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Stampa

Tabloid n. 11/2004
Tesi di Roberta Frau, La cavalleria leggera dell’informazione. Storia, attualità e prospettive dell’informazione radiofonica in Italia, Facoltà di Sociologia, Università degli Studi di Milano Bocca, relatore prof. Francesco Abruzzo. Ha vinto (ex aequo) il Premio bandito dall’Ordine dei Giornalisti della Lombardia edizione 2003/2004 (sezione Giornalismo radiotelevisivo).

6 ottobre 1924 – 6 ottobre 2004: la radio in Italia ha 80 anni.
Come sta RadioRai? “Si sente male!”

Nella classifica delle singole emittenti più ascoltate RadioUno conserva stabilmente il primato, RadioDue lotta con le private per la medaglia d’argento e RadioTre è in coda tra le prime dieci.

Radio e Ra, due treni che hanno viaggiato da sempre sullo stesso binario. Oggi sembra, però, che il comparto radiofonico sia per la RAI più che altro un vagone scomodo, un peso inutile, sul quale non vale la pena investire. Che il bivio sia imminente?

di Roberta Frau

1. Dalle origini a mezzo di comunicazione di massa. Non si possono ripercorrere gli ottanta anni della radio in Italia senza raccontare la storia della RAI. Due treni che per anni hanno viaggiato sullo stesso binario, già da quando la RAI ancora non era tale.


 


È il 6 ottobre 1924 quando nel nostro paese viene inaugurato il servizio radiofonico regolare sotto l’egida della prima società di broadcasting, l’URI -Unione Radiofonica Italiana- costituitasi nell’agosto di quello stesso anno. Le basi del monopolio erano già state gettate: l’ 8 febbraio 1923 con Regio Decreto si stabilì che l’impianto e l’esercizio di comunicazione per mezzo di onde elettromagnetiche senza l’uso di fili venivano riservati allo Stato e che al Governo spettava poi la possibilità di concedere questi servizi in concessione. Già tre mesi prima della costituzione dell’ente concessionario era stato stabilito quale sarebbe stato il sistema dei finanziamenti, un canone di abbonamento congiunto alle entrate pubblicitarie, e quali sarebbero stati i contenuti delle radiodiffusioni, concerti, teatro, conversazioni, notizie. In questo momento la radio è un’esaltante scatola sonora che affascina non tanto per il contenuto dei suoi programmi quanto piuttosto per le sue caratteristiche tecnologiche.


 


Le trasmissioni radiofoniche presero il via in un contesto turbolento per la libertà di comunicazione e su di esse non mancò di farsi sentire il duro giro di vite che Mussolini aveva dato alla legislazione sulla stampa a partire dal 1923. All’inizio lo spazio dedicato all’informazione era ridotto e la società concessionaria non aveva il diritto di trasmettere notizie senza il visto preventivo dell’autorità politica. I primi notiziari erano quindi brevi e venivano ricavati esclusivamente dai dispacci provenienti dalla Stefani, l’agenzia di stampa nazionale di allora, l’unica autorizzata dal governo. All’URI infatti non fu mai concesso di averne una propria. A partire dal 1926 venne data la possibilità alla società di radiodiffusione di mandare in onda anche le notizie più importanti che comparivano sui giornali della sera, naturalmente a patto che questi non fossero stati colpiti da sequestro. Nel corso dello stesso anno iniziò anche quella che potremmo definire un’informazione di servizio con notiziari curati dall’ENIT relativi a facilitazioni tariffarie, innovazioni e modifiche dei trasporti ferroviari, marittimi e, più in generale, a informazioni riguardanti attività turistiche. L’anno successivo poi, vennero stipulati degli accordi tra la direzione dell’URI e quella del «Popolo d’Italia»: la stazione di Milano diede vita ad un programma, mandato in onda la sera, durante il quale venivano anticipate le principali notizie e gli articoli più interessanti che il giorno seguente i lettori avrebbero potuto trovare sul quotidiano del PNF. La radio fin dall’inizio venne chiamata a collaborare attraverso il suo “giornale parlante” a tutti gli avvenimenti pubblici a sfondo patriottico e nazionalista attraverso i quali era possibile manifestare un forte richiamo all’identità nazionale. Nascono dunque le prime cronache in diretta.


 


Il potenziamento della radio, sia in termini di programmazione sia in termini di sviluppo tecnologico, si manifesta a partire dal 1927. Già all’inizio di quell’anno l’URI era in crisi ed era ormai chiaro che non avrebbe potuto andare avanti nella sua attività senza che in suo soccorso venissero stanziati massicci finanziamenti.


L’intervento pubblico non fu finalizzato al salvataggio dell’URI ma andò invece a favore di un nuovo organismo concessionario dell’attività radiofonica, un ente speciale a capitale privato, che vide la luce dopo un anno di lavori nel corso del quale si cercarono di definire le caratteristiche del nuovo sistema. Il 17 novembre 1927 si sancì la trasformazione dell’URI in EIAR, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche. In cambio dei finanziamenti statali, l’EIAR avrebbe fornito al regime fascista l’impalcatura giuridica e amministrativa di cui necessitava per poter efficacemente controllare le attività di informazione e la politica culturale radiofonica. Il nome era cambiato ma gli azionisti di maggioranza rimasero sostanzialmente invariati: il gruppo Marconi, la SIRAC, la FIAT, i gruppi finanziari della SIPRA.


Contestualmente all’EIAR, venne anche istituito un Comitato superiore di vigilanza sulle radiodiffusioni che da un lato serviva al regime come strumento di controllo politico, dall’altro rispondeva alle esigenze manifestate da ampi settori dell’economia, della finanza, dello spettacolo e della cultura di veder tutelati i propri interessi corporativi. Nel Comitato di controllo, la cui composizione interna avvenne per mano di Ciano, comparivano rappresentanti della stampa, dell’informazione e dell’industria, banchieri  e commercianti, oltre a esponenti del mondo dello spettacolo, della cultura e dell’agricoltura.


Monopolio statale; commistione di interessi privati e di obiettivi politici; ampliamento dei settori di intervento; utilizzo di sistemi differenziati di finanziamento; questi i caratteri che vanno a definire il modello della radio italiana.


 


2. Nel cuore del fascismo. Con la nascita dell’EIAR, la radio esce stabilmente dalla fase iniziale della sua storia e inizia a mostrare apertamente a tutti il suo carattere di mezzo di comunicazione di massa. Questo era ben chiaro nelle menti sia dei responsabili dell’ente concessionario sia di quelli della politica radiofonica del governo, così che a partire dalla prima metà degli anni Trenta si va concretizzando un uso della radio come vero e proprio strumento politico di propaganda.


 


L’EIAR in realtà, essendo innanzitutto una grande società di broadcasting, aveva come scopo prioritario quello di aumentare i propri profitti. Per farlo aveva bisogno di ampliare il proprio portafoglio abbonati rendendo agli ascoltatori un servizio radiofonico quantitativamente e qualitativamente superiore. Inoltre l’EIAR cercò di organizzare la propria programmazione facendo propria la formula, coniata dal padre della BBC John Retith, “informare, educare, divertire”.


Tutto questo coincideva, almeno in parte, con le finalità del regime. Il miglioramento del sistema radiofonico italiano rientrava perfettamente nella logica della “spinta al progresso” insita nel movimento fascista: attraverso lo sviluppo tecnologico e lo sfruttamento efficace delle risorse del paese si voleva dare all’Italia una rapida modernizzazione che la destinasse ad una collocazione più prestigiosa a livello internazionale. Inoltre la volontà dell’EIAR di diffondere la radio in aree più vaste combaciava con gli intenti della politica di ruralizzazione lanciata dal duce nella convinzione che fosse necessario invertire la tendenza dello sviluppo industriale e urbano. La radio assumeva in questo quadro un obiettivo esplicitamente pedagogico. Là dove altri mezzi tradizionali di comunicazione culturale faticavano a raggiungere il pubblico, il mezzo radiofonico poteva con facilità adempiere alla sua funzione educativa e di moralizzazione della popolazione rurale attraverso un messaggio di massa il cui fine ultimo era l’indottrinamento politico ed ideologico. Questo uso didattico della radio, pur contraddistinto da una logica totalitaria, si ispirava ad una concezione di pubblico servizio. Nasce in questo contesto, l’Ente Radio Rurale, un nuovo organismo che, posto sotto il controllo del Ministero delle Comunicazioni, inizia le sue attività a partire dall’agosto 1933. L’Ente si proponeva un duplice obiettivo: da un lato quello dell’aggiornamento culturale, sia della nuova generazione che poteva completare la formazione scolastica fornita dagli insegnanti, sia delle masse rurali che potevano al contempo essere istruite e dilettate; dall’altro quello dell’indottrinamento politico, educando il pubblico di giovani scolari secondo i dettami della dottrina fascista.


Nell’uso pedagogico della radio, nella sua concezione come servizio pubblico, nella volontà di coniugare informazione, educazione e divertimento, si legge chiaramente come la crescita del medium radiofonico in Italia si sia mossa nel solco tracciato dall’inglese BBC e di quel modello europeo di sviluppo contrapposto al modello americano.


 


Dunque in questi anni la radio fu soprattutto un veicolo di propaganda culturale e ancora a metà degli anni Trenta, la radio come strumento politico di propaganda era un obiettivo soltanto in parte realizzato. Come ha sostenuto Forcella, “contrariamente a quel che solitamente si ritiene, passano alcuni anni prima che il fascismo si renda pienamente conto del nuovo formidabile strumento di organizzazione del consenso che il progresso tecnologico ha messo a disposizione del potere[1]. Del resto non è un caso che, quando nel giugno del 1935 il Sottosegretariato per la stampa e la propaganda venne elevato a Ministero, esso mantenne la stessa denominazione, diventando quindi Ministero per la stampa e la propaganda, a dimostrazione del fatto che il primato giornalistico restava in mano alla carta stampata. In questo ha certamente influito la formazione giornalistica del duce.


 


Intanto nel dicembre del ’34 venne soppresso il comitato di vigilanza sulle radiodiffusioni e venne istituita una commissione formata da quattro membri a cui spettava la direzione artistica dell’EIAR e il controllo sulla parte programmatica delle radiodiffusioni mentre l’anno seguente si stabilì che il controllo sui programmi dell’EIAR spettava al neonato Ministero per la Stampa e la Propaganda. Da ricordare anche, sempre nel 1935, l’istituzione dell’Ufficio Radio, uno strumento molto utile per la gestione delle attività di propaganda rivolte ai paesi stranieri.


