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RIFORMA DELL’ORDINE:
meno consiglieri
e giudizi più
tempestivi ed equi.
Professionisti: accesso
con laurea triennale
+ biennio specialistico.
Pubblicisti soltanto
i portatori di esperienze.

IN CODA la bozza della riforma

Roma, 7 luglio 2008. A dimostrazione di essere impegnato nella garanzia di diritti generali e non di interessi particolari, l’Ordine dei Giornalisti rilancia l’iniziativa per una radicale autoriforma, sulla quale chiede al Parlamento di assumersi le proprie responsabilità. C’è da mettere mano ad una profonda revisione della legge istitutiva, che risale a 45 anni fa.


I cardini della proposta sono tre: dimezzamento del numero dei consiglieri nazionali, accesso al professionismo attraverso un percorso formativo specializzato, snellimento delle procedure per i provvedimenti disciplinari in modo da renderli più tempestivi ed efficaci.


All’inizio di luglio il Comitato Esecutivo ha fatto proprio un documento di indirizzi votato all’unanimità dalla Commissione Giuridica. Il testo è adesso all’attenzione di tutti i consiglieri nazionali e degli Ordini regionali, e in ottobre il Consiglio nazionale lo discuterà in una apposita sessione.


Primo punto il numero: per effetto dei meccanismi rigidi della legge in vigore, il Consiglio nazionale è oggi composto da più di 130 persone. L’ipotesi di autoriforma le fa scendere a una settantina.


Secondo l’accesso. Sempre per i vincoli di legge, il professionismo è finora precluso a molti che pure hanno il giornalismo come mestiere esclusivo. Essi sono “parcheggiati” nell’elenco dei pubblicisti. La riforma prospettata prevede, invece del praticantato, due fasi di formazione: base di partenza una laurea triennale, seguita da un biennio specialistico (laurea magistrale in giornalismo, master o scuola riconosciuta dall’Ordine). Rimane, non come via principale, l’accesso già in presenza di un contratto di formazione-lavoro, con tirocinio in redazione e studio in strutture esterne certificate dall’Ordine. Al termine del biennio si accede all’esame di professionista.


Si prevede un congruo periodo di transizione, di alcuni anni, tra il vecchio e il nuovo ordinamento, affinché tutti coloro che lavorano nel giornalismo e vivono di esso possano essere ammessi all’esame, anche senza i nuovi requisiti.


L’elenco dei pubblicisti rimane per gli esperti, portatori di esperienze e specializzazioni (il pubblicista “classico”). L’accesso dovrà però, per il futuro, passare attraverso un corso, dedicato soprattutto a norme e doveri del giornalista, seguito da una prova finale di verifica.


Pilastro di tutta la riforma è comunque la deontologia. Lo scopo è ottenere giudizi solleciti ed equi, garantendo il rispetto delle norme sulla professione e la tutela degli interessi generali. Per questo si propone di istituire una Commissione Deontologica in grado di assumere decisioni in caso di avvertimento e censura. Per le ipotesi più gravi, sospensione e radiazione, l’ultima parola spetterà ancora al Consiglio nazionale, ma con procedure abbreviate rispetto alle attuali.


Queste, in estrema sintesi, le proposte. Resta da ricordare il paradosso di una categoria che spesso è accusata di essere corporativa e conservatrice, mentre da decenni chiede, con formulazioni precise, al Parlamento, una riforma che le consenta di muoversi nella realtà di oggi, quella di Internet e della comunicazione globale, non immaginabile nel 1963 quando l’Ordine venne istituito per legge.


E’ del tutto evidente che i limiti dell’azione di autogoverno dei giornalisti sono solo in parte ovviabili con l’attivismo e i comportamenti virtuosi. Potranno essere superati davvero soltanto con una nuova normativa che vada nel senso che ha indicato l’Ordine, con l’assenso di tutti gli organismi di categoria. (www.odg.it)


 


 


BOZZA DI DOCUMENTO DI INDIRIZZO PER LA RIFORMA DELL’ORDINE


 


 


