo e danaro necessari per affrontare le lungaggini di un processo in Italia. L'opposizione al decreto penale di condanna non rimuove il provvedimento tanto è vero che la stessa opposizione - in quanto avente natura tecnica di impugnazione - è rinunciabile. La rinuncia deve intervenire prima che il giudice del dibattimento revochi il decreto penale di condanna (quindi negli atti preliminari al dibattimento). Con la rinuncia tempestiva, il giudice dichiara inammissibile l'opposizione e dichiara esecutivo il decreto penale di condanna che così torna a rivivere. La rinuncia può essere fatta personalmente o a mezzo procuratore speciale. Il Legislatore non ha indicato una serie di reati per cui è possibile o meno utilizzare siffatto tipo di rito, salvo quando risulta la necessità di applicare una misura di sicurezza personale. Tuttavia, posto che la condizione necessaria è la possibilità per il pubblico ministero di chiedere una condanna alla sola pena pecuniaria, si ritiene implicitamente che il decreto penela sia applicabile soltanto laddove sia applicabile una pena detentiva entro i tre mesi, l'unica che può sostituirsi con pena pecuniaria della specie corrispondente (multa o ammenda) (art. 53 Legge 689/81). Pertanto dovranno altresì essere esclusi altresì quei soggetti (recidiva, ecc.) e quei reati, per i quali il Legislatore ha vietato comunque la possibilità di una conversione (si rimanda agli artt. 59 e 60 della Legge n. 689 del 24 novembre 81).
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Delle contravvenzioni concernenti l’ordine pubblico e la tranquillità pubblica: la molestia o il disturbo alle persone (art. 660 Cp)
Ai sensi e per gli effetti dell’articolo 660 codice penale si punisce “chiunque, in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo”. Il trattamento sanzionatorio previsto dal legislatore per tale fattispecie incriminatrice è quello dell’arresto fino a sei mesi oppure l’ammenda fino ad € 516. Più in dettaglio, analizzando il testo letterale della norma incriminatrice, si deve rilevare che la“petulanza” deve essere intesa come un comportamento impertinente, arrogante e come un modo di agire non conforme ai principi della società civile. Inoltre, la“petulanza” può essere definita anche come quel modo di agire pressante, ripetitivo, insistente, indiscreto e impertinente che finisce, per il modo stesso in cui si manifesta, per interferire sgradevolmente nella sfera della quiete e della libertà di altre persone. Invece, il “motivo biasimevole” deve essere inteso ed interpretato come ogni motivo riprovevole in sé o in rapporto alle qualità o condizioni della vittima. Infine, la molestia deve essere intesa ed interpretata, sotto un profilo giuridico, come un qualunque comportamento in grado di turbare la vita e, quindi, l’esistenza di terze persone. È importante rilevare che la molestia o il disturbo devono essere valutati avendo per riferimento la psicologia normale media, in relazione cioè al modo di sentire e di vivere comune.
Il sopraccitato articolo 660 c.p. esige il requisito della cd.“pubblicità del luogo” che sussiste tanto nel caso in cui il soggetto attivo si trovi all’interno di un luogo pubblico o aperto al pubblico ed il soggetto passivo in un luogo privato, come anche nell’ipotesi in cui la molestia venga arrecata da un luogo privato nei riguardi di chi si trovi all’interno di un luogo pubblico o aperto al pubblico. I beni-interessi giuridici tutelatidalla predetta norma incriminatrice sono l’ordine pubblico, inteso in generale come pubblica tranquillità, ed anche la quiete privata. Il reato contravvenzionale della molestia o del disturbo alle persone1, di cui all’art. 660 c.p., richiede, in deroga ai principi generali in materia di contravvenzioni, l’elemento psicologico del dolo. In particolare, dall’esame della fattispecie incriminatrice in oggetto emerge che l’elemento psicologico previsto è rappresentato dal dolo specifico, la cui sussistenza deve formare oggetto di puntuale motivazione da parte del giudice di merito. Inoltre, la contravvenzione in oggetto si consuma nel momento in cui la molestia o il disturbo vengono arrecati ad un’altra persona. In sintesi, il reato contravvenzionale di molestia o disturbo alle persone consiste in una qualsiasi condotta oggettivamente idonea a molestare e a disturbare le terze persone, interferendo nell’altrui vita privata e nell’altrui vita relazionale (in tal senso, Cassazione penale, sezione I, sentenza 8 marzo 2006, n. 8198).
Si tratta, altresì, di un reato comune, in quanto può essere commesso da chiunque, e di danno giacché richiede l’offesa in senso naturalistico del bene protetto. Inoltre, il reato de quo è a forma libera, perché la condotta tipica non è prestabilita dal legislatore, e di evento, giacché si perfeziona con la verificazione dell’evento dannoso. Il reato contravvenzionale, di cui all’art. 660 codice penale, non è un reato abituale e può essere realizzato anche con una sola azione di disturbo o di molestia. Qualche hanno fa’, il Giudice delle Leggi ha stabilito che il reato contravvenzionale della molestia o del disturbo alle persone può essere realizzato anche attraverso l’invio dei cd. short messages system cd. SMS3 (e quindi anche con gli MMS) trasmessi attraverso sistemi telefonici mobili oppure fissi. In riferimento al rapporto con altri reati, la Cassazione penale, sezione I, sentenza 29 maggio 2007, n. 21158, ha specificato che“un’unica condotta è in grado di integrare sia il reato di molestia o disturbo alle persone, che il delitto di ingiuria, perché tra le due previsioni non sussiste alcun rapporto di specialità, attesa la diversità dei beni giuridici tutelati dalle rispettive norme incriminatici (Fattispecie che riguardava l’invio insistente di messaggi SMS a mezzo telefono muniti di un contenuto ingiurioso).
Mi accingo ora a trattare di alcuni degli aspetti procedurali in relazione al reato di quo. Innanzitutto, si deve rilevare che la remissione di querela non produce effetti per il reato di molestia o disturbo alle persone (art. 660 c.p.). Infatti, con tale previsione, il legislatore ha voluto tutelare la quiete privata e la tranquillità pubblica con riguardo agli effetti che il suo turbamento ha sull’ordine pubblico, data l’astratta possibilità di reazione. In sintesi, l’interesse privato, individuale, riceve una protezione soltanto riflessa, tanto che la tutela penale viene accordata anche senza e pur contro la volontà delle persone molestate o disturbate. Inoltre, il predetto reato contravvenzionale è di competenza del tribunale in composizione monocratica (art. 33-ter c.p.p.) ed le misure cautelari personali non sono consentite, così come l’arresto ed il fermo.
In conclusione, si tratta di un reato procedibile d’ufficio e, quindi, non soltanto a querela di parte che, tuttavia, è oblabile ex art. 162 bis c.p. (cd. oblazione discrezionale). Infine, molto interessante e significativa, in relazione agli aspetti procedurali del predetto reato contravvenzionale, è stata una sentenza della Cassazione penale, sezione I, del 14 ottobre 1997, n. 5148, che ha sancito la piena legittimità del sequestro preventivo (art. 321 c.p.p.) di una utenza telefonica, della quale è risultata l’utilizzazione continuativa ed esclusiva per commettere il reato di molestie.
1 Integra il reato di molestie, la condotta di continuo ed insistente corteggiamento, che risulti non gradito alla persona destinataria, in quanto tale comportamento è oggettivamente caratterizzato da petulanza. Cassazione penale, sezione I, sentenza 18maggio 2007, n. 19438
2 La pluralità di azioni di disturbo costituisce elemento costitutivo del reato di cui all’art. 660 c.p. e non può, quindi, essere riconducibile all’ipotesi di reato continuato. Cassazione penale, sezione I, sentenza 24 marzo 2004, n. 14512
3 La disposizione di cui all’art. 660 punisce la molestia commessa col mezzo del telefono, e quindi anche la molestia posta in essere attraverso l’invio di short messages system (SMS) trasmessi attraverso sistemi telefonici mobili o fissi, i quali non possono essere assimilati a messaggi di tipo epistolare, in quanto il destinatario di essi è costretto, sia de auditu che de visu, a percepirli, con corrispondente turbamento della quiete e tranquillità psichica, prima di poterne individuare il mittente, il quale in tal modo realizza l’obiettivo di recare disturbo al destinatario. Cassazione penale, sezione III, sentenza 1 luglio 2004, n. 28680
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Avv. Alessandro Amaolo - www.avvocatoamaolo.com - (in http://www.overlex.com/leggiarticolo.asp?id=1586)
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CASO AVVENIRE-FELTRI.
Monsignor Mogavero:
"Per il bene della Chiesa,
il direttore Dino Boffo
potrebbe anche dimettersi".
Monsignor Mogavero, cercando di sbarrare la strada ad eventuali strumentalizzazioni, in serata è tornato sull'argomento precisando: "Confermo la stima e l'apprezzamento per il direttore Dino Boffo e preciso che non ho chiesto in alcun modo le sue dimissioni. Ogni decisione in merito spetta all'interessato e alle autorità che gli hanno conferito il mandato". La solidarietà a Boffo di Bertone e Tettamanzi. IN CODA E IN ALLEGATO GLI ARTICOLI DEL GIORNALE E L'AUTODIFESA DI DINO BOFFO.
Roma, 31 agosto 2009. Nel fascicolo riguardante il procedimento per molestie a carico di Dino Boffo "non c'è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali". A confermarlo è il gip di Terni Pierluigi Panariello. Che cos'è allora la "velina" anonima recapitata ai vescovi italiani (che l'hanno cestinata) e finita nelle mani di Feltri (che l'ha citata testualmente sul Giornale)? "Un'intimidazione che da siciliano definirei di tipo mafioso", risponde monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo. Ricevuta l'informativa sul direttore dell'Avvenire, il monsignore racconta di averla "cestinata" e di essere "rimasto indignato della cosa". Un testo del genere, "indirizzato a più persone", ha lo scopo di "un avvertimento" che, osserva il vescovo, "io da siciliano definirei di tipo mafioso" in particolare "nei confronti dei due cardinali citati, Camillo Ruini e Dionigi Tettamanzi". L'intera vicenda legata a questa informativa per Mogavero è "un affaraccio brutto","inquietante", "spazzatura maleodorante" e "prestarsi a un gioco di questo genere è offensivo della dignità delle persone, della libertà di stampa e anche di una certa professionalità. Non credo proprio - sottolinea - si tratti di un autentico scoop". Il vescovo di Mazara del Vallo ragiona anche sulle conseguenze del caso Boffo. "Bisogna capire - spiega - che quando si entra nel piano della rappresaglia si sa da dove si comincia ma non si sa dove si va a finire, soprattutto perchè esistono persone che poi in queste situazioni ci sguazzano. Certi signori - rimarca - si sono assunti la responsabilità morale di aver messo in moto un meccanismo che speriamo si fermi qui". In merito alla rivendicazione del direttore del Giornale di avere agito in autonomia dal presidente del Consiglio, Mogavero afferma: "Nessuno nega autonomia a Feltri ma non sono disponibile a pensare che nessuno della proprietà del Giornale fosse al corrente di quanto si stava per pubblicare, saremmo fuori dal mondo se si sostenesse una cosa del genere. Può essere che non lo sapesse il presidente del Consiglio - conclude - ma non la proprietà". Tutta la vicenda "peserà sui rapporti Stato-Chiesa". Infatti, "se il premier - continua il vescovo - cerca un riavvicinamento con la Chiesa deve semplicemente cambiare stile di vita, deve semplicemente fare il politico e non il manager o l'uomo di spettacolo". Poi, prosegue Mogavero, "il giudizio sulla sua politica lo daranno il Parlamento e la storia ma se cerca la vicinanza con il mondo ecclesiastico deve assumere un rigoroso stile di vita". "Non ci interessa la sua vita privata - conclude - ci interessa che non ne faccia motivo di spettacolo". Secondo Mogavero la vicenda si trasformerà in "una bomba a orologeria" e, aggiunge, "mi dispiace che il povero Boffo abbia dovuto pagare un prezzo così alto ma se questo è servito a far saltare l'incontro tra il segretario di stato vaticano il card. Tarcisio Bertone e il premier Silvio Berlusconi all'Aquila, sono contento". Tornando sull'argomento e rispondendo alle domande dei giornalisti Mogavero sostiene che Boffo potrebbe anche dimettersi "non certo per ammissione di colpa", ma "per il bene della Ghiesa e del giornale". "Se ritiene che tutta la vicenda - dice il monsignor - pur essendo priva di fondamento, possa nuocere alla causa del giornale o agli uomini di Chiesa Boffo potrebbe anche decidere di dimettersi". Ma così non sarebbe un'ammissione di colpa? "In effetti in Italia chi si dimette è sempre ritenuto colpevole. Ma non sempre è così". Monsignor Mogavero, cercando di sbarrare la strada ad eventuali strumentalizzazioni, in serata è tornato sull'argomento precisando: "Confermo la stima e l'apprezzamento per il direttore Dino Boffo e preciso che non ho chiesto in alcun modo le sue dimissioni. Ogni decisione in merito spetta all'interessato e alle autorità che gli hanno conferito il mandato". Anche il cardinale Dionigi Tettamanzi in serata prende la parola per rinnovare a Boffo la sua stima e la sua gratitudine "per il servizio che rende alla comunità cristiana e al nostro Paese, e dico la mia vicinanza umana ed evangelica per il momento di prova che sta attraversando". "Una stima - spiega l'arcivescovo di Milano - e una gratitudine che si fondano sul lavoro quotidiano che tutti possono riscontrare leggendo Avvenire e che lettere anonime (di cui si parla e che anche io a suo tempo ho ricevuto e in quanto tali, come mio costume, non ho preso in considerazione) non possono vanificare". Ieri sera dal Vaticano era arrivata una telefonata di incoraggiamento e sostegno a Boffo anche dal segretario di Stato Tarcisio Bertone. (Ansa, Repubblica, affar italiani.it)
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Corriere della Sera 31/8/2009.
