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I QUATTRO DIRETTORI “DI ROTTURA”
DEL CORRIERE DELLA SERA

Tesina di Laura Caloni

Università degli Studi di Milano Bicocca
Corso di laurea in Sociologia anno 2003/2004
Cattedra di Storia del Giornalismo - prof. Francesco Abruzzo

I QUATTRO DIRETTORI “DI ROTTURA”
DEL CORRIERE DELLA SERA


Tesina di Laura Caloni - matr. 047117


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


“Il direttore dà l'impronta al giornale, ne decide la natura, e chiunque collabori al giornale in posizione preminente si sente implicato, nel bene e nel male, dalle sue decisioni, dalla sua personalità. Quello del giornalista è un mestiere pubblico, nel senso che chi scrive un articolo si espone ogni volta al giudizio del pubblico, come un attore a teatro, come un tribune nella vita politica.
E' anche un mestiere che si fa con impegno, con passione, oltre che con un'inevitabile componente di narcisismo.


La natura del giornale in cui si scrive, in cui ci si espone, diventa importante; e la natura del giornale è determinata, in primo luogo, da chi lo dirige.”


 


Piero Ottone
INDICE


 









1. Introduzione

Nascita del “Corriere della Sera”


Il potere degli azionisti



2. Luigi Albertini (1871-1941)


Albertini direttore

Albertini liberale


                Albertini, la politica giolittiana e la guerra in Libia (1911)


                Il “Corriere” e la neutralità


Il “Corriere della Sera” e la Grande GuerraL’Interventismo del “Corriere”

La Lettura


Il giornalismo & Albertini


La “gente per bene”



3. Mario Borsa (1870-1952)Da Luigi Albertini A Mario Borsa

Mario Borsa direttore del “Corriere della Sera”


Repubblica e Monarchia sul “Corriere”


“Concludendo” 1- 6-1946


Borsa e “la gente per bene”
Il referendum del 2 giugno 1946: “Una Repubblica nata così è destinata a durare nei secoli”.


L’Assemblea Costituente e la Costituzione: per una rivoluzione a tappe


“…giornalismo non servile, ma libero” Borsa lascia il “Corriere”



4. Piero Ottone (1924)


Da Mario Borsa a Piero Ottone


Piero Ottone direttore
Un “voto riformista”: guardare in faccia la realtà per essere padroni del proprio destino.


Il referendum sul divorzio


Le elezioni del 1976



5. Paolo Mieli (1949)

Da Piero Ottone a Paolo Mieli


Paolo Mieli direttore


“Le Cose da fare”


Il “Corriere” e le elezioni del 1996


Le elezioni del 21 aprile 1996: 48.841.092 italiani alle urne


 


   Da Paolo Mieli ad oggi   Bibliografia   Siti Internet

   Immagini


   Microfilm “Corriere della Sera”

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1. INTRODUZIONE


 


Il primo numero del “Corriere della Sera” uscì a Milano il 5 marzo 1876 a 5 centesimi.


Nato a quattro pagine e con una tiratura di 15.000 copie, si affacciava sulla scena del giornalismo italiano, una testata che si sarebbe rivelata come una delle più longeve d’Italia.


Ancora oggi nel 2004, dopo ben 130 anni, è possibile per noi trovarlo in edicola e leggere i suoi articoli.


Per questo motivo ho scelto di focalizzare la mia attenzione sul “Corriere della Sera” che posso vedere, leggere, sfogliare anche oggi, ed è per me qualcosa di vicino, presente nella vita di tutti i giorni.


Sono stata colpita in particolare dai cambiamenti che il “Corriere” ha avuto in quattro periodi particolari. I quattro grandi giornalisti di cui parlerò vengono definiti direttori “di rottura” poiché davanti a situazioni chiave della storia italiana, hanno schierato il giornale seguendo i loro principi e le loro convinzioni, mettendosi contro l’opinione pubblica, la “gente per bene”, a cui il “Corriere” aveva fatto riferimento fin dalla sua nascita.



Nascita del “Corriere della Sera”


 


Il “Corriere della Sera” uscì per la prima volta nel 1876, nella città chiamata “città delle iniziative”, Milano, con sede in Galleria Vittorio Emanuele 77.


Essa era ritenuta la “capitale morale” e culturale d’Italia con i suoi teatri, le case editrici e gli otto quotidiani che coprivano tutto l’arco dello schieramento politico (“La Perseveranza”, “Il Pungolo”, “Il Secolo”, “Il Gazzettino rosa”, ”La Plebe”…)


Fondatore e direttore fu Eugenio Torelli Viollier, napoletano, espressione della misura e della posatezza; egli aveva lavorato all’“Indipendente”, il giornale di Dumas che aveva seguito le imprese di Garibaldi. Successivamente Torelli aveva scritto per il “ Corriere di Milano” e ora con il nuovo giornale, egli si proponeva di stare “a destra” de “Il Secolo”, foglio dove aveva lavorato in passato.


Pur essendo monarchico, aveva nel 1860 fatto parte delle truppe garibaldine e ammirava il grande patriota italiano perché aveva posto l’Italia sopra tutto, riconoscendo che essa poteva essere unita e libera, solo sotto la monarchia costituzionale di casa Savoia.


L’articolo d’apertura del “Corriere della Sera” è un vero e proprio manifesto della linea che il giornale vuole seguire: per quanto riguarda la linea politica esso è liberale, conservatore (“vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto”) e moderato, sulla scia di Cavour e della Destra storica.


 


“Pubblico, vogliamo parlarti chiaro (…) Siamo conservatori e moderati.


Conservatori prima, moderati poi.


Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto, perché hanno dato all'Italia l'indipendenza, l'unità, la libertà, l'ordine.


In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da' Papi che la tennero durante undici secoli (…)


Siamo moderati, apparteniamo cioè al partite ch'ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, - e per conseguenza il potere. Questo partito cadrà un giorno, perché tutto cade, tutto passa a questo mondo, ma nella storia avrà una nota di gloria d'impareggiabile fulgore, perché ha condotto a termine due imprese di cui una sola sarebbe bastata ad illustrarlo.


Dopo aver compiuto l'unificazione d'Italia, ha restaurato le finanze (...) ”.


 


Torelli Viollier sottolinea l’importanza dell’indipendenza delle proprie opinioni e della libertà d’informazione e, soprattutto, afferma che il Corriere cercherà sempre di essere il più trasparente possibile nel rapporto con i suoi lettori.


 


 “Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo (...) Questo giornale non si farà scrupolo di esprimere la sua opinione, quand'anche questa dovesse tornare sgradita a chi sta in alto o a chi sta in basso.


Certo è che se ci avverrà di censurare, ci studieremo di non essere avventati né iracondi, e ad ogni modo le nostre intenzioni saranno rette.


La nostra indipendenza, ch'e reale, non avrà bisogno di queste frasche.


 













II pubblico non tarderà a conoscere in che acque naviga il Corriere della Sera (...)


Ci piace essere obiettivi; ci piace ricordarci che tu, pubblico, non t'interessi che mediocremente ai nostri odi ed ai nostri amori; che vuoi anzitutto essere informato con esattezza; ci piace serbare, di fronte ai nostri amici migliori, la nostra liberta di giudizio, ed anche, se vuolsi quel diritto di frondismo ch’è il sale del giornalismo.” ( 5-6 marzo 1876)


 


In una Milano di 300.000 abitanti, il pubblico del “Corriere” era difficile da conquistare, formato da quella “gente per bene” di cui Mario Borsa parlerà in un articolo del 1946.


Gente che non apparteneva ad una particolare classe sociale, gente che non “voleva fastidi”, vicina al “quieto vivere”, che provava “un’avversione istintiva per le novità” e non amava politici e politicanti.


 


Sarebbe comunque un errore credere che successivamente il “Corriere” avrebbe assecondato sempre questo particolare target.


I suoi direttori “di rottura” portarono il giornale anche contro “la gente per bene” quando questo sarebbe stato necessario per “educare politicamente il Paese, illuminandolo e sforzandosi di appassionarlo alla vita nazionale”.


“ (…) guai a non intendere che l’Autorità, per essere rispettata, deve essere sempre meritevole di rispetto.” (12 giugno 1898).



 



Borsa, nel suo articolo del 7 maggio 1946, sottolineava l’importanza di tener fede alla propria coscienza, anche se questo poteva dar vita a sospetti o polemiche: “noi non andremo né a destra né a sinistra: andremo avanti per nostro conto e, anche se talora avremo l’aria di accompagnarci agli uni o agli altri, creda la gente per bene, noi non lasceremo mai la nostalgia della nostra coscienza.” 


 


La pubblicazione del primo numero del “Corriere della Sera” avvenne nel momento di passaggio tra la Destra e la Sinistra.


Nel 1876 il governo Minghetti si dimise e partì quella che sarebbe stata poi chiamata “l’altalena dei partiti”.


Il Re affidò l’incarico ad Agostino Depretis, esponente della Sinistra moderata, già conosciuto in Sicilia con la spedizione dei Mille.


Il giornale di Torelli Viollier si trovava, quindi, dalla sua nascita all’opposizione.


Secondo il direttore del “Corriere della Sera” questa rivoluzione parlamentare poteva essere raccolta con favore perché il paese potesse raggiungere una “maturità politica” attraverso l’alternanza dei diversi partiti.


Il governo era stato rovesciato a sorpresa per un voto parlamentare sulla nazionalizzazione delle ferrovie cui i seguaci di Minghetti si erano rivoltati contro.


Tra i principali motivi di critica nei confronti della Sinistra (Depretis e Crispi) troviamo la politica coloniale.


Iniziata con l’occupazione di Assab e Massaua proseguì con l’espansione in Eritrea.


Secondo il “Corriere”, “Il Secolo” e “La Stampa” l’espansionismo coloniale era una scelta errata sotto il profilo economico.


Preoccupava soprattutto l’impreparazione dell’esercito e la nascita della burocrazia coloniale.


In seguito alla sconfitta di Adua del 1896, alle tensioni sociali e alla caduta del governo Crispi si avviò la crisi di fine secolo che portò cambiamenti all’interno del “Corriere”.

Il potere degli azionisti


 


Per quanto riguarda gli azionisti del “Corriere”, alla sua nascita, troviamo Pio Morbio, Riccardo Pavesi e Riccardo Sonetti che con tre quote uguali finanziarono il giornale con 30.000 lire.


Essi uscirono di scena quasi subito e nel 1885 arrivò Benigno Crespi, cotoniere, che con 100.000 lire diventò azionista socio del “Corriere”.


I soldi furono subito reinvestiti dal suo direttore e consentirono di rafforzare la struttura del giornale, aggiungendo uffici di corrispondenza a Berlino e a Londra.


Nel 1895 entrarono De Angeli, conservatore e Pirelli.


La loro influenza si fece sentire nel 1898. Dopo i tumulti dovuti al rialzo del prezzo del pane, il generale Bava Beccarsi sparò sulla folla e l’opinione pubblica ne rimase scossa. Con un decreto vennero chiusi dieci giornali e mandati davanti al tribunale militare molti direttori (Romussi, Don Davide Albertario, Turati, Chiesi…).


In questo particolare momento l’ala conservatrice del “Corriere” prese il sopravvento e Torelli preferì passare la mano a Domenico Oliva, il nuovo direttore imposto dai conservatori lombardi.


Gli articoli di quei giorni giunsero ad essere anche vere e proprie falsificazioni sul numero di vittime tra le forze dell’ordine e tra i cittadini, quasi tutti colpiti in realtà alle spalle (quindi in fuga).


Torelli attraverso una lettera indirizzata al nuovo direttore e pubblicata sul giornale, “parlò” ai suoi lettori rendendo chiaro che il giornale era passato sotto la direzione di Oliva. Questo comportava un cambiamento, sebbene il nuovo direttore dovesse tener conto delle tradizioni liberali del “Corriere”.


 


 



E’ interessante conoscere a grandi linee ciò che è successo durante l’ascesa di colui che sarà il primo direttore di “rottura” del giornale, poiché il modo in cui ha preso il posto di comando è stato molto particolare.


