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L'ARENA/Controcronaca - Come è nata la leggenda delle pensioni d'oro. Da un titolo, comparso nel 1974 su un giornale del pomeriggio per censurare uno scandalo, si è arrivati alla caccia alle streghe di oggi. Brutta faccenda quando lo Stato si rimangia i patti stipulati con i cittadini.

di STEFANO LORENZETTO/L'Arena




15.7.2018 - Che cosa sono le pensioni d’oro? Devo ancora afferrarlo. Oddio - parlo da pensionato - non ho mai capito un tubo della pensione in generale, un poliedro con troppe facce: anzianità, vecchiaia, reversibilità, sistema retributivo, sistema contributivo, sistema misto, sistema pro rata, prepensionamento, quota cumulabile, contributi accreditati, riscatto. I miei genitori, entrambi beneficiari della «sociale», per tutta la vita parlarono sempre e solo di marchette (e non erano quelle oggi firmate da molti miei colleghi). Per fregare i poaréti, allora una parola sola bastava e avanzava, tutto appariva più semplice.



Essendo dunque negato per la complessa materia, mi sono regolato nel modo seguente: prendo quello che mi arriva ogni mese dall’Istituto nazionale previdenza giornalisti italiani - l’Inps di noi scribi - e buona notte. Constato solo che, rispetto al lordo calcolatomi dall’Inpgi cinque anni fa, il rateo netto mensile effettivamente corrisposto mi è stato decurtato del 42 per cento (poi viene ulteriormente tassato con la dichiarazione dei redditi). Immagino che la differenza finisca allo Stato, all’Inpgi, ai cronisti rimasti senza lavoro. È bello considerarsi una risorsa, e non un peso, per la collettività.



Ho dato un’occhiata all’archivio dell’Ansa. La prima notizia che parla di pensioni d’oro è datata Verona. Risale al 28 febbraio 1981. L’espressione fu usata da Giorgio Benvenuto, all’epoca segretario generale della Uil, alla Gran Guardia. Però il leader sindacale se la prendeva solo con quelle dei senatori. Oggi Benvenuto ha 80 anni e, guarda caso, si gode il ricco vitalizio che gli spetta per le sue tre legislature trascorse fra Montecitorio e Palazzo Madama.



Andando a ritroso nel tempo, ho trovato una precedente citazione sulla Stampa del 30 marzo 1969. Titolo di prima pagina: «La legge sulle pensioni approvata alla Camera». Nel testo si dava conto di un emendamento, poi ritirato, con il quale Carlo Donat Cattin «chiedeva di fissare un massimo di 400.000 lire il mese per le pensioni dell’Inps o degli istituti che lo sostituiscono».



Fu il primo tentativo di esproprio alla Robin Hood, esperito «solo per creare una provocazione che portasse al calore bianco il problema dell’esistenza di pensioni altissime », spiegava il deputato della sinistra dc. «Al ritiro dell’emendamento è stata collegata la presentazione di un ordine del giorno, votato all’unanimità, che impegna il governo a chiudere in tre mesi l’inchiesta decisa due anni fa dal Parlamento per stabilire quali e quante siano le “pensioni tutte d’oro”», concludeva il servizio. Ecco, ci siamo: erano gli albori della lotta di classe nella terza età. E pazienza se, trascorso più di mezzo secolo, non si hanno notizie sulla chiusura di quell’inchiesta e alla Camera il taglio dei vitalizi per 1.338 ex deputati è avvenuto solo giovedì scorso, ma con effetto dal 1° gennaio 2019.



Si dovette tuttavia attendere il 1974, precisamente il 10 dicembre, per leggere sulla prima pagina di un giornale, il Corriere d’Informazione, un titolo a lettere cubitali sull’argomento, in negativo, strillato a 9 colonne: «Le pensioni d’oro». Sotto, sempre a caratteri di scatola e sottolineati: «Ecco i sette ministri dello scandalo». Si trattava dei democristiani Oscar Luigi Scalfaro, Remo Gaspari, Antonino Gullotti, Dionigi Coppo; dei socialdemocratici Mauro Ferri e Matteo Matteotti; del liberale Vittorio Badini Confalonieri. Tutti effigiati in fotografia. Scagionato in partenza un dc veronese: «Non risulta, invece, coinvolto Guido Gonella, di cui si era parlato in un primo momento. L’indagine sarebbe stata messa in moto da una lettera anonima».