La legge istitutiva dell’Ordine dei Giornalisti, 69/1963, ha compiuto ormai 45 anni. Le impostazioni di principio sono ancora validissime – anzi, si può dire che risultino persino più attuali e importanti proprio oggi – mentre i dettami strutturali e organizzativi richiedono un aggiornamento. Infatti, nel tempo trascorso molte trasformazioni sono avvenute nel campo dell’informazione e dei media (basti pensare ad Internet, fenomeno inedito e largamente rivoluzionario, e alla supremazia della TV quale non poteva essere immaginata all’epoca in cui il legislatore provvedeva a normare la professione giornalistica). Grandi modificazioni sono avvenute anche nella società, e segnatamente nella qualificazione delle attività formative e professionali: su di esse sono intervenute ampiamente le legislazioni nazionale e comunitaria, con riflessi che nel settore del giornalismo sono soltanto indiretti. C’è da sottolineare che le rappresentanze dei giornalisti, in primis proprio quelle dell’Ordine, sollecitano da alcuni lustri un adeguamento normativo. Le legislature si susseguono, ma il Parlamento non è mai riuscito a mettere mano a modifiche di sostanza.


 


Ricordiamo qui che la Corte Costituzionale, a più riprese, ha confermato la legittimità dell’Ordine dei giornalisti, riconoscendo che la legge 69/1963 disciplina esclusivamente il giornalismo come professione, e quindi non limita in nulla l’accesso ai mezzi di informazione come libera espressione del pensiero. Non c’è, quindi, alcuna violazione dell’art. 21 della Carta Costituzionale, dove si riconosce a tutti il diritto “di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. In sostanza non potrebbe, e non è riservata ai soli iscritti all’Ordine la facoltà di scrivere sui giornali o esprimersi con altri mezzi che ad essi si possono assimilare.


 


L’esperienza di questi 45 anni ha fatto emergere i limiti dell’ordinamento attuale – ovviabili in gran parte con una riforma che renda più agile ed effettiva l’azione dell’Ordine dei giornalisti – ma soprattutto ha confermato l’importanza di esso come strumento che si è dimostrato in grado di dare ancoraggio e certezze normative all’indipendenza del giornalista.


All’attivo del bilancio di lungo periodo stanno diversi fattori. Innanzitutto la promozione e l’applicazione di regole deontologiche sempre più puntuali e severe per il rispetto dei soggetti deboli e per la tutela dei minori, per svincolare l’informazione da condizionamenti della pubblicità, e per evitare i conflitti di interessi in settori molto sensibili come l’informazione economico-finanziaria e quella rivolta ai consumatori. L’Ordine ha sviluppato in tutto questo periodo la cultura dell’informazione, anche attraverso  le scuole di formazione al giornalismo, e promosso iniziative di formazione permanente (in quest’ultimo settore le iniziative sono ancora embrionali, e necessitano di nuovi incrementi).


 


I principi su cui si fonda la legge del 1963, si diceva, sono pienamente da confermare. Essi sono ottimamente riassunti nell’art. 2. “E’ diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui”. E ancora “è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti”. Importante, per una libera professione anche il comma che recita “Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse”.


 


E’ ovvia osservazione che, senza queste premesse, lo status dei giornalisti sarebbe riconducibile a quello di un impiegato, vincolato agli obblighi di fedeltà verso la propria azienda (art. 2105 Codice Civile). Non potrebbe esistere un potere del direttore di testata autonomo rispetto alla proprietà; né il diritto del singolo giornalista di difendersi da censure o modifiche apportate da altri a ciò che ha scritto. Cadendo poi il segreto professionale, le fonti fiduciarie non si sentirebbero tutelate, e la conseguenza sarebbe una pesante limitazione della possibilità di approfondire i fatti per poi riferirli al pubblico.


 


C’è anche da rilevare che la Consulta, confermando con la sentenza n. 11/1968 la legittimità dell’Ordine, ne sottolineava la capacità di tutelare, con la deontologia “la libertà degli iscritti nei confronti del contrapposto potere economico dei datori  di  lavoro, compito, questo, che supera di  gran  lunga  la  tutela  sindacale  del diritti  della  categoria  e che perciò può essere assolto solo da un Ordine a struttura democratica che con i suoi poteri di  ente  pubblico vigili,  nei  confronti  di tutti e nell'interesse della collettività, sulla rigorosa osservanza  di  quella  dignità  professionale  che  si  traduce, anzitutto e soprattutto, nel non abdicare mai alla libertà di informazione e di critica e nel non cedere a sollecitazioni che possano comprometterla”


 


Una riforma della legge dell’Ordine deve perciò mantenere inalterate queste impostazioni di principio, modificando invece alcuni punti specifici che sono:


1) il sistema di accesso alla professione


2) il meccanismo elettorale che oggi porta ad una dimensione pletorica del Consiglio  Nazionale


3) procedure e organi che intervengono in materia deontologica, per garantire tempestività, equità e  trasparenza nei procedimenti disciplinari.