 


2. LUIGI ALBERTINI (1871-1941)


 


Nel 1896 era arrivato al “Corriere della Sera”, Luigi Albertini, un venticinquenne nato ad Ancona, laureato a Bologna in legge.


Albertini era entrato per l’apprendistato al “Times” di Londra, dove aveva passato due anni per studiarne l’organizzazione e approfondire le sue ricerche.


Questa sua esperienza caratterizzerà il suo lavoro al “Corriere”.


Luigi Luzzatti, collaboratore del “Corriere” per l’economia e la finanza e futuro Presidente del Consiglio (che rimase per Albertini un costante e importante punto di riferimento politico), segnalò il giovane a Torelli Viollier. Lo storico fondatore vide in Albertini il suo delfino, potenziale continuatore della linea storica del giornale.


Prima fu assunto come segretario di redazione e il suo incarico consisteva nell’assistere ed eventualmente sostituire Torelli Viollier nell’attività organizzativa e amministrativa del giornale. Luigi Albertini era un uomo energico e deciso, con buone attitudini al comando e all’organizzazione.


Il suo rapporto con il fondatore del “Corriere” divenne sempre più stretto, la fiducia e le sue capacità lo portarono ad assumere compiti sempre più delicati.


Albertini si fece promotore di alcune iniziative di carattere innovativo e modernizzatore: creò un settimanale supplemento del “Corriere”, “la Domenica del Corriere” nel 1899 che fu un successo editoriale. Successivamente nacquero “La Lettura” (1903), “Il Romanzo mensile” e il “Corriere dei Piccoli”.

Albertini direttore



Albertini, dopo la morte di Torelli Viollier (26 aprile 1900), divenne il gerente del giornale.


La sua ascesa alla direzione del “Corriere” avvenne poco dopo, quando estromise Domenico Oliva.


Quest’ultimo appoggiava il nuovo Presidente del Consiglio, Pelloux, il quale, durante il suo governo, aveva portato avanti una politica liberticida. Egli aveva presentato dei disegni di legge che oltre alla militarizzazione dei ferrovieri e alla proibizione di ogni forma di sciopero per i dipendenti pubblici, limitavano la libertà di riunione e di stampa con la punizione di coloro che pubblicassero notizie capaci di turbare l’ordine pubblico.


La Sinistra si era opposta al governo con l’ostruzionismo, Pelloux tentò la strada del decreto legge, ma perse molti appoggi e così si trovò costretto a revocare il decreto.


Alla notizia che il Re sciolse la camera, Albertini scrisse un articolo contro il Presidente del Consiglio e il suo governo e lo pubblicò sul “Corriere” al posto di quello scritto dal suo direttore, Oliva che in quel momento in viaggio.


Oliva fu costretto a dimettersi.


Luigi Albertini diventò direttore del “Corriere della Sera” il 23 maggio 1900.


Fu stipulato anche un nuovo contratto sociale che riorganizzò la gestione e la proprietà del giornale. Vi fu una redistribuzione delle quote di proprietà: trentadue carature a Crespi, undici a De Angeli, sette a Pirelli, quattro al nuovo socio Beltrami, e due agli Albertini.


Albertini aveva la gestione e la direzione politica del giornale.


Egli impostò il giornale come una vera e propria azienda e considerandolo come tale era necessario guardare alle vendite.


 


Oltre ad assumere numerosi e importanti corrispondenti, Albertini rafforzò l’interesse per la “sua terza pagina” (inventata poco prima da un brillante giornalista, Alberto Bergamini, raccomandato dallo stesso Albertini per diventare direttore de “Il Giornale d’Italia “ di Roma) con l’esclusiva di alcune firme importanti, come quella di D’Annunzio, di Pirandello, di Capuana, della Deledda.


Inoltre desideroso di aumentare le entrate e i profitti, Albertini comprese l’importanza della pubblicità nella vita economica di un giornale.


Il “Corriere” diventò il giornale più ricercato dalle aziende per la propria “réclame”, consentendo di avere dalla società pubblicitaria Haasenstein & Vogler condizioni sempre migliori e la decuplicazione degli introiti in pochi anni (dal 1914 il Corriere assunse direttamente la gestione della pubblicità creando una propria agenzia).


Nel 1900 la tiratura del Corriere era sulle 75.000 copie, superata sia da “Il Secolo” sia da “La Tribuna” di Roma; poco dopo, nel 1904, riuscirà a diventare il giornale più venduto d’Italia.


Albertini modernizzò il “Corriere” anche in campo tecnico.


La nuova sede del giornale dal 1901 si trovava in Via Solforino, completa di nuove rotative (1904) e spazi più ampi dove lavorare proprio come nella redazione del “Times”.


 


Albertini liberale


 


La trasformazione del Corriere della Sera nel più diffuso giornale italiano diede a Luigi Albertini un enorme potere d'influenza sulla vita politica italiana. Pur attento ad evitare i rischi che un'eccessiva identificazione con una parte politica, Albertini era convinto che fosse un dovere usare la propria influenza per il bene della nazione e non ebbe timore d'impegnarsi duramente nelle lotte politiche dell'Italia dei primi decenni del secolo, difendendo in modo trasparente un insieme di valori e idee monarchico liberali. La creazione di uno Stato unitario e indipendente era stata una grande conquista della nazione italiana. La monarchia sabauda aveva consentito la realizzazione di tale progetto politico in un regime di libertà e pluralismo; da questa convinzione nasceva l'indispensabilità della monarchia come simbolo e incarnazione dei valori risorgimentali di libertà e patria. Principi fondamentali per il progresso sociale e politico degli italiani.


Era necessario inoltre il liberalismo, sul piano politico ed economico per dare massima libertà dei cittadini. Solo un regime di libertà poteva consentire un progresso della società italiana verso forme più mature d’organizzazione politica ed economica.


Albertini era ostile a qualsiasi massimalismo rivoluzionario astratto, egli pensava che lo sviluppo di un forte capitalismo italiano avrebbe posto le basi per un benessere di massa.


Sulla base dell'esperienza inglese, egli prevedeva che il rafforzamento di un'economia capitalista avrebbe prodotto il miglioramento delle condizioni di vita delle masse salariate; per questo motivo difendeva il profitto capitalista, unico possibile motore della rinascita economica italiana.

Albertini, la politica giolittiana e la guerra in Libia (1911)



Dopo la morte d’Umberto I e l'ascesa al trono di Vittorio Emanuele III, l’Italia giunse ad una fase di distensione in politica interna, favorita anche dall'allentamento delle tensioni sociali e dal migliore andamento dell'economia. Dopo il breve governo Saracco, il nuovo sovrano affidò l'incarico di Capo del Governo a Giuseppe Zanardelli (1901).


Ministro dell'Interno, vero uomo forte del nuovo governo era Giovanni Giolitti che il “Corriere” aveva gia aspramente criticato quando, nel 1892-93, lo statista piemontese era stato nominato Presidente del Consiglio, accusandolo di debolezza nei confronti del movimento dei Fasci siciliani e soprattutto per aver protetto il governatore della Banca Romana, arrestato con l'accusa di bancarotta.


Albertini era avverso a Giolitti (per tutti e tre governi che si succedettero tra il 1903 e il 1914), sia per l’indirizzo che aveva dato al suo governo (allargamento delle basi sociali su modello Bismarkiano e riguardo al protezionismo), sia per la composizione degli azionisti del “Corriere” che pur non imponendo le proprie idee al giornale, non approvavano la linea politica di Giolitti.


Per quanto riguarda il suffragio, il “Corriere” aveva favorito l’allargamento, ma non nella misura proposta da Giolitti, poiché questa riforma sarebbe servita solo ai “giochi” parlamentari del Presidente del Consiglio.


 


Una delle pochissime occasioni in cui il “Corriere” appoggiò la politica giolittiana, fu con la guerra in Libia.


Fino a tutta la prima settimana del settembre 1911 Albertini non era affatto deciso a far partecipare il “Corriere” alla campagna per la guerra: Ugo Ojetti scrisse una lettera che sollevava dubbi sull’opportunità dell'impresa e il direttore del Corriere ne teneva conto. In quei giorni tuttavia dovette decidersi e decise per il si: ma non si assunse personalmente il compito di spiegare sul giornale le ragioni di carattere politico, economico e morale che dovevano spingere l'Italia in Libia.


In seguito dichiarò che il motivo per cui aveva deciso di far partecipare il Corriere alla campagna per l'impresa libica era dato dall’“ipoteca solenne”, mira che l'Italia aveva posto su Tripoli da molto tempo (nel1902 o nel1908, quando l’Austria aveva annesso la Bosnia).


La convinzione era che l’impresa non si trattasse di un “diversivo mediterraneo”, ma che l’espansione italiana nel nord Africa rafforzasse la Triplice Alleanza ed era necessaria altrimenti “l’Italia sarebbe diventata una Svizzera marittima”.


Il Corriere denunciò sulle sue pagine i socialisti e gli oppositori dell’impresa, affermando “il nostro diritto di grande potenza di fronte all’Europa” (editoriale 25 settembre 1911).


I lettori erano sempre più appassionati alle vicende africane e così, le pagine del giornale in questo periodo si riempirono d’articoli d’inviati speciali in Libia (10 inviati in Tripolitania e Cirenaica) e di articoli dal sapore nazionalistico di Corradini.


Sulla "terza pagina" la guerra aveva spazio con le dieci “Canzoni delle gesta d’oltremare” di D’Annunzio.


 


Ripensando alla guerra di Libia, dopo essere passato attraverso l'esperienza della politica delle nazionalità e aver seguito l'intera parabola del nazionalismo fino alla sua conclusione con il fascismo al potere, Luigi Albertini costaterà che “facemmo, come tutti i maggiori giornali, della retorica”, ponendo l’accento l'amara consapevolezza delle conseguenze lontane per il paese di quella prima esaltazione nazionalistica.


“Quella retorica in parte era inconsapevole, perché era figlia del nostro entusiasmo e di quello del paese; in parte era una necessità di cui possono sorridere gli scettici e coloro che guidano gli eventi a distanza. Ma il giornale non è un opera postuma di storia: è riflesso di vita e spinta all'azione”.















 


Il “Corriere” e la neutralità

 


Il 27 agosto 1914 il “Corriere” decise di parlare della situazione delicata in cui si trovava l’Italia.


La neutralità “ponderata e ferma” doveva venir considerata come “attesa e preparazione” per una successiva mossa. Gli equilibri europei dopo una guerra sarebbero stati sconvolti e, con l’avvento del conflitto anche la condizione italiana non sarebbe rimasta la stessa, sia che si fosse deciso di partecipare sia che si fosse mantenuta la neutralità.


L’Italia dovrà subire gli effetti degli ingrandimenti altrui senza poter pretendere niente. Essa aveva ambizioni legittime in Africa, nei Balcani e in Asia Minore; ma le nazioni vincitrici non l'avrebbero mai aiutata a soddisfare queste ambizioni se essa non avesse a un certo punto, rinunciato alla neutralità, schierandosi da una parte o dall'altra.


Era ormai necessario “l’intervento prima che gli eventi si stabiliscano, per deciderli in conformità dei nostri interessi”.


L’Italia doveva essere pronta davanti agli eventi futuri, poiché “l’avvenire della patria sia più sicuro e più grande”.


Nei successivi mesi, il giornale espose la sua tesi: parlare era ormai necessario e doveroso, era importante perché l’opinione pubblica conoscesse e perché non farlo sarebbe stato come assumersi una terribile responsabilità negativa.


La neutralità era stata un errore, non avrebbe portato salvezza per l’Italia, ma solo isolamento.


Sarebbe potuta crescere la potenza dell’Austroungheria e in questo caso ci sarebbe stata la vittoria della monarchia, del mondo slavo anche sugli italiani che dipendevano da lei.


Sarebbe potuto mutare l’assetto del Mediterraneo, oppure con la vittoria della Germania si sarebbe potuto assistere alla nascita della sua egemonia europea.


Se invece avesse vinto l’Intesa, noi avremmo dovuto scontare la sconfitta come i nostri alleati della Triplice.


Le parole del “Corriere” erano forti e determinate, “chi non agisce nel momento in cui la sua azione può determinare un risultato piuttosto che un altro, dovrà piegarsi inevitabilmente ai risultati determinati da chi ha agito”.