Il caso «Avvenire» - Le carte.
Il «mini dossier» che
accusa Boffo
spedito ai vescovi
L’intestazione: riscontro a richiesta di informativa. Il testo consegnato a tutti i prelati tre mesi fa. IN CODA E IN ALLEGATO GLI ARTICOLI DEL GIORNALE E L'AUTODIFESA DI DINO BOFFO.
MILANO — Il suo anonimo estensore, chiunque sia, l’ha intitolato «Riscontro a richiesta di informativa di Sua Eccellenza»: e la prima osservazione, in effetti, è che nessun atto giudiziario tecnicamente definibile come tale porterebbe mai una intestazione del genere. Fatto sta che la famosa «nota» di cui tutta Italia sta parlando da tre giorni è questa qui: un foglio con 30 righe dattiloscritte in cui figurano espressioni tipo «prefato», «attenzionato», nonché un discreto «sconcie» con la «i» a descrizione delle telefonate che sarebbero valse a Dino Boffo, direttore dell’ Avvenire , quei 516 euro di ammenda patteggiati nel 2004 davanti al tribunale di Terni. La prima notizia di cui si è avuta definitiva conferma ieri è che quel foglio, appunto, non è un atto giudiziario bensì una lettera anonima. La seconda è che si tratta dello stesso foglio che praticamente tutti i vescovi d’Italia avevano ricevuto per posta, insieme con la fotocopia assai più stringata dell’effettivo decreto di patteggiamento, addirittura tre mesi fa: e che tutti quanti, a suo tempo, avevano buttato nel cestino. A questo proposito può valere per tutte la dichiarazione rilasciata sabato da monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze a sua volta citato nel foglio in questione: «Quanto ai fogli anonimi che circolano in questi giorni, assurti al rango di 'informativa', li ho sempre ritenuti degni del cestino della spazzatura, quella spazzatura da cui provengono e devono tornare». Riassumiamo. Siamo a fine maggio. Anche se il caso «Berlusconi-Noemi», in quel periodo, si è già trasformato ormai da settimane nell ’assai più ampio caso «Berlusconi+altre» lo scontro con Avvenire sulla morale del premier è ancora ben al di là da venire: gli interventi del direttore Dino Boffo sull’argomento, infatti, prendono il via solo il mese scorso. Eppure è già allora, tre mesi fa appunto, che sulle scrivanie delle curie italiane arrivano due fogli A4 spillati insieme e spediti da non si sa chi. Uno è la fotocopia di un vero certificato del casellario giudiziale di Terni (GUARDA) . Vi si leggono solo gli estremi di un decreto penale che il 9 agosto 2004 condannava Dino Boffo alla «ammenda di 516 euro» per il «reato di molestia alle persone commesso in Terni nel gennaio 2002»: nessun dettaglio ulteriore. Il secondo foglio (GUARDA) è quello di cui si diceva in principio. Chi lo scrive non lo intesta né a un giudice né a un pm, ma appunto a una fantomatica «Eccellenza » che gliene avrebbe fatto «richiesta »: ora è vero che questo è il titolo dei vescovi ma è anche quello, per esempio, dei prefetti. E il linguaggio del documento non assomiglia per niente a chi si intende di cose di Chiesa. Vi si legge così, come a spiegazione di quel che nel decreto non c’è, tutto quel che Il Giornale ha riportato venerdì scorso e cioè che «la condanna è stata originata da più comportamenti posti in essere dal prefato ». E che «il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconcie (sic) e offensive » eccetera, e che «il Procuratore della Repubblica rinviava a giudizio il prevenuto» (anche se una procura lo chiede, non lo decide), e che «Boffo aveva tacitato la parte offesa con un notevole risarcimento finanziario che...»: e la frase riprende la riga sotto con «per questo aveva ritirato la querela ». La nota continua si chiude come ormai si sa: «Noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia», «gode di alte protezioni, correità e coperture in sede ecclesiastica», la chiamata in causa dei cardinali Ruini e Tettamanzi nonché di monsignor Betori in quanto «a conoscenza » del «reato commesso». L’ultimo accenno riguarda gli incarichi di Boffo: la sua «preposizione » ad Avvenire e alla «televisione della S. Sede», quindi «l’appartenenza all’ente Toniolo che governa l’Università Cattolica». Paolo Foschini
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Repubblica 31/8/2009.
Una copia del certificato del casellario giudiziale del direttore di Avvenire. con un secondo foglio: "Riscontro a richiesta di informativa di sua Eccellenza".
Boffo, la "velina" anonima arrivò a tutti i vescovi.
Il primo a rivelare di aver cestinato la lettera è stato Betori a Firenze
di ZITA DAZZI
MILANO - Una fotocopia del certificato del casellario giudiziale del direttore di Avvenire, Dino Boffo. E, attaccato con una graffetta, un secondo foglio, dattiloscritto, non firmato e compilato in un italiano malfermo, dal titolo elusivo: "Riscontro a richiesta di informativa di sua Eccellenza". In queste due pagine, arrivate oltre due mesi fa sulle scrivanie di tutti i vescovi italiani, era scritta la storia che in questi giorni il Giornale della famiglia Berlusconi ha sbattuto in prima pagina. 'arcivescovo di Milano Dionigi Tettamanzi, viene citato nel documento anonimo, come il cardinale Camillo Ruini e come il vescovo di Firenze Giuseppe Betori. Ed è proprio monsignor Betori a rivelare di aver cestinato quella lettera senza mittente e a scagliarsi contro i "fogli anonimi che circolano in questi giorni, assurti al rango di 'informativa'. Li ho sempre ritenuti - come ogni missiva anonima - degni del cestino della spazzatura, da cui provengono e devono tornare". Della missiva si parlava da tempo negli ambienti ecclesiastici ed erano in molti a interrogarsi sulla provenienza di quel materiale imbarazzante e pieno di insinuazioni sul direttore del quotidiano della Cei. Nessuno aveva dubbi sul primo dei due fogli, visto che, pur essendo stata cancellata col pennarello la sede, c'era il timbro di una Procura della Repubblica e un estratto del casellario dal quale risulta il decreto penale del Tribunale di Terni a carico di Boffo. Ma sulla seconda pagina, gli alti prelati che l'hanno ricevuta, hanno visto l'ombra di una qualche burocrazia legata ai servizi segreti o di qualche nemico del giornalista nello stesso mondo cattolico. È il linguaggio, poco giuridico, a tradire l'estensore del secondo foglio, ripreso senza alcuna modifica dall'articolo sul Giornale di Vittorio Feltri e citato come "nota informativa" in accompagnamento all'atto del giudice per le indagini preliminari. "Il Boffo è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni - si legge testualmente, con tanto di errori di ortografia - destinataria di telefonate sconcie e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo aveva una relazione omosessuale". Le stesse parole dell'articolo che ha puntato l'indice contro il direttore di Avvenire, reo di aver espresso critiche nei confronti del presidente del Consiglio. I cardinali e i vescovi che hanno ricevuto la missiva anonima non hanno tenuto in nessun conto le altre notizie peccaminose che si leggono nel messaggio: "Il Boffo è un noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni e gode indubbiamente di alte protezioni, correità e coperture in sede ecclesiastica". Il vescovo di Firenze Betori, amico di lunga data del direttore di Avvenire, non ha dubbi di fronte a quei veleni: "Quale sia la mia stima e fiducia nei confronti del dottor Boffo lo mostra la collaborazione con lui instaurata negli anni del mio servizio alla Cei".
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BOFFO. FASCICOLO IN ARCHIVIO: NO COMMENT PROCURATORE di TERNI
Terni, 31 agosto 2009. E’ conservato negli archivi del tribunale di Terni il fascicolo processuale riguardante il direttore di Avvenire Dino Boffo. Una vicenda sulla quale stamani non ha voluto fare commenti il procuratore della Repubblica Fausto Cardella. Il magistrato, che all’epoca dei fatti non guidava ancora l’ufficio, è rimasto stamani nella sua stanza impegnato nella normale attività. Con i giornalisti non è voluto entrare nel merito della vicenda. Si è limitato a confermare che nessuna iniziativa è stata presa dalla Procura in seguito alla pubblicazione della notizie riguardanti Boffo da parte de Il Giornale. Non si trovano invece più a Terni il pubblico ministero che coordinò l’inchiesta e il gip che firmò il decreto penale di condanna nei confronti di Boffo per molestie. (ANSA).
BOFFO. VIAN (OSS. ROMANO): SU AVVENIRE EDITORIALI ESAGERATI
Roma, 31 agosto 2009. “E’ vero, sulle vicende private di Silvio Berlusconi non abbiamo scritto una riga. Ed è una scelta che rivendico, perché ha ottime ragioni”. Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore romano, prende le distanze da un giornalismo che “pare diventato - osserva in un colloquio pubblicato dal Corriere della sera - la prosecuzione della lotta politica con altri mezzi. Segno che la politica, in tutti i suoi schieramenti, è piuttosto debole. Infatti da alcuni mesi la contesa tra partiti - spiega - sembra svolgersi soprattutto sui giornali, che hanno assunto un ruolo non soltanto informativo, come mostrano anche le vicende degli ultimi giorni”. Sulla solidarietà a Dino Boffo non si discute, ma Vian esprime qualche perplessità sulle scelte di Avvenire: “Non si è forse rivelato imprudente ed esagerato - chiede - paragonare il naufragio degli eritrei alla Shoah, come ha suggerito un editorialista del quotidiano cattolico?”. E “come dar torto al ministro degli Esteri italiano - insiste il direttore dell’Osservatore romano - quando ricorda che il suo governo è quello che ha soccorso più immigrati, mentre altri, penso per esempio a quello spagnolo, proprio sugli immigrati usano di norma una mano molto più dura? Mi sembra davvero un caso clamoroso, nei media, di due pesi e di due misure”. Peraltro, assicura Vian, i rapporti tra Italia e Santa Sede “sono buoni. Berlusconi è stato il primo a chiarire che non sarebbe andato a Viterbo per la prossima visita del Papa quando ha capito che la sua presenza avrebbe causato strumentalizzazioni”. E l’incontro all’Aquila “é saltato per non alimentare le polemiche”, ma “si è trattato di un gesto concordato, di responsabilità istituzionale da entrambe le parti. Tanto più che i rapporti tra le due sponde del Tevere - insiste Vian - sono eccellenti, come più volte è stato confermato”. Insomma, “nelle relazioni tra Repubblica italiana e Santa Sede non cambia nulla”. (ANSA).
