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Edito da Mondadori. Massimo Nava, il nuovo romanzo. Il richiamo antico del potere, «Il boss è immortale» dello scrittore ed editorialista del «Corriere». La storia collega le maglie della mafia e le logge massoniche del Settecento.

di ROBERTA SCORRANESE/corrieredellasera


3.6.2018-Questa è una storia di viscere. Viscere della terra, della storia, della superstizione e di una magia concreta, una magia che solo nel Meridione illuminato sanno fare. Napoli, Cappella Sansevero, un incendio di barocco sontuoso che divampa all’improvviso mentre ci si addentra nei vicoli umidi. Un santuario che un nobile coltissimo e dannato volle farsi edificare quale personale limbo esoterico: Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero, alchimista della Napoli del Settecento, fu architetto e gran maestro di questa chiesa maledetta. Sopra, il Cristo velato del Sanmartino e le statue delle virtù, sotto, nella cavea, due emblemi di quella cultura magmatica che mescolava curiosità scientifica e linfa massonica: le macchine anatomiche. Sono due scheletri, uomo e donna, scarnificati e immortalati nella crudezza delle loro architetture intime, ossa e sistema circolatorio resi fossili dalle iniezioni che (forse) lo stesso principe praticava, durante i suoi esperimenti. Le macchine anatomiche, si chiamano. E in un giorno di sole, all’improvviso, una di queste macchine sparisce. Rubata.



Da qui prende avvio Il boss è immortale (Mondadori), il nuovo romanzo di Massimo Nava, nel quale si ritrova il commissario Bernard Bastiani, intelligente e un po’ pingue, grigio e abitudinario ma capace di intuizioni sorprendenti. Nel Mercante di quadri scomparsi (il romanzo precedente di Nava, sempre da Mondadori) il poliziotto italo-francese indagava intorno al mistero legato a un dipinto di Modigliani, qui invece ordisce una tela complessa, che da Napoli arriva fino a Lione. Napoli, appunto, dove scompare una macchina anatomica della Cappella Sansevero ma anche una ragazza inglese, Lisa Miller: niente di strano, se non fosse che la (vitalissima) mamma della studentessa è l’amante di un certo Carullo, discendente del principe di Sansevero. Non solo: nella storia entra anche un potente e vecchio boss della camorra, ricoverato in fin di vita ma deciso a non cedere il potere. Bastiani, insieme al colonnello Gagliano, annusa l’aria: che cosa lega tutte queste cose apparentemente distanti? E perché Lione?



È in questi dettagli che affiora la competenza di Nava, a lungo corrispondente del «Corriere della Sera» a Parigi e in altre zone del mondo, nonché inviato di guerra: il crimine, come la bellezza, unisce persone, città, epoche con un filo che non a tutti è dato di vedere. Ci sono connessioni che si scorgono solo con una conoscenza profonda delle cose. O magica. Nava è bravo a tessere questo filo di sapienza iniziatica che parte dalla Napoli più esoterica e arriva a una Lione lontana, sì, nella geografia, ma non nell’indole: attraverso il più grande alchimista del Settecento, cioè il conte Cagliostro, le logge massoniche di Napoli e Lione avevano instaurato un forte legame. Cagliostro visse in entrambe le città e sostenne un nuovo rito massonico, l’Alta massoneria egiziana. A Napoli si faceva chiamare «marchese Pellegrini» e trovò nel principe di Sansevero una fonte d’ispirazione: la sua ambizione era costruire un «corpo di gloria».



Ma poi la storia procede e si fa più ambiziosa. Perché i poliziotti si mettono sulle tracce di un sacerdote di Lione che possiede (o crede di possedere) il segreto del principe di Sansevero, trafugato al tempo della repressione dei massoni nel regno di Napoli. Un segreto che potrebbe essere una sorta di Graal moderno: l’immortalità. Un potere che rappresenta il culmine di una carriera criminale per un boss. Molto più importante dei soldi o del rispetto.



Come il dipinto di Caravaggio trafugato nel 1969 dall’Oratorio di San Lorenzo a Palermo: secondo molti sarebbe in mano alla mafia. Perché il potere è simbolico, il potere evolve in aspirazioni non sempre prevedibili. E Bastiani, nella sua inutile lotta contro il declino fisico, affina questo speciale intuito proprio perché non insegue i soldi, non insegue le mafie, né le costellazioni transitorie dei politici. Insegue il potere, quello vero. Che sia quello di una donna bellissima e seducente o di un anonimo ricercatore in medicina. È lì che si annidano le possibilità del male. E di una bella storia d’avventura.



Massimo Nava, «Il boss è immortale» (Mondadori, pp. 264, euro 18).



 






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