Ma che cosa avevano combinato di tanto grave i reprobi? «I sette ministri (del governo Andreotti) sono sotto inchiesta per aver firmato i decreti che concedevano ad alti burocrati una promozione-lampo proprio alla vigilia del pensionamento anticipato. Siccome la legge di congedo comportava già uno scatto di grado, in pratica il beneficio risultava raddoppiato», dettagliava l’articolo.



Dunque, come si vede, la locuzione «pensioni d’oro» in origine fu creata da Gino Palumbo, giornalista leggendario, che a quel tempo dirigeva il quotidiano milanese del pomeriggio e che sarebbe morto nel 1987 dopo essere stato designato alla guida del Corriere della Sera. Palumbo voleva bollare solo l’opacità delle prebende strappate dalla casta degli ex funzionari statali.



Allora perché oggi questa ignominiosa e logora etichetta viene attribuita a tutti coloro che percepiscono un assegno di quiescenza d’importo giudicato troppo elevato dall’attuale governo? Inutile girarci attorno: per odio sociale. Strada pericolosa. Una volta che si è imboccata, presto o tardi l’invidia eretta a norma di legge colpirà chi viaggia su un’auto di grossa cilindrata, chi vive in appartamenti con troppe stanze (presente la casa di Mosca del dottor Zivago requisita dai bolscevichi?), chi va a cena nei ristoranti tristellati, chi d’estate svaccanza a Porto Rotondo.



L’impellenza di sforbiciare le pensioni d’oro nasce dalla necessità di correggere le storture da cui originano, sostengono con qualche ragione i nuovi tribuni del popolo. È scritto al paragrafo 26 del  contratto di governo: «Per una maggiore equità sociale riteniamo altresì necessario un intervento finalizzato al taglio delle cosiddette pensioni d’oro (superiori ai 5.000 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati».



Fra tali storture, vanno segnalate anche le pensioni baby, volute dal governo Rumor nel 1973 e votate da tutti i partiti. La legge consentiva alle donne sposate e madri di farsi collocare a riposo con 14 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi se dipendenti civili o militari dello Stato; con 20 anni i maschi; con 25 i dipendenti degli enti locali. In 45 anni ci è già costata 170 miliardi di euro. Conosco una maestra che andò in pensione a 35 anni. Adesso ne ha 80. In pratica ha già avuto di ritorno il triplo di quanto versò. Ma la strada per arrivare ai 100 anni, e sperabilmente oltre, è ancora lunga e - questa sì - lastricata d’oro.



E che dire della legge Mosca? Un provvedimento del 1974 che non prendeva il nome dalla capitale sovietica bensì da Giovanni Mosca, un deputato socialista che era stato operaio e sindacalista della Cgil, il quale ne fu il relatore. La legge permetteva la ricostruzione delle carriere previdenziali dei militanti di partito o di sindacato sulla base di semplici dichiarazioni da loro stessi presentate, che poi venivano esaminate da una commissione composta da funzionari del ministero del Lavoro e dell’Inps. Avrebbe dovuto restare in vigore per due anni e invece fu prorogata per altri 20. Risultato: una valanga di contributi figurativi regalati sciaguratamente sulla parola, che consentì a 37.119 persone di ottenere una pensione cui non avevano diritto e che in parecchi casi andò a sommarsi ai vitalizi politici, per legge cumulabili con qualsiasi altro reddito. L’esborso a carico dei contribuenti per questo scandaloso omaggio a dipendenti dei partiti e sindacalisti è stato valutato in 16 miliardi di euro l’anno. Quanto una manovra economica. Giovanni Mosca è deceduto nel 2000, a 73 anni, e non risulta un suo ravvedimento in punto di morte.



Strano che il vicepremier Luigi Di Maio, il quale a suo tempo riscuoterà una pingue pensione pur senza aver mai esercitato un vero lavoro, non abbia dedicato un paragrafo del contratto di governo anche all’assegno incassato da 509 ex boiardi di Stato, grazie aleggi e leggine che si sono fatti approvare ad hoc. Stiamo parlando di pensioni che vanno da 20.000 a 91.000 euro mensili. Avete letto bene: mensili.



