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ROMA. Novantasei giornalisti denunciati in un solo esposto: non era mai successo. Mafia capitale: 78 cronisti e 18 direttori denunciati per aver pubblicato gli atti dell’inchiesta (coperti formalmente dal segreto). Gli avvocati si sono rivolti alla Procura della Repubblica perché a sua volta informi gli Ordini ai quali i giornalisti sono iscritti. "Di ogni violazione del divieto di pubblicazione (commessa dai cronisti ex art. 114 Cpp) il Pm - dice l'articolo 115 del Cpp - è tenuto ad informa l'organo titolare del potere disciplinare". Il Sindacato cronisti romani: “Difendiamo la libertà di raccontare gli scandali". Franco Abruzzo: "La denuncia ignora clamorosamente la giurisprudenza della Corte dei diritti dell'Uomo di Strasburgo vincolante per i giudici italiani". Paolo Pirovano (Cnog): "Un esposto che offre una interpretazione distorta e gravissima non solo del diritto dei cittadini ad essere informati ma anche della libertà di stampa". FNSI: "LA VICENDA È INDEGNA DI UN PAESE CIVILE".


Roma, 16 ottobre 2015. Ancora una volta sotto accusa sono i giornalisti che hanno raccontato fatti oggettivi, come sono i testi delle intercettazioni di Mafia Capitale (testi,comunue, coperti formalmente dal segreto).  Novantasei professionisti sono stati denunciati alla Procura della Repubblica) dagli avvocati della Camera penale di Roma per il loro racconto di uno degli scandali più grandi che abbia colpito la nostra città nel dopoguerra. Si tratta di 78 cronisti - la stragrande maggioranza lavora a Roma - e 18 direttori, in quanto responsabili delle testate che hanno pubblicato gli articoli. Mai successo. Una denuncia di queste proporzioni non ha precedenti. Ed è probabilmente un primato anche fra tutte le democrazie del mondo. Gli avvocati si sono rivolti alla Procura della Repubblica perché a sua volta informi  gli Ordini  ai quali i giornalisti sono iscritti. "Di ogni violazione del divieto di pubblicazione (commessa dai cronisti ex art. 114 Cppp) il  Pm  - dice l'articolo 115 del Cpp - è tenuto ad  informa l'organo titolare del potere disciplinare". La denuncia, comunque,  ignora la giurisprudenza della Corte dei diritti dell'Uomo di Strasburgo vincolante per i giudici italiani. I giornalisti hanno diritto di pubblicare notizie su indagini penali in corso perché il funzionamento della giustizia è una questione di interesse generale. E lo possono fare scegliendo le modalità di pubblicazione. Questo perché l'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che assicura la libertà di espressione, non solo protegge il contenuto delle informazioni, ma anche la forma e le scelte editoriali. Lo ha stabilito la Corte europea nella sentenza del 1° luglio 2014 condannando la Svizzera per violazione dell'articolo 10 (ricorso n. 56925/08).I cronisti sono stati denunciati, in blocco, ma non per aver omesso qualcosa. Non per aver manipolato la realtà. Al contrario sono accusati di aver scritto troppo ed aver violato così l’articolo 114 del Codice di procedura penale (mentre l'articolo 115 Cpp considera "illecito disciplinare"  la violazione del divieto di pubblicazione degli atti coperti dal segreto istruttorio). Ci sono grandi firme e interi servizi di cronaca giudiziaria dei quotidiani romani destinatari di questo esposto con il quale si vuole perseguire i giornalisti non solo in sede penale ma anche davanti ai Consigli di disciplina dell’Ordine professionale.


L’articolo 114 Cpp  (forte di 8 commi) riguarda la pubblicazione degli atti processuali e delle immagini. Nel primo comma si vieta la pubblicazione quando gli atti sono coperti da segreto. Ma non è questo ad essere contestato ai 96 colleghi. È contestato invece di aver pubblicato atti non più coperti dal segreto quando però il procedimento è ancora nella fase delle indagini oppure - in fase di dibattimento - atti del fascicolo del pubblico ministero fino a quando non si arriva a sentenza. Si tratta di documenti disponibili agli avvocati che sono la più frequente fonte di informazione per i giornalisti. Il cronista, quindi, nel riportare quanto sa, non commette un fatto illecito  ma adempie a un dovere previsto dalla legge professionale divulgando quanto ritiene sia importante che si sappia. Dovendo scegliere, nel caso di Mafia Capitale, tra sessantamila pagine di atti giudiziari. In certi casi è necessario proprio pubblicare integralmente alcuni passaggi (nella fattispecie, più che altro intercettazioni) per evitare che, decontestualizzati, non siano comprensibili o ne venga involontariamente alterato il senso. Eppure è proprio il fatto di aver pubblicato degli stralci in forma integrale che diventa paradossalmente censurabile sul piano disciplinare. E nell’esposto, infatti, presentato dagli avvocati della Camera penale, si parla di «pubblicazione pedissequa in articoli di stampa di atti, o stralci degli stessi, di un procedimento penale in fase di indagine». C'è quindi un nodo normativo che va sciolto. E preoccupa ancor di più in vista della preannunciata legge che imporrà un ulteriore giro di vite sulla pubblicazione delle intercettazioni. Il Sindacato cronisti romani, nell'esprimere solidarietà ai colleghi coinvolti, ritiene che a essere messi sotto accusa siano proprio la libertà e il dovere dei giornalisti di informare, e che sia necessario ristabilire le effettive responsabilità nella violazione della diffusione degli atti giudiziari. Il Sindacato cronisti romani ha sensibilità sui diritti dei cittadini alla riservatezza, ed è convinto che la segretezza degli atti giudiziari non vada abolita ma disciplinata. Ma tutto questo va normato in equilibrio con il diritto dei cittadini di essere informati, e con il dovere dei giornalisti di informare correttamente. Se intervento e censura ci devono essere nelle fattispecie previste dall’articolo 114 del Codice di procedura penale, che sia alla fonte. Al cronista resta il dovere di non manipolare, di non usare strumentalmente gli atti a un fine diverso di quello del servizio alla verità. Al cronista non si può chiedere di non pubblicare atti rilevanti che, come nel caso di Mafia Capitale, raccontano uno scandalo che purtroppo fa parte della storia della Roma di oggi. (SINDACATO CRONISTI ROMANI - www.sindacatocronisti.it).