AVVENIRE. FELTRI: PER BAGNASCO ‘IL GIORNALE’ E’ DISGUSTOSO. E BOFFO?
Roma, 31 agosto 2009. ”Il Cardinale Bagnasco giudica disgustoso il nostro attacco, ma non giudica disgustoso l’episodio che lo ha generato e di cui e’ stato protagonista Dino Boffo. Che razza di morale e’ questa? Da quando in qua raccontare un reato e’ peggio che commetterlo? Sua Eminenza e’ fuori strada, e come lui i quotidiani che si sono accodati acriticamente”. In questi termini Vittorio Feltri, nel suo editoriale di stamane, torna sul ‘caso Boffo’. Per difendersi dalle accuse di falso, il direttore de ‘Il Giornale’ pubblica in prima pagina il testo della Procura da cui si apprende dell’avvenuta esecuzione della pena inflitta ed il reato relativo al direttore dell”Avvenire’. ”Leggete e mettetevi il cuore in pace - scrive Feltri -. La realta’ e’ questa: Boffo ha patteggiato, e perche’ lo abbia fatto sono affari suoi, che se vuole puo’ spiegare”. Feltri replica poi a Eugenio Scalfari che, su ‘la Repubblica’, aveva parlato di una sua visita da Berlusconi, dopo la nomina al ‘Giornale’, per predisporre il nuovo piano editoriale del quotidiano. ”A palazzo Chigi sono andato l’ultima volta quattro o cinque anni fa”, dice Feltri, e, quanto alle telefonate, ”con il Cavaliere ho parlato in un passato non remoto per un totale di un paio di minuti, non certo sufficienti a elaborare una strategia di killeraggio. Ergo, la patacca e’ di ‘Repubblica’, non del ‘Giornale’. Il killer non sono io, bensi’ Scalfari. Dunque ‘la Repubblica’ e’ inattendibile”. (ANSA)
Il gip di Terni: "Nessuna nota sulle inclinazioni sessuali di Boffo"
Roma, 31 agosto 2009. Nel fascicolo riguardante il procedimento per molestie a carico di Dino Boffo «non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali». A confermarlo ai giornalisti è stato oggi il gip di Terni Pierluigi Panariello. Il giudice si sta occupando della vicenda essendo stato chiamato a decidere in merito alle richieste di accesso agli atti presentate oggi da diversi giornalisti. Sull’istanza dei giornalisti deve esprimere un parere anche il procuratore della Repubblica Fausto Cardella. Dopo che lo avrà fatto gli atti passeranno al gip che dovrà pronunciarsi (una decisione è attesa non prima di domani mattina). Già in passato altri cronisti presentarono richiesta di accesso agli stessi atti ma il gip di allora respinse le istanze. La vicenda di Boffo venne definita con un decreto penale di condanna di 516 euro relativo al reato di molestie alla persona, anche se - secondo quanto si è appreso - il pm avrebbe potuto ridurre della metà la pena. Un atto al quale il direttore di Avvenire non fece opposizione e quindi la vicenda si chiuse senza la celebrazione del processo. Tra gli atti del procedimento non figurano intercettazioni telefoniche. Ci sono invece i tabulati relativi al telefono di Boffo dal quale partirono le presunte chiamate moleste. (www.lastampa.it)
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AVVENIRE –Lettere-30/8/2009
Il direttore Dino Boffo
risponde a Vittorio Feltri
(“Non un’informativa,
ma un’emerita patacca”)
e poi annuncia una querela.
(Seguono gli articoli di Lorenzo
Salvia e Giuseppe D'Avanzo.
Il Giornale pubblica il certificato
penale del direttore Dino Boffo).
In coda e in allegato
gli articoli del "Giornale"
Il mitico Feltri sventola il giorno dopo un foglio e dice che lui ha in mano i documenti. E, perdinci, cosa fa un giornalista quando gli arriva in mano un documento? Nell'Italia della sprovvedutezza e dell'ignavia, almeno lui agisce e pubblica, punto e chiuso. Già, ma perché prima che sia troppo tardi, non c'è qualcuno che si prende la briga di informarlo che quella che sventaglia come la provvida sciabola della giustizia è solo una traccia contorta e oscura che qualcuno ha confezionato e fatto girare in attesa che un allocco si presti al gioco? È sorprendente che proprio il Mourinho dei direttori, il più mediatico dei mediatici, il più elegantone degli eleganti, il principe dei furboni, non si sia peritato di sottoporre previamente a qualche conoscitore di cose giuridico-giudiziarie quel cosiddetto documento - e se si trattasse di una banale lettera anonima, degna di ritornare tra quella spazzatura da cui proviene? - per smascherarne eventuali aporie, incongruenze, o addirittura strafalcioni. Nella congerie di insinuazioni di cui si raccontava sul Giornale di venerdì, non avevo neppure fatto troppo caso a dove si diceva che sarei stato da tempo «già attenzionato dalla Polizia di Stato per le mie frequentazioni» (ora, a scriverla, mi manca il fiato). Le cose assurde erano talmente tante, che onestamente questa non mi aveva colpito più di altre. Fino a quando non mi ci ha fatto tornare Roberto Maroni allorché, con una telefonata per me assolutamente inattesa, ha voluto manifestarmi la sua solidarietà e il senso di schifo che gli nasceva dalle cose lette. Ma il ministro dell'Interno teneva anche ad assicurarmi di aver ordinato un'immediata verifica nell'apparato di pubblica sicurezza che da lui dipende, e che nulla, assolutamente nulla di nulla era emerso. È solo un esempio, appunto. Ma si potrebbe spulciare riga per riga di quel fantomatico documento (vera «sòla») e controbattere, e far emergere di quel testo anzitutto l'implausibilità tecnica, poi magari quella sostanziale. Lo faremo, se necessario. Fin d'ora però, a me non interessa polemizzare istericamente con Feltri, per allertare invece l'opinione pubblica su qualche altra porcata che puntualmente verrà fuori, e che magari Feltri stesso ha «prudentemente» tenuto per un eventuale secondo tempo. Poi, si sa, una perla cattiva attira l'altra, come le ciliegie. Rimane però il mistero iniziale: come avrà mai fatto il primo degli astuti a non porsi una domandina elementare prima di dare il via libera alla danza (infernale): questo testo che ho in mano è realmente un'«informativa» che proviene da un fascicolo giudiziario oppure è una patacca che, con un minimo appiglio, monta una situazione fantasiosa, fantastica, criminale? Perché, collega Feltri, questa domandina facile facile non te la sei posta? Ma se te la fossi fatta, sei proprio sicuro di avere vicino a te le persone e le competenze giuste per compiere i passi a seconda della gamba? Non sei corso troppo precipitosamente a inaugurare la tua nuova stagione al timone di quello che non è più un foglio corsaro ma il quotidiano della famiglia del presidente del Consiglio, che ti paga credo lautamente? Ad un certo punto, nella giornata di venerdì, nel sito del Giornale è comparso il testo di un lettore non certo mio amico (alfo.m., che ha trovato spazio anche sul sito dell'Uaar). Spulciando i vostri articoli, costui annotava «l'incredibile quantità di strafalcioni ed inesattezze giuridiche», e didatticamente li elencava (riproduciamo questa lettera, riquadrata, qui sotto). Peccato che quel contributo sia prontamente sparito dall'online, avrebbe potuto far aprire gli occhi a quelli ancora ingenui che in buona fede credono a quello che scriviamo, e non sanno invece con quanta leggerezza talora impegniamo le nostre truppe in campagne tanto veementi quanto malaccorte. Un divertissement, per noi lo scrivere, come per qualche volpone o volpina lo era - non più tardi di giovedì sera - aggirarsi per gli stand dell'ignaro Meeting menando vanto per l'imminente cannoneggiamento del tuo giornale. Non importa se il divertissment ammazza moralmente una persona, l'importante è il sollazzo. Una scuola di giornalismo anche questa. Già, ma attento, tu naturalmente sai più cose di me, e tuttavia potresti non esserti accorto che si sta restringendo l'area dei lettori che a noi credono sempre e comunque. L'area di quelli che scorgono, dentro la nostra sciagurata categoria, gli intemerati cavalieri senza macchia e senza paura. Quando anche costoro si desteranno, per quelli di una certa scuola sarà la fine. Peccato che nel frattempo - temo - avranno definitivamente ammazzato la professione. Per ora sappi che hai pestato una cacca ciclopica. Auguri.
Post scriptum: 1) Ho visto che i tuoi amici (Sgarbi, Capezzone, Renato Farina...) sono preoccupati per un'aggressione ai tuoi danni che vedono profilarsi all'orizzonte: essi hanno la mia stima, li condivido e li ringrazio, dobbiamo infatti riuscire a vivere in modo che non ci siano aggressori proprio perché non ci sono aggrediti, nello spirito di quella Perdonanza cui ci richiama Giuliano Ferrara. Non c'è bisogno infatti del conflitto violento neppure nella contesa più aspra, e da parte mia ti prometto che quanto di fondamentale non farà spontaneamente capolino davanti all'opinione pubblica, emergerà civilmente e pacatamente in un tribunale della Repubblica, cui i miei avvocati già lunedì si presenteranno per la querela. 2) Tu e, molto più modestamente io, siamo ormai direttori di lungo corso. Non so tu, ma io ho passato gran parte dei miei quindici anni da direttore a incontrare persone che volevano fare il giornalista, a verificare i loro percorsi, a ragionare sulle loro ipotesi interpretative. Non tutti i contatti sono finiti bene e, non so a te, ma a me è capitato che qualcuno di essi sia tecnicamente finito male, nel senso che alla fine io abbia ritenuto (indovinando, sbagliando? non lo so) che quel dato giovane collega, magari abile, non fosse tuttavia adeguato ad Avvenire. Ecco, permettimi un suggerimento: cerca in questi giorni di non fare del male al tuo giornale e ai tuoi lettori concedendo la ribalta a chi forse appare molto informato (si spiegherà anche lui in tribunale), ma potrebbe mirare soltanto a saldare qualche vecchio conto. Grazie. (in http://www.avvenire.it/Lettere/boffo+feltri_200908300617275930000.htm
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Corriere della Sera 30/8/2009.
Il direttore Boffo si difende: questa la mia verità sui fatti di Terni. La telefonata dal ministro Maroni.