 


Il genere radiofonico emergente in questa fase è l’informazione; le radiocronache e il giornalismo parlato infatti riuscivano a rispondere nella maniera più efficace sia agli obiettivi politici del regime, sia a quelli “reithiani” dell’EIAR. Quella del radiocronista fu la prima figura di giornalista radiofonico che apparve in Italia.


Furono le manifestazioni sportive innanzitutto a fungere da banco di prova per le cronache via radio. Fu un incontro di pugilato, trasmesso da Milano nel 1928, ad inaugurare il primo collegamento in diretta; tuttavia fu il calcio fin dall’inizio a fare la parte del leone. Il primo incontro, Bologna-Torino, venne trasmesso il 23 giugno 1929. Nel giro di pochi anni il successo di questo tipo di programmi crebbe enormemente tanto da condizionare il tempo libero degli italiani e da trasformare la domenica in una sorta di istituzione per gli appassionati di questo genere radiofonico. La popolarità del binomio radio-sport aumentò soprattutto grazie alle dirette dei grandi incontri internazionali, come per esempio la partita Italia-Germania del 1933, e degli eventi speciali, come i mondiali di calcio del ’34, vinti tra l’altro proprio dall’Italia.


Furono queste grandi manifestazioni sportive di massa a forgiare i migliori radiocronisti sportivi del tempo: Alfredo Gianoli, Giovani Buratti, Mario Ferretti e Nicolò Carosio. Di quest’ultimo rimase storica la radiocronaca dell’incontro Inghilterra-Italia del 14 novembre 1934 che lo consacrò come miglior radiocronista sportivo per la sua straordinaria capacità di coinvolgimento e di ricostruzione di ciò che solo lui poteva vedere. Su «La Stampa» del 17 novembre, a proposito di Carosio, si legge: “sa ricostruire, ricreare, rendere evidente e chiaro, visivo quasi, ogni particolare dell’azione che egli solo vede”.[2]


Si comprese presto che il genere della radiocronaca rappresentava il mezzo di informazione ideale per divulgare la cultura di regime e per celebrare tutti quegli avvenimenti, dai raduni di piazza alle cerimonie ufficiali, a carattere patriottico e nazionalista in cui tutti dovevano sentirsi coinvolti. La radio non si poteva esimere da questa funzione di “amplificatore istituzionale” dei valori, dei comportamenti, delle  esperienze ispirate dal regime fascista e a cui tutti dovevano guardare come esempi da seguire. Il mezzo radiofonico permetteva al regime di approfittare dell’emotività degli ascoltatori grazie al meccanismo psicologico della partecipazione di massa alla cronaca in diretta degli avvenimenti. È per questo che il suo utilizzo appariva particolarmente fecondo.


 


In realtà, più delle radiocronache, lo strumento informativo che meglio riuscì a coniugare il dirigismo politico con le caratteristiche peculiari del mezzo radiofonico fu il giornale radio. I primi semplici notiziari non riuscivano più a star dietro alle crescenti esigenze di una informazione ampia e generale sugli avvenimenti nazionali e internazionali e inoltre era ormai sotto gli occhi di tutti che tra l’informazione radiofonica italiana e quella di altri paesi vi era un divario di grandi proporzioni.


Il primo giornale radio venne trasmesso dalla stazione di Milano nell’ottobre del 1929 a seguito della ristrutturazione dei servizi informativi dell’EIAR avvenuta dietro richiesta del governo; a dirigerlo un giornalista proveniente dal «Resto del Carlino», Pio Casali.


A partire dal 1930 vennero trasmesse tre edizioni al giorno dalle stazioni del Nord e altrettante da quelle del Sud, a orari sfalsati; il giornale radio dura da dieci minuti a mezz’ora. Nel ’35 poi, con la creazione di un’unica redazione, guidata da Antonio Piccone Stella e con sede a Roma, nacquero le edizioni delle ore 13.00 e 13.50.


Il genere informativo si va lentamente affermando e attestando fino ad occupare poco più del 20% delle ore totali di programmazione.


 


Lo sviluppo della radio parlata porta con sé alcune questioni che l’ente concessionario si trova a dover affrontare. Il problema primario concerne la formazione dei radiocronisti: c’è bisogno di esperti preparati e capaci, complice la fantasia degli ascoltatori, di costruire e creare immagini visive, di suscitare l’emozione dell’ascolto procurando agli utenti la sensazione di partecipare agli avvenimenti in prima persona. A tale scopo venne creato nel 1933 il Centro Radiofonico Sperimentale che si proponeva di preparare professionisti della radiofonia competenti sia sul piano espressivo che su quello tecnico. Radiocronisti, annunciatori, registi, queste le figure che il Centro si proponeva di forgiare. L’istituzione di questa scuola rientrava nella vasta azione di politica formativa nel settore dei media perseguita dallo stato fascista. Non si dimentichi che la prima scuola professionale di giornalismo, nata a Roma nel 1930, sorse proprio per volontà del regime che evidentemente, nell’ottica di quella spinta al progresso precedentemente ricordata, puntava molto sulla formazione professionale.


 


Il potenziamento del GR e la creazione di una scuola di preparazione sono sintomi evidenti che in quegli anni l’interesse per la radiofonia e per le sue potenzialità stava crescendo sempre di più. La radio assume una posizione decisiva all’interno del sistema dei mezzi di informazione raggiungendo come mezzo di comunicazione di massa una certa maturità e conquistando una funzione di prim’ordine nelle strategie del regime. Lo strumento radiofonico viene ora utilizzato dal fascismo con consapevolezza per imprimere un nuovo impulso alla  propria politica.


È in questo contesto che si inserisce la nascita di una delle trasmissioni più significative ed efficaci per quanto riguarda l’informazione radiofonica di quegli anni: le Cronache del Regime. Le Cronache nascono dal fortunato incontro tra l’abilità politica di Galeazzo Ciano e la competenza giornalistica di Forges Davanzati. Quest’ultimo, a partire dal 1925, aveva diretto la «Tribuna» il vecchio quotidiano a grande tiratura di Giolitti che egli aveva fuso con il foglio nazionalista «L’idea Nazionale». Davanzati, nel periodo che va dal 27 ottobre 1934 al 15 maggio 1936, preparò e trasmise quotidianamente quindici minuti di trasmissione nel corso dei quali si faceva carico di riportare, illustrare e commentare gli avvenimenti e i fatti del giorno. Il tutto naturalmente finalizzato ad orientare la pubblica opinione nella direzione indicata dalle ferree direttive del duce. Ogni sera, con il suo giornale parlato, Davanzati irrompeva nelle case degli italiani prendendo in considerazione fatti di cronaca, questioni di politica interna ed estera, la realtà internazionale. Con il suo stile sereno e pacato, accusatorio ma non aggressivo, il giornalista riusciva ad esaltare il regime senza che i suoi numerosi ascoltatori si rendessero conto di quanto propagandistiche fossero le sue Cronache. Da queste ultime veniva fuori l’immagine di un’Italia laboriosa e pacifica, un paese che stava accrescendo la sua potenza e il suo prestigio internazionale ma che si vedeva relegato in disparte e sminuito nonostante i meriti ottenuti nella Prima guerra mondiale. Davanzati contribuì ad alimentare il mito della vittoria mutilata, delle mancate concessioni in Africa e in Asia, del tradimento subito dall’Italia ad opera della Francia e dell’Inghilterra. Nelle Cronache ampio spazio venne dedicato alla guerra d’Etiopia. Quest’avvenimento  permise a Forges Davanzati di mettersi in mostra e di far conoscere le sue grandi doti di commentatore; inoltre per il giornalista fu un’allettante occasione per intaccare la credibilità della Società delle Nazioni agli occhi degli ascoltatori italiani nonché di attaccare l’Inghilterra la cui influenza all’interno dell’organismo internazionale era divenuta predominante. Le Cronache vennero usate con grande padronanza e abilità professionale. Sebbene ai nostri occhi esse svelano il loro carattere di strumento di propaganda, questo genere di informazione affascinava numerosi ascoltatori i quali, non disponendo di alternative al di là di quello che la stampa di regime, la radio e i cinegiornali luce proponevano, si lasciavano sedurre da quella voce che ogni sera parlava loro.


Grande turbamento tra gli ascoltatori venne causato dalla morte improvvisa di Forges Davanzati accorsa nel giugno 1936 e a seguito della quale la trasmissione venne interrotta. Successivamente i dirigenti dell’EIAR cercarono di colmare il grande vuoto lasciato da Davanzati affidando la conduzione delle Cronache a più di un conduttore. Ai microfoni si alternarono Dino Alfieri, Ezio Maria Gray, Virginio Gayda, Ugo D’Andrea, Nello Quilici. Il programma cambiò poi denominazione, trasformandosi nel 1938 nei Commenti ai fatti del giorno. La formula restava sostanzialmente la stessa: ogni sera, con autorevolezza e rigore, veniva fornita agli ascoltatori italiani l’interpretazione ufficiale delle principali vicende politiche nazionali ed internazionali.


I Commenti vennero interrotti nell’ottobre del ’39 per essere poi ripresi subito dopo l’entrata dell’Italia in guerra.


 


Negli anni compresi tra il 1935 e lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il fascismo, utilizzando tutti i mezzi di informazione possibili, tenta di perfezionare gli strumenti del totalitarismo. Sono questi gli anni in cui vanno definendosi le caratteristiche di quella cultura di massa fatta di film, rotocalchi, fumetti, canzoni, e nella quale la radio gioca un ruolo in prima linea. A tal proposito particolarmente significative sono la nascita di un nuovo organismo di controllo e la ridenominazione del Ministero per la Stampa e la Propaganda, avvenute entrambe nel corso del 1937.    


Il 22 aprile 1937 vede la luce l’Ispettorato per la Radiofonia e la Televisione, un organismo posto alle dipendenze del Ministero per la Stampa e la Propaganda. L’Ispettorato nasce con lo scopo di coordinare le attività di competenza del Ministero in materia di radiofonia e televisione, di vigilare sugli enti preposti a compiere azioni in questi settori e di promuoverne lo sviluppo. In maggio venne poi modificata la denominazione del Ministero per la Stampa e la Propaganda in Ministero per la Cultura Popolare. È questa la conseguenza più vistosa del tentativo messo in atto dal regime di utilizzare strumentalmente e autoritariamente la politica culturale per forgiare il nuovo uomo voluto dal fascismo. In breve tempo, tramite l’Ispettorato, il Ministero per la Cultura Popolare assunse il controllo diretto e sistematico delle attività dell’EIAR. Gli intenti del regime erano chiari: un controllo il più possibile rigoroso e ferreo finalizzato alla sua politica totalitaria.


