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Addio a Nestore Morosini, fuoriclasse del giornalismo sportivo. Si è spento a 83 anni, vittima del Covid. Era una delle firme più famose del Corriere della Sera per il calcio, la F1 e i motori. RICORDI: scrivono due "pulcini", ALESSIO RIBAUDO ED ENRICO FEDOCCI, del maestro di giornalismo non solo sportivo.

di Alessio Ribaudo - 18.11.2020 - Nestore Morosini e io, io e Nestore. Mille trasferte, mille pranzi e cene, mille aneddoti, mille progetti editoriali, mille risate, mille volte a confessarci, mille consigli chiesti e ottenuti, mille volte a sentirmi battere la mano sulla spalla e sertir dire "vedrai lo zio Nestore cosa combina ora", mille partite dell'Inter, mille volte partenza alle 7 sotto casa, colazione e "guida tu e svegliami quando siamo a Ventimiglia", mille litigate per fargli scrivere un libro per raccontare tutte le sue esperienze. Travolgente, irriverente, sanguigno, un fiuto per le notizie innato. Nestore non è stato tanto e solo un fuoriclasse del giornalismo sportivo. Nestore ha scritto pezzi studiati nelle scuole di giornalismo come "Cinque giorni tra i fucili a Buenos Aires" quando mise alla berlina la situazione in Argentina e dovette scappare da quel Paese sotto dittatura. Nestore è stato un fuoriclasse di umanità. Pensare che lui, amante dei giovani e della bella compagnia, è andato via da solo in un letto d'ospedale, senza i nostri occhi amici mi pesa come un macigno nel cuore. Da quando Ivana, la donna che lo ha reso felice sino all'ultimo, mi ha scritto per dirmi che il Covid-19 lo ha battuto, lacrime salate come il fiele non smettono di scendere e mille ricordi mi passano per la mente. Nestore è stato lo zio che non ho avuto a Milano. Tutto iniziò a Imola nel 1996, io 19enne inviato per scrivere del Gp. Al botteghino degli accrediti mi sento battere sulla spalla, mi giro e vedo lui già famoso, lo riconosco. Mi fa: "Non te lo danno l'accredito per papà, deve venire lui, serve il tesserino da giornalista". Io sorrido e rispondo fiero: "Dottor Morosini, l'accredito è per me". Lui scoppia a ridere:" Da quando accreditano i pulcini? Non credo tu abbia più di 15 anni, fammi vedere il tesserino". Glielo mostrai, mi mise una mano sulla spalla e mi disse: "Pulcino da oggi sarò lo zio Nestore. Seguimi, stai zitto, osserva e impara". Finì il Gran Premio e io stavo leggendo e rileggendo al pc il pezzo. Non mi andava mai bene. A un certo punto, sento urlare a pochi centimetri: "Candido, lo vedi quel pulcino, è da un'ora che scava le parole e non ha capito che andava bene il pezzo anche prima. Glielo dici tu che dobbiamo andare via perché abbiamo un tavolo alla Clinica Gastronomica fra poco?". Mentre io ero disperato sui tasti, Nestore aveva già finito due pezzi da tempo, cazzeggiava con Cannavò e Allievi. Feci un sorriso di circostanza, inviai il pezzo e mi avvicinai. "La ringrazio per l'invito ma io sono arrivato in treno e riparto alle 21". Nestore guardò sua moglie Ivana e, poi, con un tono che non ammetteva repliche, sentenziò: “torni con noi a Milano, che storie". Nestore era questo un uomo generoso, buono e alla mano: per lui tutti eravamo uguali ma per noi allora giovani, specialmente se peperini come lui, aveva un debole.  Da quel giorno a Nestore io ho rubato tutto, osservandolo in silenzio in pubblico. Facendo discussioni infinite in privato perché fra zio e nipote andava così. Potrei raccontare di quella volta dell'intervista a  Prodi presidente del consiglio; di quella volta che mandammo su tutte le furie Todt nel paddock della Ferrari per le esultanze dopo i gol della  nostra "amata" pazza Inter; mi portò a vedere il Gp nel salotto di Montezemolo, allora capo della Ferrari, oppure di quei pranzi a Modena con Piero Ferrari. Mai una volta uscimmo senza che Nestore, ridendo e scherzando, gli avesse cavato una notizia che poi puntualmente scriveva  mandandoli su tutte le furie. "Amico è solo il lettore", mi diceva. A Nestore, però si perdonava tutto. Avere la sua fiducia era il mio premio. Fece lui il mio nome per l'assunzione al Corriere e si crucciava di non essere mai stato il mio capo. Tanti approfittatori, invidiosi, miracolati irriconoscenti, oggi lo ricorderanno con i loro "quella volta che io e Nestore". Io lascio parlare lui, con ciò che volle dedicarci. Ciao maestro e ora che sarai con Gilles e Ayrton continua a divertirti a punzecchiarli.  in https://www.facebook.com/784693744/posts/10158769146338745/?d=n