 


 


1.                  ACCESSO


 


Da tempo è maturata , anche in sede parlamentare – si vedano le iniziative, poi non portate a termine, che ebbero per protagonista il sottosegretario Siliquini – la consapevolezza che la professione di giornalista, analogamente a molte altre, richiede una base formativa superiore a quella che era prevista dalla legge 69/1963, cioè il diploma di scuola media superiore.


I processi attraversati dalla società, e dalla stessa editoria giornalistica, suggeriscono un approccio differente. Di fatto si constata che nell’ultimo decennio più di 3 su 4 delle persone che sostengono l’esame per diventare professionisti hanno una laurea. L’Ordine dei giornalisti ha stipulato convenzioni con numerose università per corsi specialistici che danno accesso all’esame professionale, nel rispetto della legge e delle norme che definiscono il praticantato. E’ dunque maturo un cambiamento, che dovrebbe prevedere


a)                 una fase di formazione preliminare coincidente con la laurea breve (triennale)


b)                 una seconda fase di specializzazione, di due anni, da realizzare in forme diverse, e cioè:


1) laurea specialistica, 


2) master


3) scuole di giornalismo collegate ad una struttura universitaria.


4) accesso al lavoro anticipato da parte di chi, con un titolo di laurea triennale, sia assunto con un regolare contratto di praticante, strutturato come tirocinio di formazione+ lavoro, concordato con l'Ordine dei giornalisti.


 


 


In tutte la varianti, la fase specialistica che sostituisce il tradizionale praticantato, non deve limitarsi ad una pura dimensione accademica, ma necessariamente implicare un tirocinio professionale guidato e certificato dell’Ordine dei giornalisti. Lo strumento da utilizzare è quello già operante per le scuole abilitanti all’accesso all’esame professionale, e cioè la convenzione tra Ordine e Università. Convenzioni da verificare passo passo nell’attuazione, secondo quanto è già attualmente previsto nel Quadro di indirizzi per il riconoscimento e il controllo delle scuole di formazione al giornalismo.


 


Al termine del biennio si dovrebbe accedere all’esame per essere riconosciuti giornalisti professionisti. E’ importante notare che il Consiglio di Stato (n.448/2001, 13 marzo 2002) ha riconosciuto il carattere di “esame di stato” alla prova professionale dell’Ordine. E’ dunque opportuno che, riformando la legge, si provveda anche a strutturare sia l’esame che soprattutto le commissioni in modo differente da quello attuale, per esempio aumentando la presenza di commissari esterni alla professione dei giornalisti a garanzia della indipendenza e trasparenza della prova.


 


All’ipotesi che sia elevato a laurea triennale il titolo “di base” per accedere alla qualifica di giornalista professionista è stato talvolta obiettato che ciò potrebbe violare la libertà di lavoro e la libertà di impresa. L’osservazione appare destituita di fondamento: le direttive europee 48/1989 e 36/2005 hanno definito il potere-dovere degli stati membri di regolare i percorsi formativi che danno luogo al riconoscimento delle qualificazioni professionali. Se quella dei giornalisti è una professione, non ci può essere dubbio che debba essere regolata da norme di accesso (diverso, lo ricordiamo ancora, è il diritto universale di espressione sancito dall’art. 21 della Costituzione italiana). Del resto gli editori di giornali e i proprietari di aziende giornalistiche non hanno mai mosso obiezioni alla norma precedente, che indicava nella licenza media superiore il titolo di studio per essere ammessi all’esame da professionista (o, in caso di semplice licenza media, un esame di cultura generale che attestasse un livello di istruzioni pari alla licenza media-superiore).


La nuova proposta si adegua ai tempi, salendo di un livello per le condizioni di partenza: da maturità a laurea triennale.


 


 


           2  PUBBLICISTI


 


Modificato con le modalità esposte il sistema di accesso dei professionisti, resta da definire quello dei giornalisti-pubblicisti. Essi, come specifica la legge, “svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita, anche se esercitano altre professioni o impieghi”.


