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IL FATTO QUOTIDIANO. Giornalisti. Nicola Borzi e Francesco Bonazzi scoprono di essere indagati a Roma da 15 mesi per i loro articoli. CHI SCRIVE DI POPVICENZA E 007 RISCHIA IL CARCERE . (a. CEDU - Sentenza Jérôme Dupuis et Jean-Marie Pontaut c. Francia - 7 giugno 2007. Pubblicazione di atti processuali -intercettazioni illegali- coperti dal segreto istruttorio: preminente la libertà di stampa. - b. Cedu. Le perquisizioni nell’abitazione di un giornalista sono contrarie alla CEDU. Il diritto di un giornalista a non svelare la fonte non è un privilegio da concedere o ritirare a seconda della liceità o meno della fonte, ma è un elemento essenziale della libertà di espressione che non deve essere compresso per non incorrere in una violazione della Convenzione dei diritti dell’uomo). (La reazione di Fnsi e Alg).

di Marco Franchi/ilfattoquotidiano


8.2.2019 - A quasi 15 mesi dagli articoli sui conti dei servizi segreti nel gruppo Banca Popolare di Vicenza, pubblicati il 15 novembre 2017 sulla Verità e il 16 e 17 novembre seguenti sul Sole 24 Ore, dopo le perquisizioni e i sequestri dei propri archivi digitali, i giornalisti Francesco Bonazzi della Verità e Nicola Borzi, all' epoca al Sole 24 Ore e ora collaboratore del Fatto, scoprono di essere stati indagati per oltre un anno dalla Procura di Roma.





 Gli avvocati di Bonazzi e Borzi, insieme a quello di una terza persona, hanno ricevuto nei giorni scorsi l' avviso di conclusione delle indagini firmato dal pm Sergio Colaiocco e dal procuratore aggiunto Francesco Caporale. Il reato contestato è rivelazione di segreto di Stato per aver ottenuto l' elenco dei pagamenti a personale di Dis, Aisi e Aise. Ora la procura potrebbe chiedere il rinvio a giudizio dei tre: in caso di condanna, la pena non può essere inferiore a cinque anni.





 Borzi e Bonazzi avevano scritto dei conti correnti aperti nella filiale romana di via Bissolati di Banca Nuova, gruppo Popolare di Vicenza, dalla Presidenza del Consiglio e dai Servizi segreti. Si trattava di quasi 1.600 operazioni bancarie per oltre 642 milioni, effettuate dal 17 giugno 2009 al 25 gennaio 2013 tra il quarto governo Berlusconi e l' era Monti. Tra i beneficiari c' erano contabili del ministero dell' Interno, personale della Protezione civile e del Dipartimento Vigili del fuoco, funzionari del Consiglio superiore della Magistratura, avvocati, dirigenti medici, vertici di autorità portuali, giovani autori e registi tv, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica e fumettisti vicini al mondo dei centri sociali, figure apicali dell' intelligence italiana, alti funzionari dei Servizi e delle forze dell' ordine, ufficiali del Carabinieri con ruoli in sedi estere ed ispettori della Polizia di Stato.





 Il 17 novembre 2017 la Guardia di Finanza, su disposizione del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, aveva acquisito a Roma da Francesco Bonazzi de La Verità una chiavetta con i documenti richiesti. Anche Borzi aveva consegnato i documenti contenuti in una chiavetta, ma i Finanzieri avevano smontato il disco rigido del suo computer nella redazione del Sole 24 Ore a Milano sequestrandogli archivio, email, numeri di telefono. Una copia dell' archivio digitale era stata riconsegnata a Borzi solo il 31 gennaio 2018.





 Basta il sospetto di una violazione di segreto d' ufficio e scatta la perquisizione per scoprire le fonti di chi ha pubblicato la notizia: è una pratica censurata dalla Cassazione e da norme e sentenze europee.





 Eppure accade sempre più spesso.





 Proteste erano arrivate dalla Federazione Nazionale della Stampa e dall' Associazione lombarda dei giornalisti che avevano condiviso il comunicato del Comitato di Redazione del Sole 24 Ore: "Non è ammissibile che venga violato in questo modo il vincolo del segreto professionale che tutela la riservatezza delle fonti, cardine del lavoro giornalistico".





 Nei giorni successivi Nicola Borzi scriveva su Facebook "Il mio telefono è sotto controllo. I miei post su Fb sono filtrati e appaiono a distanza di minuti. La mia carta di credito privata venerdì sera è stata disattivata e riattivata solo sabato mattina.





 Il mio archivio digitale di 15 anni di lavoro mi è stato sequestrato". Quindici mesi dopo, ora Borzi e Bonazzi scoprono di rischiare non meno di 5 anni di carcere per aver fatto il loro lavoro di giornalisti.





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FNSI e Alg su vicenda dei giornalisti Nicola Borzi e Francesco Bonazzi - 8.2.2019. "Vietato scrivere delle malefatte bancarie. Non possiamo esprimere un giudizio diverso a fronte della chiusura delle indagini a carico dei giornalisti Nicola Borzi, ex Sole 24 Ore e ora collaboratore del Fatto Quotidiano, e Francesco Bonazzi, del quotidiano La Verità, che avevano svelato la presenza di conti dei servizi segreti nel gruppo Banca Popolare di Vicenza. I loro archivi erano già stati violati da una perquisizione della Guardia di Finanza oltre un anno fa. Ora rischiano addirittura una possibile condanna al carcere per avere esercitato il diritto di cronaca ed avere privilegiato l'indiscutibile rilevanza pubblica delle notizie date. La FNSI e la Alg sono e saranno, anche in questa occasione, al fianco dei colleghi, pronte a sostenerli in tutte le iniziative, anche in sede legale, che intenderanno promuovere non solo in loro difesa, ma anche in difesa del segreto professionale e della tutela delle fonti». Lo affermano, in una nota, Federazione nazionale della Stampa italiana e Associazione Lombarda dei Giornalisti.