 


Tuttavia, per quanto il regime tentasse, nella sua logica totalizzante, di controllare rigidamente le fonti ufficiali di informazione piegandole ai propri scopi e di reprimere tutte le fonti non ufficiali, le caratteristiche intrinseche e strutturali del mezzo radiofonico, che era in grado di captare qualsiasi tipo di messaggio provenisse dall’esterno, impedirono di imbalsamare totalmente l’informazione via etere. Fu così che negli anni immediatamente precedenti allo scoppio del Secondo conflitto mondiale, gli ascoltatori italiani cominciarono a prestare attenzione alle voci lontane che provenivano dai cosiddetti paesi liberi e che irrompevano nella segretezza delle loro case. In particolar modo, degne di nota sono le stazioni che in occasione della guerra civile erano attive in Spagna: Radio Madrid, le emittenti di Valencia, quelle della Generalitat di Barcellona. Trasmettevano tutte dal territorio spagnolo concedendo a molti leader dell’antifascismo italiano la possibilità di parlare ai cittadini del proprio paese; tramite trasmissioni ben orchestrate descrivevano agli ascoltatori italiani la situazione interna del paese raccontando anche quei particolari che la censura fascista ometteva. Da ricordare inoltre, il caso di Radio Milano, una emittente comunista che trasmetteva sempre dalla Spagna e a cui il regime diede una caccia spietata, senza, peraltro, avere grande successo. In risposta alle trasmissioni di Radio Milano, venne anche creata una falsa stazione clandestina spagnola, Radio Verdad, che invece lanciava i suoi messaggi nell’etere da Roma. C’è da notare che in realtà in questo momento l’ascolto delle stazioni radiofoniche straniere resta un fatto di minoranza ristretto a pochi nuclei antifascisti. È comunque doveroso testimoniare l’esistenza di questo fenomeno che, pur sempre nella sua marginalità, inizia a modificare la compattezza del consenso. Nonostante l’ascolto delle radio clandestine straniere fosse, come già si è detto, un fenomeno non ancora molto rilevante, il regime se ne preoccupò da subito senza fare l’errore di sminuire le possibili ricadute negative di questo fenomeno. Nel marzo del 1937, allo scopo di impedire l’ascolto delle radio estere, venne preparato dal Ministero per la Stampa e la Propaganda – che , come detto sopra, di lì a due mesi avrebbe cambiato denominazione – un progetto che prevedeva la realizzazione di un centro speciale il cui obiettivo era quello di disturbare le frequenze su cui venivano trasmessi i programmi clandestini. Le misure adottate risultarono tuttavia scarsamente efficaci, soprattutto a causa dei repentini cambi d’onda che le radio estere riuscivano ad effettuare.


 


Nell’ultimo scorcio degli anni Trenta l’EIAR, di fronte all’ormai inevitabile e imminente conflitto mondiale, proponeva trasmissioni rassicuranti nel tentativo di allontanare lo spettro della guerra. Nel periodo che va dallo scoppio del conflitto all’entrata dell’Italia in guerra, la radio italiana, anche se non era concepibile una censura totale sulla guerra, parlava poco di quanto stava accadendo. Tutto questo contribuiva ad alimentare quel senso di incertezza e di inquietudine che già serpeggiava in ampi strati della popolazione italiana alla vigilia dell’intervento italiano.


 


3. La Seconda Guerra Mondiale. Se sul finire degli anni Trenta la radio ha ormai il volto sicuro del mezzo di comunicazione di massa e ha assunto quel ruolo fortemente politico che il duce aveva tardato a riconoscerle, lo scoppio del conflitto mondiale portò ad una riconversione totale del modello comunicativo del mezzo radiofonico che deve piegarsi alle necessità belliche. Durante la seconda guerra mondiale, la radio combatte al fianco delle armi vere e proprie una sua battaglia parallela senza esclusione di colpi, una “guerra delle onde”. Durante il conflitto la radio rappresentò un utile mezzo per far conoscere alla popolazione gli andamenti bellici, per informare sui possibili attacchi aerei, per esercitare per quanto possibile un controllo sociale sulla popolazione civile. Ma non solo. La radio diventò uno efficace strumento di controinformazione per minare l’autorità costituita e per incrinare il consenso. Si tratta sempre di un impiego propagandistico ma non finalizzato all’innalzamento e all’esaltazione dei capi bensì alla demolizione dell’immagine e alla diffusione del dissenso. Nel mese che precede l’entrata dell’Italia in guerra, l’intero apparato radiofonico era stato ristrutturato. Tre i settori in cui l’Ispettorato per la radiodiffusione veniva suddiviso: per l’interno, per l’esterno, per le intercettazioni. Per la raccolta e la diffusione delle notizie sulle operazioni militari venne appositamente creato un Centro Radio Guerra. Lo stato maggiore avoca a sé il diritto di censura su qualsiasi pubblicazione e sulle trasmissioni radiofoniche. Il 10 giugno 1940 Mussolini scende in campo e dichiara guerra a Francia e Inghilterra. Da questa data l’EIAR si prepara ad un rassetto globale della sua programmazione per costruire un vero e proprio palinsesto di guerra. L’informazione radiofonica, a partire dall’annuncio dell’entrata italiana nel conflitto, viene mobilitata e la guerra diviene un vero e proprio “genere radiofonico”.


 


A partire dal 23 giugno 1940 – data in cui tra l’altro vengono ripresi con maggior determinazione i Commenti ai fatti del giorno – le trasmissioni vengono unificate e tutte le stazioni trasmettono un unico programma. Gli obiettivi delle trasmissioni sono fondamentalmente tre: l’informazione e i commenti; l’intrattenimento, destinato sia al fronte di guerra sia al “fronte interno”, cioè alla popolazione civile; la propaganda, per l’interno e per i paesi stranieri. L’intera programmazione dell’EIAR è segnata da una forte caratterizzazione militare. I programmi leggeri, frivoli, quelli di natura culturale e di spirito evasivo vennero ridotti fortemente per lasciare spazio a trasmissioni dall’esplicito intento propagandistico. L’informazione del giornale radio invece fu potenziata al massimo: le edizioni giornaliere passarono da sei ad otto e alle 13.00 viene trasmesso il bollettino del Quartier generale delle Forze Armate. Dal punto di vista qualitativo, l’informazione radiofonica di questo periodo segna numerosi punti a suo sfavore. Come ha osservato Monteleone, “l’informazione nel suo complesso era notevolmente peggiorata: noiosa, impersonale, poco stimolante, rispondeva sempre meno alle esigenze dell’informazione di massa, non parlava più al suo pubblico con la naturalezza e precisione degli anni precedenti ma era diventata un «servizio di agenzia» aperto 24 ore su 24. Lo stile piatto, inespressivo, inanimato che ben presto assunse il giornale radio era addirittura considerato un pregio dai funzionari della divisione per i servizi di propaganda […].Ciò che stupisce in queste trasmissioni sono le affermazioni apodittiche, indimostrabili, presentate come verità indiscutibili. I commentatori dell’EIAR si limitavano ad affermare anziché convincere a esprimere opinioni anziché fatti, a esaltare anziché discutere, a vilipendere anziché criticare.[3]


 


La guerra come genere radiofonico trova la sua migliore espressione nelle radiocronache di guerra. La radiocronaca era del resto il modello giornalistico più sperimentato di quegli anni. I radiocronisti con i loro reportage e i loro radio-documentari riuscivano a documentare e a testimoniare quanto accadeva sui campi di battaglia e nelle zone di operazione. La realtà viva, nonostante le censure, entrava così nelle case degli ascoltatori con tutta la drammaticità di quanto stava succedendo sui fronti di guerra. Come già si è accennato, la guerra influì notevolmente sulla produzione di trasmissioni di svago e evasione; in realtà, nel periodo bellico, sebbene fu immediato da parte dell’EIAR un adeguamento dei programmi alla tragicità del momento, venne riconosciuto ai programmi leggeri un ruolo importante di intrattenimento e di rinfiancamento dello spirito di gran valore per i combattenti sui vari fronti.


Le parole di Alessandro Pavolini, Ministro della Cultura Popolare, trasmesse all’inizio del 1942 in occasione di un discorso radiofonico, rendono pienamente il senso di quanto appena detto:


La radio vi fa da giornale quotidiano; vi dà il bollettino, che è la cosa più importante della giornata, ve lo detta, adagio, perché lo possiate scrivere; vi fa da posta, portando a vostra moglie le vostre notizie e dando a voi le sue; e, se non avete moglie, la radio vi sposa; la radio canta per voi, se siete stanchi, e insegna ai vostri figli lontani le canzoni vostre; vi mette via via a contatto con la gente delle vostre rispettive città, Roma, Milano, Napoli (e le altre seguiranno); la radio vi fa da teatro, da concerto, da dopolavoro.[4]


In questo contesto si inserisce la nascita di trasmissioni come Trasmissione dedicata alle Forze Armate (1940), Radio del combattente (1941) e L’ora del soldato (1941).


 


Già prima dello scoppio del conflitto, era chiaro che una profonda riforma dei metodi e dei contenuti dell’attività di propaganda era necessaria e urgente, soprattutto nel settore radiofonico. La ristrutturazione era indispensabile sia per le finalità interne, ma anche, e soprattutto a guerra scoppiata, per la progettazione di strategie propagandistiche rivolte all’estero. Un primo ambito di interesse per la propaganda italiana verso i paesi stranieri, è costituito dal Medioriente. Già prima dell’inizio del conflitto dalla stazione di Radio Bari, il regime fascista si rivolgeva alle popolazioni arabe. Dopo il 1940, si verificò un notevole aumento quantitativo delle trasmissioni: da metà mattina fino a notte fonda, Radio Bari diffondeva la sua propaganda verso il Libano, la Siria, la Palestina, l’Iraq, l’Egitto, il Marocco, l’Algeria e la Tunisia. Tuttavia la crescita quantitativa dei programmi non venne affiancata da un miglioramento qualitativo: tra difetti di pronuncia e inconvenienti tecnici, queste trasmissioni non brillavano particolarmente in termini di efficacia. A peggiorare la situazione intervennero poi le trasmissioni inglesi in lingua araba emesse da Radio Londra e Radio Daventry volte a contrastare la propaganda fascista; a queste si aggiunsero poi, a partire dal marzo del 1941, i programmi diretti alle forze armate italiane. La discesa in guerra dell’Unione Sovietica, nel ’41, aprì un altro fronte delle “guerra dell’onde”. Infatti si rese necessaria con urgenza la realizzazione di una serie di trasmissioni in lingua russa, dettata anche dalle richieste del comando germanico che dava grande importanza a quel settore.