Il 26 settembre 1914 tra le sue pagine troviamo anche i commenti dell’ammirata Inghilterra riguardo alla posizione italiana.


Secondo il “Daily Telegraph” ormai era giunta l’ora di arrivare ad una decisione.


Da una parte, l’Italia avrebbe potuto trovarsi la Francia come nemico all’interno del Mediterraneo, oppure la Russia che era in difesa della Serbia sul versante orientale. Chiaro era che se non si fosse decisa, si sarebbe trovata schiacciata.


Il “Daily News” sottolineava che se le cose fossero andate avanti così sul campo di battaglia, le ultime ragioni che facevano esitare l’Italia sarebbero state rimosse.


L’opinione del “Morning Post” era che l’Italia avesse un ruolo importante, avrebbe potuto decidere l’esito della guerra, possedendo una flotta eccellente.



“La guerra non sarà breve” (come credeva in principio il governo italiano), ma l’esercito italiano avrebbe potuto cambiare le cose, decidendo le sorti delle armate tedesche o francesi, se fosse entrata in Francia al fianco dell’una o dell’altra.


Francia e Gran Bretagna avevano fiducia nell’Italia e nella decisione del suo governo.


I socialisti, in un altro articolo del “Corriere” del 26 settembre 1914, espressero il loro appoggio alla neutralità, ma con pareri discordi.


Si parlava di neutralità assoluta, in modo che chi voleva arruolarsi poteva farlo, anche se questo tipo di astensione dal conflitto era contro l’opinione pubblica, oppure di neutralità condizionata, ossia di intervento solo nel caso in cui si venisse attaccati.


 


Il “Corriere della Sera” e la Grande Guerra


 


Il “Corriere” era stato fautore della Triplice Alleanza, firmata da Italia, Germania e Austria nel 1882 e anche al suo rinnovo, nel 1912, nella convinzione che il patto aiutasse il mantenimento della pace e alla stabilità d’Europa.


C’era da tener d’occhio le agitazioni socialiste e anarchiche molto frequenti e quelle degli irredentisti antiaustriaci a Trento e a Trieste che venivano identificate con il movimento repubblicano.


A partire dal 1902 comunque le riserve del “Corriere”, dopo l’accordo di neutralità con la Francia, toccarono solo l’Austria Ungheria.


Albertini era convinto che prima o poi si sarebbe arrivati alla guerra per l’instabilità della situazione nei Balcani dopo la disintegrazione dell’Impero Ottomano.


Inoltre l’Italia e l’Austria avevano interessi divergenti e sarebbe bastato poco perché il conflitto si accendesse.


 


Se il ruolo del "Corriere della Sera" sia stato determinante nel favorire l'intervento italiano alla Prima Guerra Mondiale è ancora oggi argomento controverso fra gli storici.


All'inizio delle ostilità, il sostegno del giornale alla causa dell'interventismo non sembrava affatto scontato.


Il direttore si convinse piuttosto in ritardo, nonostante vivesse in un'atmosfera intrisa d’interventismo. In una lettera del 7 maggio 1914 egli ancora scriveva: "Noi che siamo sempre stati triplicisti, noi che ripetutamente siamo stati accusati di austrofilia, se un bel giorno non abbiamo ritegno e lanciamo contro l'Austria grida così acute, possiamo creare una situazione veramente gravissima".


Il Governo si manteneva silenzioso circa gli scopi e le ambizioni dell'Italia, ma il “Corriere” cominciò a parlare.


Albertini aveva un informatore privato alla Consulta e riteneva che all'opinione pubblica si dovesse dire di più dato che “per la sua pace e sicurezza, l'Italia aveva bisogno di espandersi” (Epistolario, lettera del 7 maggio 1914).

L’Interventismo del “Corriere”


 


II 30 dicembre 1914 Albertini fu nominato senatore.


Pochi giorni dopo il "Corriere" prese una posizione netta a favore della partecipazione dell'Italia alla prima guerra mondiale contro l'impero Austro-ungarico.


 


“Ecco perché noi non possiamo aiutare l'Austria Ungheria in questo momento: aiutandola noi prepareremmo una subordinazione politica dell'Italia a lei. A noi conviene invece intenderci con gli slavi perché in un accordo con loro possiamo garantire anche una parte dei nostri essenziali interessi. A noi conviene che nella penisola orientale si costituisca un assetto delle nazionalità che possa vivere indipendente. L'ltalia non fa, e non aspira a fare, una politica di egemonia: aspira soltanto a difendere la propria nazionalità e ad espanderla mediante ragionevoli e realizzabili intese con gli altri popoli che hanno interessi nel Mediterraneo (...) La nostra sorte non può essere dunque legata alla politica dell'Austria Ungheria che, qualunque cosa avvenga, non può migliorare la
nostra situazione e, in certi eventi, la peggiorerebbe gravemente.”

(29 gennaio 1915).


 


L’Italia intraprese delle trattative segrete con l’Intesa, che si conclusero il 26 aprile con il Patto di Londra.


Il 23 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco di Inghilterra, Francia e Russia.


"La guerra è la salvezza. La guerra è anche un pericolo, ma un nobile pericolo, che ci ha salvati, nell'atto stesso in cui la dichiarammo, dal pericolo assai più grave di veder naufragare prima il nostro onore e poi la nostra potenza fra gli scogli d'un avvenire disastroso... L'Italia... ha brandito la spada, e, romanamente, paria dal Campidoglio e combatte sui suoi monti e i suoi fiumi" (4 giugno 1915).


Qualsiasi critica di quel che si era fatto avrebbe semplicemente giocato a favore di Giolitti e dei neutralisti. Qualsiasi discussione degli scopi di guerra, qualsiasi parola negativa riguardo al modo in cui l'Italia era entrata nel conflitto, andava evitata nell'interesse dell'unità nazionale:


"La guerra non e faccenda d'un governo o d'un partito... è il dovere di tutti... Liberiamoci dai nostri vecchi petulanti vizi di faziosi e di accademici. Siamo sulla cima del nostro Risorgimento; e se gl'italiani non si fanno ora, non si faranno mai più" (19 dicembre 1915).


La disfatta di Caporetto (1917) ne ridimensionò l'entusiasmo.


La guerra sul fronte austriaco era diretta dal generale Cadorna, amico di Luigi Albertini.
 




La Lettura


 


Nel periodo che va dall'attentato di Sarajevo all'ingresso dell'Italia in guerra, "La Lettura" rispecchia la frattura che il problema dell'interventismo produsse fra i collaboratori del giornale. Essa si dedicava al conflitto europeo, alle sue manifestazioni, ai suoi protagonisti e lasciava filtrare l'opinione dell'autore, fosse egli pacifista, interventista o filotedesco.


Il pluralismo delle opinioni si esaurì quando Albertini si schierò a favore dell'intervento a fianco di Francia e Inghilterra; cosicché quando l'Italia entrò in guerra, nel maggio dell'anno successivo, il "Corriere" e le riviste furono pronti ad appoggiare interamente la causa bellica


Anche negli anni più duri della guerra, nonostante le difficoltà, la mobilitazione di metà dei collaboratori, la carenza di materie prime, i ritardi nei trasporti, i giornali del gruppo del "Corriere" non interruppero mai le pubblicazioni. 


Il ceto dirigente che influenzava l'opinione pubblica, si sforzava di garantire la regolarità dei servizi, rassicurando il pubblico sulla continuità e sulla sopravvivenza dei valori della cultura borghese.


"La Lettura" continuava a pubblicare, sia pure in misura molto ridotta, articoli di cultura generale, letteratura, arte, storia, novelle, commedie e romanzi a puntate.


Alla guerra era dato, comunque, tutto lo spazio possibile.


Le copertine illustravano le operazioni dei diversi corpi dell'esercito italiano. Non mancavano articoli che avevano il  tono dei manifesti di propaganda.
Un folto gruppo di articoli trattava in tono apparentemente obiettivo, giornalistico, privo di retorica, della guerra in tutti gli aspetti e le implicazioni possibili: precedenti storici, biografie dei protagonisti politici, dei regnanti, dei capi militari. La guerra veniva guardata da un punto di vista imprenditoriale e professionale, come organizzazione e produzione.


Il “Comitato di assistenza ai prigionieri” era descritto con termini da comunicato commerciale: "giunse a quella solidità di organizzazione, a quella speditezza di mezzi, che ne fanno oggi una delle più importanti istituzioni di soccorso"


("La Lettura" 1917)


Per la raccolta di tutto questo materiale "La Lettura" si serviva dei propri redattori, di collaboratori esterni (fra cui il futuro primo Presidente della Repubblica Luigi Einaudi che si occupava di economia di guerra), di consulenti tecnici e di professionisti, ingegneri, ufficiali, architetti.


Dall'insieme di queste competenze emerse l'immagine ottimistica di una nazione preparata ed efficiente.


La più adatta a rassicurare il pubblico borghese.


 


 


 


 


 


    




Il giornalismo & Albertini


 


In Italia, con Luigi Albertini nacque un modo nuovo d'intendere il giornalismo.


Mentre in Inghilterra i giornali migliori miravano a educare e a guidare l'opinione pubblica, i loro correlativi italiani in quel periodo si accontentavano in generale di seguire il pubblico, praticando un giornalismo "più critico che costruttivo, più intraprendente che responsabile, più letterario che politico, più rapido che considerate, più colorito che corretto, più brillante che preciso, più piacevole che educative" (“Il giornalismo inglese” Mario Borsa).


Albertini aveva imparato che "il pubblico voleva avere, in cambio del suo soldo, merce genuina e non avariata, e cioè notizie vere e non false", sulla cui base poter costruire un proprio giudizio. Rifiutandosi di lusingare i suoi lettori, impegnandosi a non parlare mai per conto d’interessi occulti, un giornale poteva creare una forza nuova e importante nella vita pubblica.


Per questa ragione Albertini non andò sempre a genio della “gente per bene che arricciò il naso quando il Corriere sembrò andare a sinistra…”


 


La “gente per bene”


 


Albertini dovette ammettere che quella spinta per l'entrata dell'Italia in guerra irritava a tal punto "il pubblico dei benpensanti e gli interessi delle classi abbienti", che la "classe dirigente" era in generale ostile all'intervento. Queste classi dirigenti, confessò altrove il direttore, “non erano all'altezza, a causa della loro deficienza storico politica, della loro mancanza di una preparazione culturale e
morale dei compiti imposti da quell'ora drammatica, e venivano quindi meno al loro dovere. Gli faceva difetto un sano sentimento patriottico"
(“Venti anni” Luigi Albertini).


Sebbene affermasse che il paese voleva la guerra, in altre occasioni Albertini ammetteva che i veri interventisti erano pochi.


(11 agosto 1920)


“Era stata la stampa a forzare infine gli italiani ad una guerra ch'essi non avevano richiesto”.


La guerra del 1915-18 fu, come il Corriere avrebbe negli anni successivi riconosciuto, una terribile catastrofe, "che iniziò il radicale sconvolgimento di cui tutti siamo vittime" (28 aprile1953), e senza la quale non ci sarebbe probabilmente stata una rivoluzione fascista (25 agosto 1964 Togliatti).


Come gia nel caso della guerra libica, il giornale fece ricorso ai mezzi della retorica per stimolare l'entusiasmo.


Corrado Alvaro, non ancora corrispondente del giornale, ricordò che la “Stampa” e il "Corriere" descrissero un esercito che avrebbe in poche settimane raggiunto Trieste e parlarono di un nemico stanco e sfornito di ogni iniziativa. Il Comando Supremo ebbe non solo l'osanna dei giornali pei suoi bollettini 'tacitiani', ma ne subì le impazienze ordinando avanzate sanguinose in azioni slegate e corrosive per lo spirito dei soldati e la stessa resistenza delle truppe.


Nel febbraio 1916 Barzini scrisse che "quando l'Italia sentì il bisogno del suo esercito, l'esercito non c'era. La mala politica lo aveva ridotto ad un'apparenza" (22 febbraio 1916). Sbagliavano gravemente coloro che "avevano della guerra un'idea da cinematografo, con la carica fino a Vienna fra un ondeggiare di piume bersagliere" (23 settembre 1915).


