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Andrea Novelli -Tesi/Ernesto Teodoro Moneta, giornalista, patriota risorgimentale, dalla direzione de “Il Secolo di Milano” al Premio Nobel per la pace (1867-1907). Relatore prof Francesco Abruzzo - Correlatore prof Giorgio Grossi. SINTESI.---------------------------

ERNESTO TEODORO MONETA.
UNA VITA PER LA PATRIA,
PER IL GIORNALISMO E PER LA PACE.

Nella storia del movimento pacifista italiano a cavallo tra il XIX e il XX secolo, la figura di Ernesto Teodoro Moneta si colloca in una posizione di assoluto rilievo sia per la sua attività prestigiosa di giornalista, che per il fervore della sua ideologia pacifista.


Nacque a Milano il 20 settembre 1833 dal nobile Carlo Aurelio Moneta e da Giuseppina Muzio; nonostante le origini nobili, la famiglia Moneta conduceva una vita semplice e priva di lussuose ostentazioni se si fa eccezione alla vasta casa, dotata di ampio giardino e di cortili, che si trovava nelle immediate vicinanze di Milano.


Dopo l’adolescenza, la sua vita si può riassumere brevemente in tre periodi che influirono in maniera diversa sulla sua personalità: quello del combattente risorgimentale, compreso tra l’insurrezione milanese del ‘48, di cui fu testimone diretto, e la battaglia di Custoza che concluse la sua carriera di militare; il periodo della attività giornalistica vera e propria, svolta come direttore del quotidiano milanese “Il Secolo”, tra il 1867 e il 1896; e il periodo più intenso della sua vita, quello più propriamente legato all’attività e alla propaganda pacifista, che copre il restante arco di tempo, fino alla sua morte. 


Nel 1918 Moneta morì, ottantacinquenne, dopo aver segnato per oltre un cinquantennio con la propria personalità il cammino della propaganda pacifista nel nostro Paese.


Il suo interesse attivo per la politica interna italiana nasce dall’esperienza risorgimentale che è quella che, sotto il profilo formativo, ha inciso più profondamente nel pensiero di Moneta.


Alla vigilia della campagna del ‘49, Moneta, allora studente sedicenne del Liceo di Brera, fuggì da Milano con due compagni per arruolarsi volontario nell’esercito piemontese, al di là del Ticino, ma il loro arruolamento non venne accettato per la loro giovane età.


 


L’inaspettata sconfitta di Custoza e l’armistizio di Salasco e la successiva disfatta di Novara, convincono il giovane Moneta a tornare a casa dove avrebbe aiutato la madre caduta in disgrazia dopo la perdita del marito.


Ricaduto il Lombardo-Veneto sotto la dominazione austriaca, negli anni che vanno dal 1849 al 1855, Moneta si occupò attivamente del movimento antiaustriaco, prima con una sua “Società segreta giovani d’azione”, poi nonostante il suo spirito repubblicano, con gli “Unitari” della “Società Nazionale Italiana” di Daniele Manin, organizzazione politica che intendeva promuovere l’unificazione nazionale intorno a casa Savoia.


Nel febbraio 1855 il Marchese Giorgio Pallavicino - succeduto a Manin nella presidenza della Società –,  direttore de “L’Unità Nazionale” e de “Il Piccolo Corriere d’Italia”, invitò Ernesto Moneta a collaborare ad entrambe le testate, ed egli accettò con entusiasmo.


Divenuto quasi cieco il Pallavicino, l’intera responsabilità dei giornali ricadde su Moneta.


Sebbene il giornalismo apparisse al Moneta come lo sbocco naturale della sua passione politica, nel 1859 quando, con la seconda guerra di indipendenza, ripresero le ostilità, egli avvertì fortemente il dovere di dare il proprio contributo alla causa nazionale.


Gli insuccessi dell’ultima campagna risorgimentale, l’esito della battaglia di Custoza  e l’umiliante soluzione, che portò il Veneto all’Italia solo attraverso l’intervento di Napoleone III, segnarono la crisi di coscienza che porterà il Moneta alla svolta decisiva della sua vita.


Già da tempo legato a Garibaldi da un solido rapporto di amicizia, fu da questo incaricato di sollevare entusiasmi e raccogliere adesioni in Brianza, allo scopo di rinfoltire le schiere dei “Cacciatori delle Alpi”, che si apprestavano a dirigersi su Bergamo e Brescia.


Subito dopo, egli stesso si arruolò assieme ai suoi fratelli tra i “Cacciatori delle Alpi”, fornendo un bell’esempio di entusiasmo patriottico. 


Teodoro raggiunse subito il grado di sottotenente, pur non avendo occasione di distinguersi, dato che il suo reggimento non poté partecipare ad alcuna azione militare. Quando Garibaldi si imbarcò per la Sicilia,  Moneta lo seguì e prese parte alla spedizione distinguendosi per le efficaci battaglie contro il brigantaggio.


Nonostante gli entusiasmi suscitati in lui dalla partecipazione al processo di unità nazionale e a numerosi episodi d’armi, la guerra gli appare come una necessità storica ormai superata, dal momento che ritiene non esistere problema e contrasto che i popoli e i loro governanti non possano risolvere pacificamente per via negoziale.


 


 


LA DIREZIONE DEL QUOTIDIANO MILANESE “IL SECOLO”


 


 


Moneta chiuse a 33 anni un periodo brillante della sua vita: abbandonò senza rimpianto la carriera militare per dedicarsi al giornalismo, lasciando così le battaglie delle armi per quelle non meno difficili del pensiero, che lo condussero nel giro di pochi anni ad un pacifismo sempre più convinto.


Come vedremo diventò direttore del più autorevole quotidiano milanese il “Secolo”.


Nei momenti difficili della storia del Paese il giornale era luogo di convegno degli uomini più autorevoli della sinistra storica, quali Garibaldi, Menotti, Stefano Canzio, Giuseppe Missori, Carlo Antongini.


Nel vivace ambiente del giornale fecero esperienza giornalisti che sarebbero poi diventati scrittori o direttori di varie testate.


Basta ricordare il nome di Eugenio Torelli Violler, fondatore e primo direttore del “Corriere della Sera” (1876), che fu tra i principali collaboratori di Moneta.


L’articolo di fondo, spesso firmato da Moneta, impostava quotidianamente il tono del giornale; era dedicato alla “Rassegna politica” e affrontava gli argomenti del giorno di maggiore importanza.


L’insistenza con la quale, dalle colonne del quotidiano milanese, egli toccava temi come il disarmo, l’arbitrato e l’abolizione del ricorso alla guerra, testimonia come in questi anni maturasse il suo passaggio dal militarismo al pacifismo.


In realtà, nonostante Moneta tenesse fede ai principi di indipendenza da qualsiasi movimento o formazione politica, per garantire l’obiettività del suo giornale, egli s’era venuto sempre più accostando «alle sollecitazioni della campagna pacifista che, per opera specialmente di Hodgson Pratt, dal 1870 aveva ripreso vigore in Europa».