Nel complesso la propaganda fascista rivolta all’estero fu scarsamente efficace. Da un lato per ragioni di tipo organizzativo, dall’altro per quella che noi oggi definiremmo mancata targettizzazione, ossia una pessima, se non inesistente, identificazione del proprio target di riferimento. Il regime fu incapace di studiare programmi e trasmissioni adeguati e in sintonia con i loro destinatari violando così quella che è, forse, la legge prima di quel modello di radiofonia, la format radio, che nascerà negli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra.


 


Con efficacia ed efficienza agì invece la propaganda straniera destinata al nostro paese. Con lo scoppio della guerra, quello che precedentemente è stato definito come un fenomeno marginale, assume dimensioni di massa: a partire dal 1939, l’ascolto delle radio estere divenne, con sempre maggior ampiezza, una vera e propria abitudine. Da un lato “le bugie sempre meno sostenibili della radio italiana”, dall’altro “le verità sempre più ascoltate delle radio nemiche[5]: la “battaglia delle parole” era già persa prima di cominciare. L’ascolto cresceva di giorno in giorno e, ormai in tutta la penisola, nonostante i divieti, le trasmissioni delle radio estere suscitavano un sempre maggior interesse. Le autorità del regime si lanciarono in un’opera di repressione arrivando a punire pubblicamente chi ascoltava clandestinamente le emittenti straniere. Nonostante la loro violenza, queste misure repressive, che nelle intenzioni originarie dovevano costituire un deterrente, non riuscirono ad arginare e reprimere l’ascolto della propaganda antifascista. Al contrario i divieti aumentavano il fascino e la credibilità delle trasmissioni clandestine che venivano ascoltate con crescente avidità da un pubblico ormai scettico verso tutto quello che la propaganda di regime cercava di vendergli. Un circolo vizioso inarrestabile che ebbe per il regime effetti disastrosi. L’ascolto clandestino è infatti il sintomo più evidente e nello stesso tempo una delle cause più significative dello sgretolamento inarrestabile della compattezza del consenso. La crisi di credibilità degli organi di informazione era il segno premonitore dell’imminente e inevitabile crisi sociale e politica. Senza nulla togliere al ruolo, certamente importante, svolto da emittenti come Radio Mosca, Radio Milano Libertà e dall’attività propagandistica messa in atto dalle stazioni americane, nell’immaginario collettivo il simbolo per eccellenza di tutte le stazioni estere che in quegli anni fecero irruzione nell’etere italiano è senza ombra di dubbio Radio Londra. Dietro il successo di questa emittente, dietro la sua credibilità ed efficacia, vi è l’efficienza raggiunta nel campo della propaganda, una straordinaria capacità organizzativa e di gestione e un sapiente utilizzo dell’arma radiofonica. La BBC trasmetteva programmi in quasi tutte le lingue del mondo: 50 i notiziari che venivano trasmessi. Nelle strategie britanniche di propaganda l’Italia rappresentava all’inizio un obiettivo di second’ordine; successivamente, a seguito dell’evolversi della situazione, assunse invece grande importanza nella politica straniera del Foreing Office.


 


Per completare lo scenario fin qui tracciato delle “guerra delle onde” è necessario un accenno alle attività di propaganda svolte dal regime all’interno del paese.


Credo che non esistano a proposito parole più significative ed eloquenti di quelle pronunciate nel giugno del 1943 da un funzionario del PNF:


Disorganizzata, frammentaria, senza efficacia o zelo, la nostra propaganda è inadeguata alle necessità del momento […]. Manca l’unità di indirizzo e di coordinamento tra le troppo numerose agenzie di propaganda. Circa 25 organismi svolgono tali funzioni sotto il controllo di nove ministri, oltre il Partito, il Comando Supremo e altre agenzie.[6]


Anche questo era un sintomo dell’ormai prossima dissoluzione del regime. Nemmeno un mese dopo, il 10 luglio, gli alleati sbarcano in Sicilia e in meno di un mese la occupano.


 


Il 25 luglio il regime fascista cade: è la radio a dare l’annuncio agli italiani. L’8 settembre avviene la firma dell’armistizio: è la voce dello stesso Badoglio a dare la notizia agli ascoltatori. La radio era una testimone privilegiata della storia. Cosa rappresentasse la radio in quei frenetici e concitati giorni, bene è spiegato dalle parole contenute in un brano della relazione del Consiglio di Amministrazione della RAI del 1945:


Gli avvenimenti di questo periodo sono troppo scolpiti nel cuore di tutti noi, perché occorra ricordarli. La radio gli ha seguiti giorno per giorno, e l’assenza della sua voce ha marcato le ore più tragiche delle varie città italiane; la radio è stata in questi anni elemento nella vita quotidiana degli italiani di un’importanza quale non avremmo in altri tempi potuto sospettare; essa ci ha portato le voci di conforto, le voci di speranza, nei momenti più bui; essa ha contribuito a tenere alto il morale, a mantenere le forze di resistenza. Se nella vita normale la radio può essere un elemento di diletto, la compagnia delle lunghe serate, il conforto del vecchio e del malato, nei periodi di avvenimenti eccezionali diviene il soddisfacimento di un bisogno vitale.[7]


Dopo l’8 settembre per due interi giorni la radio tace. Di fronte al black-out informativo lo smarrimento aumenta insieme alla fame di notizie degli ascoltatori sempre più angosciati. Quella che segue è una fase complicata e chiassosa per l’etere, una vera e propria Babele: da una parte l’EIAR ormai zoppicante; dall’altra la voce di Radio Londra, ora divenuta riferimento essenziale e di massa; e poi il servizio radiofonico dell’Italia liberata, Radio Bari, poi Radio Napoli e Radio Roma, la neonata RAI che dovrà fare da sostegno delle forze partigiane ed alleate del nord e affrontare le spaventose devastazioni della rete radiofonica.


 


Dopo la liberazione di Mussolini e la nascita della Repubblica di Salò, l’asservimento dei fascisti ai tedeschi fu totale. La RSI era solo una facciata che permetteva alla Germania nazista di muoversi sotto l’egida di autorità italiane nella sua politica di asservimento e sfruttamento del nostro paese. Se è vero che la struttura di controllo della propaganda venne lasciata nelle mani del governo repubblicano, in realtà, la regia delle operazioni dipendeva dalla volontà dei tedeschi. Un neonato Comitato consultivo per la propaganda rappresentava il maggior punto di forza dell’apparato propagandistico; a formarlo cinque giornalisti, ognuno dei quali soprassedeva ad un settore specifico. La maggior attenzione venne dedicata dal governo della RSI alla radio, ma è ormai una convinzione diffusa che l’EIAR ha, nella repubblica di Salò, una sopravvivenza priva di storia e di credibilità.


 


Dopo l’8 settembre, la BBC dedicò maggior attenzione al Sud liberato. Radio Londra in questo momento si rivolge prioritariamente agli organi governativi e alla classe dirigente del paese. In questo senso essa costituisce il canale di informazione con cui gli inglesi tentarono di influenzare la politica italiana nel senso da loro desiderato. Lo scopo prioritario di Radio Londra fu quindi, nella fase che va dal 1943 alla fine del conflitto, quello di orientare le scelte politiche del governo italiano, lasciando alle emittenti del Sud libero il compito di parlare all’opinione pubblica – nell’intento di creare consenso intorno ai sentimenti antifascisti – e ai partigiani – con finalità operative e pratiche.


Subito dopo lo sbarco in Sicilia e la sua successiva occupazione, gli alleati misero in atto, una strategia di propaganda il cui scopo era quello di penetrare psicologicamente l’Italia ancor prima di procedere con la liberazione effettiva dei suoi territori. Si trattò di una azione complessa e capillare condotta attraverso il PWB e l’Ufficio per i servizi strategici. L’immagine con cui l’America liberatrice si presentava all’opinione pubblica italiana era quella di un paese che si preoccupava di tenere insieme i valori della libertà e quelli del benessere, un paese in cui democrazia e civiltà avevano portato alla ricchezza. Nel tentativo di diffondere i valori dell’americanismo fu cruciale l’utilizzo degli strumenti di comunicazione di massa ed in particolare della radio. Il mezzo radiofonico in realtà ebbe, a differenza della carta stampata, un ruolo più contingente e strumentale. E questo sia per il suo contributo alla causa dell’antifascismo e alla lotta partigiana, sia per la propaganda militare che i comandi alleati misero in atto grazie ad esso. Fu soprattutto attraverso i microfoni di Radio Bari che si intensificò la propaganda alleata. I target primari di questa emittente che ebbe un ruolo cruciale nella lotta antifascista erano rappresentati dall’opinione pubblica del Sud libero e dai partigiani che al nord combattevano duramente. Gli obiettivi della radio controllata dal PWB erano quindi da un lato quello di diffondere un’informazione democratica che coagulasse l’opinione pubblica intorno a sentimenti antifascisti, dall’altro quello più prettamente militare di sostegno ai partigiani. In questo contesto si inserisce la nascita di Italia combatte, la trasmissione certamente più prestigiosa di Radio Bari diretta a quanti combattevano per la libertà nell’Italia ancora occupata. Con questo programma si informava quotidianamente la popolazione di quanto stava accadendo sui campi di battaglia riportando sia le notizie ufficiali che arrivavano dal Quartier generale sia quelle di varia provenienza raccolte al di qua e al di là del fronte. Oltre al Bollettino della guerra partigiana in Italia trasmesso in apertura, spesso venivano proposti brevi editoriali ai quali alcuni alti esponenti dell’amministrazione alleata affidavano il compito di comunicare alla popolazione civile, rassicurandola, gli intenti degli anglo-americani. Più utili nella pratica erano poi i consigli che tramite Italia combatte venivano dati ai partigiani che al nord portavano aventi la guerriglia contro i nazi-fascisti.