TERNI — Il giorno dopo Dino Boffo si difende a tutto campo. E, in un lungo articolo pubblicato oggi sull’ Avvenire , parte dal cuore del problema, dai documenti che sono stati pubblicati dal Giornale . Prende lo spunto da un passaggio preciso, quello in cui si dice che «era soggetto già attenzionato dalla polizia di Stato per le sue frequentazioni». Parole che, secondo quanto lascia intendere il quotidiano che fa capo alla famiglia Berlusconi, sarebbero contenute in un’informativa scritta dalla polizia quando ancora si era nella fase delle indagini preliminari. Frasi che hanno provocato anche le proteste della comunità gay e di diversi politici che hanno parlato di «pericolo schedatura per gli omosessuali». Secondo Boffo— tra i più critici nella ultime settimane sulla condotta morale del presidente del consiglio — si tratterebbe di un errore, di un falso, di una trappola congegnata ad arte per attaccarlo. Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha telefonato al direttore dell’ Avvenire per esprimergli la sua solidarietà. Ed ha escluso che quella frase fosse contenuta in un’informativa di polizia e che le forze dell’ordine lo abbiano mai «attenzionato» per le sue frequentazioni. Anzi gli ha assicurato che, dopo una rapida verifica, su di lui non sarebbe emerso nulla. Cosa potrebbe essere successo? Se non in un’informativa di polizia la frase, e forse non solo quella, potrebbe essere contenuta invece in una lettera arrivata alla Fondazione Toniolo, ente culturale di grande importanza per la Chiesa e per la Cei, la Conferenza episcopale italiana, e che ha tanta influenza anche nella scelta del direttore dell’Avvenire . Una lettera anonima nella quale si diceva che Boffo aveva frequentazioni omosessuali e che, come tutte le lettere anonime, la fondazione ha deciso di cestinare ed ignorare. È possibile che proprio a questo si riferisse monsignor Giuseppe Betori, ex segretario della Cei ed oggi arcivescovo di Firenze, quando a proposito degli attacchi del Giornale ha parlato di «spazzatura». Su questo insiste Boffo, sostenendo che l’intera vicenda sarebbe in realtà una montatura, che tante sarebbero le incongruenze tecniche e di sostanza. E che il tutto potrebbe essere partito da chi con lui aveva qualche vecchio conto da saldare, magari per dissapori nati sul piano professionale. Anche la condanna per molestie, secondo quanto Boffo ha ripetuto anche in passato e sostiene ancora adesso, potrebbe essere diversa da come è stata presentata. Verso la fine del 2000 il direttore dell’Avvenire avrebbe scelto come suo collaboratore un ragazzo che era ospite della Comunità incontro, il centro di recupero per ex tossicodipendenti fondato da don Pierino Gelmini vicino ad Amelia, in Umbria. Era un modo per aiutare una persona in difficoltà a ricostruirsi una nuova vita. Ma sarebbe stato proprio quel ragazzo a fare quelle telefonate insistenti alla signora di Terni che poi ha querelato per molestie il direttore dell’Avvenire. Boffo avrebbe deciso di proteggere il ragazzo preferendo chiudere la vicenda nel più breve tempo possibile. E sarebbe stato questo a spingerlo a patteggiare davanti al giudice per l’udienza preliminare di Terni e pagare l’ammenda di 516 euro. «La condanna — si legge nei documenti pubblicati dal Giornale — è stata originata da più comportamenti posti in essere in Terni dall’ottobre 2001 al gennaio 2002, mese quest’ultimo nel quale, a seguito di intercettazioni telefoniche disposte dall’autorità giudiziaria, si è costatato il reato». Le telefonate insistenti, quindi, sarebbero partite dal cellulare di Boffo ma non sarebbe stato lui l’autore delle minacce, bensì il suo collaboratore, poi morto per overdose. Almeno secondo la versione dei fatti che lo stesso direttore dell’ Avvenire aveva dato già in passato, quando le prime voci cominciarono a circolare. Sempre nella comunità di don Gelmini, come ex tossicodipendente da recuperare, sarebbe passato anche il marito della signora oggetto della telefonate moleste, cioè l’uomo con il quale — secondo il Giornale — Boffo «aveva una relazione omosessuale». Ma su queste voci nella Comunità Incontro non si trovano conferme.
Lorenzo Salvia
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Repubblica – 30 agosto 2009
Chi ha dato a Feltri la falsa "nota informativa"?
Su Boffo una velina che non viene dal Tribunale
di GIUSEPPE D'AVANZO
LA "nota informativa", agitata dal Giornale di Silvio Berlusconi per avviare un rito di degradazione del direttore dell'Avvenire, Dino Boffo, non è nel fascicolo giudiziario del tribunale di Terni. Non c'è e non c'è mai stata. Come, in quel processo, non c'è alcun riferimento - né esplicito né implicito - alla presunta "omosessualità" di Dino Boffo. L'informazione potrebbe diventare ufficiale già domani, quando il procuratore della Repubblica di Terni, Fausto Cardella, rientrerà in ufficio e verificherà direttamente gli atti. Bisogna ricordare che il Giornale, deciso a infliggere un castigo al giornalista che ha dato voce alle inquietudini del mondo cattolico per lo stile di vita di Silvio Berlusconi, titola il 28 agosto a tutta pagina: "Il supermoralista condannato per molestie/ Dino Boffo, alla guida del giornale dei vescovi italiani e impegnato nell'accesa campagna stampa contro i peccati del premier, intimidiva la moglie dell'uomo con il quale aveva una relazione". Il lungo articolo, a pagina 3, dà conto di "una nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore disposto dal Gip del tribunale di Terni il 9 agosto del 2004". La "nota" è l'esclusivo perno delle "rivelazioni" del quotidiano del capo del governo. L'"informativa" subito appare tanto bizzarra da essere farlocca. Nessuna ordinanza del giudice per le indagini preliminari è mai "accompagnata" da una "nota informativa". E soprattutto nessuna informativa di polizia giudiziaria ricorda il fatto su cui si indaga come di un evento del passato già concluso in Tribunale. Scrive il Giornale: "Il Boffo - si legge nell'informativa - è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla onde lasciasse libero il marito con il quale Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio, il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un'ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela...". È lo stralcio chiave dell'articolo punitivo. È falso che quella "nota" accompagni l'ordinanza del giudice, come riferisce il Giornale. L'"informativa" riepiloga l'esito del procedimento. Non è stata scritta, quindi, durante le indagini preliminari, ma dopo che tutto l'affare era già stato risolto con il pagamento dell'ammenda. Dunque, non è un atto del fascicolo giudiziario. Per mero scrupolo, lo accerterà anche il procuratore di Terni Cardella che avrà modo di verificare, con i crismi dell'ufficialità, che la nota informativa non è agli atti e che in nessun documento del processo si fa riferimento alla presunta "omosessualità" di Boffo. La "nota informativa", pubblicata dal Giornale del presidente del Consiglio, è dunque soltanto una "velina" che qualcuno manda a qualche altro per informarlo di che cosa è accaduto a Terni, anni addietro, in un "caso" che ha visto coinvolto il direttore dell'Avvenire. L'evidenza sollecita qualche domanda preliminare: è vero o falso che Dino Boffo sia "un noto omosessuale attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni"? È vero o falso che la polizia di Stato schedi gli omosessuali? Sono interrogativi che si pone anche Roberto Maroni, la mattina del 28 agosto. Il ministro chiede al capo della polizia, Antonio Manganelli, di accertare se esista un "fascicolo" che dia conto delle abitudini sessuali di Dino Boffo. Dopo qualche ora, il capo della polizia è in grado di riferire al ministro che "né presso la questura di Terni (luogo dell'inchiesta) né presso la questura di Treviso (luogo di nascita di Boffo) esiste un documento di quel genere" e peraltro, sostiene Manganelli con i suoi collaboratori, "è inutile aggiungere che la polizia non scheda gli omosessuali: tra di noi abbiamo poliziotti diventati poliziotte e poliziotte diventate poliziotti". "Da galantuomo", come dice ora il direttore dell'Avvenire, Maroni può così telefonare a Dino Boffo e assicurargli che mai la polizia di Stato lo ha "attenzionato" né esiste alcun fascicolo nelle questure in cui lo si definisce "noto omosessuale". Risolte le domande preliminari, bisogna ora affrontare il secondo aspetto della questione: chi è quel qualcuno che redige la "velina"? Per quale motivo o sollecitazione? Chi ne è il destinatario? C'è un secondo stralcio della cronaca del Giornale che aiuta a orientarsi. Scrive il quotidiano del capo del governo: "Nell'informativa si legge ancora che (...) delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo "sono a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori"". C'è qui come un'impronta. Nessuna polizia giudiziaria, incaricata di accertare se ci siano state o meno molestie in una piccola città di provincia (deve soltanto scrutinare i tabulati telefonici), si dà da fare per accertare chi sia o meno a conoscenza nella gerarchia della Chiesa delle presunte "debolezze" di un indagato. Che c'azzecca? E infatti è una "bufala" che il documento del Giornale sia un atto giudiziario. E' una "velina" e dietro la "velina" ci sono i miasmi infetti di un lavoro sporco che vuole offrire al potere strumenti di pressione, di influenza, di coercizione verso l'alto (Ruini, Tettamanzi, Betori) e verso il basso (Boffo). È questo il lavoro sporco peculiare di servizi segreti o burocrazie della sicurezza spregiudicate indirizzate o messe sotto pressione da un'autorità politica spregiudicatissima e violenta. È il cuore di questa storia. Dovrebbe inquietare chiunque. Dovrebbe sollecitare l'allarme dell'opinione pubblica, l'intervento del Parlamento, le indagini del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir), ammesso che questo comitato abbia davvero la volontà, la capacità e soprattutto il coraggio civile, prima che istituzionale, di controllare la correttezza delle mosse dell'intelligence. Quel che abbiamo sotto gli occhi è il quadro peggiore che Repubblica ha immaginato da mesi. Con la nona delle dieci domande, chiedevamo (e chiediamo) a Silvio Berlusconi: "Lei ha parlato di un "progetto eversivo" che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?". Se si guarda e si comprende quel che capita al direttore dell'Avvenire, è proprio quel che accade: il potere che ci governa raccoglie dalla burocrazia della sicurezza dossier velenosi che possano alimentare campagne di denigrazione degli avversari politici. Stiamo al "caso Boffo". La scena è questa. C'è un giornalista che, rispettando le ragioni del suo mestiere, dà conto - con prudenza e misura - del disagio che nelle parrocchie, nei ceti più popolari del cattolicesimo italiano, provoca la vita disordinata del capo del governo, il suo modello culturale, il suo esempio di vita. È un grave smacco per il presidente del Consiglio che vede compromessa credibilità e affidabilità in un mondo che pretende elettoralmente, indiscutibilmente suo. È un inciampo che può deteriorare anche i buoni rapporti con la Santa Sede o addirittura pregiudicare il sostegno del Vaticano al suo governo. Lo sappiamo, con la fine dell'estate Berlusconi decide di cambiare passo: dal muto imbarazzo all'aggressione brutale di chi dissente. Chiede o fa chiedere (o spontaneamente gli vengono offerte da burocrati genuflessi e ambiziosissimi) "notizie riservate" che, manipolate con perizia, arrangiate e distorte per l'occasione, possono distruggere la reputazione dei non-conformi e intimidire di riflesso i poteri - in questo caso, la gerarchia della Chiesa - con cui Berlusconi deve fare i conti. Quelle notizie vengono poi passate - magari nella forma della "lettera anonima" redatta da collaboratori dei servizi - ai giornali direttamente o indirettamente controllati dal capo del governo. In redazione se ne trucca la cornice, l'attendibilità, la provenienza. Quei dossier taroccati diventano così l'arma di una bastonatura brutale che deve eliminare gli scomodi, spaventare chi dissente, "educare" i perplessi. A chi altro toccherà dopo Dino Boffo? Quanti sono i dossier che il potere che ci governa ha ordinato di raccogliere? E contro chi? E, concluso il lavoro sporco con i giornalisti che hanno rispetto di se stessi, a chi altro toccherà nel mondo della politica, dell'impresa, della cultura, della società? (in http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-23/davanzo-velina/davanzo-velina.html)
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La replica del Giornale: ecco la sentenza del tribunale di Terni
Il direttore dell'Avvenire spiega che "non esiste nessuna condanna" poi racconta la telefonata del ministro degli Interni Maroni che gli avrebbe assicurato che "la polizia non scheda gli omosessuali". E annuncia la querela. La replica del Giornale: ecco la sentenza del tribunale di Terni. E Berlusconi conferma l'indipendenza del quotidiano: "Mai parlato con Feltri". (in http://www.ilgiornale.it/)
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Il Giornale 29/8/2009
La rabbia dei moralisti smascherati
di Vittorio Feltri
I nemici del Giornale si sono scatenati. Non hanno gradito gli articoli che abbiamo pubblicato ieri su Dino Boffo, direttore dell’Avvenire (quotidiano dei vescovi italiani) e capofila dei moralisti impegnati a lanciare anatemi contro Silvio Berlusconi per le sue vicende private. Sono piovute su di noi critiche aspre e in alcuni casi violente. Quel Feltri - grida scandalizzato Boffo - è un killer. Tuttavia non ha smentito una riga di quanto scritto; già, non poteva farlo, perché la notizia che lo riguarda è vera, e purtroppo per lui non è una sciocchezza irrilevante. Egli ha patteggiato nel tribunale di Terni e pagato una sanzione pecuniaria per una storiaccia di molestie alla moglie di un uomo col quale il signor direttore Savonarola aveva una relazione omosessuale. Intendiamoci. La relazione omosessuale era ed è affare suo, ma il reato per il quale ha patteggiato, ossia le molestie, non è mica tanto privato poiché trattato in un’aula di Giustizia. Detto questo, nessuno, tantomeno al Giornale, si sarebbe occupato di una cosa simile se lui, il Principe dei moralisti, non avesse fatto certe prediche dal pulpito del foglio Cei per condannare le presunte dissolutezze del Cavaliere. Adesso i cittadini sanno che il lapidatore non ha le carte in regola per lapidare alcuno. Le reazioni sgangherate registrate ieri su questo fatto (e immagino la stampa di oggi quanto strillerà) dimostrano la malafede e il doppiopesismo di tanti politici e giornalisti. Per mesi la Repubblica (e non solo) ha sbattuto in prima, seconda, terza pagina articoli zeppi di insinuazioni, intercettazioni galeotte, interviste a prostitute e amiche di prostitute: una campagna interminabile finalizzata a demolire la reputazione del presidente del Consiglio, enfatizzando le sue performance di amatore instancabile. I giornali sedicenti indipendenti e i politici progressisti hanno applaudito al gossip, talvolta alimentandolo; poi noi scopriamo che uno dei massimi censori, il numero uno di Avvenire, è un tipo che prima di parlare male di altri dovrebbe guardarsi allo specchio, e veniamo ricoperti di insulti. Craxi diceva: a brigante, brigante e mezzo. Aveva ragione. In seguito alle nostre rivelazioni la cena prevista ieri sera fra il premier e il cardinal Bertone è stata annullata per evitare strumentalizzazioni. La Cei, non senza imbarazzo, ha espresso generica e formale solidarietà a Boffo; non poteva fare diversamente. Forse non era al corrente del vizietto del suo portavoce giornalistico e, quand’anche fosse stata informata, sperava non sarebbero uscite indiscrezioni e ora, colta alla sprovvista, deveriflettere sul da farsi. Silvio Berlusconi ha diramato un comunicato nel quale si dissocia dal Giornale perché contrario alle polemiche sulla vita intima di chiunque. Ci saremmo stupiti se il premier avesse detto il contrario, e cioè che approvava la nostra iniziativa. Non c’è bisogno di rammentare che il compito di decidere in una redazione spetta al direttore il quale può essere licenziato da un momento all’altro, ma non limitato nei suoi poteri. Se sbaglia, paga; ma è libero di sbagliare. Su questo punto il contratto di lavoro non lascia margini a dubbi. Sono pronto a rispondere di quanto abbiamo pubblicato nella consapevolezza che fornire informazioni e commentarle è nostro dovere. Aggiungo che non sono affatto pentito di aver divulgato la notizia su Boffo e, in una circostanza analoga, il mio atteggiamento non cambierebbe di una virgola. Abbiamo la certezza che questa faccenda non finirà qui. Replicheremo agli attacchi (scontati) di cui saremo oggetto, e rassicuriamo i lettori: non siamo mammole. Finché i moralisti speculeranno su ciò che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro.