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CON I PULCINI DIVENTATI...GALLI


La nostalgia dei tempi passati nel giornalismo attivo ti prende prepotentemente. Mi è capitato di recente, allora ho chiamato i "pulcini" delle mie redazioni del Corriere della Sera e di Virgilio.it, quelli che lavoravano a cachet e imparavano a fare i giornalisti, li ho invitati a pranzo per una rentrée gustosa e ricca di aneddoti. Ho voluto con me Fabio Monti, uno dei giornalisti del Corriere a me più caro e collega per tanti anni, e mia moglie Ivana che ai tempi era mia segretaria di direzione. I miei pulcini sono diventati "galli", perché le loro carriere si sono sviluppate in verticale. Ve li presento in questa fotografia, da destra: Alessio Ribaudo redattore e inviato del Corriere della Sera, il sottoscritto, Ronny Mengo inviato e telcronista Mediaset, Marco Pascali vice direttore "Al Volante", Fabio Monti, Ivana Ceriani Morosini, Luca Contartese PR Manager Kia. Assenti giustificati: Alessandra Bocci, redattrice Gazzetta dello Sport, Enrico Fedocci inviato Mediaset. (N.M.) -in https://www.facebook.com/677246536/posts/10157189575646537/?d=n


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Memoria e gratitudine. di Enrico Fedocci


Nestore... non così presto, non in questo periodo. Ti devo tutto. Se sono giornalista il merito (o il demerito) è interamente tuo. Mi mancheranno i nostri pranzi in zona Moscova (impossibile pagare!) e le nostre telefonate.


Come dimenticare quando mi dicesti, anni dopo essere passato dalla carta stampata alla tv: “Complimenti, devo dirti che come giornalista di cronaca sei bravissimo, ti seguo sempre... ma come giornalista di motori non valevi nulla...”.


O quella volta in cui, disegnando la pagina, a proposito di un mio improbabile articolo su qualche antifurto: “Chicco, io il pezzo lo inserisco ancora una volta. Se salta di nuovo la pagina... vuol dire che questo pezzo mena rogna e resterà in ghiacciaia per sempre”.


Solo in una cosa sono riuscito ad eguagliarti: a scuola eravamo due “geni del male”. Lì ti ho conteso il primato.


Da adolescente, sentendo i racconti delle tue scorribande scolastiche e vedendo il ruolo di primo piano che avevi raggiunto nel giornalismo in un quotidiano importante come il Corriere della Sera, capii che per me non tutto era perduto e che la possibilità di riscatto nel lavoro era alla portata. Senza di te non ce l’avrei fatta. Probabilmente, non sarei neanche riuscito a tentarla questa carriera se non ci fossi stato tu. Era il 1990 quando mi accompagnasti al piano terra di via Solferino - prima di portarmi poi su con te al Corriere Motori - da Luciano Falsiroli, al Vivimilano, per i primi passi.


Un rammarico me lo porto dentro: non aver partecipato, a causa di una trasferta, al pranzo da te organizzato qualche tempo fa con i tuoi ragazzi, quelli che avevi formato e cresciuto, come hai formato e cresciuto me. Per chi avrà voglia di leggere, in fondo al post copio e incollo il testo scritto da lui stesso in quella occasione su Facebook.


Ciao, Nestore. La tua morte è una grave perdita davvero. Non ti dimenticherò.


Chicco





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