Nel 1887, grazie alle premurose sollecitazioni dello stesso Hodgson Pratt, si poté invece costituire a Milano “L’Unione Lombarda per la Pace e l’Arbitrato Internazionale” alla cui fondazione Moneta collaborò, seppur non in forma ufficiale, e che segnò quindi l’inizio del terzo e più impegnato periodo della sua vita, quello dell’attività pratica a favore della propaganda pacifista.


 


Alla guida de “Il Secolo”, che sotto la direzione del Moneta aveva conosciuto un successo di pubblico rapido e strepitoso, arrivando a 115.000 copie tirate nel 1897, si insediò Carlo Romussi, uno dei principali esponenti del radicalismo lombardo, il quale non seppe, però, far fronte alla crisi nella quale il giornale cominciò a sprofondare a partire dai primi anni del Novecento, dovuta anche alla rapida ascesa del Corriere della Sera.


Con l’abbandono della direzione del quotidiano, Moneta si dedicò esclusivamente alla diffusione delle sue idee pacifiste.


 


IL PRIMO CONGRESSO NAZIONALE DELLA PACE. ROMA 1889


 


 


Verso la fine del 1888 i rappresentanti di cinque società pacifiste europee, riuniti in casa di Carlo Lemonnier, presidente della “Lega della Pace e delle Libertà”, decisero la convocazione di un Congresso Mondiale della pace da prevedere in concomitanza con la Grande Esposizione Mondiale di Parigi del 1889, alla quale sarebbe seguita una conferenza interparlamentare che prevedeva la partecipazione dei Deputati delle Camere rappresentative di tutte le Nazioni.


Ernesto Teodoro Moneta ebbe l’onore di essere il primo relatore del Congresso con un discorso sul tema “Del disarmo e dei modi pratici per conseguirlo per opera dei governi e dei parlamentari”.


Sottoposto ad una dura critica il militarismo, che giunge a riconoscere una positività della guerra, Moneta individua nel disarmo l’unico rimedio possibile. La partecipazione di Moneta al suo primo Congresso della Pace e la sua relazione, che sarà la prima di una lunga serie, stabiliscono i capisaldi sui quali si impernierà negli anni successivi la sua battaglia pacifista.


 


 


 LA PROPAGANDA PACIFISTA. L’ALMANACCO DELLA PACE.


 


La stessa proposta fu sostenuta anche al congresso di Berna del 1892, nel quale caldeggiò la creazione di un “Comitato Permanente delle Nazioni” al cui giudizio sottomettere le controversie internazionali.


Nel 1890 lanciò così l’Almanacco dal titolo “L’Amico della Pace”. L’opposizione del Moneta alla guerra, oltre che dalle sue convinzioni pacifiste e politiche, che basterebbero di per sé a giustificarla, era motivata anche da preoccupazioni militari. Lo scoppio di moti popolari provocò la caduta del governo Crispi; anche l’Unione Lombarda fece la sua parte in questo frangente, pubblicando e diffondendo un manifesto nel quale si invitavano gli Italiani ad opporsi alla prosecuzione della guerra; inoltre, una petizione in cui l’Unione Lombarda chiedeva al Parlamento di porre fine all’impresa africana raccolse in pochi giorni migliaia di firme.


Alcune iniziative della rivista ebbero un’eco internazionale che può sembrare oggi incredibile.


 


IL CONGRESSO NAZIONALE DI TORINO (1904) E


L’ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE DI MILANO (1906)


 


Ernesto Teodoro Moneta aveva ormai settant’anni quando pubblicò, nel 1903, il primo volume compendio storico dedicato a Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX. I successivi volumi furono pubblicati rispettivamente nel 1904, nel 1906 e nel 1910. L’opera, una sintesi di avvenimenti storici del secolo appena trascorso, era stata iniziata dal Moneta nel 1870, quando la memoria degli avvenimenti storici era ancora fresca, ma per i suoi numerosi impegni era stato costretto a lasciarla nel cassetto, mancandogli il tempo per darle una sistemazione definitiva.


Nel maggio del 1904 si svolse a Torino il I Congresso Nazionale della Pace. Nominato Presidente del Congresso per acclamazione, Moneta espose di nuovo le sue convinzioni pacifiste secondo cui la pace e la solidarietà sono il risultato dell’evoluzione civile della società e dei popoli. Egli propose inoltre “la partecipazione delle Società della Pace alle elezioni politiche ed amministrative”, ritenendo che le Società della pace dovessero sostenere tutti i candidati che dichiarassero di voler favorire lo sviluppo delle pacifiche relazioni con le altre nazioni.


Nello stesso anno partecipò al XIII Congresso Universale della Pace di Boston, dove fu eletto per acclamazione vicepresidente, a riprova del suo prestigio anche a livello internazionale, e nel 1905 prese parte ai lavori del XIV Congresso di Lucerna.


L’attesa inaugurazione del traforo del Sempione, nella primavera del 1906, segnò l’inizio di grandiosi festeggiamenti che si protrassero per tutto l’anno, sia in Svizzera che in Italia.


Particolare cura fu dedicata alla cultura e alla scuola; in questo ambito, proprio in quell’anno Moneta era riuscito ad ottenere dal Ministro della Pubblica Istruzione Boselli che in tutte le scuole, il 22 febbraio, venisse celebrata la Festa Mondiale della Pace.


Sempre nel 1907, si tenne a Perugia (20-22 settembre) il III Congresso Nazionale italiano per la pace, durante il quale venne decisa la costituzione della Federazione delle Società Italiane della Pace e l’istituzione di un Consiglio Generale Direttivo, di cui Moneta fu nominato Presidente.


 Nel 1907 l’ostinato lavoro di Moneta fu riconosciuto con il premio più prestigioso.


Una volta ricevuto il Nobel, una delle prime decisioni di Moneta fu quella di assegnare lire 20.000 all’Unione Lombarda, la quale deliberò la fondazione di un Premio Moneta (una grande medaglia d’oro con l’effigie di Moneta) da conferire a coloro che si fossero distinti nel sostegno offerto alla causa della pace in Italia.


 


LA GUERRA ITALO-TURCA


E LE CONTRADDIZIONI DELL’ULTIMO MONETA


 


Nel ultimi anni della vita di Moneta l’evoluzione dei fatti storici creò al grande pacifista più di un problema di coscienza. Ad anni di distanza, egli si chiese se l’atteggiamento suo e dei pacifisti italiani in quella occasione, non poteva avere nuociuto all’immagine del Paese, senza per altro aver recato alcun contributo reale alla causa pacifista.