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Gli articoli del Giornale del 28/8/2009 sono in allegato
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IL TEMPO
Il retroscena Il tam tam: in arrivo altre rivelazioni per inchiodare sinistra e cattolici ostili a Silvio
Il Pdl diviso tra soddisfazione e cautela. «Finalmente, era ora».
L'attacco sferrato da Feltri all'Avvenire viene accolto da molti dentro il Pdl con malcelata soddisfazione. Eppure la consegna che dirama da Palazzo Grazioli, appena la rassegna stampa notturna rivela la prima pagina del Giornale, è di far intendere non solo l'assoluta estraneità di Berlusconi all'iniziativa del quotidiano milanese ma una certa irritazione e preoccupazione per la possibilità di una incrinatura dei rapporti con il Vaticano. Il primo problema che si pone ai più stretti collaboratori del premier è di convincere Oltre Tevere che Feltri ha agito in assoluta solitudine. Si mette in moto la diplomazia. Ci sarebbe stata una telefonata da Gianni Letta al cardinale Bertone con un tono tra il trasecolato e il conciliante. Insomma del tipo: ma lei eminenza sa come è fatto Feltri e il premier è rispettoso dell'autonomia e non interferirebbe mai. Conclusione: entrambi avrebbero convenuto di annullare la cena per non gettare altra benzina sul fuoco. Intanto dentro il Pdl prendono corpo due scuole di pensiero: c'è chi sostiene che il centrodestra non può che avvantaggiarsi dell'attacco di Feltri. Uno stretto collaboratore di Berlusconi fa questo ragionamento: chi sta pianificando di continuare ad attaccare il premier sulla vita privata con una campagna mediatica per metterne a repentaglio la stabilità e aprire la strada ad una alternativa di governo, ora è avvisato che non avrà vita facile e che anche i giornali del centrodestra hanno munizioni a sufficienza. E questo varrebbe per la sinistra come pure per un certo mondo cattolico ostile a Berlusconi che trova voce con l'Avvenire e Famiglia Cristiana, anch'essa da tempo particolarmente virulenta contro l'azione del governo. I fautori di questa scuola di pensiero fanno notare che nella nota con cui il premier prende le distanze da Feltri insiste sul «rispetto sacro della vita privata che deve valere sempre e comunque per tutti». Il che sarebbe un modo per ribadire che quando si percorre una certa strada offensiva non si sa dove si va a finire. E l'affare Feltri-Boffo lo dimostra. Altri del Pdl invece sostengono che operazioni come quelle del Giornale non possono che alfine danneggiare la maggioranza. Se il rapporto con la Chiesa diventa problematico e se a questo si somma l'ostilità dei poteri forti, come ha denunciato il ministro leghista Roberto Calderoli a Libero, la stabilità della maggioranza potrebbe subire un contraccolpo. Un articolo dell'Economist suona come una Cassandra. «In Italia i governi che si mettono in contrasto con la Chiesa non durano a lungo» scrive il settimanale inglese commentando l'attacco leghista sull'immigrazione. Ma non è tutto. Nel pomeriggio altro tam tam fa salire la temperatura. Circola l'ipotesi che l'articolo su Boffo sarebbe solo un «assaggio» e che Feltri avrebbe in tasca altro materiale da far esplodere nei prossimi giorni. Nell'incertezza la linea è di misurare con il contagocce le dichiarazioni. Solo il vicepresidente della Camera Lupi si schiera a spada tratta in difesa di Boffo. Per il resto il Pdl (da Cicchitto a Lainati) se la prende con «le dichiarazioni di guerra di Repubblica nei confronti del premier» e chiede al Pd di prendere le distanze da questa manovra. Come dire, chi di spada ferisce, di spada perisce. L.D.P.
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www.virgilio.it
Berlusconi/ Avvenire: inqualificabile attacco. Il quotidiano della Cei reagisce alle accuse di Feltri
Nessun titolone a piena pagina, solo un box sobrio in prima pagina, ed un articolo interno a pagina 11, per respingere l'attacco ed esprimere solidarietà al direttore. Così appare oggi "Avvenire" dopo il siluro partito ieri da Vittorio Feltri e dal "Giornale" circa il patteggiamento di una condanna per molestie sessuali a carico di Dino Boffo, il direttore del quotidiano dei vescovi italiani. "Avvenire", in prima di taglio basso, titola "Inqualificabile attacco" un box nel quale vengono riportata, una dopo l'altra con una breve nota di condanna come cappello, le risposte indignate dello stesso Boffo, della Cei (che conferma la fiducia al direttore) e del Comitato di Redazione del giornale (che solidarizza con il direttore). Nelle pagine interne, invece, un articolo, sempre di taglio basso, di pastone di tutte le espressioni di solidarietà a Boffo (telefonate, mail, messaggi sms) manifestate nel corso della turbolenta giornata di ieri.
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CARDINAL BAGNASCO: “DISGUSTOSO E GRAVE ATTACCO A BOFFO. A DIRETTORE AVVENIRE RINNOVO STIMA E FIDUCIA”.
Genova, 29 agosto 2009. «L'attacco fatto al dott. Boffo, direttore di Avvenire è un fatto disgustoso e molto grave». L'arcivescovo di Genova e presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, prima di celebrare la messa per la festa del santuario della Madonna della Guardia, ha commentato così l'attacco del 'Giornalè al direttore di 'Avvenirè, rinnovando a Boffo «tutta la stima e la fiducia mia personale e quella di tutti i vescovi italiani e delle comunità cristiane». (Adnkronos)
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FELTRI: “NON SONO AFFATTO PENTITO. UN DIRETTORE, SE SBAGLIA, PUÒ ESSERE LICENZIATO MA NON LIMITATO NEI SUOI POTERI”.»
Roma, 29 agosto 2009. Vittorio Feltri, nel suo editoriale oggi su Il Giornale, intitolato La rabbia dei moralisti smascherati , torna sul caso sollevato in merito al direttore di Avvenire per ribadire la sua linea e sottolineare la sua indipendenza: «Non sono affatto pentito». «Silvio Berlusconi ha diramato un comunicato nel quale si dissocia dal Giornale perchè contrario alle polemiche sulla vita intima di chiunque -scrive Feltri- Ci saremmo stupiti se il premier avesse detto il contrario, e cioè che approvava la nostra iniziativa. Non c'è bisogno di rammentare che il compito di decidere in una redazione spetta al direttore il quale può essere licenziato da un momento all'altro, ma non limitato nei suoi poteri. Se sbaglia, paga; ma è libero di sbagliare. Su questo punto il contratto di lavoro non lascia margini a dubbi. Sono pronto a rispondere di quanto abbiamo pubblicato nella consapevolezza che fornire informazioni e commentarle è nostro dovere. Aggiungo che non sono affatto pentito di aver divulgato la notizia su Boffo e, in una circostanza analoga, il mio atteggiamento non cambierebbe di una virgola». «Abbiamo la certezza che questa faccenda non finirà qui. Replicheremo agli attacchi (scontati) di cui saremo oggetto, e rassicuriamo i lettori: non siamo mammole. Finchè i moralisti speculeranno su ciò che succede sotto le lenzuola di altri, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro». Feltri sottolinea ancora che Boffo «non ha smentito una riga» di quanto pubblicato dal Giornale. E osserva: «Le reazioni sgangherate registrate ieri su questo fatto (e immagino la stampa di oggi quanto strillerà) dimostrano la malafede e il doppiopesismo di tanti politici e giornalisti. Per mesi la Repubblica (e non solo) ha sbattuto in prima, seconda, terza pagina articoli zeppi di insinuazioni, intercettazioni galeotte, interviste a prostitute e amiche di prostitute: una campagna interminabile finalizzata a demolire la reputazione del presidente del Consiglio, enfatizzando le sue performance di amatore instancabile». «I giornali sedicenti indipendenti e i politici progressisti hanno applaudito al gossip, talvolta alimentandolo; poi noi scopriamo che uno dei massimi censori, il numero uno di Avvenire, è un tipo che prima di parlare male di altri dovrebbe guardarsi allo specchio, e veniamo ricoperti di insulti». «La Cei, non senza imbarazzo, ha espresso generica e formale solidarietà a Boffo; non poteva fare diversamente -aggiunge- Forse non era al corrente del vizietto del suo portavoce giornalistico e, quand'anche fosse stata informata, sperava non sarebbero uscite indiscrezioni e ora, colta alla sprovvista, deve riflettere sul da farsi». (Adnkronos)
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www.corriere.it del 29/8/2009
Stampa e media seguono le vicende italiane. Berlusconi riempie le prime pagine dei giornali stranieri
Al centro dell'attenzione lo scontro con i media e la crisi tra il premier e i vertici ecclesiastici
ROMA - La stampa internazionale torna a occuparsi in modo capillare delle vicende italiane e in particolare del premier Berlusconi, impegnato - osservano la maggior parte dei titoli - in un duro scontro con la stampa mentre i suoi rapporti con la chiesa "raggiungono un nuovo punto critico" (ma della Chiesa, ammonisce il Times, Berlusconi ha ancora bisogno, come tutti i governanti italiani e forse anche di più). La Bbc titola: "Berlusconi porta in giudizio dei media" e sottolinea come la scelta del premier italiano riguardi testate di tutta Europa. «Anche se il caso non è senza precedenti», nota l’emittente, «l’ampiezza e l’ambizione della risposta di Berlusconi sono rare». Sul tema dello scontro con i media insiste anche il Guardian: «Berlusconi dichiara guerra ai media europei dopo i servizi sugli scandali sessuali». Il quotidiano accenna anche al duro attacco delGiornale, quotidiano di proprietà del fratello del premier, contro il direttore di Avvenire e osserva come «Il Vaticano ha annunciato con uno scarno comunicato l’annullamento di un incontro tra Berlusconi e un suo alto rappresentante» (il Cardinal Bertone). Alla vicenda dedica l’apertura della prima pagina anche il Financial Times: «Berlusconi fa causa dopo le accuse di scandalo»: «duramente colpito dalla pubblicazione di notizie sui suoi rapporti con prostitute e minorenni, il premier italiano, ha cercato ieri di mettere il silenziatore ai suoi critici dando incarico ai suoi legali di far causa ad almeno tre media in Italia, Francia, Spagna». SCONTRO CON LA CHIESA - La crisi dei rapporti tra il premier e la chiesa cattolica è invece al centro dei titoli scelti da altri giornali. Il Times parla di una "spaccatura tra Berlusconi e il Vaticano dopo un attacco al direttore di giornale cattolico" mentre il tabloid Mail scrive: "Berlusconi porta in giudizio i media dopo le accuse mentre i suoi rapporti con la chiesa cattolica giungono a un nuovo minimo". Il Times, oltre alla cronaca, affronta la questione in un commento che sottolinea come "Silvio Berlusconi non può ignorare facilmente l’influenza di Papa Benedetto XVI". Nel caso di Berlusconi, nota il quotidiano, "In Italia ogni governo ha bisogno di corteggiare la chiesa... E l’approvazione dei cattolici è ancora più acuta per Berlusconi" visti i numerosi "scandali relativi alla sua vita privata, scandali che sono continuati ad emergere nonostate che il premier controlli i media". IN GERMANIA E IN FRANCIA - In Germania Die Welt titola "Berlusconi furioso per le imbarazzanti domande sul sesso" mentre la Bild sottolinea che "Il premier italiano chiede risarcimenti per un milione di euro". In Francia l'Express scrive che "Silvio Berlusconi fa causa a media in Italia e all’estero". Europre 1 evidenzia che "Berlusconi fa causa a LeNouvel Observateur " mentre con understatement lo stesso settimanale nel mirino titola sobriamente: "Berlusconi fa causa ad alcuni giornali europei per diffamazione". France info dal canto suo sceglie un taglio leggermente diverso e più diretto: "Vita privata: Silvio Berlusconi attacca la stampa". Liberation si concentra sull’offensiva del premier contro il quotidiano Repubblica: "Silvio Berlusconi cita in giudizio La Repubblica". IN SPAGNA - In Spagna Abc riferisce che "Berlusconi denuncia media italiani, spagnoli e francesi per diffamazione" mentre El Pais scrive: "Belusconi lancia un’offensiva contro la stampa e la Chiesa" il premier, nota il quotidiano, "torna dalle vacanze alla grande attaccando frontalmente la stampa e la chiesa, i due poteri che osano disturbare i suoi deliri di impunità".