 


Con l’avvicinarsi del termine del conflitto, comincia a manifestarsi la volontà da parte degli alleati di concedere progressivamente autonomia al governo italiano, anche in materia di radiofonia. La prima mossa in questa direzione fu compiuta nel luglio del 1944 quando il governo alleato decise di insediare a Roma una commissione per la gestione delle attività radiofoniche nell’Italia centro-meridionale. La commissione nominò in agosto Luigi Rusca Commissario straordinario dell’EIAR.


In seguito ad un accesso dibattito tra Sottosegretariato per la stampa e l’informazione e il Ministero delle poste e delle telecomunicazioni su chi doveva essere competente in materia di radiofonia, si arrivò ad una riorganizzazione del settore. Con decreto legislativo luogotenenziale 26 ottobre 1944 n. 457 l’EIAR cambia denominazione in RAI-Radio Audizioni Italia. La “nuova” società nasce con lo scopo di essere, all’interno del Sottosegretariato per la stampa e l’informazione, un organo consultivo con compiti di coordinamento e controllo sui programmi radio. Il 20 aprile ’45 fu costituito il primo Consiglio di Amministrazione della RAI che nominò Armando Rossini direttore generale: finisce così il regime commissariale per l’Italia centro-meridionale.


Intanto in quegli stessi giorni si andava completando la liberazione del territorio nazionale. Il 27 aprile il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale per l’Alta Italia) nominò Enrico Carrara Commissario per le attività radiofoniche nell’Italia settentrionale; gli venne poi affiancata una commissione, eletta il 1 maggio, in cui erano rappresentati tutti i partiti del Comitato di liberazione. Fino al 15 luglio, data in cui cessa il controllo alleato sulle radiodiffusioni, il PWB esercita comunque un controllo serrato sui programmi per quanto concerne sia il contenuto sia la realizzazione.


C’è inoltre da ricordare che, nonostante il territorio italiano sia stato interamente liberato, fino alla fine del 1945 le attività radiofoniche continuano ad essere gestite separatamente tra nord, amministrate da Carrara, e centro-sud, dove era operativa la RAI. È infatti il 15 dicembre quando il Consiglio di amministrazione RAI e il commissario per l’Italia settentrionale si dimettono: l’assemblea generale degli azionisti elegge un nuovo consiglio.


 


4. Gli anni della democrazia e della ricostruzione. Con il 1946 si apre per la radiofonia italiana la fase della ricostruzione e del riassetto. La radio della nascente Repubblica Italiana doveva far fronte ad una pluralità di compiti: per prima cosa doveva farsi imprenditrice per potere ricostruire la rete di comunicazione; in secondo luogo doveva assumersi un impegno politico; infine doveva farsi carico di un obbligo morale per instaurare un rapporto di fiducia con gli ascoltatori.


Le devastazioni belliche avevano fatto sì che a guerra conclusa la situazione in cui versavano gli impianti di trasmissione fosse disastrosa. Delle 35 stazioni ad onde medie e delle 11 ad onde corte che l’EIAR possedeva nel 1940, ne restavano operanti 12 a onde medie e 2 ad onde corte. Anche dal punto di vista finanziario la RAI non navigava in buone acque, soprattutto a causa dell’impossibilità di riscuotere gli abbonamenti che, tra l’altro, data l’inflazione, non risultavano adeguati rispetto ai costi reali che la concessionaria doveva sostenere. Oltre ai problemi tecnici e finanziari che aveva portato con sé, la guerra aveva anche segnato profondamente la radio in negativo perché la associò nell’immaginario di molti ascoltatori alla propaganda totalitaria.


Era chiaro fin da subito che riconquistare la fiducia del pubblico era indispensabile e per farlo era necessario improntare le attività radiofoniche a principi di correttezza e imparzialità. Si legge nella relazione del consiglio di amministrazione all’assemblea del 27 ottobre 1945:


Questa del giornale radio è un’attività particolarmente delicata, la più delicata, senza dubbio, tra quelle da noi esplicate. Il nostro giornale deve essere di una assoluta imparzialità, non deve avere preferenze tra i partiti e deve tuttavia serbare un’intonazione italiana, avere la sensibilità dei problemi, delle preoccupazioni nazionali. Gli organi responsabili della società vegliano con particolare cura a che il giornale radio realizzi queste esigenze, non sia mai parziale, neppure attraverso omissioni, neppure attraverso l’ordine con cui cono riferite le notizie. Come tutti gli ideali, è possibile che anche questo non sia sempre raggiunto ed è anche umano che non tutti siano sempre soddisfatti sotto questo riguardo del nostro giornale.[8]


Era chiaro quali avrebbero dovuto essere in linea teorica i caratteri dell’informazione radiofonica e, come scrisse nel corso del 1946 sulle pagine de «Il Popolo» Mario Scelba, Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni, era necessario fare in modo che la radio non diventasse uno strumento nelle mani dei partiti, e in particolare di quelli che stavano al governo; bisognava creare le condizioni per cui essa potesse operare con lo scopo di offrire un servizio ai cittadini ai quali si riconosceva il diritto di intervenire e di dire la propria, come in una sorta di arena pubblica. Per vigilare sull’indipendenza politica e l’obiettività informativa delle radiodiffusioni nell’aprile del 1947 venne istituita con Decreto Legislativo del Capo Provvisorio dello Stato una commissione parlamentare di vigilanza.


L’accantonamento in quegli anni di un consapevole dibattito politico sull’obiettività non stupisce soprattutto in considerazione di quanto accadeva al sistema dell’informazione generale; tutto rientrava nella logica seguita dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa nel nostro paese, e più in generale in Europa, in cui gli organi di informazione non sono mai stati considerati detentori di un quarto potere indipendente.


 


Nell’immediato dopoguerra anche dal punto di vista della programmazione era necessaria una rapida ed efficace ristrutturazione. Il 3 novembre 1946 vengono creati due diversi programmi a diffusione nazionale, denominati Rete Rossa e Rete Azzurra. La loro programmazione è complementare: musica/prosa, opera/varietà, musica sinfonica/musica leggera. I programmi sono di buona qualità e vengono pianificati con almeno tre mesi di anticipo iniziando ad articolarsi seconda una più chiara struttura a palinsesto. Accanto alle reti Rossa e Azzurra, a partire dal 1 ottobre 1950 si affianca il Terzo Programma.


Andava così prendendo forma la riorganizzazione della radiofonia sancita ufficialmente il 30 dicembre 1951, data in cui viene attivata una riforma delle trasmissioni radiofoniche sulle reti nazionali, distribuite su tre canali differenziati e complementari: il Programma Nazionale prevalentemente informativo, il Secondo Programma più di intrattenimento, il Terzo Programma a carattere culturale. Con questa riforma, la radio italiana dimostrava ancora una volta di ispirarsi al modello della BBC che, infatti, nell’immediato dopoguerra affiancò al suo primo canale, un secondo (1945) e un terzo (1946) differenziando l’offerta per quanto riguarda i contenuti con la modalità seguita solo qualche anno più tardi dalla RAI.


La scelta di differenziare i programmi derivava da un’attenzione maggiore dedicata dall’ente concessionario ai diversi gusti e esigenze del pubblico. È infatti molto intensa l’attività del neonato Servizio Opinioni che, mediante le ricerche statistiche e il contatto diretto con il pubblico, cerca di sondare in profondità le preferenze degli ascoltatori nel tentativo di proporre strategie e novità per adeguare l’offerta alle loro aspettative. E il pubblico sembra apprezzare: è infatti al periodo compreso tra la ricostruzione degli impianti e l’avvento della Tv che risale il primo autentico boom radiofonico italiano. Da 1.646.466 ascoltatori del 1945, si passa a 2.242.507 del 1948, per arrivare a 4.761.032 del 1953. L’incremento è vertiginoso, pari al 290%.


 


Negli anni immediatamente successivi al conflitto, la programmazione radiofonica non subì variazioni di rilievo. L’offerta prevedeva numerose rubriche culturali, trasmissioni di prosa, quelli di musica lirica, classica e leggera. Comparvero poi alcuni programmi di servizio (Sulla via del ritorno, Ricerche di connazionali) legati alla situazione contingente del paese e destinate ai reduci o alle famiglie dei dispersi. Comunque, dopo gli anni bui della guerra, il pubblico per la maggior parte chiedeva evasione e intrattenimento ed era attratto dalla cultura che arrivava dall’altra sponda dell’Atlantico. Così in quel periodo crebbero numericamente ed ebbero grande successo le radioriviste (Cico e Pallina, Il bilione, Vi parla Alberto Sordi) e i radiodrammi, molti dei quali mettevano in scena testi stranieri (Verso Damasco, Faust). Ampio spazio trovarono anche i programmi di stampo educativo, rivolti al pubblico in età scolare ma non solo (La radio per le scuole, Classe unica, Università Internazionale Guglielmo Marconi), e l’informazione politica (Voce dei partiti, Cronache della ricostruzione, L’Italia com’è).


Alcune novità di rilievo si ebbero all’inizio degli anni Cinquanta, periodo in cui si andava concretizzando la riforma varata nel 1951 di cui si è detto sopra. La riforma della RAI portò ad un potenziamento dell’informazione con la nascita del giornale radio del Secondo Programma, Radiosera, concepito come un magazine con una impaginazione più agile e moderna. Allo stesso tempo lo stile complessivo dei GR mutò notevolmente e nacque il giornalismo radiofonico sul campo. Vennero poi varate alcune rubriche sull’attualità cinematografica (Ciak) e sul costume (Tuttigiorni) ed iniziarono diversi programmi basati su quiz musicali (Il campanile d’oro, Il motivo in maschera) e di varietà (Succede a Napoli, Sette giorni a Milano). Da segnalare inoltre, nel 1952, la nascita di Notturno dall’Italia che proponeva, riprendendo una formula già molto diffusa nel resto d’Europa, musica non stop alternata a brevi notizie. Infine grande riscontro di pubblico ebbero i radiodocumentari (Notturno a Crosso, Viaggio in Italia, La ricostruzione del Polesine).


 


5. Nell’era della televisione. 3 gennaio 1954, ore 11.00: ha inizio in Italia il servizio televisivo regolare. Così si chiude la storia della radio. Almeno questo è quello che pensavano molti. Si sbagliavano.


Se è vero che il nuovo mezzo affascina e conquista subito tutti, la sua diffusione all’inizio è assai limitata e presenta notevoli differenze quantitative tra nord e sud del paese; solo nel 1958 la televisione supera la soglia del milione di abbonati a fronte degli oltre 7 milioni raggiunti nello stesso anno dalla radio.


