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Giovedì 4 ottobre 2018 alle ore 16,30 verrà presentato nell’Aula Koch del Senato, con un intervento introduttivo del Presidente Maria Elisabetta Casellati, il libro “Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta”, edito da Lindau. Il volume di cui è coautore la giornalista Maria Antonietta Calabrò, illustra le verità emerse dai lavori della Commissione d’inchiesta Moro 2 presieduta da Giuseppe Fioroni.


Giovedì 4 ottobre 2018 alle ore 16,30 verrà presentato nell'Aula Koch del Senato, con un intervento introduttivo del Presidente Maria Elisabetta Casellat, il libro "Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta", edito da Lindau. Il volume di cui è coautore la giornalista Maria Antonietta Calabrò, illustra le verità emerse dai lavori della Commissione d'inchiesta Moro 2 presieduta da Giuseppe Fioroni. Sono sconcertanti. Quattro anni di nuove indagini, migliaia di documenti desecretati degli archivi dei servizi segreti italiani, centinaia di nuove testimonianze, nuove prove della Polizia scientifica e dei RIS dei Carabinieri hanno rivelato molti nuovi e sorprendenti elementi sul delitto che ha cambiato la storia d'Italia.Qualche esempio.



   •    Moro guardò negli occhi chi gli sparava, e NON morì sul colpo (come hanno raccontato i brigatisti), ma in modo atroce, dopo una lenta agonia.



   •    Il suo carceriere trovò rifugio da latitante in una palazzina dello IOR, la banca vaticana, e nello stesso complesso - con certezza - era stata allestita la sua prigione almeno per i primi dieci giorni.



   •    L'omicidio ben difficilmente è potuto avvenire nel box del covo di via Montalcini 8, così com'era nel 1978.



   •    Almeno 2 terroristi della Rote Armee Fraktion potevano essere in via Fani.



   •    Fu un imprenditore israeliano che fornì i 10 miliardi del riscatto consegnati a Paolo VI. E c'è finalmente la "prova" della cosiddetta "trattativa vaticana", costante essa sia anche oggi tenacemente negata.



   •  Durante il sequestro, passarono alle BR documenti top secret della NATO.



   •    Infine emerge uno scenario internazionale del sequestro che i brigatisti hanno sempre negato.



L'operazione "FRITZ "avvenne grazie alla capacita militare della Rote Armée Fraktion tedesca e alle complicità dei gruppi palestinesi più estremisti, quelli controllati dalla STASI, il servizio segreto della Germania Est interessata a "bloccare" l'eurocomunismo di Berlinguer ed il compromesso storico.Nel libro c'è infine la spiegazione dei motivi per cui  il rapimento Moro fu anche un'operazione di spionaggio, visto che transitarono alle BR e da esse all'Est documenti originali sui piani della struttura GLADIO, lo Stay Behind italiano.Sappiamo quindi solo adesso a quarant'anni dal sequestro che il rapimento, la prigionia ed il delitto NON sono avvenuti come ci è stato raccontato in base ad una narrativa che risulta essere stata concordata tra terroristi e apparati dello Stato, allo scopo di "chiudere" gli anni di piombo e di far "sopravvivere" strutture di intelligence e personaggi pubblici che hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia del rapimento. La ricostruzione finora "ufficiale" della strage di via Fani, della lunga prigionia dello statista democristiano e della sua sconvolgente morte, è stata insomma il frutto di un compromesso volto a formulare una "verità accettabile" sia per gli apparati dello Stato italiano, sia per gli stessi brigatisti. Tutto questo ha innescato un processo di rielaborazione, molto tortuoso ed ex post (durato oltre dieci anni, da quel tragico 1978 al 1990), su che cosa era veramente accaduto durante l'«operazione Moro». Purtroppo anche in molte recenti rievocazioni in occasione dei quarant'anni del rapimento è stata riproposta la vecchia narrativa, messa a punto come un abito su misura. Allora, la sola «verità» dicibile, ma oggi del tutto insoddisfacente, dopo le nuove scoperte della Commissione Moro, come dimostra questo libro.




Chi fosse interessato a partecipare alla presentazione (Palazzo Madama, ingresso di San Luigi de' Francesi, obbligo di giacca e cravatta per gli uomini, ingresso consentito fino alle 16,15) deve accreditarsi inviando un'email a relazioniistituzionali@lindau.it






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Nel libro trattate anche del ruolo ambiguo di ambienti vaticani. Questo è un aspetto storicamente molto importante. Sono tre i capitoli del nostro libro in cui si approfondisce il ruolo della Chiesa, un ruolo in chiaro-scuro, in questa vicenda, in cui si staglia la figura di Paolo VI. Nel capitolo "In Excelsis", si parla della scoperta della prima prigione di Moro, almeno all'inizio del sequestro. Per quanto questo possa sembrare incredibile, c'è una documentazione inoppugnabile che dimostra che la sua prima prigione è stata alla Balduina (un quartiere a nord della Capitale), all'interno di uno dei palazzi di proprietà dello IOR, la cosiddetta banca vaticana, ora al centro di un processo, iniziato il 9 maggio scorso, per una ipotesi di peculato al momento della vendita, avvenuta trent'anni dopo.Ci sono inoltre le prove concrete che il carceriere di Moro, Prospero Gallinari, è tornato in questo stabile nell'autunno del 1978 dove si è rifugiato per diverse settimane in seguito alla scoperta del covo milanese di via Monte Nevoso, che lo costrinse ad abbandonare altri appartamenti delle Brigate Rosse di cui aveva la disponibilità. Un palazzo, quello dello IOR, considerato estremamente sicuro, quindi, per Gallinari.




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Moro. Il caso non è chiuso....



Un altro capitolo, "La villa pontificia", dà conto dell'impegno di Papa Montini, che sarà proclamato santo ad ottobre, per salvare l'amico Moro. È la prima volta che viene dimostrata quella che è stata definita la "trattativa vaticana" per salvare Moro. Ciò avvenne anche mediante la disponibilità al pagamento ai brigatisti di dieci miliardi delle vecchie lire, messe a disposizione da un imprenditore israeliano, che nel libro viene individuato con nome e cognome e come fosse il "buon samaritano" della parabola evangelica.C'è da notare infine che l'ultimo latitante condannato per il sequestro Moro è Alessio Casimirri, figlio del numero due della sala stampa della Santa Sede per un trentennio sotto tre pontefici: Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI (fino al 1972). Casimirri non ha mai fatto un giorno di prigione, nonostante sia stato condannato in via definitiva a 6 ergastoli. E dai primi anni 80 è riparato in Nicaragua, dove è rimasto indisturbato, grazie alla protezione dei sandinisti legati all'attuale presidente Daniel Ortega, protagonista in questi giorni della violenta repressione nel suo Paese, che tanto preoccupa Papa Francesco e l'episcopato nicaraguense.



 


 





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