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Paolo Pirovano (Cnog): "Un esposto che offre una interpretazione distorta e gravissima non solo del diritto dei cittadini ad essere informati ma anche della libertà di stampa". - ROMA, 17 ottobre 2015. "Novantasei giornalisti sono stati denunciati con un solo esposto dagli avvocati difensori degli indagati di Mafia Capitale: sono 78 cronisti e 18 direttori responsabili che hanno pubblicato gli atti dell'inchiesta,coperti formalmente da segreto". Lo rende noto Paolo Pirovano, segretario nazionale dell'Ordine dei giornalisti, ricordando che, "come recita l'articolo 115 del Codice di procedura penale, essendo un illecito disciplinare, ora la Procura della Repubblica della Capitale dovrà informare i 12 Ordini regionali ai quali i 96 colleghi sono iscritti".    "Dopo le minacce verbali e le aggressioni anche fisiche nei confronti dei cronisti che in questi mesi hanno cercato di raccontare con professionalità fatti e retroscena dell'inchiesta Mafia Capitale - commenta Pirovano - ora è la volta di questo esposto imbarazzante che, secondo il Comitato esecutivo dell'Ordine nazionale dei Giornalisti, offre una interpretazione distorta e gravissima non solo del diritto dei cittadini ad essere informati ma anche della libertà di stampa. Una denuncia che non a caso viola le normative della Corte dei Diritti dell'uomo di Strasburgo". (ANSA).


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MAFIA CAPITALE. FNSI: "LA VICENDA DELE  96 DENUNCE CONTRO I GIORNALISTI È INDEGNA PAESE CIVILE". - ROMA, 17 ottobre 2015. "IN UN PAESE CHE SI DICE DEMOCRATICO È IMPENSABILE CHE SI DISPONGA UNA DENUNCIA COLLETTIVA PER 96 GIORNALISTI, 78 CRONISTI E 16 DIRETTORI, 'COLPEVOLI' DI AVER ILLUMINATO CON IL LORO LAVORO UNO DEI PEGGIORI SCANDALI DELLASTORIA D'ITALIA E FORSE IL PIÙ TRISTE DELLA STORIA DELLA CAPITALE". COSÌ IL SEGRETARIO GENERALE DELLA FNSI, RAFFAELE LORUSSO, COMMENTA LA VICENDA DEI GIORNALISTI DIVENUTI OGGETTO DI UN ESPOSTO DI ALCUNI AVVOCATI DELLA CAMERA PENALE DI ROMA ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA PER "LA PUBBLICAZIONE PEDISSEQUA IN ARTICOLI DI STAMPA DI ATTI, O STRALCI DEGLI STESSI, DI UN PROCEDIMENTO PENALE IN FASE DI INDAGINE" IN RELAZIONE AL CASO DIMAFIA CAPITALE.   "TORNA IN VOGA - OSSERVA LORUSSO IN UNA NOTA - L'IDEA CHE SI POSSA TENTARE DI IMBAVAGLIARE LA STAMPA IMPEDENDO LA PUBBLICAZIONE DI INTERCETTAZIONI TRA L'ALTRO NON PIÙ COPERTE DA SEGRETO ISTRUTTORIO: È L'ENNESIMO ESEMPIO CHE DEVE FAR RIFLETTERE LA POLITICA SULL'OPPORTUNITÀ DI UNA DELEGA IN BIANCO AL GOVERNO SU UNA MATERIA COSÌ DELICATA. È ANCHE A CAUSA DI EPISODI COME QUESTO CHE L'ITALIA OCCUPA IL 73/O POSTO NELLA CLASSIFICA SULLA LIBERTÀ DI STAMPA. È PREOCCUPANTE CHE SI SFERRI UN ATTACCO COSÌ ROZZO E PLATEALE ALLA LIBERTÀ DEI CRONISTI DI INFORMARE E AL DIRITTO DEI CITTADINI AD ESSERE INFORMATI: CHI L'HA CONCEPITO FAREBBE BENE A RILEGGERE QUANTO STABILITO IN MODO ASSOLUTAMENTE INEQUIVOCABILE DALLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO NELLE NUMEROSE SENTENZE IN MATERIA DI LIBERTÀ DI ESPRESSIONE E DIRITTO DI CRONACA". "OLTRE CHE LA TOTALE SOLIDARIETÀ DELLA FEDERAZIONE NAZIONALE DELLA STAMPA ITALIANA - CONCLUDE LORUSSO - AI COLLEGHI FINITI NEL TRITACARNE GIUDIZIARIO VA RIVOLTO L'INVITO A PROSEGUIRE IL LORO LAVORO NELL'INTERESSE ESCLUSIVO DELL'OPINIONE PUBBLICA SENZA LASCIARSI CONDIZIONARE DA TENTATIVI DI INTIMIDAZIONE CHE QUALIFICANO CHI LI COMPIE". (ANSA). 






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