www.corriere.it del 29/8/2009
Berlusconi, gli editoriali sullo scontro
Da Repubblica al Sole, i principali quotidiani italiani si sono occupati della tensione tra il premier e il Vaticano
MILANO- Dall'estate dei veleni alla «rabbia dei moralisti smascherati». I principali quotidiani negli editoriali parlano della tensione tra il premier Silvio Berlusconi e la Santa Sede. Lo scontro è scaturito dall'attacco de Il Giornale, diretto da Vittorio Feltri e di proprietà della famiglia Berlusconi, al direttore di Avvenire Dino Boffo. CORRIERE DELLA SERA- Massimo Franco titola «Il colpo a sorpresa a un dialogo difficile» e osserva: «Se esisteva un tentativo di ricucitura con il Vaticano, almeno per ora si è dovuto fermare». «L’articolo del ’Giornale’ contro il direttore di Avvenire, Dino Boffo - prosegue Franco - evoca un braccio di ferro violento, cercato strumentalmente e voluto, sebbene possa trasformarsi in un boomerang per tutti». «L’impressione è che Berlusconi sia al centro di un’operazione con ripercussioni politiche non ancora prevedibili». REPUBBLICA- Giuseppe D’Avanzo titola «L’aggressione come strategia». «Chi abusa del suo potere, prima o poi, non tenterà più di affermare il principio della propria legittimità e mostrerà, senza alcuna finzione ideologica, come la natura più nascosta di quel potere sia la violenza, la violenza pura». «Nessuno poteva immaginare che l’aggressiva ’strategia d’autunno’ avrebbe provocato l’inedita e gravissima crisi tra il governo italiano e la Santa Sede». LA STAMPA- Il direttore Mario Calabresi titola «L’estate dei veleni». «Quest’estate è stata purtroppo caratterizzata da campagne velenose, insinuazioni e sospetti che hanno colpito ovunque e chiunque, senza nemmeno fare distinzione fra i vivi e i morti. E si assiste a un inquinamento del discorso pubblico senza precedenti». IL GIORNALE- Feltri continua la sua battaglia contro l’Avvenire. «La rabbia dei moralisti smascherati», è il titolo dell’editoriale. Boffo «non ha smentito una riga di quanto scritto. Non poteva farlo perché la notizia che lo riguarda è vera e non una sciocchezza irrilevante. Non sono affatto pentito di aver divulgato la notizia su Boffo - scrive Feltri - abbiamo la certezza che questa faccenda non finirà qui finchè i moralisti speculeranno su ciò che succede sotto le lenzuola di alti, noi ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro». SOLE 24 ORE- Stefano Folli titola «La strategia delle ritorsioni non conviene a nessuno». Uno «strappo lacerato con il mondo cattolico», uno «strappo che sarà difficile ricomporre, nella strategia del ’colpo su colpo’ può essere utile per gli attacchi giornalistici, ma rischia di essere devastata nei suoi risvolti quotidiani per un uomo di governo». LIBERO- «Quei censori da censurare» è il titolo di Maurizio Belpietro. «Di moralisti che non hanno le carte in regola per fare la morale l’Italia è piena. Soprattutto ne sono piene le redazioni. Il direttore di ’Avvenire’ Dino Boffo è tra questi». IL FOGLIO- «E così i rapporti tra il Cav e la chiesa sono di nuovo infeltriti». Questo il titolo dell’editoriale a prima pagina. «La Perdonanza può attendere», si legge. L’affaire Dino Boffo «rischia di incrinare in profondità quella cordiale intesa che finora ha retto anche a qualche tensione». IL RIFORMISTA- Il direttore Antonio Polito titola «L’autogol del conflitto di interessi». «Disastro politico e mediatico peggiore di questo non poteva esserci», scrive.
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AVVENIRE 5/5/2009
Duro attacco del quotidiano dei vescovi: "Il sospetto può essere persino peggiore della verità più scomoda. Prima o poi arriva il momento del conto"
L'Avvenire contro Berlusconi: "Vogliamo un premier più sobrio"
"Di tanto ciarpame i cittadini farebbero volentieri a meno". Bagnasco: "Il richiamo alla sobrietà è sempre molto positivo"
ROMA - "La politica e lo spettacolo, in un abbraccio mortifero, hanno dato nell'occasione il peggio di se". E' durissimo l'editoriale di prima pagina di Avvenire dedicato alla vicenda Lario-Berlusconi. Il quotidiano dei vescovi fa sentire la sua voce e non sono parole che faranno piacere al premier. Ma il tono e il contenuto dell'articolo hanno la totale approvazione del presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco: "Il richiamo alla sobrietà e alla responsabilità per tutti è sempre molto positivo" ha commentato in serata. "Ognuno secondo la propria situazione concreta e secondo le proprie responsabilità. Questi richiami non possono essere che i benvenuti da parte di tutti". "Ci ha inquietato lo spargersi, tra alzatine di spalle e sorrisetti irridenti o ammiccanti, di un'altra manciata di sospetti sulle gesta del presidente del Consiglio" si legge nell'editoriale. "Il sospetto per chi gestisce la cosa pubblica può essere persino peggiore della verità più scomoda. E comunque, prima o poi arriva il momento del conto". Un esplicito richiamo a un redde rationem che getta un'ombra sui rapporti, fino ad oggi più che cordiali, tra il Vaticano e il governo del Cavaliere. L'articolo chiama direttamente in causa Berlusconi. Tracciando l'identikit di quelle che dovrebbero essere le caratteristiche di un capo di governo: "La stoffa umana di un leader, il suo stile e i valori di cui riempie concretamente la sua vita non sono indifferenti: non possono esserlo. Per questo noi continuiamo a coltivare la richiesta di un presidente che con sobrietà sappia essere specchio, il meno deforme, all'anima del Paese". E ancora: "Ciò che farebbe ridere in una puntata del Bagaglino non può non preoccupare i cittadini che di tanto ciarpame alla fin fine farebbero volentieri a meno". Ciarpame, la stessa espressione usata da Veronica a proposito delle veline candidate. Anche Casini attacca. Come Franceschini, anche il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini critica le parole del Cavaliere sul "complotto". "Credo stia esagerando", ha detto l'ex presidente della Camera, e francamente parlare di una congiura fa scappare da ridere" (in http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/berlusconi-divorzio/berlusconi-avvenire/berlusconi-avvenire.html)
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AVVENIRE 25 luglio 2009. LETTERE.
Avvenire contro Berlusconi: desolazione, poca chiarezza e troppe battute.