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CEDU - Sentenza (Jérôme Dupuis et Jean-Marie Pontaut  c. Francia - 7 giugno 2007). Pubblicazione di atti processuali (intercettazioni illegali) coperti dal segreto istruttorio: preminente la libertà di stampa.





Due giornalisti erano stati condannati in Francia per la pubblicazione nel 1996 di un libro intitolato “Les Oreilles du Président”, nel quale si raccontava di un sistema illegale di intercettazione orchestrato dagli alti vertici dell’Eliseo contro numerosi personaggi della società francese tra il 1983 e il 1986. Tale caso era stato oggetto dell’attenzione dei media allorquando negli anni ’90 venne pubblicata sulla stampa una lista di 2000 persone che erano state sottoposte a illecita sorveglianza. Nel 1993 venne poi aperto nei confronti di G.M., un collaboratore del Presidente Mitterrand, un procedimento penale. Con l’uscita del suddetto libro, costui denunciò in sede penale i suoi autori, accusandoli di aver utilizzato – addirittura allegandolo in appendice - materiale sottratto illegalmente dagli atti giudiziari (dichiarazioni rese al giudice istruttore e brogliacci di intercettazioni). Il Tribunale di Parigi decretò che il materiale utilizzato era in effetti documentazione agli atti del processo penale coperto dal segreto istruttorio e condannò i due giornalisti ad una pena pecuniaria.





Investita del caso, la Corte europea (ricorso n. 1914/02). ha ritenuto sproporzionata la condanna. In particolare, la Corte ha ritenuto preminente l’interesse pubblico a conosce di quello che era stato un affare di stato, acquisendo certe informazioni – anche riguardanti il processo penale - sulle illegali intercettazioni subite da noti personaggi. La Corte, pur ritenendo legittima la protezione della segretezza delle indagini, ha rilevato che al momento dell’uscita del libro, era già noto che G.M. era stato inquisito e il governo francese non aveva dimostrato come la discovery delle informazioni riservate avesse arrecato a costui una lesione al suo diritto alla presunzione di innocenza, posto che la condanna era seguita 10 anni dopo. 





SEGRETO LIMITATO: due giornalisti  francesi avevano rivelato il sistema di intercettazioni illegali  durante la presidenza di Mitterand





Articolo di Marina Castellaneta





Il diritto della stampa di informare su indagini in corso e quello del pubblico di ricevere notizie su inchieste scottanti prevalgono sulle esigenze di segretezza. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo che, nella sentenza del 7 giugno 2007, ha condannato la Francia per violazione della libertà di espressione (ricorso n. 1914/02). Questo perché i tribunali interni avevano condannato due giornalisti che avevano pubblicato un libro sul sistema di intercettazioni illegali attuato durante la Presidenza Mitterand.





Nell'opera, oltre che stralci di dichiarazioni al giudice istruttore e brogliacci delle intercettazioni, era contenuto l'elenco delle persone sottoposte ai controlli telefonici. Se i giudici francesi hanno fatto pendere l'ago della bilancia verso la tutela del segreto istruttorio, punendo i giornalisti, la Corte europea ha invece rafforzato il ruolo della stampa nella diffusione di fatti scottanti, soprattutto quando coinvolgono politici. In questi casi, i limiti di critica ammissibili sono più ampi, perché sono interessate persone che si espongono volontariamente a un controllo sia da parte dei giornalisti, che della collettività.





La Corte europea ha ammesso che i due autori avevano violato le norme sul segreto istruttorio, ma ha riconosciuto prevalente l'esigenza del pubblico di essere informato sul procedimento giudiziario in corso e sui fatti oggetto del libro, al quale erano allegati alcuni verbali di intercettazioni.





È legittimo - secondo i giudici europei - accordare una protezione particolare al segreto istruttorio, sia per assicurare la buona amministrazione della giustizia, sia per garantire il diritto alla tutela della presunzione d'innocenza delle persone oggetto d'indagine. Ma su queste esigenze prevale il diritto di informare, soprattutto quando si tratta di fatti che hanno raggiunto una certa notorietà tra la collettività. Non solo. La Corte europea ha ribaltato l'onere della prova: non tocca ai giornalisti dimostrare che non hanno violato il segreto istruttorio, ma spetta alle autorità nazionali dimostrare in quale modo «la divulgazione di informazioni confidenziali può avere un'influenza negativa sulla presunzione di innocenza» di un indagato. In caso contrario, la protezione delle informazioni coperte da segreto non «è un imperativo preponderante». Ciò che conta è che i giornalisti agiscano in buona fede, fornendo dati esatti e informazioni precise e autentiche nel rispetto delle regole deontologiche della professione.





Una bocciatura anche per le pene disposte dai tribunali nazionali. Secondo la Corte europea, infatti, la previsione di un'ammenda e l'affermazione della responsabilità civile dei giornalisti possono avere un effetto dissuasivo nell'esercizio di questa libertà, effetto che non viene meno anche nel caso di ammende relativamente moderate. (Il Sole 24 Ore, 21 giugno 2007)





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Corte di Strasburgo. Le perquisizioni nell’abitazione di un giornalista sono contrarie alla CEDU. Il diritto di un giornalista a non svelare la fonte non è un privilegio da concedere o ritirare a seconda della liceità o meno della fonte, ma è un elemento essenziale della libertà di espressione che non deve essere compresso per non incorrere in una violazione della Convenzione dei diritti dell’uomo.-www.marinacastellaneta.it – IN http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=12794





 






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