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MICHELE ACHILLI, L'URBANISTA SOCIALISTA. LE LEGGI DI RIFORMA 1967-1992. PUBBLICHIAMO LA POSTAFAZIONE DI VITTORIO EMILIANI.


9.10.2018 - Negli anni del centrosinistra i socialisti hanno svolto un ruolo determinante nel percorso riformatore, in particolare nella legislazione urbanistica. L'autore rievoca quel periodo per sottrarlo a una sorta di "oscuramento" sistematico, a una ormai incessante 'damnatio memoriae' del Partito Socialista, che ne cancella, persino dai libri, i meriti oggettivi. Dalla lettura degli atti parlamentari si può constatare come quelle riforme traessero la loro origine da comportamenti ad esse coerenti praticati da molti urbanisti socialisti a sostegno degli enti locali più attenti alla corretta pianificazione dei loro territori. E anche come alcune delle riforme non attuate conservino tuttora una grande attualità.





L'URBANISTA SOCIALISTA. POSTFAZIONE DI VITTORIO EMILIANI





Si può ben dire che vivevamo di pane e politica in quella seconda metà degli anni '50 che a Milano e in Lombardia già anticipavano il boom economico poi esteso soprattutto al Nord-Ovest del Paese, il "miracolo italiano". Ben presto la politica sarebbe stata per buona parte urbanistica e l'urbanistica prevalentemente socialista. In senso italiano, riformista, o riformatore come si preferiva dire allora per non mischiarsi troppo coi turatiani (oggi giustamente rivalutati). Entrai con un colpo di fortuna, poco più che ventenne, nel giro di "Comunità" la splendida rivista di Olivetti in cui, per l'appunto, architettura e urbanistica erano temi dominanti anche per la specifica passione per la materia di Adriano Olivetti presidente attivissimo dell'allora autorevole Istituto Nazionale di Urbanistica (INU). Il colpo di fortuna fu l'amicizia con un giovane giornalista, più grande di me di qualche anno, che scriveva bene ed era anche dotato di una bella faccia tosta: Bepi Tarozzi già collaborava da Voghera, dove anch'io abitavo, al "Mondo" di Pannunzio e a "Critica Sociale" ed era cugino dell'italianista Sergio Romagnoli collaboratore di "Comunità". Fu lui a presentarci all'acuto, attrezzato caporedattore Renzo Zorzi che mensilmente la confezionava e che ci accolse con sorridente cordialità per una prima inchiesta su Pavia città bersagliata e intaccata da una speculazione edilizia delle più cieche. Compivo appena 21 anni, ma, all'epoca, a Milano si raggiungevano persone importanti (e lo erano davvero) con estrema facilità. Cosa oggi inimmaginabile anche con personaggi di statura ben minore.





La passione per la politica era nata già al liceo e, avendo un padre segretario comunale, era anche passione per l'amministrazione locale. A Voghera, cittadina dall'urbanistica di impianto romano (cardo e decumano ben visibili) e poi medioevale, sviluppata con intelligenza nell'Ottocento, con molto verde, mancava il Piano Regolatore Generale. O meglio, ce n'era uno, limitato tuttavia al centro storico entro le mura: esso, alla maniera fascista degli anni '30, prevedeva sventramenti, allineamenti e altre brutture tipiche del ventennio (alcune realizzate, altre no). Niente a che vedere coi piani di sviluppo urbano dell'800 che, se avevano, come in tanti altri centri padani, sacrificato le antiche mura del resto pressoché ornamentali in una città di pianura fitta di granai e pertanto mille volte invasa e spogliata, da Annibale in qua, avevano disegnato una città ancora armonica, fra Emilia e Piemonte.