Forse avrete notato che ieri nella prima pagina di Avvenire non c’era alcun cenno alle ultime spiegazioni avanzate da Silvio Berlusconi. Quelle per intendersi sul «non sono un santo» o «nelle mie dimore passano anche i leader politici del mondo». Ne riferivamo, com’è ovvio, all’interno del giornale, in sede di cronaca, e la notizia era pure presente sul nostro sito; ma «in vetrina» abbiamo preferito sorvolare. Un modo per esprimere disagio rispetto al coinvolgimento di termini di qualche delicatezza per la sensibilità dei nostri lettori. E un modo per prendere le distanze pure dal seguito di una vicenda che non solo non ci convince (com’è ovvio), ma che – per quanto ci è dato di capire – continua a piacere poco o punto a larga parte del Paese reale. Le «rivelazioni» – non sappiamo quanto autentiche –, che si succedono, a disposizione di chi ha la curiosità di continuare a leggerle o ad ascoltarle, non aggiungono (probabilmente) nulla a uno scenario che già era apparso nella sua potenziale desolazione. Nel constatarlo non ci muove alcun moralismo, ma il desiderio forte e irrinunciabile che i nostri politici siamo sempre all’altezza del loro ruolo. Chiarezza per ora non è venuta, ed è un fatto evidentemente non apprezzabile, ma non è questo francamente quel che oggi ci preoccupa di più. Non ci piace che determinati comportamenti siano messi a confronto con un consenso – emergente dai sondaggi – che di per sé è qualcosa di inafferrabile, quasi che da questi possa venire l’avallo a scelte poco consone; così come non ci piace che sull’intera vertenza gravi il sospetto di una strumentalità mediatica, inevitabile forse ma non liberante, circa il punto di vista da cui si muovono le accuse. C’è davvero per la classe politica, ancor prima della decenza, un a priori etico che va salvaguardato sempre e in ogni caso? E che va fatto valere nelle situazioni ordinarie come in quelle straordinarie? Ecco, solo se una simile consapevolezza dovesse ad un certo punto emergere dal dibattito, si potrà allora dire che questa tornata ha paradossalmente avuto una sua, per quanto amara, utilità. Diversamente il Paese, che si è scoperto vieppiù attonito, potrebbe sentirsi anche leggermente raggirato. (in http://passineldeserto.blogosfere.it/2009/07/avvenire-contro-berlusconi-desolazione-poca-chiarezza-e-troppe-battute.html)
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AVVENIRE 12/8/2009
Nuovo editoriale del giornale dei vescovi sullo scandalo delle escort. "Tracotante messa in mora di uno stile sobrio ha mortificato la Chiesa"
L'Avvenire contro Berlusconi: "Suo stile di vita ci mette a disagio"
ROMA - "La gente ha capito il disagio, la mortificazione, la sofferenza che una tracotante messa in mora di uno stile sobrio" ha causato alla Chiesa cattolica. Lo sottolinea, nel suo terzo intervento in poche settimane, il direttore di Avvenire, Dino Boffo, rispondendo a una nuova lettera di un sacerdote sul dubbio che i pronunciamenti ecclesiastici sulle "vicende morali" del presidente del Consiglio "non siano stati sufficientemente netti". Per don Matteo Panzeri, da parte dei vescovi ci sono state "mille prudenze" e i messaggi della Chiesa "appaiono segnali assai debolucci se raffrontati alla conclamata sfacciataggine con cui ciò che dovrebbe essere messo in discussione viene invece sbandierato". "Nessuno dei potenziali interlocutori dovrebbe trovarsi a pensare che parliamo o tacciamo per 'interesse' personale, per qualche esplicita o inconfessabile partigianeria", ribatte Dino Boffo. Il direttore del quotidiano dei vescovi chiarisce quindi che "la domanda che conta in queste circostanze è" se "la gente è riuscita a individuare le riserve della Chiesa. Ebbene, la risposta che a me sembra di poter dire è che la gente ha capito il disagio, la mortificazione, la sofferenza che una tracotante messa in mora di uno stile sobrio ci ha causato. I più attenti hanno compreso anche i messaggi specifici lanciati fino ad oggi a più riprese". Non è vero, dunque, che "quelli degli esponenti della Chiesa italiana siano stati interventi casuali o accenni fugaci impastati dentro a testi di tutt'altro indirizzo. Ciò che si è detto lo si voleva dire. Esattamente in quei termini". (in http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-20/avvenire-disagio/avvenire-disagio.html)
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LA STAMPA - 18/8/2009
Berlusconi replica all'Avvenire: "Non ho mai organizzato festini"
«Sono anche loro caduti nel tranello delle calunnie contro di me, prendendo per vere notizie false», «non ho mai intrattenuto relazioni con minorenni o organizzato festini»: Silvio Berlusconi, sulle pagine del settimanale Chi , replica agli attacchi e alla questione morale sollevata a più riprese sulla sua vita privata dal quotidiano della Cei Avvenire. Il direttore del quotidiano dei vescovi Dino Boffo dopo la vicenda D’Addario nell’ultimo mese aveva prima parlato di «uno scenario apparso nella sua desolazione» e successivamente ribadiva la perplessità della Chiesa su certi comportamenti del presidente del Consiglio. Il premier interviene sulle questioni scottanti che lo riguardano e che oramai da mesi sono sulle pagine dei giornali italiani ed esteri: attacca chi ha violato la sua privacy («reato grave»), respinge le accuse e oppone la sua verità sullo stato dei rapporti con i figli («nessuna contrapposizione tra me e Barbara») seguiti alla richiesta di separazione avanzata dalla moglie Veronica Lario. Questione sulla quale Berlusconi mostra tutta la sua amarezza («30 anni non sono un giorno»). «Io non ho mai intrattenuto "relazioni" con minorenni e non ho mai organizzato ’festinì», si difende il premier. «Ho partecipato soltanto a cene certamente simpatiche, ma assolutamente ineccepibili sul piano della moralità e dell’eleganza. E non ho mai invitato consapevolmente a casa mia persone poco serie». Quanto a coloro che hanno violato la sua privacy si tratta «di un reato grave». «Il diritto alla riservatezza - attacca il premier - è una parte essenziale della libertà. Ridurre la libertà altrui - dice - è, in uno Stato di diritto, un reato grave. Non basta una multa a sanzionarlo, come fosse un divieto di sosta. E deve valere per tutti». Il premier nega quindi che vi siano contrapposizioni tra lui e sua figlia Barbara provocate dall’ intervista rilasciata da quest’ultima a «Vanity Fair». «Non sapevo dell’intervista», puntualizza il premier. «Ma era immaginabile che qualche giornale avrebbe cercato il sensazionalismo, cioè di contrapporre mia figlia a me, una contrapposizione che davvero non esiste. Quasi un nuovo sport nazionale quello di aggredire la mia famiglia». «L’intervista andava benissimo, ma è stata strumentalizzata e penso che strumentalizzare la mia famiglia i sentimenti delle persone che a me sono più care, come arma di lotta politica contro di me, sia forse il punto più basso del degrado della vita politica». E alla primogenita Marina il premier dedica parole affettuose: Ci assomigliamo molto, ci riconosciamo nei giudizi sulle situazioni e sugli altri. Abbiamo la stessa passione per i risultati che nascono dalla creatività, dall’impegno e dal lavoro. E ci vogliamo moltissimo bene». Ma l’amarezza affiora quando si tocca l’argomento che riguarda i suo sentimenti verso la moglie Veronica: «È difficile - dice il premier - prendere atto che dopo trent’anni molto è cambiato nella propria vita. Soprattutto quando si è vissuta una vera storia d’amore. Trent’anni non sono un giorno». Il premier nella lunga intervista tocca anche le vicende politiche ed i rapporti con la Lega gettando acqua sul fuoco dopo le ultime esternazioni di Bossi. «L’Inno di Mameli ha accompagnato la nascita e il consolidamento della nostra Patria». «Ma bisogna anche comprendere - dice il premier - che le esternazioni di Umberto Bossi sono carezze per la sua gente e per il popolo della Lega». Quanto al tema delle riforme il premier ribadisce la volontà del governo di «dare il via ad una stagione di riforme delle istituzioni ma - si rammarica - occorrerebbe un’opposizione con più alto senso dello Stato».
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www.uaar.it - Notizie scelte dall’UAAR - Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti
Adinolfi: “Caso Boffo noto da anni, omertà della stampa”
Roma, 29 agostro 2009. Oggi interviene anche Mario Adinolfi, giornalista ed esponente Pd, sul caso Boffo fatto emergere da ‘Il Giornale’. Con un post sul suo blog, che mette in luce alcuni aspetti interessanti da approfondire, il giornalista si rivolge con una lettera aperta a Vittorio Feltri, nella quale afferma di aver già segnalato la sentenza che riguardava il direttore di ‘Avvenire’ nel settembre del 2005. Adinolfi, intervenuto oggi anche su Radio Radicale, parla esplicitamente di “rottura del muro di omertà sulle relazioni omosex del direttore di ‘Avvenire’“. “In qualsiasi paese del mondo”, scrive Adinolfi, la notizia in questione “sarebbe finita immediatamente in pagina. Il direttore del quotidiano dei cattolici italiani è un personaggio pubblico e quella sentenza che lo riguardava era una bomba giornalistica, in particolare nella fase delicata che vivevamo e tuttora viviamo rispetto al rapporto tra Chiesa e mondo omosex”. Il blogger afferma che nel 2005 egli stesso si era rivolto formalmente alla magistratura per avere copia degli atti della sentenza, ma gli era stata negata, “anche se pubblici e l’articolo 116 del codice di procedura penale prevede che agli atti di un procedimento penale possa accedere ‘chiunque vi abbia interesse’”. Dando atto a Feltri di avere “smascherato una clamorosa ipocrisia”, Adinolfi chiosa: “tu devi avere amici più potenti dei miei e a quegli atti hai avuto accesso e hai notato come, con la citazione dei nomi pesanti di Ruini, Tettamanzi e Betori, ci fosse anche il racconto di un segmento di storia della Chiesa italiana”. Sulla questione della presunta schedatura degli omosessuali che “inquieta qualcuno”, Adinolfi spiega: “i più sanno che è conseguenza delle frequentazioni del direttore di ‘Avvenire’ dei luoghi della prostituzione maschile milanese”. Secondo Adinolfi, “la difesa d’ufficio” di Boffo da parte della Chiesa è “inevitabile”, ma il punto che “preoccupa molto” è “la scelta dei vertici della Cei di tenere questo soggetto alla guida del potente quotidiano dei vescovi negli ultimi quindici anni, secondo il vecchio schema per cui una persona ricattabile è una persona controllabile, che eseguirà gli ordini”. Il blogger fa notare a Feltri che, benchè l’articolo di ieri sia “giornalisticamente meritorio”, non l’avrebbe scritto “se Boffo fosse stato un fedele alleato di Berlusconi” e che quindi la sua campagna - come quella di altri giornali - “si perde inevitabilmente sotto la coltre del sospetto di strumentalizzazione”. D’altronde, ammette Adinolfi, campagne di questo genere, che fanno emergere l’”ipocrisia dei vertici della Chiesa italiana”, allontanano “tanti fedeli, tra cui anche il sottoscritto, persino dalla fede”. Intanto, nonostante lo schieramento cattolico dalle gerarchie ecclesiastiche agli esponenti politici appaia compatto nella difesa di Boffo, emerge qualche presa di distanza. Ad esempio quella dell’Associazione Culturale dei Docenti Cattolici. Il suo presidente, il professor Alberto Giannino, invita Boffo alle dimissioni: “È impensabile che il direttore del quotidiano cattolico condannato per molestie nel 2004 rimanga al suo posto come se nulla fosse. Come farebbe Boffo a trattare su ‘Avvenire’ editoriali delicati alla famiglia, al matrimonio o alle coppie di fatto gay e non, su cui papa Benedetto XVI ha impostato il suo magistero pastorale? Non sarebbe credibile, e, comunque, metterebbe a disagio non poche persone creando sconcerto e disorientamento tra i lettori del quotidiano e i cattolici di questo Paese”. (in: http://www.uaar.it/news/2009/08/29/adinolfi-caso-boffo-noto-anni-omerta-della-stampa/
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Lettera aperta di Mario Adinolfi a Vittorio Feltri (29 agosto 2009)
(in http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/2009/08/29/lettera_aperta_a_vittorio_felt.html)
Caro direttore, senza chiedere alcuna autorizzazione il tuo giornale si è appropriato di due miei scritti, uno del 20 settembre 2005 e uno immediatamente successivo alla pubblicazione del tuo scoop su Dino Boffo, pubblicandoli entrambi. Non me ne dolgo più di tanto, ho un minimo di profilo pubblico e quei testi erano pubblici, magari un filo di cortesia tra colleghi potrebbe sussistere, ma non è su questo che voglio tediarti. Voglio affrontare il nodo della questione che la rottura del muro di omertà sulle relazioni omosex del direttore di Avvenire ha messo in evidenza ed è quello dei rapporti tra poteri in un contesto che vorremmo fosse sempre pienamente democratico. Ho dato subito atto a te e al tuo quotidiano di aver compiuto bene il vostro lavoro citando la sentenza del tribunale di Terni: è un fatto, una notizia, che in qualsiasi paese del mondo sarebbe finita immediatamente in pagina. Il direttore del quotidiano dei cattolici italiani è un personaggio pubblico e quella sentenza che lo riguardava era una bomba giornalistica, in particolare nella fase delicata che vivevamo e tuttora viviamo rispetto al rapporto tra Chiesa e mondo omosex. Hai smascherato una clamorosa ipocrisia e hai raccontato anche qualcosa della magistratura italiana, cui mi ero rivolto nel 2005 per avere copia degli atti della sentenza, sentendomi rispondere per iscritto che a quegli atti non potevo accedere, anche se pubblici e l'articolo 116 del codice di procedura penale prevede che agli atti di un procedimento penale possa accedere "chiunque vi abbia interesse". Ma tu devi avere amici più potenti dei miei e a quegli atti hai avuto accesso e hai notato come, con la citazione dei nomi pesanti di Ruini, Tettamanzi e Betori, ci fosse anche il racconto di un segmento di storia della Chiesa italiana. Ho notato che i tuoi articoli del giorno dopo, forse per via della difficoltà in cui si è trovato Berlusconi, utilizzano toni più soft, dirigendo la bastonatura addosso al direttore di Repubblica. Dino Boffo si difende, la stampa "libera" fa quadrato attorno a lui e nessuno che abbia provato un minimo di pena per quella povera donna martoriata e molestata per via della passione del direttore di Avvenire per il di lei marito. La citazione, poi, dei comportamenti omosessuali di Boffo "attenzionati" dalla polizia inquieta qualcuno, mentre i più sanno che è conseguenza delle frequentazioni del direttore di Avvenire dei luoghi della prostituzione maschile milanese. Io credo che la difesa d'ufficio di Boffo da parte della Chiesa italiana fosse inevitabile, mi preoccupa molto invece la scelta dei vertici della Cei di tenere questo soggetto alla guida del potente quotidiano dei vescovi negli ultimi quindici anni, secondo il vecchio schema per cui una persona ricattabile è una persona controllabile, che eseguirà gli ordini. E qui veniamo al punto. Il tuo articolo che svela le ipocrisie di Boffo e della Chiesa è un articolo giornalisticamente meritorio, che però semplicemente non avresti scritto se Boffo fosse stato un fedele alleato di Berlusconi, così come non avresti pubblicato le tette di Veronica mentre lei era la moglie formale ma silenziosa del Cavaliere, così come non avresti pubblicato la storia di Ezio Mauro che compra l'appartamento a nero se quello stesso comportamento lo avesse avuto Niccolò Ghedini. Allo stesso tempo Repubblica non rivolgerebbe quelle stesse dieci insistenti domande all'ingegner De Benedetti e il Corriere della Sera e la Stampa evitano di dare risalto alla meritoria inchiesta di Maurizio Belpietro su Libero (ripresa anche da te) rispetto alla colossale evasione fiscale degli Agnelli. Ecco il nodo: ogni articolo, anche il giornalisticamente più valido, più capace di raccontare lo schifo ipocrita e profondo in cui sguazza ormai il nostro paese, si perde inevitabilmente sotto la coltre del sospetto di strumentalizzazione. Si strumentalizza tutto, tutto è bastone per picchiare la banda avversaria, la verità diventa concetto puramente pirandelliano, la confusione regna sovrana e l'impressione è che questa condizione sia l'angolo buio in cui si è ficcata la nostra democrazia. Sono preoccupato e non so neanche perché scrivo a te queste parole. Forse perché, lo devo ammettere con fastidio, mi sembra che la concorrenza fra le due principali testate vicine al Cavaliere sta generando un giornalismo molto aggressivo e quindi più capace di scoperchiare pentoloni purulenti che avvelenano da troppo tempo questo paese. Lo fai, lo fate, a senso unico e questo toglie validità al vostro lavoro ed è un peccato. Io credo invece che il lavoro di Repubblica da Casoria in poi, le tue prime pagine sull'ipocrisia dei vertici della Chiesa italiana (che allontana tanti fedeli, tra cui anche il sottoscritto, persino dalla fede) ma anche sul ministro terrorista iraniano che detiene un potenziale atomico, l'inchiesta di Belpietro sugli Agnelli, tutti questi sforzi di raccontare la verità, se composti a mosaico raccontino davvero la fotografia della tragedia del nostro paese. Sono tutte inchieste di parte, però, viziate da una manina che strumentalizza e così perdono di valore. Forse però da questo angolo buio si può uscire. Con il giornalismo che faccia il giornalismo, la politica che faccia la politica, l'industria e la finanza che facciano l'industria e la finanza, partendo da un riconoscimento reciproco di legittimità e attendendo un'inchiesta dell'Espresso su un leader della sinistra e una tua sui festini spericolati di Berlusconi. Il tutto partendo da un principio: chi sceglie nella vita di avere un profilo pubblico ne deriva molti onori (soldi e potere, di solito), quindi deve accettare di esporre la propria vita al giudizio altrui. E' inevitabile. Questo non significa sognare un'Italia in cui la classe dirigente sia composta da uomini irreprensibili, semplicemente significa lavorare per produrre una classe dirigente disposta ad assumersi pienamente la responsabilità dei propri atti pubblici e anche di quelli privati con rilevanza pubblica, senza ricorrere alla ridicola arma del diritto alla riservatezza. Questa Italia diversa, meritocratica e responsabile, non omertosa e finalmente libera da logiche mutuate sostanzialmente dallo stile mafioso, si può costruire: non è un sogno, è un progetto possibile. Passa anche, forse soprattutto, attraverso noi giornalisti militanti, noi che amiamo con nettezza le idee di una parte politica e ci battiamo affinché prevalga. Forse proprio la nostra libertà potenziale è una chiave con cui spurgare il marcio di questo paese. Rendiamola libertà effettiva e coraggiosa. Non sarà un esercizio inutile.