Da subito però fu chiara la necessità per la radio di elaborare strategie di difesa per garantirsi la sopravvivenza. La Tv infatti, non solo stava rapidamente invadendo il mercato, ma assorbì rapidamente le modalità comunicative che erano state tipiche del mezzo radiofonico, ne sfruttò i generi e i formati più collaudati, gli sottrasse divi e personaggi. Accanto a questo, dal pubblico veniva la richiesta di un’offerta diversa in grado di soddisfare le mutate abitudini di ascolto ed era necessario rispondere con prontezza a questa domanda.


La RAI però non comprese immediatamente quali avrebbero potuto essere le ricadute e le implicazioni di quanto stava accadendo così che non reagì sul piano editoriale e non cambiò in modo sostanziale la sua programmazione. Per un rinnovamento profondo dei palinsesti e dei programmi bisognerà aspettare ben oltre la seconda metà degli anni Sessanta.


 


Il confronto con la “grande sorella”, rese indispensabile una profonda ristrutturazione organizzativa dei programmi radiofonici che necessitavano urgentemente di essere sintonizzati con lo spirito del pubblico e con le sue esigenze. Ampliamento, specializzazione, duttilità espressiva: queste le linee guida che orientarono le strategie di questo impulso al rinnovamento. La riforma diventa ufficialmente operativa il 1 gennaio 1967; si tratta, come ha osservato Monteleone (1992), non di un semplice ritocco al maquillage, ma di una profonda opera di ristrutturazione.


I tre canali cercano di assumere – ma non sempre ci riescono – con maggior chiarezza una propria fisionomia e una funzione complementare. Nuove trasmissioni vengono ideate e prodotte, programmi destinati ad entrare nelle storia e nelle abitudini di ascolto del pubblico come La Corrida, Sabato del Villaggio, Per voi giovani, Chiamate Roma 3131, Alto gradimento, Bandiera Gialla. L’offerta nel complesso viene ritagliata sulla quotidianità dell’ascoltatore e sui suoi ritmi di vita e questo conferisce alle trasmissioni una struttura più dinamica. Inoltre, le trasmissioni culturali vengono alleggerite, sia nel linguaggio che nei contenuti, e una maggiore attenzione viene data all’attualità. Poi, venne ulteriormente potenziata l’informazione:  le edizioni del giornale radio passano da 26 a 32; Radiosera viene caratterizzato per l’ampiezza e la varietà dei servizi e il GR del Terzo Programma per l’approfondimento e la riflessione sugli avvenimenti politici; i Gazzettini regionali vengono ristrutturati; nascono nuove rubriche come Sette arti, che offriva un aggiornamento sul mondo della cultura e dello spettacolo, e Speciale GR, spazio di dedicato a servizi monografici. 


 


Negli anni che vedono l’affermazione della tv e la radicale trasformazione della radio, il Servizio Opinioni della RAI rilevò che il cambiamento più significativo e interessante non riguardava tanto il dato quantitativo, quanto piuttosto la durata media dell’ascolto e la distribuzione del pubblico nelle diverse fasce orarie. A metà anni Sessanta 24 milioni di italiani ascoltano la radio, un milione e mezzo in più rispetto a dieci anni prima. Inoltre ben il 42% può essere considerato un ascoltatore fedele, nel senso che la ascolta tutti i giorni o quasi. È inoltre interessante rilevare che, se la prima serata è ormai televisiva, la radio invade nuove fasce orarie, quelle diurne, diventando una piacevole compagnia durante le ore di lavoro e un sottofondo alle diverse attività svolte da ciascuno. Si tratta di una nuova modalità di fruizione, un nuovo ruolo che acquisterà un peso sempre  maggiore che porterà la radio a divenire la “colonna sonora” delle nostre giornate. La radio di quegli anni aumenta la sua differenziazione interna, che si manifesta nei palinsesti, e presta una maggior attenzione alle esigenze dei pubblici divenuti per lei più significativi, e cioè casalinghe e giovani.


 


È facile rendersi conto della versatilità straordinaria mostrata dal mezzo radiofonico e della sua non comune capacità di adattarsi ai cambiamenti della società. Nella sua storia, la radio ha svolto una pluralità di funzioni e ha rivestito una molteplicità di significati: si è rinnovata, rigenerata, ha cercato e trovato di epoca in epoca nuovi ruoli, è riuscita a mantenersi sempre “in sintonia con lo spirito del tempo[9]. Grazie alla sua flessibilità culturale e tecnologica ha potuto e saputo cambiare il suo volto, la sua fisionomia, divenendo di volta in volta qualcosa di profondamente diverso. Non si è fossilizzata nella forma culturale che aveva consolidato fino a quel momento né si è cristallizzata nella sua originaria funzione sociale, ma si è evoluta insieme alla società che la circondava.


Sebbene la scatola sonora pagasse lo scotto di un opprimente complesso di inferiorità, bisognava reagire perché era necessaria una metamorfosi che la destinasse ad una nuova dimensione culturale e sociale; questa trasformazione, una vera e propria “mediamorfosi[10], non si preannunciava né rapida né indolore. Non pochi furono coloro che, sostenendo la teoria dell’ascolto per necessità, pronunciarono un verdetto definitivo dando la radio per spacciata. Secondo costoro, l’introduzione di un mezzo audio-visivo tecnologicamente più evoluto avrebbe mostrato che la pratica di massa di ascoltare la radio non era frutto di una scelta precisa e consapevole, ma era in realtà dovuta alla mancanza di opzioni.


Non era così. La prova migliore a confutazione di quella ipotesi risiede nello straordinario sviluppo della radio in epoca televisiva. Se fino all’arrivo della tv la funzione sociale della radio era stata quella di fungere da catalizzatore in grado di riunire la famiglia davanti all’apparecchio domestico, a partire dagli anni Cinquanta e in modo più sostanziale nel corso degli anni Sessanta, la radio diventa uno strumento di comunicazione personale e portatile.


Sono gli anni di una vera e propria rivoluzione tecnologica: l’introduzione del transistor permette alla radio di miniaturizzarsi e lo sviluppo della tecnologia delle batterie gli consente di emanciparsi dai cavi elettrici dell’allacciamento domestico. Davanti al fascino esercitato dalla televisione sul pubblico, la radio ha dovuto e saputo affrontare la perdita della centralità nell’ambiente domestico riuscendo a trasformarla da fattore di debolezza in un punto di forza: da questo momento in poi la radio sarà sempre di più uno strumento individuale e mobile.


Di fatto, con il passare del tempo, ci si è resi conto che l'arrivo della televisione, con la conseguente spinta alla competizione e al confronto, non solo non ha causato la scomparsa della radio dal panorama dei mezzi di comunicazione ma anzi gli ha dato la possibilità di defilarsi dal centro dell'attenzione e di elaborare e mettere in pratica nel corso degli anni una strategia che gli ha permesso di sedurre nuovamente il pubblico e di acquisire un ruolo stabile all'interno delle diete mediali dei consumatori.


 


6. Fine del monopolio e sistema misto. Nonostante tutte le trasformazioni e i cambiamenti, la radio monopolistica non sembrava più sufficiente a rispondere alle nuove esigenze di comunicazione della società italiana che si cominciavano a manifestare prepotentemente e soprattutto appariva incapace di reagire al movimento sessantottino con la sua richiesta di informazione alternativa.


La convenzione, approvata con il D.P.R. 26 gennaio 1952 n. 180, con la quale il governo concedeva in esclusiva alla RAI i servizi delle radioaudizioni circolari scadeva il 15 dicembre 1972.


La costituzionalità del monopolio statale in materia radiotelevisiva era stata nel frattempo riconosciuta dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 59 del 13 luglio 1960. Oltre alla limitatezza delle frequenze utilizzabili, la Corte giustificava la riserva allo Stato perché lo considerava capace di garantire meglio dei soggetti privati l’obiettività, la completezza e la continuità delle trasmissioni.


In vista della scadenza della convenzione tra Stato e RAI, il dibattito sulla legittimità del monopolio e sulla necessità di riformare la concessionaria pubblica si fece molto vivace ma l’unica soluzione a cui si arrivò fu quella del governo Andreotti di prorogare per un ulteriore anno la concessione in esclusiva alla RAI dei servizi radiotelevisivi.


Un forte impulso alla creazione di un sistema radiotelevisivo misto viene data da due sentenze della Corte Costituzionale depositate nel luglio del 1974.


La prima, la n. 225, interviene su una vicenda accorsa nel giugno del ’74 quando il ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni, Giovanni Gioia, aveva emanato un decreto con cui ordinava l’offuscamento e l’abbattimento dei ripetitori di Tele Capodistria e della TV Svizzera. Nella sentenza si afferma che lo smantellamento degli impianti di ritrasmissione di queste televisione avrebbe costituito una minaccia ad un bene essenziale di ogni democrazia che voglia essere veramente tale: la libera circolazione di idee. La Corte Costituzionale, comunque, osservava che il monopolio statale era legittimo e trovava il suo presupposto nel numero limitato di frequenze riservato all’Italia. Infatti, se si fosse posto fine alla riserva dei servizi radiotelevisivi allo Stato, questo avrebbe in realtà portato alla formazione di oligopoli privati dato che non ci sarebbero state sufficienti frequenze di trasmissione per soddisfare tutte le eventuali richieste.


La seconda sentenza è la n. 226 con la quale la Corte si pronuncia sulla riserva statale della TV via cavo, riconoscendone la sua legittimità solo su scala nazionale e liberalizzando così le emittenti che operavano in ambito locale dove non si rischiava che si creasse una situazione di oligopolio. In questo senso si potrebbe affermare che la straordinaria crescita della televisione produsse al suo interno le motivazioni che hanno condotto alla ridefinizione istituzionale degli strumenti di comunicazione di massa creando le condizioni che hanno reso possibile la rottura del monopolio pubblico e l'instaurazione di un sistema misto.


Inoltre con la prima delle due sentenze la Corte Costituzionale si pone il problema di quali avrebbero dovuto essere le garanzie che dovevano accompagnare la sottrazione del sistema radiotelevisivo alla libera concorrenza. Obiettività, completezza dell’informazione, ampia apertura a tutte le correnti politiche, culturali e ideologiche, imparzialità, rispetto del diritto di accesso: questi i criteri fondamentali che vengono individuati dalla Corte e che a suo avviso devono essere rispettati perché il monopolio statale possa essere considerato conforme ai principi costituzionali. Nella sentenza si afferma esplicitamente che, vista l’incapacità della legislazione fino a quel momento vigente di garantire il rispetto dei principi individuati, è necessario con urgenza l’intervento del legislatore per definire nuove regole per il servizio pubblico.