La Giunta centrista aveva tentato nei primi anni '50 un piano che però non aveva portato in Consiglio pur facendolo conoscere. Per la gioia dei costruttori locali che stavano aggredendo anche la bella piazza centrale, vastissima, col Duomo al centro - dove probabilmente c'era stato un tempio romano, fra cardo e decumano - tutta a portici come spesso accade nella Val padana, soprattutto in Emilia-Romagna. A difenderla c'era un omino garbato, però tenacissimo, un nobile colto, Jacopo Lauzi de Rho, il quale da ispettore onorario della Soprintendenza di Milano la girava di continuo in bicicletta, silenzioso e vigilante, e spesso si rivolgeva ostinato e accorato all'ispettore istituzione arch. Angelo Borroni dal quale aveva ottenuto il vincolo integrale della piazza dopo le prime gravi manomissioni (più tardi avrebbe fatto vincolare, giustamente, anche la monumentale Caserma di Cavalleria costruita per la seconda guerra risorgimentale quando Voghera era ancora Piemonte).





La lettura settimanale, da anni ormai, del "Mondo" aveva sedimentato in noi - soprattutto per gli articoli di Antonio Cederna - una prima cultura della città che i saggi di Comunità e di altre riviste accrescevano. Riapparve allora sulla scena cittadina, di ritorno da Roma dove era andato a vendere giradischi, HiFi e televisori, un giovane, Italo Betto, allora militante nella Sinistra socialdemocratica di Zagari, Matteotti, Faravelli e Alfassio Grimaldi (che viveva a Voghera dove insegnava storia e filosofia), appassionatosi all'architettura e all'urbanistica dopo aver letto Siegfrid Giedion, Frank Lloyd Wright e soprattutto lo studioso americano delle città Lewis Mumford influenzato dagli utopisti anarchici. Il caso volle che nella primavera del 1956 Betto venisse eletto a 28 anni soltanto sindaco di una giunta minoritaria Psdi-Psi appoggiata dall'esterno dal Pci. Durò poco per la miopia politica dei comunisti, ma quanto bastava per far nascere in città un settimanale radical-socialista, il Cittadino, e per accendere ancor più in alcuni di noi una autentica passione per l'amministrazione in generale e per l'urbanistica in particolare. Sulla quale compimmo ricerche e inchieste; sul passato segnato in positivo da architetti importanti quali Paolo Cornaro vogherese e Gioacchino Dell'Isola, suo genero, piemontese, e sul presente della città che purtroppo si stava sviluppando disordinatamente a macchia d'olio, specialmente oltre la Camionale dei Giovi, verso Salice Terme e la verde Valle Staffora.





Eravamo sempre sui treni fra Voghera, Pavia e la sua Università, e Milano coi suoi giornali, le sue riviste, le case editrici, il Piccolo Teatro, il Lirico (col jazz), la Scala. Ricordo che Tarozzi ebbe la chance di una collaborazione al "Corriere d'Informazione". Realizzò una inchiesta su Verona e scrisse del fratello di Guido Gonella, dc potente, che molto condizionava la politica locale. Il direttore, il mitico saturnino, pallido Mario Missiroli, lo chiamò e gli fece presente che era stato troppo tagliente suggerendogli: "Quando lei è in difficoltà, parli del paesaggio...La collina veronese è bellissima". Già ma lo sapeva bene anche la speculazione edilizia. La collaborazione si arenò presto.





Le inchieste giornalistiche, allora praticate su giornali e riviste con molta serietà e documentazione, mi portarono sempre di più a Milano. Non più soltanto per "Comunità", ma pure per il prestigioso "Espresso" di Arrigo Benedetti. Con Camilla Cederna, diventata nostra straordinaria maestra e protettrice, ne realizzammo una sulle nuove povertà di Milano (che si era appena liberata delle baraccopoli dell'Ortica, quelle di "Miracolo a Milano" di De Sica e Zavattini) e poi un'altra, nientemeno, sulle "coree" degli immigrati nel Nord Milano, fotografo il bravissimo Ugo Mulas. Allora anche i principianti viaggiavano con gente a quei livelli.