permalink | inviato da marioadinolfi il 29/8/2009 alle 11:47 | commenti (50) |
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Il caso Dino Boffo (28 agosto 2009)
inviato da marioadinolfi il 28/8/2009 alle 11:31
La storia di Dino Boffo, direttore di Avvenire, e dei suoi rapporti omosex sfociati in una condanna per molestie era nota ai giornali da almeno cinque anni e ai lettori di questo blog da tre. Il titolone con cui Il Giornale di Vittorio Feltri, per primo, ha rotto un muro di omertà attorno a questa vicenda chiama in causa ipocrisie e giornalismi all'italiana. L'ipocrisia di Boffo, certamente. Il giornalismo all'italiana di chi picchia con una legnata terrificante il responsabile di una campagna di stampa contro i comportamenti del Cavaliere, ma anche il giornalismo all'italiana di chi sapeva e fino ad oggi ha taciuto e tolto dalle pagine articoli che sarebbero stati imbarazzanti. Come scrivevo ieri, la trasparenza è la vera arma vincente. Ma non è cosa italica, la trasparenza. A Dino, con cui ho lavorato, un pensiero cristiano in questa ora che sarà comunque per lui di dolore e vergogna. (in http://marioadinolfi.ilcannocchiale.it/2009/08/28/il_caso_dino_boffo.html)
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AVVENIRE 29 agosto 2009
Un fiume di solidarietà per l’attacco al nostro direttore
Un killeraggio che indigna, brutale, e inaccettabile, un’aggressione incivile, strumentale, intimidatoria, vigliacca. Sono tanti gli aggettivi con i quali molti esponenti della politica e dell’associazionismo e tantissimi lettori hanno espresso solidarietà al direttore di Avvenire Dino Boffo, condannando l’attacco a lui rivolto dal Giornale. Nell’apertura della prima pagina di venerdì il quotidiano, di proprietà della famiglia Berlusconi e diretto da Vittorio Feltri, pubblica un articolo, a firma dello stesso ex direttore di Libero, nel quale si parla di un presunto «incidente sessuale» del «supermoralista» direttore di Avvenire. Per poi argomentare che «Dino Boffo, impegnato nell’accesa campagna di stampa contro i peccati del premier» sarebbe stato coinvolto nientemeno che in «molestie» telefoniche a sfondo sessuale. Vicenda sulla quale il direttore di Avvenire ha immediatamente chiarito la sua posizione e che ha suscitato un vasto movimento di reazioni. Alla redazione di Avvenire sono giunte telefonate di «totale solidarietà» da parte dei ministri dell’Interno Roberto Maroni, degli Esteri Franco Frattini e del Welfare Maurizio Sacconi. Di analoghe iniziative telefoniche sono stati autori il segretario e l’ex segretario del Pd Dario Franceschini e Walter Veltroni, Paola Binetti, Enzo Carra e Andrea Sarubbi. «Amicizia, solidarietà e stima» dal sottosegretario alla salute Eugenia Roccella. Secondo quest’ultima, in particolare, «la strada imboccata dal dibattito pubblico italiano è devastante e allontana dalla verità delle persone e dei fatti». Opinione condivisa dal capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro e da Pierluigi Bersani. Lo stesso premier Silvio Berlusconi ha ritenuto necessario ricordare che «il principio del rispetto della vita privata è sacro e deve valere per tutti. Ho reagito con determinazione a quello che in questi mesi è stato fatto contro di me e la mia vita privata. Per le stesse ragioni di principio non posso condividere ciò che ha pubblicato il Giornale nei confronti del direttore di Avvenire e me ne dissocio». Nella battaglia in difesa di Boffo e del suo quotidiano sono scese in campo molte associazioni. L’Azione Cattolica parla di «attacco grave, gratuito e rancoroso», che si evidenzia come un «tentativo di intimidire» chi ha cercato di informare «con correttezza ed equilibrio». «Indignazione» per il comportamento del Giornale e «solidarietà al direttore di Avvenire» dal Movimento per la Vita di Carlo Casini. Il presidente del Mcl Carlo Costalli e quello dell’Aiart Luca Borgomeo hanno parlato di «killeraggio giornalistico». Don Fortunato Di Noto dell’associazione pro-infanzia Meter Onlus ha incoraggiato Boffo a «continuare a fare una informazione, alla luce della Verità evangelica». Calorosi messaggi di solidarietà sono arrivati dal fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi e dal rettore dell’Università Cattolica, Lorenzo Ornaghi. Fra i politici, oltre alla solerzia con la quale Francesco Cossiga ha fatto da sponda all’uscita del Giornale, sono da rilevare le parole di Rocco Buttiglione presidente dell’Udc per il quale Dino Boffo, «sottoposto a un attacco pretestuoso e incivile gode della stima inalterata mia e del mio partito». Posizione che nell’Udc è anche del segretario Lorenzo Cesa, di Enrico Marcora, Luca Volonté e Luisa Capitanio Santolini. Fra i primi a solidarizzare per «l’attacco brutale e inspiegabile» è stato il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi del Pdl. «Trovo sbagliato – ha detto il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri – agire come ha fatto Feltri» ma «quello che è accaduto riguarda un giornale, non il governo o le forze politiche. Conosco e stimo Boffo». Solidale col «conterraneo» Dino Boffo, il leghista Giampaolo Dozzo. Per Enrico Letta del Pd, «l’intimidazione non scalfisce la stima e la considerazione universale di cui gode il direttore di Avvenire».
Roberto I. Zanini
(in http://www.avvenire.it/Cronaca/Un+fiume+di+solidariet+per+lattacco+al+nostro+direttore_200908290644037930000.htm)
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Corriere della Sera 30/8/2009.
L’ex presidente della Conferenza episcopale: sono il primo responsabile della sua nomina. Ruini: «Non mi pento di averlo scelto come direttore»
ROMA — Il cardinale Camillo Ruini, per sedici anni capo dei vescovi italiani e vicario del Papa a Roma, ha sul suo computer il lancio dell’agenzia Ansa con la dichiarazione di Giuseppe Betori, ora arcivescovo di Firenze, segretario della Cei quando Ruini ne era il presidente. Betori risponde all’attacco del Giornale ribadendo «stima » e «fiducia» a Dino Boffo, e ricordando la lunga collaborazione al tempo «del mio servizio alla Conferenza episcopale italiana».Ruini legge con attenzione, e dice al Corriere : «Faccio integralmente mie le parole di monsignor Betori, essendo stato ancora più a lungo di lui in stretto contatto e collaborazione con Dino Boffo; ed essendo inoltre il primo responsabile della sua nomina alla direzione di Avvenire . Una scelta della quale — aggiunge Ruini, scandendo le parole — certo non mi pento » . La dichiarazione finisce qui. Nelle conversazioni private, il cardinale ricorda la prima volta che incontrò l’allora ventinovenne Boffo, nel 1981. Ruini non era ancora vescovo — lo sarebbe diventato nell’83 —, Boffo era un giovane dirigente dell’Azione cattolica, che dopo una fase «gauchiste» aveva colto l’innovazione del papato wojtyliano, ed era stato invitato a parlare a Reggio Emilia. Il suo discorso, distante dalla vulgata cattolico democratica in voga al tempo, colpì l’allora don Ruini. Boffo sarebbe stato assunto ad Avvenire nell’89, prima che Ruini diventasse presidente della Cei, e nominasse proprio lui alla direzione del quotidiano. È significativo che, nell’ora delle polemiche, Ruini non si limiti a ribadire la fiducia nelle qualità personali e professionali di Boffo, ma rivendichi di averlo voluto alla guida del giornale dei vescovi, incarico in cui è stato confermato dal cardinale Bagnasco. Segno che Boffo è stato il «braccio giornalistico » della stagione di Ruini, un uomo-chiave nella strategia che il capo della Cei elaborò con la fine dell’unità politica dei cattolici e l’ingresso a tutto campo della Chiesa nella discussione pubblica. Dai primi Anni 90, il percorso di Ruini e di Boffo sono stati pressoché paralleli. Come da una parte la Chiesa italiana recuperava spazi nel dibattito culturale e politico — sino al sostegno della missione italiana a Nassiriya e alla scelta vincente dell’astensione al referendum sulla fecondazione assistita —, così dall’altra parte Avvenire si ritagliava uno spazio di intervento e un peso editoriale che non aveva mai avuto. Una stagione che Ruini rivendica in pieno, oggi che Boffo è chiamato in causa così duramente. Non a caso, tra le parole di Betori che l’ex presidente Cei fa «integralmente » sue ci sono anche quelle che definiscono «degni del cestino della spazzatura» i «fogli anonimi che circolano in questi giorni, assurti al rango di «informativa», ma che «dalla spazzatura provengono e nella spazzatura devono tornare».
Aldo Cazzullo
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Gli articoli del Giornale del 28/8/2009 sono in allegato
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