Qualcuno pensava che nella creazione di queste aspettative il “Corriere” avesse la sua parte di responsabilità.


Lo stesso Albertini, come già si è visto, era fiero del ruolo giocato nel portare il paese in guerra e nell'aver "imposto il governo attuale al parlamento e al resto del paese”.
Albertini sentiva fortemente la propria responsabilità nell'aiutare il governo "a dirigere l'opinione pubblica" .


Da giornalista responsabile, il direttore si trovò presto a lamentare che la censura impediva anche al Corriere di fare il suo lavoro: la mancanza di voci critiche si rivelava dannosa per lo sforzo bellico, come già era successo in Libia.


Da un lato, i vertici militari non esitavano nel rendere impossibile il lavoro dei corrispondenti dal fronte, allontanati e costretti a "seguire" i fatti dai distaccamenti di Udine. Dall'altro, la direzione dettava le regole cui i giornalisti dovevano attenersi nello scrivere le esigue corrispondenze: non indulgere alla retorica e al disfattismo.


Fredde cronache, quindi, che mettevano la sordina all'entusiasmo di un tempo e al contempo, a possibile forme di autocritica da parte della direzione del direttore del giornale.
3. MARIO BORSA (1870-1952)


 


Mario Borsa nacque a Somaglia, nella bassa lodigiana.


Fin dalla più giovane età si occupò di politica e proseguì con una carriera scolastica classica, attraverso la quale ebbe la possibilità di incontrare molte persone che lo aiutarono a trovare la sua strada professionale.


Borsa voleva fare il giornalista e come prima esperienza venne preso nel ruolo di critico drammatico, grazie al professor Novati, alla “Perseveranza”, storico giornale milanese.


Questo giornale non rispecchiava esattamente quello che era il suo bagaglio ideologico.


Attorno al 1895, frequentava Turati e la Kuliscioff, una compagnia politica di tendenze opposte a quelle dei possidenti lombardi, proprietari della “Perseveranza”.


Il giornalismo per lui era uno stimolo irrefrenabile, nei primi anni di apprendistato aveva un’idea avventurosa del mestiere e riteneva che la differenza tra giornalisti stava nell’esperienza.


Venne inviato all’estero, prima in Montenegro e poi in Norvegia e successivamente date le sue doti, venne chiamato nel 1897 alla redazione de “Il Secolo” diretto da Carlo Romussi.


“La Perseveranza non è il tuo ambiente. Tu devi entrare nel giornalismo politico.”


Sebbene vi furono delle controversie all’interno della redazione a causa degli articoli di Borsa su Dreyfus, egli non lascerà il giornale per un offerta fattagli, in quegli anni, da Torelli Viollier.


Il suo ruolo di inviato de“Il Secolo” lo portò ad avere l’opportunità di partecipare a grandi appuntamenti internazionali dove acquisì esperienza e la sua formazione fu arricchita; inoltre collaborò con altri giornali italiani come “Il Piccolo” e francesi e inglesi come “Standards”, il “Tribune” e il “Daily News”.


 


Borsa era un giornalista liberale, la realtà inglese aveva avuto su di lui una forte influenza.


Lavorare all’interno dei giornali londinesi lo portò a seguire da vicino i movimenti politici e sociali d’inizio secolo.


 


“Gli inglesi sono il popolo meno conservatore di questo mondo.


E’ conservatore per quanto riguarda le strutture fondamentali e solide, come pure le decorazioni superficiali e ornamentali della propria casa, ma non lo è per il resto.


L’edificio che posa sopra strutture d’acciaio è fatto di mattoni e di calce ed è in perpetuo restauro.” ( “Memorie” Mario Borsa)


 


Inoltre comprese che la libertà è qualcosa che ognuno si deve sentire dentro, come un dovere. E’ necessario che essa sia una conquista individuale per “poterla invocare come un diritto”, guadagnata giorno dopo giorno.


 


Nel 1911 tornò in Italia e come “redattore capo” si occupò della fattura de “Il Secolo” che però era in declino.


Mario Borsa comunque aveva acquistato un gran prestigio, legato proprio alla sua persona e non al giornale.


Durante la Grande Guerra venne inviato al fronte.


Il suo atteggiamento diventò intransigente e combattivo nel periodo del fascismo.


Il giornalista fu indicato da Mussolini fra quelli da rendere “inoffensivi”.


Borsa continuava a scrivere su “Il Secolo” che aveva come nuovo direttore Missiroli.


In questo periodo però, non aveva più la possibilità di scrivere liberamente sul giornale.


Si unì ad altri giornalisti antifascisti nell’Associazione lombarda dei giornalisti e scrisse l’ordine del giorno del Congresso Nazionale dei Giornalisti a Palermo (1924).


Nel 1923 dato che “Il Secolo” aveva ormai cambiato il suo indirizzo politico, Borsa insieme ad altri redattori diede le dimissioni.


Inoltre dopo i provvedimenti liberticidi dello stesso anno, Borsa scriverà un libro “Libertà di stampa” (edito nel 1925) a difesa della libertà di stampa e contro la stampa asservita.


Si occuperà di editoriali di politica estera per il “Corriere della Sera” finché il giornale non verrà fascistizzato definitivamente; poi, per il gran giornalista in Italia non ci sarà più posto, diventerà un vero e proprio” straniero in patria”.


Bollato come traditore dal fascismo, lasciò la professione e si dedicò a lavori di divulgazione storica, pur conservando la sua corrispondenza per il “Times”.


Borsa venne messo in galera ben due volte, gli vennero fatte due “ammonizioni” e subendo addirittura la reclusione in campo di concentramento.


Sebbene in quel periodo avesse già un’età ragguardevole fu ritenuto uno degli avversari più temibili del regime.


 


Da Luigi Albertini a Mario Borsa


 


I direttori del “Corriere” della Sera da Luigi Albertini a Mario Borsa:


 


Luigi Albertini dal 23 maggio 1900 all’ottobre 1941


Alberto Alberini dall’ottobre 1921 al novembre 1925


(in questo periodo comincia la fascistizzazione del “Corriere”)


Pietro Croci dal 29 novembre 1925 al 17 marzo 1926


Ugo Ojetti del 18 marzo 1926 al 17 dicembre 1927


Maffio Maffii dal 18 dicembre 1927 al 31 agosto 1929


Aldo Borrelli dal 1 settembre 1929 al 26 luglio 1943


Filippo Sacchi dal 27 al 31 luglio 1943 firmò temporaneamente il giornale come direttore responsabile


Ettore Janni dal 1 agosto al 12 settembre 1943


Amedeo Lasagna firmò il giornale come redattore responsabile dal 16 settembre al 5 ottobre 1943


Ermanno Amicucci dal 6 ottobre1943 al 25 aprile 1945


 


Ermanno Amicucci farà del “Corriere” l'ufficio stampa della Repubblica di Salò.


I partigiani, prossimi al loro trionfale ingresso in Milano, sembravano comprendere l’importanza che il “Corriere” aveva e avrebbe sempre avuto per gli italiani, quindi manifestarono l'intenzione di consentire comunque l'uscita del quotidiano malgrado la sua parentesi repubblichina.


"Pur concordi nel far uscire, alla liberazione, unicamente i fogli dei partiti che combattono i nazifascisti, e un quotidiano del Cln nei capoluoghi minori del Nord, c'è la preoccupazione di non privare l'opinione pubblica di un gran giornale d'informazione. E' una preoccupazione condivisa anche dalle sinistre, che pure chiedono la soppressione del “Corriere” (Paolo Murialdi).


Riguardo ai giornali di partito, Borsa polemizzò con Baldacci sulla rivista “Lo Stato moderno”, criticando la frase “A ogni partito il suo giornale e nessun giornale che non sia di partito”; l’Italia aveva bisogno anche di un giornale che si rivolgesse alla gente che non apparteneva a nessun partito e questo era il compito del “Corriere”.


La notte del 25 aprile, un manipolo di giornalisti guidati da Mario Borsa e Gaetano Afeltra realizzò, nei locali della redazione storica, un foglio la cui testata recitava: “Il Nuovo Corriere”. Due pagine, stessi caratteri del “Corriere” di sempre, ma con un titolo che rendeva evidenti le nuove intenzioni "E' giunta la grande giornata Milano insorge contro i nazifascisti".
Comunque il Cln e Riccardo Lombardi - nuovo prefetto di Milano, membro del Partito d'Azione - ne bloccarono la pubblicazione.


 Per tornare a leggere un quotidiano della redazione di Via Solferino bisognerà attendere il 22 maggio, giorno in cui comparirà nelle edicole il “Corriere d'Informazione” diretto da Mario Borsa. Di chiaro indirizzo antifascista, il giornale era a tutti gli effetti un prestanome del vecchio “Corriere della Sera”, che in edicola tornerà il 7 maggio 1946.


E’ importante, disse Borsa, che non se ne faccia, per ora, una “questione di nome”, ma le persone all’interno della redazione dovevano essere cambiate.


Il giornale non confermò nessuno dei precedenti corrispondenti e collaboratori.



Mario Borsa direttore del “Corriere della Sera”


 


Il 25 aprile 1945 Mario Borsa diventò direttore del “Nuovo Corriere”, il CLN aziendale scelse il giornalista per il suo passato antifascista, non compromesso dalla benché minima macchia e “sostenitore della libertà e della giustizia sociale”.


Mario Borsa era liberal democratico, meglio definito dalla frase “liberale all’inglese o radicale alla francese”.


Il “Corriere”, visto come una guida tradizionale e sicura, era in quegli anni nelle mani di questo gran direttore che dovrà orientare “la grande massa della gente apolitica”.


S'imponeva un processo di rieducazione che partisse dalle radici. Per esempio, era necessario insegnare agli italiani che "Mussolini non è stato un grand'uomo è stata la borghesia italiana a gettargli sulle spalle una grandezza, di cui nemmeno la sua incommensurabile vanità avrebbe mai osato sognare".
Alla fine il dittatore aveva portato l'Italia sull'orlo della catastrofe, "procurando lutti, dolori, sofferenze, torture, spoliazioni, miserie, affamamenti, umiliazioni, distruzioni, mutilazioni, devastazioni di una fosca, spaventevole, inaudita tragicità, quali nessuno avrebbe nemmeno sognato in trenta secoli di storia che un italiano avrebbe potuto arrecare alla sua patria" (26 aprile 1945).


Ora era necessario rimettere ordine nel Paese e ristabilire la legalità.


Bisognava compiere un’“epurazione dell’Italia dai fascisti e i loro metodi attraverso una lotta politica legalitaria e parlamentaristica, che non contempla l’uso di metodi extraistituzionali”, per poi “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (quello che sarà il futuro Art.49 della nostra Costituzione).


Il primo governo che s’insediò fu quello di coalizione di Parri, che Borsa non apprezzava molto, ma che sosteneva perché “non c’era nulla di meglio da fare” in quel momento poiché l’obiettivo era quello di ripristinare la legalità.


Alla caduta del governo Parri, Borsa metterà in risalto che il presidente rappresentava l’antifascismo che “è nato nel suo spirito, si è rinsaldato nel carcere, nell’isola di deportazione, si è nutrito di meditazione e di studio”.


Successivamente il nuovo candidato sarà un leader democristiano, De Gasperi. Il direttore del “Corriere”, sebbene fosse dubbioso, ne sosterrà comunque il governo.


Uno dei motivi per cui il “Corriere” di Borsa è stato importantissimo per l’Italia è il “suo atteggiamento complessivo, al di sopra dei partiti, che assume nei momenti più impegnativi” (Walter Tobagi) guardando sempre al bene della Nazione.


Borsa sperava che l’Italia arrivasse ad un “durevole governo di coalizione”, per ridurre il numero eccessivo di partiti.


In realtà, questo era sintomo dell’influenza inglese sul direttore; Borsa non gradiva i governi di coalizione, avrebbe preferito una maggioranza e una minoranza bene precisa, all’inglese, ma si rese conto che non era questo di cui l’Italia aveva bisogno in quel momento.