Ma la mia propensione a scrivere di questi temi doveva accentuarsi al "Giorno" diretto da Italo Pietra che veniva dal socialismo europeo del gruppo dei "giovani turchi" (i già citati Zagari, Matteotti, coi ventenni Formica, Ruffolo e altri) e che delle inchieste era un inesauribile sollecitatore. Inchieste sulle città che cambiavano, inchieste sull'urbanistica, inchieste sui pendolari, sulla politica dei trasporti e dei servizi. Al "Giorno" era arrivato il brillante, incisivo Giorgio Bocca, ma io ebbi per maestro, oltre a Pietra, soprattutto Franco Nasi, socialista, passato per "l'Avanti!" e poi per "l'Umanità", solido e approfondito nelle proprie indagini. Che vertevano, ecco il punto decisivo, anzitutto sull'urbanistica. Era amico di tutti gli architetti e gli urbanisti più importanti, soprattutto milanesi, ma non solo. Quando malauguratamente volle lasciare il Giorno, mi donò, nientemeno, la sua ricca e qualificata agenda telefonica. Dove c'erano i numeri e i recapiti di Lodovico Barbiano di Belgioioso e del mitico BBPR, di Giancarlo De Carlo (che stava lavorando al PRG di Urbino dove io ero cresciuto), di Piero Bottoni, di Leonardo Benevolo, di Carlo Santi, di tecnocrati quali Roberto Guiducci, Miro Allione o Silvio Leonardi, e di tanti altri fra i quali il trentenne o poco più Michele Achilli. La federazione del Psi, di cui fu segretario a lungo un intellettuale prestigioso come Guido Mazzali, geniale inventore di slogan pubblicitari e socialista autonomista molto solido, aveva una sede piuttosto povera (come povero o sobrio era all'epoca tutto il partito) in via Vignola, una strada appartata. Dove andavo a trovare un funzionario schivo e intelligente, Emanuele Tortoreto, che mi forniva notizie e spunti sulle novità sociali in corso nelle periferie e anche nella grassa agricoltura del Milanese e della Lombardia. Per le fabbriche, allora molto presenti in città, anche se era cominciato un vistoso decentramento nell'hinterland, andavamo soprattutto dal giovane segretario della Camera del Lavoro, il torinese Bruno Di Pol, partigiano, quasi ragazzo, di GL e punta della corrente socialista della Cgil che cercava di rompere l'egemonia comunista e di scindere i legami sempre più imbarazzanti con la Federazione Sindacale Mondiale di stretta osservanza sovietica. Oppure da Silvio Pozzani direttore del "Mercurio", saggista e giornalista di vaglia, dove lavorava anche Miro Allione.





Nel '58 ero passato dai radicali ai socialisti fra i quali - in specie a Milano, ma non soltanto a Milano - si mangiava davvero pane e politica in specie urbanistica. Achilli lo conobbi meglio dopo le elezioni politiche del 1963. Era rimasto fuori da Montecitorio per una manciata di preferenze, 17 mi pare. Sopravanzato dal vecchio Alcide Malagugini, sindaco di Pavia nel prefascismo, massone e massimalista, che poi nel '64 avrebbe aderito alla scissione psiuppina. Ricordo che gli dissi scherzando: "Potevi dirmelo, Michele, che avevi delle possibilità e te ne avrei trovate un bel po' di preferenze fra Voghera, Pavia e la tipografia del Giorno..." Diventammo subito amici. Veniva da esperienze amministrative a Monza e il padre era originario, caso curioso, di Montecalvo Versiggia nell'Oltrepò sopra Stradella, vicino, a Montù Beccaria, erano nati i fratelli Giovanni e Luigi Montemartini, economista e assessore fondamentale della leggendaria Giunta Nathan a Roma il primo, botanico universitario e fondatore nell'Oltrepò delle prime Cantine Sociali d'Italia nel primo decennio del secolo, Due socialisti riformisti senza macchia.