I pubblicisti costituiscono un prezioso patrimonio di saperi e competenze, e concorrono in modo sostanzioso all’informazione quotidiana e periodica, stampata e no. In particolare assicurano agli organi di informazione il contributo specialistico in numerosi campi del sapere e delle attività umane, campi che raramente possono essere coperti con competenza da professionisti del giornalismo. Oggi la via per l’accesso all’albo dei pubblicisti è il riconoscimento di una attività continuativa nell’arco di almeno due anni. Nessuna prova di ingresso è richiesta.


Nel nuovo ordinamento che si auspica, i giornalisti pubblicisti potrebbero mantenere i medesimi requisiti di accesso, con l’aggiunta però di un corso specifico di “cultura e norme che regolano il giornalismo”, soprattutto le norme deontologiche alle quali tutti – professionisti e pubblicisti – sono soggetti, e di una prova conclusiva sulle materie del corso. Qualcosa di simile a ciò che è accaduto, in conseguenza della legge 150/2000, per l’ammissione all’albo di coloro che già esercitavano attività di ufficio stampa negli uffici pubblici.


Nell’ordinamento riformato, in ogni caso, molti di coloro che sono attualmente inseriti nell’albo dei pubblicisti dovranno collocarsi invece in quello dei professionisti. Infatti è noto che il praticantato, secondo le regole oggi in vigore, può essere riconosciuto soltanto a chi presti la propria opera giornalistica in redazioni dove lavori un sufficiente numero di professionisti. Di fatto, in molte pubblicazioni a carattere periodico, in siti internet, uffici stampa, emittenti radio e anche tv, accade che nessuno degli addetti sia professionista. Questo impedisce che le persone che lavorano in tali organi di informazione possano accedere all’esame professionale,  nonostante svolgano un’attività a tempo pieno e in forma esclusiva. Ne consegue che essi sono “pubblicisti di necessità”, parcheggiati in un albo che non sarebbe il loro proprio, ma è finora l’unico che possa ospitarli in base alle norme fissate nella legge 69/1963.


Per tutti loro sarebbe impensabile una applicazione retroattiva di requisiti e norme di accesso come quelle che si sono prospettate per i neo-professionisti.


Con l’occasione della riforma si dovrà prevedere una transizione che faccia accedere questi pubblicisti “anomali” all’esame, e di conseguenza all’elenco dei professionisti. Gli studi elaborati già da tempo dall’Ordine hanno ipotizzato che l’accesso all’esame venga riconosciuto d’ufficio a tutti coloro che da almeno 5 anni sono iscritti all’albo ed esercitano la professione giornalistica in forma esclusiva. Requisito dovrà dunque essere uno “stato di fatto” ben certificato: lavoro a tempo pieno e in condizioni di esclusiva professionale, congruo numero di articoli o servizi, dichiarazione del o dei direttori committenti, documentazione dei rapporti di lavoro e delle retribuzioni.


Dovrà rimanere, in ogni caso, nella disponibilità degli attuali iscritti all'elenco dei pubblicisti la scelta di rimanervi senza il passaggio all'elenco dei professionisti: in particolare questa scelta sarà inevitabile in caso di non esclusività professionale. Si tratterà, comunque, di una situazione transitoria: a partire dall'adozione del nuovo metodo di accesso la distinzione tra professionista e pubblicista dovrà essere chiara e senza confusioni di ruoli.


 


 


        3       TRANSIZIONE TRA VECCHIO E NUOVO ORDINAMENTO


 


Il passaggio ad un nuovo sistema di accesso agli albi di professionisti e pubblicisti porrà inevitabilmente il problema di coloro che rischiano di essere penalizzati dal mutamento di regime. In particolare tutti quelli che non hanno conseguito una laurea, e tuttavia si trovano nella condizione, di diritto o di fatto, del praticante in condizione di diventare professionista.


La questione non tocca i nuovi ingressi: stabilito che il percorso professionale è preceduto da una condizione minima di titolo di studio di grado superiore, i futuri giornalisti saranno in grado di adeguarsi per tempo.


Rimarrà un certo numero di addetti al giornalismo, i quali  dovranno essere messi in condizione di accedere all’esame anche senza possedere una laurea. Dovrà essere previsto un periodo di transizione; si è ipotizzato che tale tempo possa essere di sette anni. Può apparire eccessivamente lungo, ma c’è da considerare che il gruppo dei  “senza laurea” sarà comunque un bacino in esaurimento, una volta che sia entrato a regime il nuovo ordinamento. Sarebbe, in ogni caso, un tempo di transizione inferiore a quello cui sono sottoposti gli atenei universitari, dove il vecchio ordinamento delle lauree quadriennali è destinato a sopravvivere fin quando ci sarà anche un solo fuori corso iscritto all’Università prima della riforma.


