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DIBATTITO - Salvare le pensioni dei giornalisti si può. Con l’Algoritmo.

di Paolo Mastromo, giornalista pensionato

5.1.2021. - È davvero sorprendente leggere che qualcuno, riferendosi a un documento di lavoro dell’Inpgi che ipotizza “tagli” per una cinquantina di milioni, si stracci le vesti paventando che qualcuno voglia mettere le mani nelle tasche dei giornalisti “con una manovra lacrime e sangue”.


Il vero dramma è che – dopo almeno dieci anni di crisi – solo adesso si scopra che l’Istituto dei giornalisti sta fallendo, e che la strada che porta al fallimento è irreversibile. E assai breve. Che il Governo se ne lavi le mani (“è un’azienda privata come altre, può fallire”, questo è quanto ormai senza reticenze affermano tutti, dal presidente del Consiglio al sottosegretario con delega all’Editoria), in questa fase economica, sociale e politica, è inevitabile.


Inutile piangere sul latte versato. I “se” si sprecano. Se avessimo chiesto di confluire nell’Inps dieci anni fa – come io appunto dieci anni fa avevo sostenuto – non sarebbe stato impossibile: il debito era assai inferiore e il quadro sociopolitico era ben diverso. Se avessimo preteso il commissariamento ben prima, se non ci fossimo scioccamente inzuccati in quella vera e propria deportazione contributiva che è l’”allargamento della platea”… chissà mai a chi sarà venuta per primo questa brillante idea.


E invece.


E invece, fra un paio di anni (forse prima) ai giornalisti pensionati potrebbe toccare la pensione sociale, mentre quelli in attività scoprirebbero che la loro carriera, magari ai margini della pensione, è andata in fumo, perché i contributi che hanno versato per alcuni decenni non esistono più.


Abbiamo un disavanzo di cassa, per semplificare e fare cifra tonda, di 200 milioni l’anno fra entrate e uscite. I 50 milioni del “documento di lavoro” dell’Inpgi gli fanno un baffo, al disavanzo. Per dirla in numeri, se questo piano che tanto scandalizza i duri e puri passasse così come è, invece che fallire fra due anni l’Inpgi fallirebbe fra due anni e sei mesi.


Quindi, altro che “comunicatori”, altro che zuccherini indigesti. L’unica strada per evitare il fallimento (e la miseria per chi non è ricco del suo) è quella di un sistema di tassazione interna, capace di spalmare sui giornalisti – sia attivi sia pensionati – gli oneri per raggiungere il pareggio di bilancio.


Senza girarci troppo intorno, occorre che i giornalisti italiani – sia gli attivi sia i pensionati – si spartiscano un disavanzo di 200 milioni l’anno.


Certo anche il Governo ha le sue colpe. Nel Cda dell’Inpgi siedono ben due rappresentanti dei “ministeri vigilanti”. Che cosa hanno fatto, cosa hanno detto, cosa hanno proposto per evitare che la situazione degenerasse? Niente, non hanno fatto niente. E quindi, se le cose sono giunte al punto in cui siamo, neppure il Governo può tirarsi fuori.


Quindi, al “tavolo di rientro dal debito”, come è costume in simili circostanze, dovranno sedere il Governo, gli editori e i giornalisti. Del primo si è detto; dei secondi basti dire che nell’ultimo decennio hanno allegramente scaricato i costi delle loro ristrutturazioni (non sempre necessarie) sull’Istituto di previdenza dei giornalisti. I quali ultimi, anche questo s’è detto, non hanno visto, non hanno sentito e non hanno parlato, sperando (immaginando?) che i giornalisti italiani sono troppo importanti per fallire e che prima o poi Pantalone sarebbe arrivato a dispensare i propri favori. Quindi, le colpe sono equamente condivise.


Ma visto che si parla di soldi, non c’è bisogno di girarci troppo attorno: siamo alla ricerca della formula, dell’algoritmo che determinerà la tassazione individuale resa inevitabile dalla crisi dell’Inpgi.