Il nuovo partito, secondo Borsa, doveva comprendere "certi dissidenti democristiani e liberali, la destra socialista, i repubblicani, gli azionisti, e gli altri partiti minori, e mettere la sua base nella media borghesia, nei ceti professionisti e in quella parte dei lavoratori specializzati che non vogliono essere dei semplici gregari tesserati; dovrebbe avere un programma di governo preciso, largo, riformista, radicale ma attuabile, e spiccata tendenza pratica e non semplicemente ideologica; non dovrebbe essere classista, ma rivolgersi al popolo italiano nella sua generalità, impegnandosi ad un graduato rinnovamento dei nostri istituti e a un'opera realistica, di onestà improrogabile giustizia per le classi lavoratrici" (20 luglio 1946).


 


Repubblica e Monarchia sul “Corriere”


 


Borsa ebbe la possibilità di riflettere sulla situazione e di preparare gli italiani al referendum del 2 giugno.


Mario Borsa chiamò la massiccia partecipazione al voto; parlò di “ordine, disciplina, compostezza, serietà e senso civico”.


Nei primi mesi dopo la liberazione, Borsa aveva cercato di placare la diffusa paura per le novità politiche, per smentire quanti sostenevano che l’avvento della Repubblica sarebbe stato un “salto nel buio”.


Borsa contestò luoghi comuni, idee correnti, giudizi precostituiti.


Sul “Corriere” comparvero articoli per preparare gli italiani all’avvento di questo importante referendum: il direttore lasciò la parola a


Bergamini perché esponesse le sue ragioni per votare per la monarchia e dopo fece replicare Manlio Brosio e Camillo Giussani, per la Repubblica.


Il primo scrisse un articolo che faceva emergere come punti forti della tesi monarchica, proprio le paure della borghesia: era necessario seguire la tradizione, altrimenti ci sarebbe stato “lo sconvolgimento dello Stato”; inoltre sarebbe potuta nascere una repubblica socialcomunista oppure asservita al capitalismo.


Essa si sarebbe rivelata sicuramente anticlericale, quindi anticattolica, poiché non esistevano repubbliche filoreligiose.


La monarchia aveva invece, secondo il senatore, una forza che univa, effettiva, centripeta; sicuramente avrebbe avuto più possibilità di mantenere l’Italia unita (19 maggio 1946)


L’avvocato Camillo Giussani in “Parola ad un Repubblicano” del 24 maggio 1946 espose la sua tesi.


“Qualche volta è necessario nella vita chiudere un capitolo”, l’Italia doveva chiudere il “capitolo monarchia” che aveva dato solidarietà al regime fascista.


L’unica cosa da fare era prendere “la via nuova”, anche per coloro che erano fedeli al principio monarchico.


La fede doveva essere ora “solo per l’Italia”.


 


Mario Borsa come degno finale pose la sua argomentazione nell’editoriale:


 


“Concludendo” 1 giugno 1946


 


Dopo aver aperto le colonne del giornale alle varie tesi, il direttore riassunse e puntualizzò i concetti fondamentali per cui il cittadino alla fine dovrà “votare con coscienza”.


La prima tesi riguardava la monarchia e il suo rapporto con la dittatura fascista e la seconda guerra mondiale: essa aveva avuto responsabilità nel far salire Mussolini al governo?


I monarchici affermavano che Vittorio Emanuele III era antifascista, allora perché nel 1924 non cacciò Mussolini? Questo fu un grave errore, da ricordare.


Secondo Borsa “niente sarà così obbrobrioso come quello che si è avuto con la monarchia, la quale non è un’astrazione, ma una realtà individuata nelle persone”.


Per quanto riguarda il pensiero di Bergamini, Borsa replicò che lo Stato era stato asservito a capitalisti egoisti e accentratori già con la monarchia e che il senatore aveva dimenticato di aggiungere un’ipotesi positiva sulla futura Repubblica: essa sarebbe potuta diventare come la Svizzera.


Aggiunse che la Chiesa non doveva avere nulla da temere dalla Repubblica.


La paura della Repubblica era infondata; era necessario “tutto considerare, tutto valutare, tutto pesare con calma e serenità”.


Il cambiamento, se è voluto dal popolo, non porterà disordine, e la “stabilità non deve significare quietismo, agnosticismo, apoliticità, forzato assenteismo e mutismo fascista, in odio ai partiti e ai naturali e insopprimibili antagonismi di interessi nelle salutari contese civilmente concepite e civilmente condotte”.

Borsa e “la gente per bene”


 


Per Borsa una delle vere debolezze dell'Italia stava in quella stessa "gente per bene" per la quale Torelli e Albertini avevano originariamente creato il giornale.


Malgrado tutta la sua perspicacia e spirito d'iniziativa, questa importante classe sociale era troppo preoccupata per i propri affari, e "amava solo il quieto vivere".


In Inghilterra, dove Borsa aveva trascorso buona parte della sua vita, il giornalista aveva osservato che fin dall'inizio del secolo la borghesia illuminata aveva compreso come soltanto la collaborazione con i radicali, e magari anche con i socialisti, consentisse di evitare rimedi disperati com'era stato il fascismo in Italia e come rischiava ora di diventare il comunismo: essa ne era consapevole. Di conseguenza in Inghilterra il fascismo non era mai stato un pericolo serio. In Italia invece la "gente per bene" aveva cercato il fascismo per difendere i propri interessi economici; e allo stesso modo avrebbe forse ora, fatto il gioco del comunismo, il quale "si rafforzerà sempre più dove si tenterà di eliminarlo con una violenta reazione".


(19 maggio 1946).


Il principale difetto di costoro era di pensare che la politica fosse "cosa da lasciare ai politicanti: un mestiere nel quale credeva di non dover mettere le mani".


Era importante che ora gli italiani imparassero ciò che Borsa aveva fatto suo da molto tempo: la libertà come conquista.


Alla vigilia della nascita della Repubblica, Borsa venne però invitato ad essere più moderato e conformista.


Borsa è stato un direttore senza paura dell’impopolarità.


Egli partì sfidando gli interessi costituiti e attaccando "la mancata epurazione, l'intangibilità della burocrazia fascista, il poco o nessun freno messo alla corruzione e al sopruso”.


Condannò duramente l'atteggiamento corrente per il quale "II passato è passato: non si parla, non si deve parlare delle sue colpe e dei suoi errori.  La parola ora è alla gente di ieri"


Molti lettori dovettero reagire sfavorevolmente a queste parole, cosi come numerosi furono certamente gli insoddisfatti quando Borsa continuò a sollevare questioni come "il divorzio, l'abbandono del Concordato, e l'abolizione dell'insegnamento religioso nelle scuole”.


 


Era necessario che “la gente per bene” non ignorasse l’umore del popolo e i tempi che cambiavano “per gettarsi”, con il voto di questo referendum, “sotto i piedi di una monarchia di ieri: di un brutto ieri, un imperdonabile ieri, uno ieri indimenticabile”.


Borsa sperava che la borghesia si sarebbe comportata diversamente dal 1922, e non avrebbe votato “per qualcuno che la salvasse da questi esecrati partiti popolari che sono sempre stati e sono il suo incubo”.


“Alla vigilia del referendum, la borghesia italiana è ora in preda al panico”.


Argomento centrale era la “paura”.


Paura del “nuovo in sé e per sé”, disse Borsa, era un sentimento naturale di cui non bisognava preoccuparsi; il problema riguardava quella paura che viene fomentata dagli oppositori.


Essa prendeva come tesi il fatto che “si diceva” che la Repubblica avrebbe portato immediati disordini e infine la dittatura.


La paura non aveva fondamento, perché se il giorno del referendum fossero prevalsi i voti a favore, le masse sarebbero state soddisfatte e quindi sarebbero stati illogici i disordini presagiti.


Borsa sottolineava il fatto che essa era “una tappa necessaria e di passaggio nella difficile crescita politica e democratica dell’Italia”.


“La gente per bene” in quel momento doveva sentire una “grande responsabilità” nel votare, ancor più di tutti gli uomini e le donne del paese.


 


Il referendum del 2 giugno 1946: “Una Repubblica nata così è destinata a durare nei secoli”.


 










Il referendum del 2 giugno 1946, segnò la nascita della nostra Repubblica anche con l’affermazione dei tre partiti di massa.


Borsa, sempre molto attento a misurare le parole quando necessario, cosciente della nuova fase che si era aperta, sul suo articolo “Tregua nazionale” del 6 giugno 1946, sottolineò l’importanza di “fare” la Repubblica: per prima cosa era necessario “fare” i repubblicani.


Il lavoro dei mezzi d’informazione cominciava adesso, secondo il giornalista.


Il popolo aveva votato animato da vero e proprio “spirito democratico”; il direttore riteneva che lo status attuale del paese, dopo il referendum, non era stato improvvisato, per un impeto di furore degli italiani: ”il popolo ha scelto sapendo bene quel che sceglieva” e “una Repubblica nata così è destinata a durare nei secoli”. La Repubblica era stata scelta da un popolo che era



 



ancora sotto un Re e che aveva sofferto l’avvento di un dittatore che aveva fatto “tabula rasa della vita civile”.

L’Assemblea Costituente e la Costituzione: per una rivoluzione a tappe


 










 



Dopo la comunicazione ufficiale del risultato del referendum, l'Italia diventò per scelta del suo popolo una Repubblica democratica. Il decreto legge luogotenenziale n. 151 del 25 giugno 1944, emanato dal governo Bonomi a pochi giorni di distanza dalla liberazione, stabiliva che alla fine della guerra sarebbe stata eletta a suffragio universale, diretto e segreto, un’assemblea costituente per scegliere la forma dello stato e dare al Paese una nuova costituzione. Successivamente il 16 marzo 1946 il decreto luogotenenziale n. 99 fissava le norme perché il 2 giugno si effettuassero le votazioni per il referendum e l'Assemblea Costituente, quest'ultima da eleggersi con sistema proporzionale. Venne resa nota, infatti, coi risultati anche la composizione dell'Assemblea Costituente che aveva il compito di elaborare il testo della Costituzione.


 


"Il governo saluta nell'Assemblea l'espressione della sovranità popolare. Eletto il capo provvisorio dello Stato, esso rimetterà nelle sue mani i poteri di cui era rivestito in questo periodo di transizione. Si compie così legalmente e pacificamente il più grande



movimento della storia contemporanea d'Italia. Con tenacia, con ardimento, con disciplina di popolo, abbiamo gettato un ponte sull'abisso di due epoche, senza perdite di uomini e di materiale". ( De Gasperi, Presidente del Consiglio)


 


L'Assemblea costituente si riunì per la prima volta il 25 giugno 1946, ed elesse presidente, nella prima seduta, Giuseppe Saragat e poi Terracini. Il 28 giugno Enrico De Nicola fu eletto dall'Assemblea Capo provvisorio dello Stato.


In base al decreto n. 98 del 1946 l'Assemblea doveva sciogliersi il giorno dell'entrata in vigore della Costituzione e comunque non oltre l'ottavo mese dalla sua prima riunione.
L'Assemblea Costituente votò a scrutinio segreto il progetto di Costituzione il 22 dicembre 1947. La nuova carta costituzionale venne approvata con 214 voti a favore e 145 contrari, fu promulgata dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947, fu pubblicata nello stesso giorno in una edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale.
Entrò in vigore il 1° gennaio 1948.


La Costituzione della Repubblica è la legge fondamentale del nostro Paese, formata da 139 articoli: i primi dodici sono i principi fondamentali, perno del sistema costituzionale italiano, dal tredicesimo al cinquantaquattresimo, troviamo i diritti e i doveri dei cittadini e dall’articolo cinquantacinque fino all’ultimo viene determinato l’ordinamento della Repubblica.


Essa è caratterizzata dal fatto di essere scritta, votata, rigida (modificabile attraverso procedimento aggravato, non come lo statuto Albertino attraverso quello ordinario) e lunga, poiché definisce nei particolari i diritti di Libertà e di Uguaglianza (sostanziale).


E’ una Costituzione ispirata a ideali liberali, socialisti e cristiano sociali, poiché fu un compromesso tra le tre correnti politiche più importanti del secondo dopoguerra; nei suoi articoli ritroviamo anche “voci” di grandi uomini del passato (ad esempio art.27 Beccaria, art.7 Cavour) e fondamenti della vita civile e sociale, come la dignità e l’uguaglianza racchiusi nell’articolo 2, il cuore della Costituzione.