Di fronte alla spedizione libica e alla guerra italo-turca (1911-1912) la posizione di Moneta appare indubbiamente molto contraddittoria. Nell’imminenza dello scoppio delle ostilità con la Turchia, Moneta convocò il Comitato direttivo della Società per la Pace, di cui era presidente, con l’intento di far approvare una dichiarazione che auspicasse una soluzione pacifica della questione tripolina. Il Comitato finì con l’approvare un ordine del giorno nel quale, riconoscendo la necessità storica dell’espansione coloniale dei popoli civili, si augurava che la conquista italiana della Tripolitania e della Cirenaica, per un paese a forte emigrazione come l’Italia, potesse rappresentare la creazione di una nuova fonte di benessere per tutti e, soprattutto, assicurando l’equilibrio nel Mediterraneo, contribuisse al mantenimento della pace europea.


Qui il teorico del pacifismo lascia il passo al patriota e al militare, che vede stringersi pericolosamente, intorno all’Italia, nel Mediterraneo, l’azione coloniale di Francia e Inghilterra, che già si erano insediate in Tunisia e in Egitto. Al tempo di Crispi la guerra aveva agito sulla borghesia come elemento di divisione, nell’1911, invece, agì come elemento unificante. Le giustificazioni con le quali Moneta cercò di spiegare la sua adesione alla spedizione libica non chiusero il profondo dissidio sorto con i più autorevoli rappresentanti delle correnti pacifiste europee.


Le affermazioni del Moneta in questa circostanza sembrarono e sembrano, di primo acchito, contraddittorie con quanto prima di allora sostenuto, ma diventano comprensibili alla luce del dualismo tra patriottismo e pacifismo che distingue e caratterizza il suo pensiero.


 


LA PRIMA GUERRA MONDIALE


 


Moneta, negli anni precedenti lo scoppio del primo conflitto mondiale, si era schierato, con decisione e senza riserve, contro i pericoli dell’irredentismo e dei vari nazionalismi, pur adeguandosi, nella formulazione delle sue teorie pacifiste, alla realtà storica del momento, per sostenere la necessità della difesa contro le possibili sorprese delle alleanze militari. Allo scoppio del conflitto mondiale la posizione di Moneta, pur se di aperta condanna per la politica degli imperi centrali, è contraddittoria. Moneta, cercando di giustificare la propria posizione, afferma che la sua attività di pacifista, tesa sempre a scongiurare le guerre, non è stata tradita, bensì travolta dalla volontà devastatrice della Germania e dell’Austria. Nel 1917, in occasione dello scoppio della Rivoluzione Russa, Moneta prende, infatti, posizione a favore dei rivoluzionari poiché vede in loro realizzate le aspirazioni che furono anche dei patrioti risorgimentali. A questi principi ideologici Moneta si mantenne fedele fino al termine della sua vita, sostenendo da un lato i sentimenti della nazione in guerra ed auspicando dall’altro la conclusione del conflitto.


La guerra appariva ancora lontana dalla sua conclusione, eppure Moneta, ormai vicino, lui sì, alla fine, non cessava di manifestare la sua fede nella pace mondiale. A qualcuno potrebbe sembrare facile utopismo, ad altri manifestazione di una speranza irrazionale che si ostinava a non voler guardare in faccia la realtà: sia l’uno che l’altro sarebbero giudizi offensivi, sia perché Moneta si è sempre dimostrato uomo concreto e lontano dagli intellettualismi, sia perché le sue idee pacifiste furono sempre fondate sull’analisi della situazione internazionale, non certo su dati astratti concepiti a tavolino, L’ultimo articolo della sua vita, pubblicato su “La Vita Internazionale” il 20 gennaio 1918, dal titolo “Wilson, Justitia et pax”, è dedicato al presidente americano Thomas Woodrow Wilson e all’esaltazione del discorso da lui tenuto al Congresso degli Stati Uniti d’America, con la proposta dei famosi “14 punti” per il mantenimento della pace.


Vi si può vedere un significativo recupero del suo pacifismo, vivificato dalla prospettiva di un “Patto della Società delle Nazioni” aperta proprio da Wilson.


La vita di Moneta presenta in se stessa una esterna discontinuità che influenza anche lo svolgimento del suo pensiero. Moneta non fu pensatore metodico e la testimonianza più evidente è nella frammentarietà della sua produzione pubblicistica, che rispecchia però compiutamente il fervore della sua ideologia e la profonda coerenza delle sue aspirazioni umanitarie. Essa è anzi la premessa necessaria della sua ideologia.


Il pacifismo, afferma infatti lo stesso Moneta nel 1909 — non mira a distruggere le patrie, fondendole nel crogiuolo del cosmopolitismo, bensì mira a integrarle tutte secondo giustizia ... Facendoci propugnatori della pace e della fratellanza fra le nazioni, eravamo felici interpreti dei principi predicati da quei grandi che avevano preparato la nostra Rivoluzione, proclamando primo dovere di far libera la patria.



Il Secolo


 


Il 1865 è l’anno dello slancio editoriale dell’azienda giornalistico libraria di Edoardo Sonzogno. Il giovane Sonzogno, Raffaele, decideva nel 1861 di trasformare la tipografia paterna in casa editrice. Il foglio di Raffaele fu così il primo giornale della sinistra costituzionale che esce a Milano e sarà anche quello che vende un maggior numero di copie rispetto ai quotidiani sorti in seguito dello stesso schieramento politico. Al momento della sua nascita era difficile pensare che potesse sorgere e prosperare a Milano un giornale popolare, liberale e democratico, senza l’appoggio di un partito che lo sostenesse. Il fine ultimo della stampa è per il “Secolo” quello di «dirigere e rappresentare» l’opinione pubblica, vista paternalisticamente come bisognosa di guida nell’intrico delle vicende parlamentari. Il giornale infatti si rivolgeva ad un pubblico notevolmente allargato rispetto a quello dei fogli moderati con la missione di  giudice o di sentinella.


 


La fisionomia del «Secolo»


 


 


Il nuovo organo della stampa milanese deve il suo successo essenzialmente a tre fattori:



  • La linea politica democratica (con venature radicali) garantita dal direttore Ernesto Teodoro  Moneta.

·        Il potenziamento della cronaca cittadina affidata all’avvocato Carlo Romussi;


·        Lo spazio dato alle rubriche di varietà e al romanzo a puntate imitando, come vedremo, la stampa francese.


Il «Secolo» scelse fin dall’inizio un’impostazione decisamente commerciale, che risentiva della impostazione della coeva e fortunata stampa francese, fieramente disprezzata dalla buona borghesia. Erano stati dislocati corrispondenti anche nei quartieri generali dell’esercito e nel campo dei volontari della Guerra, mentre al Quartiere Generale Superiore era stato mandato uno speciale incaricato. Nel marzo 1867 il giornale documenta un viaggio di Edoardo Sonzogno a Parigi. Il giovane imprenditore si era recato alla Esposizione Universale, e di lì spediva le sue corrispondenze al giornale. Da Parigi il Sonzogno portò grosse novità che contribuirono ad aumentare il successo del suo giornale come: la decisione di stampare non più uno, ma due romanzi d’appendice al giorno, (una grossa intuizione commerciale, in un momento in cui tutti i giornali italiani stampavano un solo romanzo) e venne ampliato il formato del giornale, portato al livello della «Lombardia». In tal modo il «Secolo», che costava 5 centesimi al numero, diventava il giornale più economico d’Italia.