 


L’invito della Corte Costituzionale viene raccolto e attuato nella legge n. 103 del 14 aprile 1975. La legge regola tre importanti questioni fondamentali: il servizio di diffusione radiotelevisiva; l’utilizzo di impianti di diffusione sonora e televisiva via cavo; l’installazione di ripetitori privati destinati alla diffusione via etere di programmi esteri e nazionali. La legge riconosce la legittimità della riserva statale a patto che la concessionaria nell’offrire “un servizio pubblico essenziale a carattere di preminente interesse generale[11] garantisca il rispetto dei principi di indipendenza, pluralismo e obiettività. Si sancisce, dunque, la creazione di una nuova commissione parlamentare di 40 membri per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi.


Inoltre la legge sanciva la legittimità delle emittenti via cavo con un bacino d’utenza non superiore ai 150.000 abitanti. L’autorizzazione per l’installazione degli impianti di trasmissione viene rilasciata dal Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni mentre quella a diffondere dalla Regione. Infine la legge consentiva la ripetizione dei programmi esteri e nazionali via etere previa autorizzazione del Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni a cui spettava il compito di verificare che non vi siano interferenze con il servizio pubblico nazionale e che i programmi esteri siano epurati dagli spazi di carattere pubblicitario. Con questa legge si cercò di introdurre all’interno della società concessionaria un nuovo pluralismo che nella pratica si tradusse nella creazione di una nuova organizzazione aziendale che prevedeva l’autonomia della produzione e della programmazione sia per le reti che per le testate giornalistiche. Vengono così realizzate delle strutture centrali autonome, articolate per il settore radiofonico in tre reti (RadioUno, RadioDue e RadioTre) e in altrettante testate (GR1, GR2, GR3). In realtà questo modello era stato costruito a misura della TV ed era stato applicato anche alla radio senza modifiche e variazioni che tenessero conto delle caratteristiche peculiari e delle potenzialità specifiche del mezzo radiofonico.


Inoltre la riforma trasferendo il controllo sulla RAI dal Governo al Parlamento, cerca di introdurre anche un pluralismo politico all’interno dell’azienda pubblica che fino a quel momento era appannaggio delle sole forze di maggioranza. Tuttavia la concezione di pluralismo inteso come differenziazione del controllo politico sulle diverse reti, impedì ai tre canali radiofonici di dar vita a linee editoriali, strutture e programmi differenziati in base al pubblico. In questo modo le tre radio pubbliche finiscono per omologarsi e perdono ogni carattere distintivo che in passato ne caratterizzava lo stile e la cifra comunicativa; così esse si pongono in una situazione di concorrenza anziché di complementarietà e rinunciano ad instaurare con i rispettivi ascoltatori un meccanismo di fidelizzazione. Per quanto riguarda l’informazione radiofonica del dopo-riforma, c’è comunque da sottolineare una differenziazione editoriale fra le tre testate giornalistiche.


 


A cambiare nuovamente le regole del gioco, sancendo la fine definitiva del monopolio pubblico, è la sentenza della Corte Costituzionale del 28 luglio 1976 n. 202. Dichiarando incostituzionali gli articoli 1, 2, 14, e 45 della legge 103, la C.C. autorizza le trasmissioni radiofoniche e televisive via etere “di portata non eccedente l’ambito locale”. La liberalizzazione è ormai definitiva e da questo momento prende avvio il cosiddetto periodo della deregulation, una fase contrassegnata dalla mancanza di leggi in materia radiotelevisiva e dall’uso selvaggio dell’etere da parte dei soggetti privati. La creazione di un mercato in cui operatori pubblici e operatori privati si trovano a competere sullo stesso piano determinava una condizione potenzialmente piena di occasioni di miglioramento e di crescita. E infatti, la radiofonia, mentre la TV si affossava lentamente ma inesorabilmente nel duopolio RAI-Mediaset, è riuscita a sfruttare pienamente questa occasione dando vita ad un mercato in cui una pluralità di imprese pubbliche e private, nazionali e locali propongono agli utenti una grande varietà di prodotti.


 


Come detto sopra, nel luglio del ’76, la Corte Costituzionale liberalizza le radio e le televisioni che trasmettevano via etere in ambito locale. Comincia quindi ad affermarsi in Italia quel sistema misto pubblico/privato che influenzerà fino ai nostri giorni l’organizzazione del settore radiotelevisivo. Nel periodo che va dall’emanazione della sentenza che pone fine al monopolio fino alla fine degli anni Settanta si operò in una sostanziale assenza di un chiaro e organico impianto normativo; si trattò di una fase di transizione in cui le leggi esistenti furono soggette a continue e difformi interpretazioni.


In quegli anni il fenomeno più vistoso fu quello della radio, un vero e proprio boom. L’aumento delle emittenti private è a dir poco vertiginoso: nei primi mesi dopo a sentenza del ’76 la loro consistenza è di 582 radio, nel ’77 di 1.176, fino ad arrivare a 2.500 nel ’78. Dietro un tale successo vi è la capacità da parte dei privati di essere riusciti ad adeguare il mezzo radiofonico alle nuove esigenze della società: la radio riesce a dare voce a quelle richieste di cambiamento e di modernizzazione che attraversano il paese.


Sono questi gli anni in cui si sviluppano le “radio libere”. Sono due le tipologie di radio che si affermano nel nostro paese: da un lato le emittenti libere in senso stretto (come Radio Popolare di Milano, Radio Città Futura di Roma, Radio Alice di Bologna) tutte caratterizzate da un forte impegno politico e dalla scelta precisa e consapevole di farsi portavoce della “contro-informazione” che si poneva come alternativa a quella che veniva definita “informazione di regime”; dall’altro le stazioni con vocazione prettamente commerciale che basavano il loro palinsesto su una consistente programmazione musicale e su trasmissioni con scopo di intrattenimento.


 


Nei cinque anni che intercorrono tra la riforma della RAI e la fine del decennio, si assiste dunque ad una frantumazione dell’offerta che fa divenire l’ascoltatore il protagonista consapevole del mercato dato che con le sue scelte di consumo influenza la futura evoluzione del settore. Nel complesso si osserva un calo degli ascoltatori che, se nel 1975 erano più di 22 milioni, nel 1980 scendono a meno di 20 milioni. Nello specifico, la RAI perde più di 9 milioni di ascoltatori a favore delle radio private che registrano un trend positivo costante arrivando ad attestarsi, nel 1980, a più di 9 milioni di ascoltatori nel giorno medio. Chi sceglie la RAI, lo fa soprattutto per la funzione informativa; a preferire le emittenti private sono in particolar modo i giovani che dalla radio cercano fondamentalmente musica e evasione.


Già ad un solo anno di distanza dall’entrata in vigore della legge di riforma la Commissione Parlamentare di Vigilanza constatando lo stato di crisi invitava la RAI a meditare sull’impostazione generale della radiofonia. La RAI accoglie questo invito e nel luglio ’78 il CdA approva il Documento di ristrutturazione della radiofonia. In esso si prende atto della mutata situazione in cui la radio pubblica si trova ad operare e del mancato sviluppo delle identità delle diverse emittenti. Le premesse erano positive ma si attuavano in un progetto di intervento inadeguato che comunque restò disatteso a più di un anno di distanza.


 


7. La radio degli anni Ottanta e Novanta. Il nuovo decennio si apre all’insegna del vuoto normativo destinato ad avere ripercussioni consistenti sull’evoluzione dell’offerta. La radio viene lasciata a se stessa, costretta a ritagliarsi uno spazio tutto suo in un mercato in cui a fare da padrona è la televisione. La radio di fatto si ritrova ai margini del sistema, in generale all’interno del mercato, e nello specifico anche all’interno della RAI, dove tutti gli sforzi sono rivolti a vincere la battaglia degli ascolti televisivi contro la televisione privata.


Gli anni Ottanta si aprono per la RAI in una situazione di profonda crisi. Molteplici ne sono le cause: la mancanza di una direzione efficace, la paralisi del Consiglio di Amministrazione, l’aumento dei costi, l’estrema politicizzazione delle nomine, l’assenza di una strategia chiara e lineare.


Per quanto riguarda la radiofonia in particolare, la RAI pagava lo scotto di una cultura radiofonica e di una struttura produttiva non adeguate per il confronto con le radio private. Il grande boom di queste ultime aveva infatti rilanciato il mezzo radiofonico su direttrici editoriali a cui la concessionaria pubblica non riuscì ad adeguarsi con prontezza. Era necessario correre urgentemente ai ripari e così, nel novembre del 1982, venne varato un nuovo progetto di rilancio della radiofonia presentato dall’allora Direttore generale Biagio Agnes.


Se la programmazione del mattino non subì variazioni consistenti, quella del pomeriggio viene arricchita con la creazione di due programmi stereofonici in FM, Radostereouno e Radiostereodue, basati su una programmazione musicale e uno stile complessivo ricalcato da quello delle private. Si trattò di un tentativo volto a recuperare il pubblico giovane e femminile, cioè quelle fasce di ascoltatori la cui perdita era stata più consistente. Non si riscontrò però un gran successo, anche in virtù del fatto che le due reti si proponevano con una offerta molto simile e una programmazione indistinta, erano cioè privi di una precisa e chiara caratterizzazione.


 


Nel frattempo iniziò a costituirsi la radiofonia commerciale nazionale quando alcune stazioni iniziarono ad estendere il proprio segnale ad aree sempre più vaste nei cui confini erano comprese più di una regione. La legge in vigore riconosceva il diritto delle radio private di trasmettere solo in ambito locale; tuttavia esse trovarono il modo di aggirare questo vincolo. In sostanza diedero vita, ispirandosi al mondo della radiofonia statunitense, a dei network a cui si affiliavano diverse emittenti locali che ripetevano il segnale della capofila. Sempre nel corso degli anni Ottanta le radio private si trasformarono anche per quanto concerne la loro programmazione. Se agli albori della radiofonia privata essa era sostanzialmente omologata, ora si assisteva ad una vera e propria segmentazione e specializzazione dei prodotti offerti nel tentativo di individuare precisi e differenti target a cui proporre una programmazione studiata ad hoc.