Si tratta di un discorso politico e tecnico troppo complesso per poter essere esaurito da un intervento di questo tipo. Ma qui a me interessa segnalare “il metodo”. Se non si incomincia a discutere su chi-pagherà-quanto arriveremo al dunque con il fiato corto, e sappiamo bene che quando manca l’aria le soluzioni frettolose che si trovano sono sempre assai scadenti.


La mia proposta è quella di confezionare un vero e proprio algoritmo. Un algoritmo a target variabile, che varierà di anno in anno in ragione dell’equilibrio fra giornalisti attivi e giornalisti pensionati (meglio: fra il monte stipendi degli attivi e il monte pensioni). E che farà parte, a sua volta, di un più generale algoritmo nel quale convergeranno anche gli interventi degli editori e quelli del Governo.


La premessa è che nessun giornalista – attivo o pensionato – ha fatto niente di male nella sua vita: gli stipendi in essere, che provengano dai contratti nazionali e/o dai superminimi individuali, sono assolutamente legittimi; così come sono legittime, perché collegate alle leggi esistenti, le nostre pensioni, siano di anzianità come di vecchiaia, di reversibilità, di invalidità. Il prerequisito per avviare correttamente questo discorso è che tutto ciò che abbiamo o abbiamo avuto è il frutto del nostro lavoro e delle leggi, e non di chissà quale privilegio. Questo presupposto è utile per dire che non avrebbe senso incominciare a logorarci con “i distinguo”; la premessa è che stiamo tutti nella stessa barca con la medesima dignità e parità di diritti.


Quindi, nell’algoritmo dovranno convergere le quote degli editori, del Governo, dei giornalisti attivi e dei pensionati. Dopo aver detratto una tantum tutte le spese di struttura detraibili; quelle della gestione dell’Istituto, per intenderci.


Varierà nel tempo, l’algoritmo. Da un lato – tendenzialmente – si pagheranno sempre meno pensioni elevate (per motivi demografici), dall’altro lato il numero degli attivi varierà; in parte in aumento (nuove assunzioni) in parte in diminuzione (pensionamenti). Quello che conta è assegnare le quote percentuali in relazione alle quali il totale dovrà fare sempre 100.


Un esempio puramente teorico (ma non proprio campato in aria): abbiamo un deficit/anno di 200 milioni, che può essere coperto per il 10% da parte editoriale (A), per il 20% da parte governativa (B), e il restante 70% si ripartisce proporzionalmente fra il monte stipendi (C) e il monte pensioni (D). All’interno di ciascuna delle sezioni C e D, per quanto riguarda i giornalisti, si stabiliscono fasce di contribuzione in relazione al reddito (con logica analoga a quella dei “Contributi di solidarietà”).


Per fare un esempio puramente ipotetico, fatto 200 milioni il deficit annuo da colmare e immaginato l’universo dei giornalisti in 18mila attivi e 9mila pensionati, il 70% di competenza giornalistica si potrebbe spalmare (all’incirca: in realtà credo che le pensioni medie siano più elevate degli stipendi medi, così che si dovrà tenerne conto) per i 2/3 sugli attivi e per 1/3 sui pensionati, così che tutti “facciano la loro parte” equamente.


La quota di competenza dei pensionati, per proseguire nell’esempio e per riferirci magari alla tabella del documento di lavoro dell’Inpgi citato in apertura, vorrebbe dire che sui 575 milioni di monte pensioni sarebbe da recuperare 1/3 del 70% del deficit di 200 milioni, cioè 46,6 milioni, mediamente 5.111 euro/anno a testa, con una parametrazione interna che renda questa somma minore per le pensioni più basse, maggiore per quelle più elevate.


Dico subito che questa cifra non mi sembra irragionevole. Corrisponde all’8,79% della pensione media, che si trasformerà – per effetto del minor carico fiscale, in una trattenuta intorno ai 3.500 euro netti l’anno. Come dire che – per quel che riguarda i pensionati, e se anche le altre componenti dell’algoritmo faranno la loro parte – le nostre pensioni possono salvarsi con un sacrificio medio di 250 euro netti al mese sulle 14 mensilità. Se tutti lavoriamo con serietà, disponibilità e intelligenza, possiamo farcela.


 


 





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