 


 


4   REGOLE ELETTORALI PER LE CARICHE


 


Uno dei punti in cui le norme stabilite 45 anni fa appaiono più bisognose di cambiamenti è quello delle modalità di elezione dei consiglieri nazionali. Varate in un’epoca in cui gli addetti al giornalismo erano poche centinaia, oggi hanno portato ad una cifra spropositata di consiglieri nazionali (con la certezza che la situazione peggiorerà ancora, se non si interviene).


La norma oggi stabilisce che i consiglieri nazionali sono eletti in circoscrizioni regionali: ogni regione elegge almeno due consiglieri professionisti e uno pubblicista. In aggiunta, ogni 500 professionisti in più iscritti in quella regione (e, analogamente, ogni 1000 pubblicisti in più) si dà luogo ad un aumento di un consigliere da eleggere, sempre su base regionale.


Il risultato è che, mentre negli anni ’60, all’esordio, i consiglieri nazionali erano 45, oggi superano la cifra di 130. Tutto ciò comporta oneri eccessivi, lungaggini, problemi anche di spazio. E anche estreme difficoltà nel deliberare, soprattutto in materie delicate che esigono sia tempestività che piene garanzie, come nel campo disciplinare (per il quale rimandiamo al punto successivo, con una proposta che dovrebbe migliorare le condizioni di operatività e accelerare i lavori).


Non ritenendo opportuno derogare al principio che tutte le regioni debbano essere rappresentate, sono state esaminate due diverse vie per far dimagrire il Consiglio nazionale: una basata su un numero chiuso, una cifra prefissata di consiglieri professionisti e pubblicisti, con  un distribuzione tra “collegi regionali” da ridefinire ogni volta in base alle proporzioni degli iscritti   (qualcosa di simile a ciò che accade con la revisione periodica dei collegi elettorali per Camera e Senato);  l’altra, meno farraginosa, con un numero aperto come nelle regole attuali, ma con coefficienti diversi che garantiscano un abbassamento della cifra totale.


Dopo aver confrontato diversi modelli, la Commissione Giuridica ha scelto una proposta basata sulla seconda via. Essa consente un sostanziale dimezzamento del numero dei Consiglieri nazionali, attenendosi sostanzialmente al criterio che ispirò la Legge del 1963 ( proporzione di 2 a 1 tra professionisti e pubblicisti) tenuto conto che attualmente in base agli iscritti all'Ordine nell'anno 2008  i Consiglieri risulterebbero 73 professionisti e 64 pubblicisti (totale 137).


 


La proposta è la seguente: 1 professionista per regione, più un altro ogni 750 iscritti.


                                           1 pubblicista per regione più un altro ogni 2500 iscritti.


RISULTATO: 45 consiglieri professionisti, e 30 pubblicisti (totale 75 Consiglieri)


Si è scelta questa ipotesi perché è quella che più contempera quattro diverse esigenze: a) riduzione del numero; b) presenza garantita di rappresentanti di tutte le regioni; c) sufficiente proporzionamento della rappresentanza tra regioni grandi e piccole; d) equa distribuzione tra professionisti e pubblicisti.


Va da sé che l'ipotesi “aperta” non impedisce che i numeri futuri del consiglio cambino. Poiché, in prospettiva, dovrebbe salire il numero dei professionisti per effetto del passaggio dei “pubblicisti anomali o di necessità” si prospetta, negli anni, una crescita del numero di Consiglieri professionisti, tuttavia con un ritmo meno intenso, e quindi senza che si ricreino in breve tempo i problemi attuali di sovraffollamento del Consiglio.


 


Per i Consigli regionali dell’Ordine non appare necessaria alcuna modifica ai meccanismi elettorali fondamentali (tutt’al più qualche ritocco ai regolamenti che fissano le procedure da seguire). Infatti la composizione dei Consigli non muta con il crescere del numero degli iscritti: in ogni regione il Consiglio territoriale è formato di 6 professionisti e 3 pubblicisti.


Fisso anche il numero dei revisori dei conti. Il modello nella sostanza regge, e non appare utile introdurre varianti che rendano la composizione una variabile in base agli iscritti (rischiando di ricreare a livello regionale il guaio che si è verificato al Nazionale).