Per quanto riguarda la libertà di stampa, è da sottolineare l’articolo 21 dal quale derivano e s’ispirano le leggi italiane su quest’argomento.


 


“… giornalismo non servile, ma libero” Borsa lascia il “Corriere”


 










“Siate dunque indipendenti e inchinatevi solo davanti alla libertà, ricordandovi che prima di essere un diritto la libertà è un dovere e che per vivere liberi voi dovete imporre a voi stessi più freni di quelli che, per farci schiavi, ci aveva imposto il nostro amato duce”


 


La libertà, per un giornalista, s’identifica con la libertà di stampa che è un dovere e una conquista sia privata che pubblica e va tutelata sui giornali.


 


“Essi, infatti, devono svolgere il ruolo di strumenti d’informazione, ma anche di consiglieri e pedagoghi dell’opinione pubblica, guide ideologiche e morali” (Memorie Mario Borsa).


 


Il direttore si mise nettamente contro i principi degli azionisti del “Corriere”,


i fratelli Crespi, ormai reintegrati nella piena proprietà del giornale.


Sebbene loro padre, Benigno Crespi, avesse iniziato una tradizione di non interferenza nella linea del giornale, essi decisero che “l'interesse del giornale esigeva uno spostamento a destra”.


 


Borsa venne estromesso nell'agosto 1946.



 



Come nel 1923 quando era uscito da ”Il Secolo” fascistizzato, ora con fermezza, lasciava il “Corriere”.


Gli successe Guglielmo Emanuel, un direttore pacato e rispettabile, sotto la cui guida il “Corriere” tornò ad essere l’organo dei ben pensanti. Apparvero vecchi nomi del passato, tra i quali Orio Vergani e Guerriero, ch'erano stati fascisti convinti; ritornarono anche Piovene e Alvaro, Einaudi e Cecchi, Saba e Sem Benelli, Baldini, Montale e Moravia. Croce scrisse, per la prima volta, su questo giornale. E’ da sottolineare la firma del corrispondente in America: Ugo Stille, futuro direttore del “Corriere”.


In politica il “Corriere” ritornò ad essere considerato il giornale delle “pantofole”, attento a disturbare il meno possibile le idee e gli interessi costituiti.


Emanuel seguì una linea prudente: quella della neutralità, puntando ad una “restaurazione conservatrice”.


E’ interessante leggere l’articolo “La verità viene a galla” del 23 novembre 1946, in cui Borsa rispose alle accuse di Emanuel sul suo modo di fare giornalismo.


Il “Corriere” era stato definito come il giornale del partito d’azione, quando in realtà l’ormai ex direttore, non si era mai iscritto a nessun partito. Inoltre Borsa ribatté dicendo che un conto è essere indipendenti dai partiti e un altro è distaccarsi da ogni manifestazione o idea politica, come stava facendo Guglielmo Emanuel; “il tuo Corriere pare abbia il solo proposito di non dire nulla”.


Il nuovo direttore del “Corriere” taceva, quando ad ogni giornalista si impone di “guidare”, “illuminare”, poiché ha “il dovere di prendere con spirito indipendente, una posizione”.




















4. PIERO OTTONE (1924)


 


Piero Ottone è nato a Genova nel 1924.


Ha scritto per la “Gazzetta del Popolo” dove ha potuto seguire uno dei suoi maestri: Caputo. Ha inoltre lavorato a Londra e a Mosca e ha diretto “Il Secolo XIX” e “Il Corriere della Sera”.


Egli è liberale all’inglese, prende come modello Mario Borsa, giornalista molto importante per la formazione anche di molti suoi colleghi.


Definire una “linea politica” del giornale non piace ad Ottone, poiché ritiene che l’unica cosa importante da seguire sia “la fedeltà all’etica della democrazia liberale”.


Piero Ottone guardava con ammirazione la Gran Bretagna, dicendo “Il mio giornalismo è anglosassone”: ne apprezzava “il rispetto per il cittadino” che era uno dei doveri da adempiere da parte dei partiti anche al di fuori del periodo di campagna elettorale.


Era necessario che l’uomo della strada comprendesse chiaramente ciò che i politici dicevano nei loro discorsi in pubblico e che questi ultimi mettessero in primo piano ciò che il cittadino voleva e pensava.


 


L’informazione deve essere estesa, disinteressata e obiettiva.


I giornalisti devono imparare a raccontare tutto senza nascondere nulla, poiché l’obiettività, secondo il direttore, “non è un mito e che si può essere obiettivi, purché lo si voglia”. Nel dibattito del 1978 verrà definito “limite basso dell’obiettività” anche da Eco; l’importante è che “si sia disposti a seguire regole semplici ed elementari che stanno alla base della professione: separazione tra fatto e commento, capacità di riportare punti di vista diversi intorno ad una medesima questione ”.


Obiettività significa anche avere un riconoscimento leale ed aperto, inserendo nel proprio giornale anche lettere, come fanno i giornali inglesi.


I giornalisti non devono pensare a “cambiare la testa dei lettori”, ma ad aiutarli a ragionare con la propria testa: spiegare cosa dicono i politici, spiegare ai politici cosa pensano i lettori, senza tacere nulla.

Da Mario Borsa a Piero Ottone


 


Mario Borsa dal 26 aprile1945 al 6 agosto 1946


Guglielmo Emanuel dal 7 agosto 1946 al 14 settembre 1952


Mario Missiroli dal 15 settembre 1952 al 14 ottobre 1961


Alfio Russo dal 15 ottobre 1961 al 4 febbraio 1968


Michele Mottola dal 4 al 10 febbraio 1968, poi condirettore del giornale


Giovanni Spadolini dal 11 febbraio 1968 al 14 marzo 1972


 


Gli azionisti del “Corriere” negli anni settanta erano: Giulia Maria Crespi, delegata dal padre per occuparsi della gestione, il cugino Mario Crespi e Tonino Leonardi, figlio della moglie del più anziano dei tre fratelli Crespi.


Giulia Maria aveva voluto Spadolini al “Corriere” nel 1968.
La linea politica seguita dal nuovo direttore Spadolini era verso il centro-sinistra; egli era per la collaborazione dei partiti democratici, con l'esclusione delle ali estreme.


La conduzione del giornale appariva molto stanca.


Sarebbe invece stata necessaria una direzione vivace, perché i tempi erano difficili e i problemi finanziari della casa si aggravavano. Durante gli anni settanta, infatti, assistiamo alla crisi dei quotidiani e nel 1975 solo 17 testate chiudono in attivo.


In rosso chiusero anche i grandi come “la Stampa” e il “Corriere”.


Il governo fu costretto a varare un provvedimento di soccorso (legge tampone 172/75).


Nel 1972, Spadolini fu licenziato con una decisione repentina e inaspettata.
La redazione del “Corriere” non fu d’accordo.


Colui che è proprietario del giornale e vi investe il suo denaro, ha



 




 



il diritto di scegliere un direttore che gli dia fiducia, ma anche coloro che in quel giornale lavorano chiedono voce in capitolo.


Montanelli accusò i Crespi di avere compiuto un colpo “guatemalteco”, sottolineando che il “Corriere” non apparteneva solo a loro, ma a tutti coloro che ci lavoravano.


Seguì una trattativa e il comitato di redazione ottenne dall'editore una concessione storica; la nomina del direttore rimaneva di competenza dell'editore, ma non diventava esecutiva fino a quando la redazione non avesse manifestato il suo parere, peraltro non vincolante, dopo aver ascoltato il programma del nuovo direttore.


Questa procedura diventò poi una norma del contratto nazionale dei giornalisti.


II comitato ottenne altri diritti, per esempio quello della pubblicazione nel giornale dei suoi comunicati.
Il nuovo direttore in carica al “Corriere” dal 1972 divenne Piero Ottone.

Piero Ottone direttore


 


Tra il 1972 e 1973 da un lato ci fu il record delle vendite dello storico giornale, con una media di quasi 700.000 copie. Sulle su pagine il “Corriere” in quel periodo, rese note le sue “simpatie” per gli studenti, deplorando ad esempio, l’intervento della polizia alla Statale di Milano. La "maggioranza silenziosa", però, si aspettava da Via Solferino chiari segnali di condanna e di rifiuto del diffuso conformismo a sinistra; le novità apparvero come un affronto ai benpensanti che arrivarono addirittura ad accusare il “Corriere” di essere diventato “il quotidiano indipendente della sovversione nazionale”.


Con l’arrivo e la direzione di Piero Ottone avvenne anche il divorzio di una delle penne storiche del “Corriere”, quella di Indro Montanelli. Conservatore da sempre, il giornalista abbandonò il giornale in polemica con l'"apertura a sinistra" voluta da Ottone e decise di fondare, aiutato da Cefis, “Il Giornale Nuovo” portando con sé una trentina di redattori (tra i quali Piovene, Corradi, Enzo Bettiza, Mario Cervi, Gianfranco Piazzasi).


Nel 1973 due dei Crespi si trovarono a dover vendere le proprie quote ad Agnelli e a Moratti.


Nel luglio del 1974, il gruppo di Via Solferino passò a Rizzoli che lo comprò con l’aiuto di Cefis (fide iussione di 50 miliardi).


Andrea Rizzoli (figlio di Angelo Rizzoli morto nel1971), con il figlio Angelo jr che prenderà la gestione, confermarono Ottone come direttore.


I Rizzoli si presentarono come editori “puri”, aperti e moderni; sottoscrissero tutti i patti aziendali e promisero ai sindacati una politica di sviluppo.


Rizzoli oltre al “Corriere” portò avanti una politica di espansione editoriale, comprando e prendendo in gestione altre testate tra cui “Il Mattino”, “La Gazzetta dello sport”, ”L’Alto Adige” e “Il Piccolo”.


Le pagine del giornale in quel periodo, oltre a registrare questo spostamento “a sinistra”, si arricchirono di un più ampio arco di opinioni e i lettori venivano sempre informati con completezza sulle questioni controverse del giorno.


   

 


Un “voto riformista”: guardare in faccia la realtà per essere padroni del proprio destino.


 


Il risultato del referendum sul divorzio rese chiara la necessità di riforme nel campo dei diritti civili.


Così anche il voto alle elezioni del 1976, fu una chiara richiesta di cambiamento per il Paese.


Ora “contano due cose”: la “capacità di reagire alla consapevolezza della crisi economica”, una crisi anche civile e istituzionale; e la capacità di rendere costruttive le tensioni che vengono dal nostro Paese.

Il referendum sul divorzio


 


La prima situazione in cui il “Corriere” di Ottone prese una posizione netta fu nel 1974, con il referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio introdotta nel1970.


Il 12 maggio del 1974, infatti, contro le attese di molti, vinse la maggioranza divorzista votando “NO” (il 59,3% degli italiani distribuiti abbastanza uniformemente in tutta la penisola).


 


37.646.322 gli aventi diritto al voto.
Votanti 33.023.179 (87,7%). 
No all'abrogazione della legge 19.138.300 (59,3%)
Sì all’abrogazione della legge 13.157.558 (40,7%).


Sul giornale “L’ Avvenire”, troviamo un commento sul cambiamento di cui tutti devono prendere coscienza: "Anche se milioni di italiani hanno votato contro il "divorzio" hanno prevalso i "No". Dobbiamo prendere coscienza che si é dinanzi a un mutamento di costume e di cultura".
Gli italiani dimostrarono di essere seriamente preoccupati per i problemi di civiltà e costume, andando contro anche a schemi tradizionali di voto.


Alberto Sensini interpretò la “vittoria del no” come una conquista da parte del popolo di stampo liberale: “ha vinto la libertà di coscienza, (…) la tolleranza, (…) l’’Europa” (14 maggio 1974).


Carlo Bo, esponente del mondo cattolico, ma favorevole alla legge, in un articolo del 15 maggio affermò che il Parlamento aveva già votato la legge sul divorzio quattro anni prima e che la questione era stata quindi già risolta. Il perché gli antidivorzisti abbiano voluto riaprire la questione è ignoto. L’Italia è un paese “solo per tradizione” religioso e mostrare il divorzio come “il punto capitale della decadenza è per lo meno ridicolo”.