Michele subentrò alla Camera quando il vecchio Malagugini morì e cominciò subito a segnalarsi, fra Milano e Roma, per una intensa attività di preparazione di nuove norme che riempissero il vuoto nel quale la speculazione edilizia aveva banchettato allegramente, con consumi di suolo pazzeschi. Il Pci brillava in alcune situazioni - per esempio a Bologna - ma non aveva una politica nazionale coesa, definita. Il Psi aveva alle spalle l'insegnamento di alcuni autentici maestri dell'urbanistica che stavano influenzando positivamente la cultura amministrativa. Parlo di Luigi Piccinato (1899) veneto trapiantato fin dagli studi a Roma, il quale aveva firmato sotto il regime il piano di Sabaudia e contribuito in misura rilevante alla legge urbanistica (tuttora in vigore) del 1942, di Giovanni Astengo (1915), torinese, emerso nel dopoguerra, come Edoardo Detti (1913) un passato antifascista, partigiano in GL, allievo di Michelucci, poi assessore con Giorgio La Pira, docente molto ascoltato. Tutti socialisti, tutti con una corona di allievi, tutti coinvolti nell'Istituto Nazionale di Urbanistica presieduto da Detti negli anni '70. Ma anche nella generazione di Achilli stavano emergendo tanti urbanisti socialisti: per esempio Marcello Vittorini fra l'Abruzzo e Roma, Bruno Gabrielli a Genova (sarebbe stato valido assessore più tardi con Beppe Pericu), Tito Spini a Bergamo e molti altri.





A Milano Achilli, divenuto un attivo dirigente lombardiano, l'alter ego di Riccardo al Nord, aveva alle spalle, col proprio studio di architettura (Brigidini, Canella, Lazzari), una intensa attività in campo architettonico e urbanistico. Un grande impulso alla creazione di Piani Regolatori Generali e di piani di fabbricazione era stato dato dalla legge n. 167 del 1962 per la creazione, anche con espropri per pubblica utilità, di un demanio comunale di aree da destinare all'edilizia economica e popolare. Votata dai partiti di centro-sinistra con l'astensione dello stesso Pli che però, subito dopo, con Giovanni Malagodi doveva accusare l'alleanza cattolici-socialisti di "voler portare via la casa agli italiani" proprio con la 167 potenziata dal progetto di legge urbanistica soltanto presentato dal ministro dc Fiorentino Sullo.





Sono anche gli anni fervidi della programmazione economica, regionale e nazionale, con una fioritura di studi, di indagini, di proposte per un uso razionale del territorio che poi si tradurranno nei lavori del CRPE (Comitato Regionale per la Programmazione Economica) e quindi delle Regioni elette nel 1970. Fra l'altro nelle tre regioni del Triangolo Industriale era assillante un problema mai risolto: quello della eccessiva "polverizzazione" dei Comuni. Sulle Alpi ve n'erano alcuni con poche decine di abitanti, ma pure in pianura: ricordo Maccastorna nella bassa lodigiana, già verso il Po, che allora contava 147 abitanti e oggi ne registra 60 dei quali 14 stranieri. Era quindi assillante il problema di una ricomposizione o, quantomeno, di una pianificazione comprensoriale che portasse a mitigare quella penalizzante dispersione di mezzi, anche finanziari. Ordinari e soprattutto straordinari. A Milano si era costituita allora, fra molte speranza, la struttura del Piano Intercomunale Milanese (PIM). Per l'ILSES una mia compagna di studi e di Unione Goliardica a Pavia, Mina Vaccari, doveva compiere ricerche fondamentali sui consorzi fra Comuni, oltre duemila, in quella frazionatissima Lombardia che contava allora ben 1545 Comuni. Una rete in tutto e per tutto ancora medioevale di Municipi che Maria Teresa d'Austria aveva invano cercato di far ridisegnare al grande Pompeo Neri (riuscito invece nell'intento nella Toscana di fine '700, come mi aveva insegnato il grande geografo Lucio Gambi) e che il fascismo aveva accorpato d'autorità riuscendoci soltanto con la Grande Milano. Che poi si era fermata ad appena 17.000 ettari, contro i 66.000 di Ravenna e i 150.000 (allora) di Roma.  