 


 


5   COMMISSIONE DEONTOLOGICA


 


 


 IPOTESI DI RIFORMA DELLA PROCEDURA DISCIPLINARE


 


A rendere urgente una modifica delle procedure in campo disciplinare è l’esperienza passata e recente: il Consiglio nazionale funge da tribunale deontologico d’appello rispetto alle deliberazioni dei singolo Consigli regionali. Un collegio formato da più di 130 giudici non raggiunge quasi mai il plenum; rischia continuamente la dispersione e le lungaggini; procedendo a scrutinio segreto richiede tempi enormi anche per decisioni apparentemente semplici; è frequente che il lavoro si paralizzi perché viene meno il numero legale.


 


In via di riforma della legge 69/1963, in materia disciplinare si ipotizza:


a)                 la competenza a livello regionale può rimanere in capo al Consiglio dell’Ordine. Essendo esso composto da 9 membri, non sembra emergere la necessità di trasferire ad una apposita sezione l’incarico per tali procedimenti. Resta da definire una questione: se sia necessario realizzare una “terzietà” del giudice disciplinare, distinguendo perciò la funzione inquirente da quella giudicante (in questo caso il collegio giudicante dovrebbe risultare ristretto rispetto al plenum del Consiglio). Potrebbe essere utile fissare termini di tempo sia per l’indagine preliminare che per la pronuncia del giudizio.


 


b)                 Diverso il caso a livello nazionale: per quanto si immagini ridotto il numero dei consiglieri nazionali, esso difficilmente potrà scendere sotto le 70-80 unità.


c)                  Si propone quindi di  istituire una Commissione Deontologica delegata in materia disciplinari (il modello è quello del CSM).


La Commissione, alla quale trasferire in massima parte il lavoro che oggi grava sul  Consiglio Nazionale, potrebbe essere composta da un numero limitato di membri, nominati dal Consiglio Nazionale con un meccanismo di “voto limitato” analogo a quello che oggi si adotta per la nomina delle commissioni. I componenti potrebbero essere, a titolo di esempio 9. Tutti continuerebbero a far parte del Consiglio Nazionale, il quale manterrebbe le attribuzioni previste dall’art. 20 delle legge 69/1963; tuttavia, al punto d) dell’articolo 20 dovrebbe spogliarsi di alcune funzioni in materia di ricorsi disciplinari. L’ipotesi è che su avvertimento e censura la decisione della Commissione Deontologica sia definitiva, mentre su sospensione e radiazione sia necessario, dopo la pronuncia della Deontologica, il voto del plenum del CNOG, ma con procedure di voto semplificate. In sintesi: se la Commissione Deontologica si sarà espressa in modo unanime, il voto sia di ratifica: un intervento a favore, uno contro, e poi la deliberazione.  Solo in caso di deliberazione a maggioranza il dibattito potrà essere esteso. Le modalità precise di procedura, ovviamente, dovrebbero essere contenute non nella nuova legge, ma nel regolamento dei lavori del Consiglio.


d)                  Per i ricorsi avverso le deliberazioni dei Consigli degli Ordini in materia di iscrizione e cancellazione dagli elenchi dell’albo e dal registro rimarrebbe la competenza del Consiglio Nazionale, che delibera dopo una istruttori della Commissione Ricorsi (commissione che quindi rimarrebbe in vita, ma con competenze ridotte: iscrizioni all'albo e ricorsi elettorali). Si potrebbe in ogni modo sveltire l’iter: in caso di proposta unanime della Commissione, il Consiglio potrebbe procedere con modalità di ratifica (tempi abbreviati nell’eventuale dibattito: un intervento a favore, uno contro, e poi il voto palese). Se la Commissione si sarà espressa con i 4/5 di consensi, dibattito contingentato (due minuti di intervento per Consigliere, p. es.). In caso di semplice maggioranza in Commissione il Consiglio procederebbe secondo le modalità attuali. (Anche in questo caso valgono le considerazioni esposte sopra sulle modalità da definire nel regolamento del Consiglio).


Inoltre la competenza piena del CNOG andrà mantenuta sui ricorsi in materia elettorale, previa istruttoria da parte della Commissione Ricorsi. In questo caso, vista la delicatezza della materia, anche in caso di proposta unanime, non si procederebbe per ratifica ma sempre per delibera, cioè senza limitazioni o contingentamenti del dibattito.


 





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