All'introduzione della legge un giornale estero scrisse: "L'Italia é finalmente entrata nel secolo XX".

Le elezioni del 1976


 


Nel suo libro “Preghiera o bordello. Storia del giornalismo italiano” Piero Ottone parla del primo tra gli elementi “di rottura” che caratterizzò il “Corriere” in quegli anni: la caduta dell’ostracismo del Pci.


“A partire dal 1947, i detentori del potere costruirono un grande vallo attorno al partito comunista. Alcide De Gasperi escluse nel '47 il partito di Palmiro Togliatti dal governo e da quel momento i comunisti furono considerati intoccabili. Militavano contro di loro considerazioni di politica interna e di politica estera. L'opinione pubblica moderata e borghese li detestava; sul fronte internazionale, l'America poneva limiti e divieti per tenerli nell'isolamento.


Ufficialmente i comunisti vennero sempre trattati come intoccabili, sebbene non facessero niente per essere ben accettati.


Ottone ricorda che le parole di alcuni articoli dell’”Unità” erano “inaccettabili”.


“Erano dunque pericolosi per la democrazia, questi comunisti?”
Nel corso degli anni '70, il “Corriere della Sera” fu fra i primi organi di stampa a dare una risposta negativa. “Contro i comunisti si potevano muovere obiezioni e critiche di ogni genere, perché erano ancora lontani da quei principi del liberismo (e quindi del capitalismo privato) su cui s’imperniava l'economia italiana; i comunisti non erano maturi per partecipare al governo di un paese capitalistico. Ma pericolosi per la democrazia, no, non lo erano più.”


Il “Corriere” riteneva che ormai a quindici o vent’anni dalla condanna di Stalin avvenuta a Mosca nel febbraio del 1956, se i comunisti avessero avuto il potere, certo non avrebbero cercato di instaurare uno stato ispirato al modello sovietico.


II “Corriere” adottò quindi, verso il partito comunista lo stesso metro che adottava verso ogni altro partito; lo giudicava in merito alle sue azioni, non secondo una condanna preconcetta e pregiudiziale.


Alla domanda se fosse prematura l'apertura di credito del giornale verso i comunisti, Ottone rispose in questo modo:


“Non lo fu certamente, per quanto riguarda la sostanza del problema: era ormai in corso l'evoluzione del partito comunista verso un'ideologia di tipo occidentale che portò, con Occhetto, al cambio del nome e che allora bisognava incoraggiare e accelerare. Fu invece prematura per quel che riguarda gli umori dominanti nell'opinione pubblica. Dovevano passare vent'anni prima che coloro i quali criticavano le aperture del “Corriere” si rendessero conto di avere sbagliato; e prima che arrivassero, con vent'anni di ritardo, sulle stesse posizioni.”


Il direttore voleva mostrare che “i giornali non erano mere appendici del palazzo, né semplici strumenti nelle mani della democrazia cristiana”.


Ottone era convinto che i giornali non dovessero nascondere niente che fosse importante per la formazione della pubblica opinione.


Essi non dovevano preoccuparsi di riflettere il pensiero del proprietario e anche quello personale del direttore contava relativamente poco.


Il “Corriere” è un giornale d’informazione, deve dare “notizie e analisi di notizie”.


Ottone disse, in un articolo di “Panorama” del 1976, che “essere lo specchio della realtà, con tutte le sue contraddizioni, non è per il Corriere un punto di debolezza, ma un punto di forza…Abbiamo il dovere di rispecchiare la realtà e non filtrarla arbitrariamente attraverso le nostre convinzioni politiche”.


Il vizio dell’“occultamento” e dell’evasione si manifestava soprattutto nella televisione, un servizio pubblico ormai radicato e importantissimo per gli italiani che non funzionava bene proprio a causa della “classe politica di cui la tv è tributaria”.


 


Già l'esito del referendum del 1974 per l'abrogazione della legge sul divorzio, aveva sancito la sconfitta della DC e della Destra.


Le elezioni regionali del 1975 e le politiche del 1976 sembrarono confermare un sostanziale cambiamento del quadro politico italiano con una netta avanzata delle sinistre (il Pci alle politiche raggiunse il 34,4%, mentre la DC si assestava sul 38,7).


Il voto venne interpretato come un “desiderio di novità” di tutto il popolo italiano affinché il governo adottasse altri “metodi, sensibilità, sistemi diversi da quelli usati fin ora”.


Il Paese era malcontento di come l’Italia fosse governata; non solo la DC, ma tutti i partiti dovevano meditare sui ”motivi” che avevano determinato “gli spostamenti dell’elettorato”.


 


Negli stessi mesi, Alberto Ronchey pose l’accento sull'esistenza del "fattore K", dell'impossibilità cioè, per le sinistre italiane, di ottenere la maggioranza nel Paese sotto la guida di un Partito comunista legato a quella che era l'Urss e all'ideologia marxista-leninista.


Di fronte ai mutamenti intervenuti nella società civile e sotto la spinta del terrorismo che intensificava le sue azioni criminali, Moro, con grande prudenza, cominciò ad avviare contatti con il PCI per individuare forme che lo associassero all'area di governo.
II momento storico che l'Italia stava attraversando era denso di pericoli e il disegno di Moro aveva punti di contatto con il “compromesso storico” di Berlinguer.


Giampaolo Pansa raccolse una storica intervista a Enrico Berlinguer. Nelle sue risposte  era presente un'offerta di "collaborazione di comprensione e di intesa con la Dc; che è anche un partito che per la sua origine, tradizione e presenza nel suo elettorato di ceti medi, di contadini, di donne, di lavoratori e operai dovrà tener conto delle nuove aspirazioni popolari". Poi affermò che "non desidero affatto l'uscita dell'Italia dalla NATO, perché dentro il Patto Atlantico, sotto quest’organizzazione, l'Italia oltre che contribuire a consolidare gli equilibri internazionali, permette di costruire il socialismo nella libertà".


Le elezioni politiche dell'anno seguente confermano comunque la forte avanzata del Pci, cui però non riuscì il sorpasso nei confronti della dc.


Un elettorato di diverse provenienze chiese di essere organizzato per ottenere qualcosa di diverso.


Ora i comunisti dovevano comunque mantenere il senso della “proporzione”, poiché il paese ”non è diventato comunista”, la forza che è stata data al Pci proviene da un “elettorato democratico, antiautoritario, che vuole muoversi nel sistema”.


 


40.423.131 i diritti al voto, 37.760.520 i votanti, pari al 93,4%.


DC  - 38,7 %
PCI  - 34,4 %
PSI  - 9,6 %
MSI - 6,1 % 
PSDI - 3,4 % 
PRI - 3,1 %
PLI - 1,3 % 


 


Si giunse così al governo di solidarietà nazionale: un monocolore democristiano, presieduto da Giulio Andreotti.


L’invito del “Corriere della Sera” era stato quello di votare secondo coscienza e le proprie convinzioni.




5. PAOLO MIELI (1949)



Paolo Mieli nasce a Milano, ma si forma a Roma dove si è laureato in storia moderna con una tesi sul fascismo sotto la guida di Renzo De Felice e Rosario Romeo al cui fianco, negli anni Settanta, svolse un’intensa attività didattica.


Dai suoi studi apprende il metodo storiografico che gli servirà anche nella sua carriera di giornalista. Quest’approccio consiste nel considerare la versione ufficiale dei fatti, ma ponendosi delle domande, andando a vederne i risvolti, i conti che non tornano.


Nella sua fase universitaria aderisce a “Potere operaio”.


In questi stessi anni, da giornalista, ha lavorato prima all’Espresso dove è rimasto per diciotto anni, poi nel 1985 a “Repubblica”; un anno dopo è arrivato alla "Stampa" di cui è diventato direttore nel 1990.
Nel settembre 1992 ha assunto la direzione del "Corriere della Sera" che ha lasciato nel 1997 a Ferruccio De Bortoli.


Dal maggio 1997 è Direttore Editoriale di RCS MediaGroup.


Per quanto riguarda invece l’assetto proprietario del “Corriere” nel 1997 è controllato da Hdp (Holding di Partecipazioni Industriali). Dal maggio 2003 l’holding che controlla le società RCS Quotidiani, RCS Periodici, RCS Libri, RCS Pubblicità, RCS Diffusione, RCS Broadcast, attive nei settori dell'editoria e della comunicazione, si chiama RCS MediaGroup.


 


Da Piero Ottone a Paolo Mieli


 


Franco Di Bella dal 29 ottobre 1977 al 19 giugno 1981


Alberto Cavallari dal 20 giugno 1981 al 19 giugno 1984


Piero Ostellino dal 20 giugno 1984 al 28 febbraio 1987


Ugo Stille dal 1 marzo 1987 al 9 settembre 1992


Paolo Mieli dal 10 settembre 1992 al 7 maggio 1997


Negli anni settanta le spese di mantenimento del “Corriere” diventarono insostenibili, malgrado Rizzoli ricevesse dalla Montedison ogni anno più di sette miliardi di lire.


Angelo jr decise quindi che era giunto il momento di una ricapitalizzazione per rilanciare il gruppo in grande stile.
Fu un'operazione da circa 20 miliardi, di provenienza ignota. In seguito si saprà che i soldi provenivano da Paul Marcinkus, responsabile dello Ior, la banca del Vaticano e da Licio Gelli, capo della loggia massonica P2.


Nel 1977 Ottone si dimise e il nuovo direttore diventò Di Bella.


I problemi economici si ripresentarono nel 1979 quando Rizzoli e il suo braccio destro Tassan Din, volevano scaricare sullo Stato i problemi economici del giornale, ma la legge loro favorevole fu ostacolata e quindi furono costretti ancora a chiedere aiuti al banchiere Calvi.


Nel 1981 quest’ultimo fu arrestato e il governo rese pubblico l’elenco degli iscritti alla P2. Lo scandalo investì il “Corriere”, poiché nell’elenco comparivano Rizzoli, Tassan Din e Di Bella.


Cavallari venne assunto come nuovo direttore; il tribunale accordò l’amministrazione controllata del giornale per due anni, e furono vendute le testate minori.


Negli anni ottanta la situazione del “Corriere” era molto difficile, fino a quando ci fu il rilancio con la cessione alla finanziaria Gemina che acquistò il 46,28% con Iniziativa Meta, Mittel e Arvedi.


La proprietaria diventò quindi la Fiat.


Nel 1984 assunse la denominazione “RCS” e al “Corriere” diventò direttore Ostellino.


Il gruppo iniziò così una lenta crescita ma, nel 1986 avvenne il sorpasso da parte di “Repubblica” dopo ben 82 anni di primato.


Stille, già famoso corrispondente dall’America del giornale, diventò direttore del “Corriere”.


In quegli anni, a colpi di supplementi e giochi il “Corriere” aveva cercato di riacquistare il ruolo di giornale più venduto, ma il contrappasso avverrà solo con Paolo Mieli.

Paolo Mieli direttore


 


Con Paolo Mieli, il “Corriere della Sera” cambiò modo di proporsi ai lettori.


Il direttore era stato chiamato da Agnelli che pensava che il “Corriere” avesse bisogno di essere modernizzato. Così decise di chiamare un uomo del “campo avversario” che potesse “mettere una minigonna…” al giornale.


Era necessario qualcuno che riuscisse ad unire tradizione e modernità.


Mieli è dotato d’intelligenza e aggressività professionale, senza pietà per i concorrenti (meglio“ammazzarli da piccoli”).


Era stato capace di rivitalizzare la “Stampa” e ora si ritrovava a dover aiutare il “Corriere” che arrancava, cercando di ricostruirlo anche moralmente.


Il “Metodo Mieli” o “mielismo”, si compone di una miscela di “spirito alto” e “materia bassa”, di “televisivamente popolare e popolarmente televisivo”


Gli argomenti seri vengono trattati con frivolezza e quelli leggeri con rigore, dando dignità alla notizia.


Viene dato spazio a tutto ciò che è definito gossip e tutti possono parlare, usando interviste degli “opposti”, ossia di persone che appartengono a mondi diversi (es. professore e presentatore tv).