In Lombardia i socialisti erano particolarmente attivi su entrambi i livelli. Alla programmazione economica e alla pianificazione territoriale concorreva l'Istituto Lombardo di Studi Economici e Sociali. Ma anche società private come la TEKNE diretta dal sociologo urbano Roberto Guiducci, ingegnere, e dove lavorava Umberto Dragone futuro assessore al Bilancio della Giunta di sinistra, entrambi socialisti. Come socialista era Giulio Redaelli, docente al Politecnico e assessore all'Urbanistica al Comune di Monza. Al pari di Elio Veltri, consigliere e poco più tardi sindaco socialista di Pavia e promotore del PRG firmato da Giovanni Astengo e da Giuseppe Campos Venuti. Un autentico laboratorio - che spesso si confrontava e si integrava con quello della sinistra dc, per esempio sulle pagine della bella rivista di Piero Bassetti, "Esperienze Amministrative" - dal quale nacque, dopo la legge n.167, la legge ponte per l'urbanistica n.765 del 1967 sollecitata dal ministro socialista dei Lavori Pubblici, Giacomo Mancini, in seguito alla drammatica, rovinosa frana di Agrigento: essa aveva fatto emergere nel modo più crudo i guasti tremendi di una speculazione edilizia rapace e senza freni. Relatore su questo episodio drammatico fu il direttore generale per l'Urbanistica del Ministero, Michele Martuscelli, commis d'État inflessibile, socialista anch'egli. Da notare: Mancini, nel 1965, aveva fatto vincolare a Roma i primi 2.500 ettari della Caffarella, anticamera dell'Appia Antica, avviando un processo irreversibile che si può ben definire "storico".





La elaborazione della legge-ponte fu quindi in larga misura socialista e il vero artefice ne fu sicuramente Michele Martuscelli. La portò alla Camera Achilli che aveva alle spalle un gruppo di lavoro milanese del quale facevano parte anche un importante giurista, specialista di diritto urbanistico, Achille Cutrera che poi sarà l'artefice principale anni dopo, nel 1989, della importante e mai abbastanza rimpianta legge sulle Autorità di Bacino n.183, nonché primo presidente del Parco regionale del Ticino, Lucio Stellario D'Angiolini e il già citato Giulio Redaelli entrambi del Politecnico di Milano. Ad essa e ancor più alla successiva legge sulla casa n. 865 del 1971, frutto di una autentica vertenza politica e sindacale di massa fornirono contributi al dibattito anche tecnici di importanti aziende milanesi quali Augusti Clerici direttore della MM, Demetrio Costantino presidente dello storico IACP milanese, Nicola Mascione presidente dell'ATM, il già citato Emanuele Tortoreto, sindacalisti della Cgil come Gabriele Baccalini e Pierluigi Perrotta, i già nominati tecnocrati socialisti Roberto Guiducci e Umberto Dragone, e inoltre sindaci e assessori socialisti di Comuni lombardi e piemontesi (Milano, Pavia, Alessandria, Cinisello Balsamo, Nova Milanese, Pioltello, Senago, ecc.). Con la legge-ponte vennero stabiliti, per la prima volta nella storia, i fondamentali standard urbanistici in base ai quali ogni abitante deve avere assicurato dagli strumenti di piano certi standard di verde pubblico, di parcheggi, di scuole primarie e secondarie, ecc. Rafforzata poi, con l'esproprio dei terreni privati per ragioni di pubblica utilità, dalla legge sulla casa. Purtroppo la Corte Costituzionale interverrà successivamente su di essa, sui criteri e sui prezzi di esproprio (fissati al livello della coltura agricola di maggior pregio), sterilizzando in nome del mercato questo fondamentale strumento urbanistico. Ricordo che, quando una sentenza della Corte Costituzionale, colpì questo aspetto essenziale della legge sulla casa, Michele Martuscelli, alla guida della direzione generale per l'Urbanistica al Ministero dei Lavori Pubblici, ricordò una sarcastica espressione di Francesco Saverio Nitti: "Maledirete la Corte Costituzionale!" L'esproprio, introdotto nella legislazione unitaria nel 1865, usato su scala piuttosto ampia durante il fascismo. Anche se il commissario dell'Opera Nazionale Combattenti e Reduci alla bonifica pontina, Valentino Orsolini Cencelli, venne prontamente destituito dal duce quando osò tentare l'esproprio su vasta scala di proprietà di latifondisti privati.