L’aumento di spazio permise al giornale di incrementare la parte letteraria ed artistica


Il pubblico accoglieva i romanzi con l’animo dei fans: nell’aprile del 1876 il successo de Il ritorno e la fine di Rocambole di Ponson du Terrail e F. Guéroult fu tale che, per adempiere alle richieste di arretrati, l’amministrazione dovette farli ristampare.


Audace innovazione fu anche quella dell’illustrazione in prima pagina, con l’adozione del sistema paniconografico, nella seconda metà del 1869: piante della zona delle battaglie e ritratti, disegni delle Esposizioni Nazionali apparvero sulle pagine del quotidiano.


L’organizzazione del giornale va continuamente migliorando. Dalle 6.000 copie iniziali si passa alle 20.000 del 1872, alle 25.000 del 1875, alle 30.000 del 1876; contro le 7500 del «Pungolo», le 3.000 della «Perseveranza», le 3.000 della «Ragione», le 4.000 del napoletano «Diritto», le 12.000 della «Gazzetta d’Italia», le 10.000 della «Gazzetta del Popolo».


I primi direttori


 


Primo direttore del «Secolo» fu Eugenio Ferro, che aveva già lavorato nelle riviste Sonzogno e che passò poi alla «Gazzetta Ufficiale» e fu infine revisore al Senato; redattori Vincenzo Salvatore, che divenne poi direttore del Banco di Napoli a Venezia, Antonio Scalvini, poi impresario, e Eugenio Torelli Viollier.


Tranne il Torelli, agli inizi della carriera, tutti personaggi capitati casualmente nel mondo del giornalismo.


Nel dicembre 1866 la direzione viene assunta da Carlo Pisani, giornalista veneto e uomo del ‘48, che aveva fatto il Risorgimento nella più incrollabile fede monarchica.


Pisani era stato redattore alla «Gazzetta di Torino», dove aveva difeso la politica cavouriana dell’accordo con Napoleone e osteggiato la Convenzione di settembre.


Pisani venne licenziato dal «Secolo» per via della sua campagna errata alle elezioni comunali del 1867, nella quale combatté la candidatura di Cattaneo per la sua fede repubblicana e federalista.


Fino a Moneta, dunque, la linea del giornale è moderata, ma s’indovinano forti contrasti interni.


In questi anni del resto avviene la presa di coscienza politica sia da parte degli scapigliati intellettuali del «Gazzettino Rosa», giornale accesamente democratico finanziato da Sonzogno (che dirigeva «la Gazzetta di Milano»), sia dello stesso giovane imprenditore Edoardo.


Il «Secolo» unisce le sue forze a quelle della «Gazzetta di Milano» in occasione della battaglia contro la giunta comunale milanese, che fa capo al sindaco Antonio Beretta, e che terminò con la vittoria della nuova giunta Belinzaghi.


Beretta, sostenuto dai moderati milanesi, veniva accusato di sperperi nella Costruzione della Galleria Vittorio Emanuele II, di aumenti ingiustificati del dazio sul consumo e di sprechi nella gestione cittadina. A Milano la borghesia conservatrice aveva il suo giornale nella «Perseveranza», e quella illuminata nel «Pungolo»: anche dal punto di vista commerciale dunque era giusto affiancarsi alla «Gazzetta di Milano» che si rivolgeva al «Quarto Stato» emergente o a quei cittadini che avevano un loro piccolissimo interesse da difendere, come i piccoli commercianti, i bottegai, gli artigiani, gli esercenti.


Uscito Carlo Pisani dalla direzione del giornale, nel settembre 1867 troviamo i primi editoriali del nuovo direttore Ernesto Teodoro Moneta, che reggerà le sorti del «Secolo» per ventinove anni.


Il Secolo, con Moneta prometteva: «De’ mezzi che saranno in poter nostro nessuno, a qualunque costo, sarà omesso perché la nuova pubblicazione misuri l’altezza del momento, combini con lo spirito del pubblico e valga a tenerlo al corrente degli avvenimenti».


È sua l’idea, nuova per i tempi, di inviare i cronisti nei punti caldi e molti giornalisti  scrissero con slancio patriottico e in un italiano semplice, comprensibile alla maggioranza della popolazione sulle pagine del quotidiano. In seguito, Moneta importa dalla Francia l’idea di una cronaca cittadina, affidata al capocronista Carlo Romussi, che inviava tutti i giorni i suoi giornalisti in municipio, alla polizia e all’ospedale. Anch’essa è scritta semplicemente e dà voce ai protagonisti delle storie, che spesso sono povera gente.


Altro esempio di gestione rivoluzionaria è l’istituzione della Banca solidale, che facendo prestiti a un tasso molto basso, permetteva a tutti i dipendenti del giornale di comprare una casa.


Quasi contemporaneamente, Moneta inventò una prima forma di Cassa Mutua: veniva trattenuta una piccola somma dalla paga di tutti per pagare le cure mediche a chi ne avesse bisogno, giornalisti e rispettive famiglie.


In breve tempo, il “Secolo” diventò uno dei giornali più letti, un forte strumento formativo dell’opinione pubblica. Ad esempio, all’epoca tutti gli uomini dovevano continuare ad allenarsi a combattere, con la possibilità di essere richiamati in guerra per tutto l’arco della vita.


Il Secolo affronta quello che definisce «il problema dell’accentuato militarismo del paese» e propone di dedicare meno tempo all’addestramento delle reclute, aumentando invece la potenza dell’esercito formato da soldati volontari e di carriera.


E. T. Moneta appartiene alla schiera dei cosiddetti giornalisti “in punta di penna e di sciabola” fondatori dell’Italia moderna.


A loro la Patria deve tutto. Furono protagonisti e animatori degli ideali risorgimentali e per essi spesero gran parte della loro vita. Le loro polemiche erano guerresche, i loro dispacci, dai diversi fronti delle guerre d’indipendenza, puntuali resoconti della morte di un Secolo.