Lo stesso Di Maio conta di ricavare 1 milione di euro dalla sforbiciata alle pensioni d’oro. Brutta faccenda quando la demagogia prende il sopravvento e i governanti non sanno far di conto. Le pensioni medio-alte, cioè oltre i 5.000 euro netti mensili, risultano grosso modo 30.000, quindi il gettito derivante dai tagli sarebbe pari ad appena un decimo del preventivato, fra i 100 e 150 milioni. Bruscolini.



Per contro, le pensioni costruite sull’adeguata corrispondenza fra ammontare dei contributi versati e importo dell’assegno mensile rappresentano il 97 per cento del totale. Quindi la prospettata tosatura riguarderebbe appena il 3 per cento degli anziani. In effetti, se un tizio incassa nel corso della terza età una cifra superiore al totale delle trattenute che figuravano sulle buste paga mentre lavorava, un problema di sostenibilità del sistema finisce per porsi.



Il guaio è che qualsiasi istituto previdenziale, pubblico o privato che sia, con i versamenti ricevuti non potrebbe corrispondere più di 11 anni di pensione, qualora voglia mantenersi in salute. Insomma, superati i 77 anni di età, all’incirca, siamo tutti insolventi. E dunque? Sospendiamo l’assegno e facciamo morire d’inedia gli ultraottantenni? Non si può, lo dice anche l’articolo 38 della nostra beneamata Costituzione: «I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria».



Vogliamo dirci la verità? Questo Stato non sa più quello che fa, e non solo sul versante previdenziale. Ormai hanno perso la trebisonda persino i magistrati, che con i carabinieri, i poliziotti e i finanzieri rappresentavano l’ultimo baluardo della legalità. Fino a pochi anni fa, secondo la Cassazione, la pensione andava considerata nient’altro che una retribuzione «differita» e perciò doveva restare «sempre » proporzionale alla retribuzione «di attività». Mica vero, ha sentenziato nel 2012 la Corte dei conti: non sussiste alcuna «garanzia della proporzionalità tra le due poste economiche ». Sono proprio curioso di vedere quale scuola di pensiero prevarrà quando la Corte suprema sarà investita dalla pioggia di ricorsi che i politici spogliati dei vitalizi si preparano a presentare.



Comunque l’adozione di leggi retroattive che stravolgono il sistema di calcolo delle pensioni, con sacrifici esorbitanti per i pensionati, a Strasburgo è già stata dichiarata una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La conseguenza è che lo Stato viene condannato a corrispondere ai ricorrenti un risarcimento per il danno patrimoniale subìto.



I sette ministri che per primi vararono le pensioni d’oro, il premier Mariano Rumor, il deputato Giovanni Mosca agivano in nome e per conto della Repubblica, a ciò delegati dal popolo mediante libere elezioni. Sbagliarono? Sicuramente. Ma fidando nelle leggi scritte da loro, e approvate in Parlamento spesso all’unanimità o a larga maggioranza, migliaia di cittadini hanno firmato un contratto con lo Stato. E i contratti vanno rispettati, sempre, anche quando alla distanza si rivelano sconvenienti per uno dei contraenti.



All’università s’insegna che le leggi regolano il futuro, non il passato. Lo Stato non può rimangiarsi le pensioni che ha pattuito in precedenza, giacché sulla base di quel contratto, per quanto oneroso esso sia, le famiglie hanno costruito il loro futuro, programmato il numero dei figli, sottoscritto mutui, deciso se comprarsi un alloggio o se stare in affitto, preventivato le cospicue rette per le case di riposo e gli stipendi delle badanti.



Che cosa accadrebbe il giorno in cui i titolari delle cosiddette pensioni d’oro dovessero smettere di acquistare Bot, Btp, Cct, Ctz perché non si fidano più dello Stato che li emette? Certo, la Repubblica può anche dichiarare fallimento. Sarebbe in folta compagnia: il debito mondiale ammonta a 247.000 miliardi di dollari, pari al 318 per cento del Pil del pianeta.



www.stefanolorenzetto.it



 



 





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