L'obiettivo di costruire un ponte verso la legge urbanistica generale, una legge-quadro rigorosa e definita per le Regioni, attraverso le leggi n.765/1967 e 865/1971, venne pertanto raggiunto soltanto in parte (diciamo, in buona parte). Per portarla subito in aula si dovette inoltre pagare alla Dc e al Pli il prezzo di un anno di moratoria durante il quale molti Comuni anche di sinistra (in testa a tutti Livorno) abbondarono in licenze edilizie. Non così Bologna (assessore Pier Luigi Cervellati) e Monza (assessore Giulio Redaelli) dove i Comuni si segnalarono per il loro rigore.





Ci si dovette accontentare nel 1977 di una legge sui suoli, la n.10, detta legge Bucalossi, dal ministro repubblicano del tempo, l'ex sindaco (allora socialdemocratico) di Milano, il noto oncologo Piero Bucalossi. Legge verso la quale fummo allora tutti piuttosto critici e che ora - dal basso livello nel quale siamo scivolati - ci sembra assai più positiva di allora. Un suo articolo, il n.12, è stato importante vincolando gli oneri di urbanizzazione ad un utilizzo da parte dei Comuni soltanto per spese di investimento quali risanamento e restauro dei centri storici, espropri, miglioramenti strutturali, ecc. Articolo che, guarda caso, è stato omesso dall'allora ministro Franco Bassanini nel Testo Unico per l'edilizia del 2000 lasciando liberi i Comuni - ai quali lo Stato trasferisce sempre meno fondi - di usare gli oneri di urbanizzazione per la spesa corrente. Col risultato, urbanisticamente disastroso, di provocare un "boom" delle costruzioni fatto di edilizia di mercato, cioè di speculazione, di seconde e terze case, che da una parte ha lasciato intatto il problema sociale della casa e dall'altro ha massacrato ulteriormente territorio e paesaggio. Tanto più che agli stessi Comuni molte Regioni, fra cui la Toscana, nientemeno, avevano "democraticamente" delegato la leva della tutela paesaggistica. Naturalmente i Comuni, ridotti alla canna del gas sul piano delle risorse, hanno preferito usare l'acceleratore dell'edilizia anziché il freno della tutela. Fino al 2008 nel quale siamo caduti nella lunga recessione dalla quale stentiamo tuttora ad uscire.





Il governo Renzi ha in piccola parte rimediato a questo guasto di fondo lasciando ai Comuni la libertà di usare per la spesa corrente il 50 % degli oneri di urbanizzazione. Ma nel frattempo si era affermata ovunque quella urbanistica contrattata con costruttori e detentori di aree (spesso lo stesso soggetto, inclusa la vendita immobiliare) che modella i nuovi piani regolatori sulle esigenze e sui diritti acquisiti dei proprietari privati teorizzati da urbanisti un tempo di sinistra come l'ex comunista Giuseppe Campos Venuti. Una concezione ribaltata rispetto a quella fondata sull'interesse generale che i socialisti hanno sempre cercato di affermare, in parte riuscendoci, negli anni del centrosinistra organico avendo Michele Achilli fra i suoi principali promotori ed elaboratori di proposte in Parlamento.





Michele Achilli, sollecitato, credo, da un altro urbanista, il più anziano Marcello Vittorini, aquilano, aveva presentato nel 1970 - quindi quasi vent'anni prima della legge-quadro Cederna-Ceruti - un disegno di legge per il rilancio dei Parchi Nazionali a partire da uno dei primi, il Parco Nazionale d'Abruzzo, voluto da Benedetto Croce (che lì era nato) nel 1922. Disegno di legge firmato anche da deputati dc come Virginio Rognoni e Luigi Granelli e dal socialdemocratico Nicolazzi. Importante perché invertiva una tendenza negativa in materia di Parchi rispetto agli anni precedenti e riaffermava la necessità di potenziarli e moltiplicarli. Nel 1972 veniva avanzata alla neonata Regione Lombardia, presieduta da Piero Bassetti, la prima proposta di legge di iniziativa popolare corredata da ben ventimila firme con la quale si chiedeva l'istituzione del Parco Regionale del Ticino, area tanto bella quanto "difficile". Essa era patrocinata da un mensile "Il Giornale della Lombardia" diretto da un ex del "Giorno", Manlio Mariani, e promosso da Achille Cutrera, da Michele Achilli, da Giulio Ponti e da altri. Un altro segnale preciso. E fu, nel 1974, uno dei primi Parchi regionali istituiti.