E quando non bastava la penna, come per Felice Cavallotti, c’era la spada da brandire alla prima occasione. E’ stato così per Ernesto Teodoro Moneta, garibaldino arruolato nei “Cacciatori delle Alpi”, esperto militare, ufficiale di Stato Maggiore del generale Giuseppe Sirtori, al cui fianco seguì tutte le guerre d’indipendenza, dal 1848 al 1866, direttore del più prestigioso giornale italiano dell’Ottocento e dei primi del Novecento, punto di riferimento di tutto quel vasto movimento di pensiero democratico e socialista fortemente coinvolto nei processi unitari e nelle grandi riforme sociali, che diresse per ventinove anni dal 1867 al 1896. Liberale, massone, amico di Garibaldi, dei grandi socialisti italiani come Filippo Turati e Anna Kuliscioff, di Tolstoj, Vilfredo Pareto, De Marchi, De Amicis, Scipione Borghese, con i quali intratteneva intense corrispondenze, fondò il quotidiano italiano moderno, schierandosi fermamente contro ogni guerra e trasformandosi in un profeta di pace nel Mondo, tanto da meritare nel 1907, come già detto, il Premio Nobel per la Pace. Una figura di portata internazionale, caustico e feroce difensore delle grandi libertà di pensiero, combattente oltre ogni misura, un Montanelli all’ennesima potenza dalla personalità complessa che dalle colonne del suo battagliero giornale condusse la sua sempre più convinta battaglia pacifista, impegnandosi per il prevalere della ragione sulla violenza, per la composizione pacifica delle vertenze internazionali, per la causa dell’arbitrato e schierandosi fermamente contro ogni avventura bellica di aggressione, come la campagna coloniale in Eritrea, culminata con la tragedia di Adua nel 1896.


Fu insomma tra i fautori dei principi che generarono la Società delle Nazioni e la dichiarazione internazionale dei diritti dell’Uomo e il prestigioso premio che ricevette insieme al francese Renault ne fu il riconoscimento.


La somma ricevuta grazie alla vincita del premio Nobel per la Pace era una somma  cospicua per quel tempo, 96 mila lire, equivalenti a circa mezzo milione di euro di oggi che egli destinò interamente all’Unione Lombarda per la pace e l’arbitrato, poi trasformatasi in “Società per la pace”, rappresentanza in Italia della Società internazionale per la pace, da lui fondata nel 1887.


Nel corso della sua battaglia in favore della pace e del rispetto della vita umana, si schierò a favore dell’abolizione del duello e per tale motivo fu accusato di pusillanimità da Cleto Arrighi, pseudonimo dello scrittore Carlo Righetti. Fu un apostolo dell’universalismo e umanesimo liberomuratorio che gettò le fondamenta della modernità e che, come nella Rivoluzione francese e in quella americana, anche in Italia diresse le fila delle guerre e dei movimenti che portarono all’Unità d’Italia ed alla nascita della democrazia nel nostro paese. Moneta fu una figura di grandissimo rilievo mondiale, purtroppo quasi censurata nella memoria del nostro paese, e un convintissimo assertore dei principi della Massoneria Universale alla quale si rifacevano anche Garibaldi e Cavour fu tra coloro che gettarono le basi per una nuova visione del diritto internazionale autonomo dalle nazioni. Nel giornalismo Ernesto Teodoro Moneta fu combattivo come lo era stato al fianco di Garibaldi e gettò le basi del quotidiano moderno italiano innovando tecniche e modi di scrittura.


 


 


 La Regia dei Tabacchi e le libertà civili


 


 


 


La questione della Regia dei Tabacchi e l’affare Lobbia provocarono nel 1869 uno spostamento a sinistra, sul piano del garantismo, della linea politica del «Secolo»: spostamento cauto e indeciso, ma reale, dovuto in gran parte alla spinta che proveniva in tale direzione dagli amici della «Gazzetta di Milano» e ancor più dai «perduti» del «Gazzettino Rosa».


La Sinistra appare al «Secolo» inadeguata alle esigenze di ricostruzione e troppo variegata al suo interno, in un arco che va dalla democrazia pura di un Bertani all’autoritarismo di un Rattazzi; ma, nel momento stesso in cui si deprecano le scissioni interne alla Sinistra, la si invita a staccarsi dalla frangia più estrema e giacobina, i repubblicani, per ritrovare la propria omogeneità.


 


 


 Le elezioni del ‘69 e il governo Lanza-Sella


 


 


Il «Secolo» si augurava una nuova maggioranza formata dai due centri e dalle due sinistre.


Ma il nuovo ministero, troppo a destra, non appare soddisfacente al giornale, che ne approva solo un nome: quello di Cesare Correnti, candidato al III Collegio di Milano, che aveva presentato la legge sulla riforma della contabilità ed aveva altresì grandi doti di scrittore. All’indomani dell’approvazione dell’esercizio provvisorio del bilancio, il giornale dichiara che tale provvedimento non comporta la fiducia al governo.


Il «Secolo» grazie all’ideologia del suo direttore Teodoro Moneta si associa al Centro e alla Sinistra nella guerra al capitale affaristico e finanziario rappresentato dalla Banca Nazionale, e propone di dare corso forzoso al biglietto governativo anziché a quello della Banca, con la garanzia di una solidissima ipoteca, facendo propria la proposta avanzata alla Camera dall’onorevole Billia.


 


 


Il «Secolo» e la riforma elettorale


 


 


Era uscito da poco l’opuscolo di Stefano Jacini che proponeva, fra le altre riforme, anche quella elettorale. Sulle prime il giornale si mostra completamente sordo al problema; gli sembrano assai più urgenti molti altri provvedimenti, come il decentramento amministrativo, con conseguente separazione della politica dalla amministrazione. Secondo la linea intrapresa dal giornale c’è da una parte il pericolo reale che la massa analfabeta italiana, che rappresentava il 70% della popolazione, sia manovrabile in senso clerical-reazionario; ma c’è anche una grande paura di questa massa ignorante, sconosciuta e incanaglita che verrebbe improvvisamente portata alla ribalta della scena politica italiana.


Il giornale propone quindi che la condizione del voto sia nel compimento delle scuole primarie. Quali motivi lo spingevano a questa scelta? La convinzione che cultura significasse civiltà, una garanzia di limitazione nel numero dei nuovi elettori, e infine l’esclusione dal voto di gran parte degli abitanti delle campagne, dove le masse analfabete erano le più numerose. Inoltre Moneta era convinto che in questo modo si incoraggiasse la gente a conseguire almeno il primo diploma scolastico.


Con l’avvento della Sinistra al governo, il tema dell’istruzione popolare, comune a tutto lo schieramento, diventa il cavallo di battaglia del giornale, che chiese tanto l’obbligatorietà dell’istruzione quanto la riforma per i maestri elementari.


Quello del suffragio, visto in un primo momento come uno fra i tanti problemi della nazione, e non il più importante, diventerà nel 1876 un elemento ricorrente negli articoli di Moneta.   


 


Le elezioni del 1870


 


 


 


Il 3 novembre 1870, dopo il plebiscito per l’annessione di Roma, un decreto reale sanzionava la decisione di sciogliere la Camera e di indire nuove elezioni.


Queste furono caratterizzate da una forte astensione, causata anche dall’eterogeneità del programma governativo, che comprendeva, oltre all’estensione al Lazio delle leggi vigenti, la libertà della Chiesa e le Guarentigie al Pontefice, la riforma dell’amministrazione e della riscossione delle imposte e quella della pubblica istruzione. Alcuni punti vennero fatti propri dal giornale: la riforma militare, quella dell’istruzione e quella dell’amministrazione nel senso del decentramento.


Sul tema della libertà della Chiesa e sulla legge delle Guarentigie il «Secolo» tenne un atteggiamento fortemente anticlericale, opposto a quello della Destra conservatrice.