Il giornalista viene definito come un “ascensore” che deve sapersi destreggiare “dai cieli dei grandi problemi ai sottofondi della cronaca più bassa”.


Il nuovo direttore del “Corriere” si serve della televisione per farle concorrenza, usandola come un’agenzia di notizie; inoltre prendendo spunto dai giornali femminili, porta nelle pagine del giornale una forte attenzione per il dettaglio.










 



Mieli assume i giornalisti sportivi dando loro un nuovo compito: parlare di politica (ad es. Palumbo nelle sue descrizioni trattava gli sportivi come Omero parlava degli eroi e ora si sarebbe occupato dei politici).


Nel “Corriere” di Mieli sono presenti anche numerosi propositi di Dario Papa, come la prima pagina “a vetrina”, i titoli a nove colonne, l’uso delle foto tratte da film e l’unione della pagina della cultura con quella dello spettacolo: non esiste più la rigida gerarchia delle notizie.


Scalfari che aveva avuto Mieli come collaboratore a “Repubblica” e all’“Espresso” accusò il direttore del “Corriere” di cerchibottismo, poiché dava un colpo a destra e ad uno a sinistra e che Scalfari si sentiva offeso per essere stato così “mal imitato” nella settimanalizzazione del giornale inventata da lui; Mieli rispose accusando Scalfari di “doppiopesismo”, ossia di usare due pesi e due misure a seconda che si parlasse degli amici o dei nemici.


Il direttore del “Corriere” ha una visione americana della stampa considerandola guardiana dei poteri; “Repubblica”, soprattutto nel 1996, quando si schierò con il governo Prodi, aveva avuto invece un atteggiamento troppo accondiscendente nei confronti dello schieramento politico “amico”.


Il momento in cui Mieli si dimostrerà direttore “di rottura”del giornale sarà proprio in questo periodo pre e post elezioni del 1996.

“Le Cose da fare”


 


Il 10 settembre 1992 Paolo Mieli diventò direttore ed espresse le sue intenzioni nell’editoriale.


Il “Corriere della Sera” era in quel momento economicamente saldo e forte e aveva alle sue spalle una “tradizione” d’autorevolezza e larghezza di consenso. L’opinione pubblica era informata grazie ad una ”ricca e composita famiglia di collaboratori”, ma il “Corriere” doveva essere uno strumento attraverso cui la stessa opinione pubblica “comunica il proprio modo di vedere le cose a tutti i centri nervosi del Paese”.


Ricordando il precedente direttore, Ugo Stille, Mieli sottolineava l’importanza e la capacità “di far pervenire al palazzo la voce del Paese”del giornale come deve essere in ogni paese democratico.


Il “Corriere” di Mieli porterà la giusta attenzione verso: la questione politico morale (dopo Tangentopoli); l’emergenza economico finanziaria con l’avvento dell’Europa comune; la questione istituzionale, affinché le forze politiche trovino un’intesa per la creazione di un’“iniezione di uninominale o di un maggioritario nel nostro sistema elettorale” e infine riguardo alla questione del crimine nell’Italia meridionale.

Il “Corriere” e le elezioni del 1996


 


Berlusconi e il suo schieramento di centro destra vinsero le elezioni del 1994. Alla fine di novembre dello stesso anno, il leader di Forza Italia ricevette un avviso di garanzia emesso dalla procura di Milano con l’ipotesi di reato di pagamento di tangenti alla Guardia di finanza, inoltre la Lega Nord uscì dal governo provocandone la caduta (22 dicembre 1994).


Paolo Mieli scrisse sul “Corriere” del 23 novembre 1994:


“Era prevedibile che l'avviso di garanzia al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi avrebbe precipitato il Paese in una tempesta. Noi non crediamo che un presidente del Consiglio possa vincere la sua partita piegando i magistrati che vorrebbero e dovrebbero indagare su di lui. Né che un'opposizione possa ribaltare un risultato elettorale servendosi surrettiziamente delle sfortune giudiziarie del proprio avversario. Ma siamo invece convinti che per gli uni e per gli altri la via maestra sarebbe quella di lasciare i giudici liberi di fare il loro lavoro e rinunciare in partenza a usare questo campo per dare battaglia.” Da quest’articolo risulta chiaro da che parte il direttore sceglierà di schierare il suo giornale per le elezioni del 1996, senza però non criticare il centrosinistra. Era la “diretta conseguenza dell’atteggiamento” che avevano tenuto dal 1992.



 


 


 


Nell’editoriale del 17 febbraio 1996 il “Corriere” dichiarò che era necessaria un’interruzione anticipata della legislatura, per far tornare alle urne gli italiani.


Fra i cittadini era cresciuto un grande senso d’indifferenza nei confronti della politica e il “Corriere” “si batteva per un torneo elettorale fatto di chiarezza”.


“Non ci auguriamo la vittoria del Polo se sarà guidato da Berlusconi e questi si candiderà a tornare a Palazzo Chigi” aggiungendo con “l’aggravante Fini”.


Come già sottolineato dall’articolo precedente, secondo il direttore, Berlusconi non poteva fare il Presidente del Consiglio a causa del conflitto d’interessi e poiché era coinvolto in vicende giudiziarie: questo sarebbe stato umiliante sia per gli italiani sia per l’immagine dell’Italia all’estero. Berlusconi “ha avuto tutto il tempo per risolvere” e se non l’ha fatto, “non l’ha voluto fare”.


Il risultato delle elezioni comunque non porterà il “Corriere” “né ad infierire sul Polo, né a far sconti agli avversari di Berlusconi”.


 


Un altro articolo interessante è quello di Indro Montanelli,


Il grande giornalista nel 1996 accettò l'invito di Paolo Mieli a tornare in Via Solferino come editorialista.


Il “Corriere” gli riservò anche una “Stanza” dalla quale dialogare con i lettori.


Due anni prima con la “discesa in campo” di Berlusconi, dopo 20 anni, Montanelli lasciò il suo “Giornale” (di cui Berlusconi era proprietario anche se apparteneva al fratello Paolo) e si buttò in una nuova avventura, siglando l'accordo per la direzione di un nuovo quotidiano, “La Voce”. L'obiettivo era molto ambizioso: “Fare un quotidiano di una destra veramente liberale, ancorata ai suoi storici valori: lo spirito di servizio, il senso dello Stato e il rigoroso codice di comportamento”.  Poco dopo fu costretto a chiuderlo.


 


Nell’articolo di Montanelli sul “Corriere”, il giornalista parla della situazione italiana prima delle votazioni; l’elettorato era incerto, i personaggi protagonisti della scena politica di “mediocre stazza”.


Prima della caduta del muro di Berlino, gli italiani sapevano almeno “contro cosa votare”, invece ora non sapevano più neanche quello, dato che era pieno di “figuranti e ciarlatani” che pensavano solo alla carriera. Ma era necessario votare, seppur “tappandoci come sempre il naso, verso una meritata, ma onorevole sconfitta”. (28 marzo 1996)



Le elezioni del 21 aprile 1996: 48.841.092 italiani alle urne


 


SENATO - complessivo 315 Senatori


 


Ulivo ......... 13.434.606......     41,2%
Rif. Comun.........934.974..........3,9%


Polo Libertà......12.185.020.......37,3%
Pann.Sgarbi...........509.826........1,6%


Lega Nord ..........3.394.733......10,4%
Fiamma..................747.487........2,3%
Autonomisti...........207.000.........0,6%


 


CAMERA - complessivo 630 Deputati (uninominale + proporzionale)


Ulivo ......................34,8%
Rif. Comunista..........8,6%
Polo Libertà.............42,1%
Lega Nord ...............10,1%
Misto.........................4,4%



La coalizione del centrosinistra che era unita sotto l’Ulivo vinse le elezioni del 21 aprile 1996.


Berlusconi in quel periodo aveva condotto una campagna elettorale contro i comunisti “parossistica, sprezzante, allarmistica”. 


Vinse dunque la colazione di centro-sinistra dell'Ulivo guidata da Romano Prodi, formata da PDS, PPI, Rinnovamento, Unione democratica, e Verdi. Avrà la maggioranza in Senato, ma alla Camera avrà bisogno di Rifondazione Comunista.


Il patto stipulato con Prodi non era d’alleanza, ma anche questo di "desistenza" in alcuni collegi, non presentando candidati per favorire Rifondazione; allo stesso modo si era comportato Bertinotti negli altri collegi nei confronti dell'Ulivo.


 


I seggi di Dini, ma anche i trentacinque di Rifondazione comunista, si rivelarono decisivi per la maggioranza, ma saranno proprio i voti di Bertinotti nel corso dell'anno a bloccare qualunque intervento correttivo su pensioni, sanità, stato sociale, economia;   perfino i provvedimenti in linea con i parametri europei. Altre difficoltà per Prodi verranno durante l'anno da parte della Confindustria, Confartigianato, Confcommercio; il premier sarà accusato di varare solo leggi fiscali invece di intervenire sui tagli della spesa pubblica. 


Riceverà molte polemiche la durissima manovra fiscale che sarà approvata alla fine dell’anno dal governo Prodi. Criticata perfino dal suo più autorevole alleato: il Pds di D'Alema, che aveva nel governo otto ministri.
Il governo offrì continuamente molte carte all'opposizione per fare dura e ironica critica al suo operato e quindi a tutto il lavoro svolto dal governo, e di riflesso a tutto il centrosinistra.


 


Secondo Mieli, con le elezioni del 21 aprile “L’Italia è entrata nel maggioritario e i cittadini, sono entrati nello spirito del sistema”.


 


 




Da Paolo Mieli ad oggi


 


Paolo Mieli dal 10 settembre 1992 al 7 maggio 1997


Ferruccio De Bortoli dall’8 maggio 1997 al 30 maggio 2003


Nel suo primo editoriale De Bortoli scrisse ai lettori: "Vi informeremo correttamente, senza dipendere da nessuno e, soprattutto, senza nascondere nulla".


Il giornalista che oggi è a capo del “Corriere della Sera” è Stefano Folli.


 


 


 


Bibliografia:


 


Franco Abruzzo “Codice dell’informazione”, Centro documentazione giornalistica, Roma 2003


Alberto Albertini “Vita di Luigi Albertini” Mondadori


Luigi Albertini “I giorni di un liberale.Diari 1907-1923” il Mulino


Ottavio Bariè “Luigi Albertini” Editrice torinese


Antonio Brancati “Popoli e civiltà” La Nuova Italia


Camerlo, "La Lettura", 1901-1945. Storia e indici, Bologna, CLUEB


Gianluigi Da Rold “Da Ottone alla P2” Sugar Edizioni


Fondazione Corriere della Sera “Come si scrive il Corriere della Sera”


Denis Mack Smith “Storia di cento anni di vita italiana visti attraverso il Corriere della Sera”Rizzoli


Paolo Mieli “Le storie, la storia” Rizzoli


Alessandro Mozzanti Cronaca di un assenza. Il dibattito sull’obiettività dell’informazione in Italia, in “Problemi dell’informazione” n°2/1989


Paolo Murialdi “Storia del giornalismo italiano”il Mulino


Piero Ottone “Preghiera o bordello: storia del giornalismo italiano” Tea Due


Cesare Rossi “Storia contemporanea” Principato


Dossier: il “Corriere” e il gruppo RCS in “Problemi dell’informazione” n°1/2001


 


Siti internet:


www.odg.it


www.corriere.it


www.cronologia.it


www.odg.mi.it


 


Immagini


Pag 04:  articolo 7 maggio 1946


Pag 07:  articolo 27 agosto 1914


Pag 09:  copertine de “La Lettura” novembre 1918


Pag 14: immagini tratte dalla prima pagina del CDS del 1 giugno 1946


Pag 15:  articolo del 6 agosto 1946: dimissioni di Mario Borsa


Pag 16:  articolo 15 ottobre 1972


Pag 17:  articolo 15 marzo 1972


Pag 21-22:  articolo 17 febbraio 1996


Pag 23  articolo 23 aprile 1996


 


Microfilm del “Corriere della Sera” dal 1914 al 1996 (copie in allegato)


 


 


 





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