 


Tra il 1983 e il 1989, la RAI accusa una perdita di circa un milione di ascoltatori e questo determina, negli ultimi anni del decennio, il sorpasso delle emittenti commerciali per quanto concerne il numero degli ascoltatori. La radio pubblica mantiene comunque il primato nella fascia oraria del primo mattino, a riprova del ruolo informativo che essa continuava a ricoprire nelle diete mediali dei consumatori. Si assiste inoltre ad un incremento dell’ascolto nella fascia pomeridiana dovuto soprattutto all’aumentata audience delle radio private.


 


Gli anni Novanta si aprono con l’approvazione della legge n. 223, la legge Mammì. Questa legge, che viene varata con l’intento di fare ordine in un settore privo di regole chiare e univoche, pur sancendo la legittimità della radiodiffusione commerciale sia su scala locale che nazionale, nei fatti si limita a rendere legale a tutti gli effetti la situazione così come si era configurata. La legge Mammì stabilisce per le emittenti commerciali nazionali un limite minimo di copertura dell’intero territorio nazionale pari al 60% e impone inoltre l’obbligo per queste radio di trasmettere notiziari quotidiani e unicamente pubblicità nazionale. Altre norme vengono sancite per le emittenti locali ma esse non vennero applicate; quindi nei fatti, le radio commerciali che operavano in un contesto locale continuarono a farlo in una situazione di grande incertezza.


 


Nel corso degli anni Novanta la radio ha conosciuto in Italia un successo inaspettato. Se nel decennio precedente il suo pubblico oscillava complessivamente intorno ai 25 milioni, ora comincia progressivamente e costantemente ad aumentare. Nel solo 1991, l’audience radiofonica aumenta di 3,7 milioni di unità. Questo probabilmente per effetto della guerra del Golfo che ne fa apprezzare le grandi doti e potenzialità come mezzo di informazione in tempo reale. Per questo molti analisti si sono convinti che la radio stia vivendo una seconda giovinezza, una rinascita alle cui origini risiede principalmente una richiesta di informazione tempestiva e precisa che si distacca completamente dal mondo della televisione e dei giornali.


 


Nel 1990, venne approvata un’ulteriore ristrutturazione con il Piano per la radio. Viene prevista una nuova organizzazione delle tre radio pubbliche in base ad una differenziazione della loro offerta. RadioUno si specializza nell’informazione, RadioDue con un palinsesto generalista nell’intrattenimento e RadioTre conferma la sua missione culturale. In questo modo le tre reti tentano di acquistare – forse sarebbe più corretto dire ritentano – un’identità definita e riconoscibile e si propongono come alternative e complementari. RadioRai dunque ha cercato di rilanciarsi su un mercato in cui, però, sono le radio private a fare la parte del leone e a controllare ben tre quarti dell’ascolto complessivo. C’è comunque da sottolineare che nella classifica delle singole emittenti più ascoltate RadioUno conserva stabilmente il primato, RadioDue lotta con le private per la medaglia d’argento e RadioTre è in coda tra le prime dieci.


 


Il sistema della radiofonia privata si è strutturato con un’offerta ricca e articolata: ai margini vi è una nebulosa di emittenti locali estremamente variegate per quanto riguarda la programmazione proposta agli ascoltatori; un gruppo di circa una ventina di radio sono insediate nelle grandi città, in grandi aree metropolitane o in bacini interregionali; protagoniste della scena radiofonica sono comunque otto-dieci imprese radiofoniche nazionali. Tra queste ricordiamo: RTL 102.5, Radio Deejay, Radio Dimensione Suono, Radio 105, Radio Italia Solo Musica Italiana. Si tratta di emittenti che si sono date un format chiaro e ben studiato e un’offerta musicale calibrata sul target a cui si indirizzano prioritariamente; sono per lo più radio di flusso che strutturano la loro programmazione in base ad un clock orario in cui si incastonano le sequenze di canzoni, i parlati, la pubblicità. Il tutto viene confezionato cercando di dare alla propria radio caratteri distintivi e peculiari che la differenzino dalla concorrenza, in modo tale da generare quei meccanismi di fidelizzazione che sono alla base di un successo costante.


Nel corso degli anni si è poi assistito ad un crescente interesse da parte della radiofonia privata per l’informazione. Se all’inizio essa rappresentava un obbligo di legge[12], successivamente si è trasformata in un’occasione di crescita e in un “valore aggiunto” con cui arricchire la propria radio. Profondamente diversi da quelli di RadioRAI, i notiziari delle radio pubbliche sono brevi, ricorrenti e inseriti nell’andamento ciclico del clock orario che scandisce i tempi e i ritmi della programmazione.


Di recente si è poi verificata una forte attrazione tra i grandi gruppi editoriali e la radio. Il Gruppo l’Espresso ha acquisito ben tre radio nazionali: Radio Deejay, Radio Capital e Italia Radio; inoltre su Kataweb, il portale multimediale che fa capo allo stesso gruppo, trova spazio una Internet Radio. Anche il gruppo Il Sole 24 Ore, nel contesto della sua strategia multimediale, ha lanciato con grande successo un’emittente radiofonica, Radio 24 Il Sole 24 Ore. Il rilancio di Radio 101 per farla diventare un network nazionale è fra i progetti di espansione del Gruppo Mondadori. Il Gruppo editoriale di Segrate ha versato 42 milioni di euro per  acquisire l’emittente, che era sottoposta a sequestro giudiziario. Ora ne spenderà altri  20 in tre anni  per il potenziamento.


 


Qual è dunque l’assetto della radiofonia pubblica alla fine degli anni Novanta? La RAI è dotata di tre emittenti radiofoniche nazionali strutturati in reti ad onde medie (AM) ripetute in modulazione di frequenza (FM). La rete in AM è notevolmente invecchiata e ha una copertura parziale; la rete in FM non è molto efficiente a causa delle interferenze anche se migliorata rispetto al passato. A questi tre canali, si aggiungono Isoradio e GR Parlamento. La prima fornisce, in collaborazione con la società Autostrade Per L’Italia, informazioni utili sul traffico, accompagnate da una programmazione musicale, e trasmette in isofrequenza; il secondo, varato nel 1998, propone le dirette dei lavori del Parlamento, l’informazione del GR1 e una serie di approfondimenti legati ai temi politici.


Inoltre, la RAI effettua le trasmissioni per l’estero di RAI International o diffondendole direttamente via satellite o inviando cassette registrate alle emittenti estere che provvedono alla messa in onda sul loro territorio.


Negli ultimi anni del decennio, la differenziazione delle tre reti è diventata più evidente anche se la coerenza interna dei formati dei singoli canali costituisce ancora un tasto dolente come pure le logiche di programmazione che stentano a caratterizzarsi in modo definitivo.


C’è anche da notare che, dato l’ingresso dei grandi gruppi editoriali nel mercato della radiofonia, la concessionaria pubblica ha dovuto affrontare la concorrenza anche sul suo terreno di gioco: quello della radio di informazione, di servizio e di parola.


 


Come sta oggi RadioRAI? “Si sente male!” Sia in senso metaforico che in senso letterale. Innanzitutto perde progressivamente ascolto; in secondo luogo deve fare i conti con il disinteresse nei suoi confronti da parte degli stessi vertici RAI che sembrano non crederci più nonostante il buono stato di saluto del fenomeno radio in genere.


Dal 15 maggio 2004 inoltre la RAI non trasmette più in onde medie (AM) i programmi di RadioDue e RadioTre adducendo motivazioni che riguardano il rinnovamento degli impianti di trasmissione. Questo non fa altro che aumentare i, peraltro già grandi, problemi di ricezione del segnale. La modulazione di frequenza (FM) dovrebbe garantire una copertura totale ma di fatto non è così: intere zone del nostro paese non sono raggiungibili e anche là dove il segnale arriva, non sempre è pulito e stabile, dovendo aprirsi un varco nella jungla radiofonica. Tutto questo con buona pace della natura pubblica del servizio che RadioRAI dovrebbe offrire.


Il Direttore generale Flavio Cattaneo promette nuovi investimenti e prospetta nuovi orizzonti grazie al digitale terrestre, nuove forme di sinergia con la televisione. E qui si ricade nell’errore di sempre. Sistema radiotelevisivo: non si lavora sulla radiofonia tenendo conto del mezzo in sé, delle sue peculiarità; la si accosta ancora, nonostante tutto, alla sorella maggiore. All’ordine del giorno sono poi le dichiarazioni sulle potenzialità del DAB, la tecnologia digitale per la radio, ma di fatto la strada è ancora lunga. Fermo restando che la si voglia percorrere davvero e con reale impegno.


Si è detto in apertura: radio e RAI, due treni che hanno viaggiato da sempre sullo stesso binario. Oggi sembra, però. che il comparto radiofonico sia per la RAI più che altro un vagone scomodo, un peso inutile, sul quale non vale la pena investire. Che il bivio sia imminente?


 


 


 


 


 


 


 


 


 








[1] E. Forcella, Storia della radio, storia del paese, in AA.VV., La radio storia di sessant’anni 1924/1984, ERI RAI,Torino, cit., p. 88.



[2] In «La Stampa» del 17 novembre 1934 riportato in F. Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia, 1992, cit., p. 86.



[3] F. Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia, 1992, cit., p. 127.



[4] Riportato in F. Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia, 1992, cit., p. 135.



[5] Espressioni attinte da F. Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia, 1992, cit., p. 147.



[6] Riportato in F. Monteleone, Storia della radio e della televisione in Italia, Marsilio, Venezia, 1992, cit., p. 157.



[7] Riportato in F. Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della RAI, FrancoAngeli Ed., Milano, 2003, cit., nota 3 cap. 1.



[8] Riportato in F. Chiarenza, Il cavallo morente. Storia della RAI, FrancoAngeli Ed., Milano, 2003, cit., nota 11 cap. 1.



[9] Espressione attinta da E. Menduni, Il mondo della radio. Dal transistor a Internet, Il Mulino, Bologna, 2001, cit., p.11.



[10] Sul concetto di “mediamorfosi” si veda R. Fidler, Mediamorfosi, Guerini & Associati, Milano, 2000.



[11] Queste le parole usate dal legislatore nel testo della legge n. 103/1975



[12] Si ricordi che la legge 223/1990 all’art. 20, comma 6 pone a carico delle radio nazionali l’obbligo di prevedere nella programmazione quotidiana degli spazi dedicati all’informazione.





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