La campagna elettorale non venne condotta con grande convinzione dal giornale. Si invitarono gli elettori a sottoscrivere al programma del Circolo Elettorale Lombardo, «del quale fanno parte alcuni amici nostri» che si era aggiunto alle due associazioni Democratica e Costituzionale; ma il giornale sentiva che i suoi appelli erano destinati a naufragare nella più spessa apatia: in realtà il programma «libera chiesa in libero stato» lasciava del tutto indifferenti gli elettori e, come dice Berselli, «quando li interessava, li metteva a disagio». Moneta dichiarò in alcuni articoli apparsi sul suo quotidiano la sua responsabilità e quella del suo giornale nel forte astensionismo.


 


La questione istituzionale


 


Nei mazziniani e nei repubblicani intransigenti si identificava fino a quel momento il pericolo rivoluzionario: i «rossi» erano, fino al 1871, i repubblicani; che all’interno di una logica unidimensionale sul piano delle classi apparivano gli unici possibili sovvertitori del sistema, proprio nel momento in cui bisognava costruire l’Italia.


Il giornale distingueva fra loro i mazziniani «buoni» come Castelar, Alberto Mario, Favre e Jacoby; e gli altri, i «cattivi», che non avevano capito la necessità di abbandonare la violenza come metodo politico.


Il «Secolo» non condivide per altro la stessa battaglia istituzionale: il popolo gli appare «impreparato», e pensa piuttosto ad un sistema «misto» di governo, una via di mezzo «in cui i principi nuovi di libertà siano sposati al principio di autorità che è inerente alla monarchia».


Le stesse accuse giungevano dal «Gazzettino Rosa» e da tutta la sinistra incalzava la domanda: da che parte state? Non stiamo, risponde il giornale con gli «irreconciliabili della repubblica rossa», e cioè il partito dei mazziniani, «con la testa sempre piena di chimere». Anzi, il «Secolo» propone se stesso come corretto continuatore delle vere teorie mazziniane.


 


L’esercito, l’economia, l’amministrazione


 


Il tema più diffusamente trattato dal «Secolo» durante la lunga direzione di Moneta, fautore della «pace armata», è quello della riforma militare.


Il giornale chiede al governo maggiori economie nei quadri militari, ma non bada a spese per quel che riguarda le fortificazioni e l’educazione militare.


Quanto alla ferma militare, il principio fondamentale è quello della nazione armata: esercitazione periodica e obbligatoria per tutti nei comuni di residenza con appositi istruttori e tiro a segno, senza l’obbligo della leva. L’esercito sarebbe stato una via di mezzo fra l’esercito permanente e la milizia cittadina su modello svizzero.


Collegato a questo è il tema dei provvedimenti economici: corso forzoso e dazio consumo, contro i quali il giornale combatte una vivace battaglia in favore del ceto medio e dei piccoli imprenditori.


 


La «letteratura disonesta».


 


 


 


I lettori del «Secolo» sono, a detta dei suoi detrattori, le portinaie; categoria con la quale è stata definita per anni in modo sprezzante la cultura popolare di larga diffusione, considerata di secondo grado rispetto alla cultura «vera».


Ma dietro alle definizioni astiose e agli sbrigativi giudizi dei contemporanei si celava quasi sempre un contrasto reale di interessi.


La stagione della bohème e della scapigliatura artistica si mutava, dopo il ‘70, nel clima più tempestoso della scapigliatura democratica, la scapigliatura dei «perduti» di cui si fece corifeo Felice Cameroni, il «Pessimista» del «Gazzettino Rosa», che propugnava per l’arte italiana una feconda osmosi fra problema sociale e zolismo.


Al di là delle correnti letterarie stavano dunque due atteggiamenti politici contrastanti: quello democratico riformista e quello anarco-socialista della prima ora.


 


La candidatura Cavallotti e l’opposizione.


 


 


Nel triennio 1873-1876 troviamo nel «Secolo» una radicalizzazione a sinistra. L’avvicinarsi alle posizioni battagliere della futura “Estrema” gli infonde nuova vitalità e nuova concretezza.


Da questo momento la storia del giornale sarà sempre più vicina, fino ad intrecciarvisi, a quella dei radicali: vi si coglie, al di là del gioco politico parlamentare in senso stretto, la connessione con gli interessi economici della piccola e media borghesia, frustrata dal predominio dei moderati e decisa ad inserirsi nella sfera della produzione, portatrice di un’ideologia conflittuale, antirepressiva e paleocapitalistica al tempo stesso.


La politica del gabinetto Minghetti e di Cantinelli agli interni  «ha dato completamente ragione ai repubblicani intransigenti». E’ così che il “Secolo” giustifica il proprio slittamento a sinistra.


 


Le elezioni del ‘74


 


 


Appoggiato dal Manifesto di Garibaldi contro l’astensione, il «Secolo» condusse la battaglia elettorale soprattutto sul tema della partecipazione alle urne. Il giornale, che è ormai vicino alle posizioni dei repubblicani; a quei venerandi patrioti che, avendo combattuto tutta la vita contro il principio monarchico «sono divenuti essi stessi quasi una personificazione della dottrina repubblicana»


E’ un invito a scendere dall’astratta ideologia sul terreno della lotta concreta.


I candidati per i 5 collegi di Milano, Garibaldi, Ferrari, Majocchi, Marcora e Antongini vengono presentati il 6 e 7 novembre assieme ai candidati del Comitato Centrale Democratico; alla vigilia dei ballottaggi troviamo un titolo su cinque colonne, audace novità tipografica: “Elettori indipendenti di Milano, accorrete tutti ai ballottaggi e strapperete la vittoria ai nostri avversari”.


Il giornale a tutta prima attribuisce la sconfitta elettorale all’astensione: ma ben presto vengono alla luce anche i brogli e le pressioni governative, sulle quali il giornale non risparmia denuncie. L’adulterazione del sistema rivela le pressioni sulla classe degli impiegati, dalla Circolare Cantelli segue una implacabile sequela di denuncie di irregolarità.


Le ingerenze governative non impedirono comunque buoni risultati per la sinistra, specialmente nell’Italia meridionale.


 


La caduta della Destra


 


La battaglia contro la Destra al governo è stata combattuta dal «Secolo» in nome delle libertà civili più che di sostanziali divergenze sulla gestione della cosa pubblica.


Si chiede da una parte pulizia morale e dall’altra maggiore libertà d’azione per gli «onesti patrioti».


Il problema sociale è ancora in seconda linea: e tuttavia è questo il problema che dovrà risolvere la Sinistra una volta al potere.


Pulizia morale significava, agli occhi del giornale, far piazza pulita degli uomini del governo della Destra; ed assume un atteggiamento analogo anche nei confronti di quella parte della Sinistra che si mostrava disposta, pur di andare al potere, al compromesso con il governo.