Ma l'onda del riformismo più autentico avviata dal Psi e dalla Dc, soprattutto delle rispettive sinistre, oltre dal Pri lamalfiano, non fu breve, non si arrestò, come qualcuno vorrebbe, con la crisi drammatica del luglio 1964. Certo ne venne rallentata. Però tutte le grandi riforme che modernizzano l'Italia in quei due decenni recano un chiaro contributo socialista. Come in precedenza la storica scuola media unica con Tristano Codignola e la nazionalizzazione dell'industia elettrica privata in cui Riccardo Lombardi ebbe ruolo strategico. Dopo la crisi del '64 penso al grande sforzo dispiegato per il primo, e unico, Piano Economico Quinquennale (al quale lavorarono Giorgio Ruffolo, Paolo Sylos Labini, Giorgio Fuà e altri) che porta i nomi prima di Antonio Giolitti e poi di Giovanni Pieraccini, approvato con legge nel 1967 e che, se seguito e attuato nelle sue linee-guida, avrebbe evitato al Paese tanti drammatici e persistenti squilibri. Penso alla legge sul divorzio (1970) che porta le firme del liberale Antonio Baslini e del socialista Loris Fortuna, che, coi radicali, i socialisti appoggiarono senza riserve, compreso il referendum del 1974. Penso al nuovo diritto di famiglia, profondamente riformato rispetto ai Codici Rocco e ad altre leggi reazionarie e contro le donne, nel 1972 e che porta la firma di Maria Magnani Noya, lombardiana di Torino, che più tardi sarà il primo sindaco donna del capoluogo piemontese. Penso alla legge per l'interruzione volontaria di gravidanza e alle leggi di riforma per il settore ospedaliero - dove ancora emergevano i tratti arcaici e baronali della beneficenza ecclesiastica di origine medioevale e controriformista -  laicizzato e reso realmente pubblico nel 1968 dal ministro socialista Luigi Mariotti, ponte verso la successiva e più generale riforma sanitaria. Come poco più tardi la riforma delle farmacie che riprendeva, nientemeno, le linee della proposta di legge Turati, Treves e Prampolini del 1911, bloccata a favore delle baronie private dal fascismo negli anni '30. E il discorso sulla presenza socialista in questo processo riformatore potrebbe proseguire. Certo in campo urbanistico essa risultò particolarmente importante, a volte decisiva, con la legge-ponte per l'urbanistica, con la legge sulla casa, con altre misure volte a potenziare l'edilizia economico-popolare e sociale, con una programmazione economica ed una pianificazione urbanistica che si connettevano e integravano. Dopo, purtroppo, venne meno questa spinta politica, vi furono episodi di riforma certamente significativi: penso alla legge Galasso, la n.431 del 1985 per i piani paesaggistici, purtroppo fatta fallire dall'ignavia dalle Regioni (soltanto quattro, Emilia-Romagna, Liguria, Veneto, Marche presentarono in tempo i piani, altre in ritardo e alcune mai). O alla legge n.183 dell'89 sulle Autorità di Bacino, modellata sulla Themes Authority di Londra, ottima legge, alla quale si applicò in modo particolare un altro socialista milanese, Achille Cutrera, anch'essa largamente devitalizzata, purtroppo, dai localismi. Ma sono gli ultimi flutti, con la legge sulle aree protette Cederna-Ceruti del '91, di un'onda lunga del riformismo del centrosinistra avviatasi nel 1962 col governo Fanfani appoggiato dall'esterno dal Psi. Non a caso i ben 19 nuovi Parchi Nazionali promossi con la legge appena citata (il 20° di un anno prima è quello dell'Aspromonte) vennero approvati e/o perimetrati da ministri socialisti dell'Ambiente quali, di seguito, Giorgio Ruffolo, Carlo Ripa di Meana, Valdo Spini e Paolo Baratta. Una autentica rivoluzione "rossoverde" oggi assolutamente impensabile visto che i Parchi Nazionali sono come abbandonati a se stessi, con pochi finanziamenti, scarso personale e ben 11 di essi privi di una figura fondamentale come quella del direttore. Nel contempo i Parchi, le riserve e le oasi regionali raggiunsero il culmine di 136 e anch'essi vivono una ben grama esistenza.  