Il «Secolo» converse così sulle analoghe posizioni del Bertani e della nascente frazione dell’ “Estrema” che lavorava per un governo «di riparazione morale ed economica».


 


1.      «Secolo» in espansione. Il capitale finanziario


 


Le tirature intanto aumentano incessantemente; e la «confezione» del giornale è più vivace, specialmente la Cronaca e i reportages: come la corrispondenza di Romussi da Villanova (13-14 ottobre 1879) in occasione del discorso del Ministro dell’Interno Villa, vero e proprio resoconto fotografico; o la narrazione dell’alluvione del Polesine nel giugno 1879, nella quale occasione Romussi compì un giro nelle zone colpite dall’inondazione, ora in barca ora in carrozza, intervistando sindaci, leggendo lapidi nei paesi abbandonati, con grande immediatezza, non dimentico di indagare le cause del disastro: «Noi abbiamo fatto quello che si è dimenticata di fare l’autorità: un’inchiesta» La Cronaca è la protagonista del giornale. Troviamo le vicende dei ladruncoli di Porta Ticinese, o la situazione delle locande e bettole milanesi.


Con queste notizie contrastano quelle sullo strapotere de I veri padroni di Milano, che sono i moderati dell’Associazione Costituzionale, che hanno steso una rete «che inceppa ogni libera attività, e si stende dal Municipio alla Congregazione di Carità, dall’ospedale alla Cassa di Risparmio, dall’Accademia a tutte le scuole», e che dispongono di «ogni sorgente di lavoro e di beneficenza». Sono questi i più diretti e vicini nemici dei nostro giornale, ai quali esso oppone la rete delle Associazioni.


Nel 1879 erano stati introdotti nel giornale alcuni miglioramenti destinati al pubblico di ceto medio, come gli orari di ferrovie e piroscafi a vapore che occupavano la quarta pagina domenicale, ma soprattutto il gazzettino finanziario, gli atti ufficiali del governo, e i bollettini delle borse avendo considerato che ormai ricchi e poveri avevano bisogno di una guida finanziaria. Queste pagine venivano infatti lette tanto dal capitalista quanto dall’impiegato per i suoi risparmi, quanto dall’operaio per informazioni sul prestito che aveva contratto.


Due anni dopo un’altra iniziativa promozionale allegava al quotidiano un Supplemento Illustrato mensile del Secolo (L. 2), innovazione destinata alla fascia socialmente inferiore di quella alla quale era destinato il Gazzettino finanziario, e cioè la fascia che giungeva fino agli analfabeti, consumatori di giornali illustrati.


Le tirature raggiunsero le 50.000 copie nel settembre 1881, e arrivarono a 54.000 ai primi d’ottobre; e a 55.000 il 20 ottobre. Sonzogno decise allora di venderlo a Ct. 5 non solo in Milano, ma in tutta Italia: e il 4 dicembre, assieme alle nuove rubriche illustrate Il Bollettino della Moda, Il Passatempo settimanale, Corriere Geografico, Il mondo in pratica, il giornale annuncia di aver raggiunto le 60.000 copie.


Il “Secolo” continuerà a collezionare vendite record fino a quando nel 1904 un altro giornale milanese “Il Corriere della Sera” diretto da un vecchio collaboratore del “Secolo” Torelli Viollier  strappa il primato al giornale di Moneta la cui direzione era però già passata a Romussi


Il progressivo slittamento a sinistra del giornale non lasciava indifferente Teodoro Moneta che, pur condividendo in parte gli ideali, non appoggiava la veemenza degli articoli che comparivano sul suo giornale.


Così, nel 1896, stanco dell’attività politica e più che mai intento in quella pacifista lascia la direzione del giornale a Carlo Romussi che non dimostrerà però le stesse competenze del suo predecessore e contribuirà nel primo decennio del Novecento al declino dell’antica forza editoriale del «Secolo».


Quello che nella seconda metà dell'Ottocento era il più diffuso giornale milanese, è ormai soppiantato dal «Corriere». Anche il suo peso politico, dipendente dal legame con gli ambienti radicali, era andato scemando. In questa situazione, «Mario Borsa, uno dei “pionieri”, con Dario Papa e Luigi Alberini, del ammodernamento del giornalismo italiano su modelli anglosassoni», viene chiamato, «nell'agosto 1909, a dare una mano al nuovo direttore, successo a Romussi, Edoardo Pantano, per arrestare il declino del giornale, sceso a 70.000 copie di tiratura». E Borsa è convinto che il mancato successo del nuovo «Secolo» dipenda principalmente dal nuovo clima politico in cui l'Italia precipita con l'impresa libica.


Tornato in patria il 10 gennaio 1911, dopo il lungo soggiorno a Londra per lavoro, Borsa vive fra i protagonisti gli avvenimenti che determinano la svolta più radicale nel sistema politico italiano. Formalmente è «redattore capo», ma in pratica - con un direttore, Pantano, che partecipa attivamente alla politica romana, finisce per avere «funzioni direttoriali per ciò che riguarda la fattura del giornale». Dapprima il «Secolo» dà segni di ripresa, al rinnovamento editoriale corrisponde un aumento delle vendite; poi la diffusione riprende a stagnare, proprio in coincidenza degli anni più drammatici della storia d’Italia. Sono gli anni  che precedono la Seconda guerra Mondiale e la fascistizzazione di tutte le testate non risparmia il democratico giornale milanese.


Il “Secolo” supera la guerra ma ne esce spogliato della sua identità e non risulta pronto a competere con gli altri giornali che, dopo i drammatici avvenimenti, partecipano da protagonisti alla rivoluzione industriale. Le innovazioni che avevano fatto grande il giornale di Moneta ora sono raggiunte e sorpassate dalle altre testate che, vendendo più copie, possono permettersi di investire nelle nuove tecnologie, che regalano ai fogli un carattere più moderno.


 


 


 


 



 


IL PENSIERO PACIFISTA


 


Ernesto Teodoro Moneta è l’unico Premio Nobel assegnato all’Italia nel campo politico-sociale: precisamente come promotore e animatore di quella Società per la Pace e la Giustizia Internazionale, che aveva saputo ampliare e arricchire l’opera, appassionata e generosa, della Unione Lombarda per la Pace e l’Arbitrato Internazionale, sorta a Milano fin dal 1887 e presto diffusasi per iniziativa dello stesso Moneta, di Angelo Mazzoleni, di Francesco Viganò, e sotto gli auspici di altre autorevoli “voci” del pacifismo internazionale, come l’inglese Hogdson-Pratt.


Finalità e scopi sono subito indicati nei quattro punti-chiave dello statuto: «1. Diffondere idee ed educare sentimenti umanitari per la cessazione delle guerre; 2. Favorire l’affratellameto dei popoli; 3. Propugnare le soluzioni arbitrali nelle vertenze internazionali; 4. Promuovere la trasformazione globale degli eserciti permanenti, sostituendo ad essi le nazioni armate». Il clima culturale e ideologico-politico, fra l’ultimo ‘800 e l’inizio del ‘900, riflette bene le aspirazioni (o almeno i desideri) di certi ambienti – soprattutto legati al radicalismo, e spesso con esplicite venature massoniche – che credono nella possibilità, anzi nel dovere civile di contribuire a “cambiare il mondo”, cercando di far piazza pulita degli spettri della violenza, della sopraffazione, della guerra.