Per tutto questo, per quanto spetta ai socialisti in materia di riforme e di riforme riguardano ambiente, paesaggio e territorio mi è sembrato davvero diseducante che in un volume pubblicato da un editore serio come Franco Angeli e curato da docenti universitari "Tutela, sicurezza e governo del territorio in Italia negli anni del centro-sinistra" a cura di Gianni Silei, uscito nel 2016, sotto l'egida di una Fondazione importante come la Filippo Turati di Firenze i nomi di Michele Achilli, di Michele Martuscelli, di Achille Cutrera, di Roberto Guiducci, di Giulio Redaelli, di Umberto Dragone e di tanti altri socialisti non compaiano in alcun modo. Nemmeno una riga di nota. Mentre tutti gli esponenti del Pci sono ripetutamente e puntualmente citati. Compreso ovviamente Giuseppe Campos Venuti che poi ha elaborato e applicato la disastrosa teoria dei "diritti acquisiti" da parte dei proprietari di aree e quindi dei diritti di "compensazione".





Una sorta di "negazionismo" storico nel campo dell'urbanistica e della politica della casa che diventa una sorta di damnatio memoriae del contributo dato in modo lucido e competente da socialisti nel tempo in cui ebbero corso le riforme citate (cosa possono imparare i più giovani da certi libri?). Un tempo nel quale - non va assolutamente dimenticato -  la quota di edilizia economica, popolare, sociale raggiunse la media europea del 25 %, mentre ora siamo precipitati a percentuali risibili, e la raggiunse grazie all'azione instancabile di questi stessi soggetti unitamente, certo, a quella della sinistra Dc e dello stesso Pci che tuttavia, ad esempio sul problema fondamentale dell'abusivismo edilizio, mantenne, almeno fino agli anni '90, col responsabile della politica per la casa Lucio Libertini, una posizione che lo giustificava largamente come "abusivismo di necessità", anche quando le indagini del Censis ridimensionavano quest'ultimo al 4-5 % soltanto nella stessa Roma investita da colossali immigrazioni.





Ma la stagione migliore delle riforme era ormai alle spalle e quel dibattito urbanistico che aveva dominato la scena per un trentennio riproponendo di continuo il problema centrale dei centri storici e del loro uso residenziale più corretto stava svanendo e l'interesse generale affermato per tanto tempo cedeva alla visione piccolo-proprietaria, miserabilmente individualistica del "ciascuno è padrone a casa propria", divenuta col berlusconismo cultura, nientemeno, di governo, con le nobili new towns laburiste le quali diventavano un assurdo e fallito disegno propagandistico dopo il terremoto dell'Aquila.





Proprio per questo è fondamentale, per informare correttamente i più giovani, rievocare la tensione morale e politica, la qualità e la sostanza delle proposte di riforma urbanistica andate, sia pure in parte, a buon fine, i livelli raggiunti all'epoca dalla politica sociale per la casa, al Nord anche attraverso la cooperazione edilizia a proprietà indivisa. Proprio per questo era essenziale che un protagonista, insieme ad altri, di quegli anni, in Parlamento come nella società, come Michele Achilli desse la propria informata, documentata, diretta testimonianza su quel periodo di autentica passione politica riformatrice restituendolo senza manipolazioni o addirittura falsità. - Vittorio Emiliani       





 





 





 





 





 





 





 





 





 





 





 





 





 





 





 





 





 






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