Tuttavia, non va dimenticato che Moneta non aveva deciso subito di “convertirsi” ai princìpi di un’azione politico-pedagogica che non solo doveva saper suscitare un crescente e diffuso rifiuto verso qualunque ricorso agli strumenti bellici, ma soprattutto doveva riuscire a far prendere coscienza alle classi politiche e di governo che il ricorso al cosiddetto “arbitrato internazionale” era destinato a diventare il nuovo rimedio, e la più efficace medicina d’urto, per porre fine alle ricorrenti controversie fra gli Stati.


Al contrario, nato a Milano nel 1833, da ragazzo, appena quindicenne, si era trovato coinvolto nel “diavolezzo” delle Cinque Giornate del ’48, l’anno della “primavera dei popoli”. Poi, già durante la seconda guerra d’indipendenza il suo giovanile spirito “risorgimentale” l’aveva portato a sentire il fascino degli ideali mazziniani e a condividere il coraggio di Garibaldi (tanto da accorrere e partecipare alla spedizione Medici del 1860, combattendo a Milazzo e al Volturno).


Proprio il contatto con le drammatiche conseguenze degli scontri e delle battaglie, in cui si era trovato coinvolto, matura quella che diventerà la sua scelta di campo in senso pacifista.


Comunque, come detto precedentemente, a questa prima fase del Moneta “patriota” ne segue una seconda, che potremmo definire del Moneta “giornalista”, perché dal 1867 al ’96 è merito suo, come direttore, fare del giornale “Il Secolo” un grande quotidiano radical-progressista (che, come già detto nel secondo capitolo passò da una tiratura di trentamila a una di centomila copie in pochi anni!), dando voce ai nuovi ceti emergenti, con un programma di netta opposizione costituzionale, che non mancherà di combattere subito – come si trattasse di una bestia nera – tanto il trasformismo dell’ultimo Depretis quanto la politica, ambiziosa e velleitaria, di Crispi, il nostro “piccolo Bismarck”


Intanto, però, già durante gli anni ’70, comincia a delinearsi l’immagine del Moneta “pacifista”, destinata a meglio precisarsi negli anni successivi, fino all’assegnazione del Nobel nel 1907 (insieme al francese Louis Renault), un conferimento prestigioso, che gli garantirà un posto di spicco nella storia del pacifismo.


Del resto, questo definitivo approdo a favore del movimento pacifista, non solo a livello italiano (che lo avrebbe coinvolto direttamente fino alla morte, avvenuta nel febbraio del 1918), si spiega come una continuazione, o addirittura una “proiezione” delle sue tesi, cariche di istanze mazziniane, secondo cui le conquiste dell’educazione e della democrazia procedono unite, quasi fossero due “momenti”, distinti eppure complementari, di un’unica strategia, rivolta allo sviluppo individuale e, insieme, al progresso di tutti.


Poteva, un simile convincimento, contenere un pizzico di utopia, ma non aveva il benché minimo risvolto “rinunciatario”.


Tutt’altro: Moneta, come vedremo, respingeva l’idea, cara a certi “fatalisti”, che la guerra dovesse rappresentare “un male necessario”, e nel contempo rifiutava anche l’idea, tipica di certi fanatici, che la guerra dovesse costituire una specie di “igiene del mondo” (secondo la celebre, umiliante immagine futurista...).


«La guerra è cosa orribile, neppur concepibile in tempi civili, se un resto di barbarie non la mantenesse in credito», replicava Moneta; e per rincarare la dose, definiva «colma di perfidia» l’insistenza con cui i vertici di ogni Stato continuavano nella loro pessima politica di «educare la gioventù all’idea di uccidere altri uomini a migliaia; preparare strumenti di spaventevole sterminio di vite umane ...; cogliere il momento propizio per assaltare, rovinare, spegnere quel paese verso il quale fino a quel momento si sono prodigate proteste e dichiarazioni di buon vicinato».


Parole simili, che riflettono il linguaggio e il sapore di un’epoca, ormai lontanissima, risalgono ai primi del ‘900, quando Moneta decise di dare alle stampe un’opera in ben quattro volumi, che fin dal titolo Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX doveva offrire non solo un “compendio storico” di quanto era successo con il tragico prevalere della logica delle armi, ma altresì una serie di “considerazioni”, fondamentali per rendere finalmente possibile e operante una “politica per la pace”. Che, naturalmente, non comportava solo l’immediato ricorso a due strumenti decisivi – da una parte, il disarmo, e dall’altra, l’arbitrato – ma doveva essere in grado di coinvolgere il maggior numero di cittadini in un’opera di diffuso incivilimento, capace di cancellare per sempre ogni cupidigia bellica e, nel contempo, rendere la pace una “conquista morale” (ne dà un’eloquente conferma l’efficace studio di Claudio Ragaini apparso nel 1999).


«Apostolo della pace» il “Corriere della Sera” aveva definito Moneta, appena si era diffusa la notizia che gli era stato assegnato il Nobel.


Eppure non va dimenticato che il pacifismo di Moneta non ha mai comportato una drastica negazione dell’idea di patria. Anzi, leggendo tra i suoi moltissimi interventi un articolo, apparso sul “Secolo” del 9 novembre 1897 e intitolato “Il pacifismo degli umanitari”, ci si accorge come – accanto allo «slancio di entusiasmo ideale» (secondo l’immagine usata da Filippo Meda sulla “Nuova Antologia” fin dal 1918) – la posizione di Moneta appaia sempre originale e sostenuta in modo chiaro: «tra l’amore della patria e l’amore dell’umanità non vi è contrapposizione» ha il coraggio di scrivere; e, a scanso di equivoci, è pronto ad aggiungere che «il patriottismo vero non è provocante, né bellicoso: ma non esclude la nozione di diritto».


Non basta: alcuni anni dopo, precisamente nell’ottobre del 1906, su “La Vita Internazionale” (una rivista da lui stesso fondata, anche come punto di raccolta della migliore intellighenzia della sinistra democratica: dai radicali ai repubblicani, a quei socialisti allora “personificati” dal suo amico Filippo Turati), preciserà ancora meglio il suo pensiero in questi termini:


 


«Avviene fra i popoli, come fra gli individui, che i più pacifici diventano pugnaci quando si vedono ingiustamente assaliti ... Per questo noi pacifisti abbiamo sempre sostenuto che nella organizzazione della pace è compresa, ed è veramente valida, l’organizzazione della difesa».


 


Da qui nasce, e si consolida un sentimento di vero e proprio disprezzo di Moneta per ogni velleità nazionalista o, peggio, colonialista, che offriva il terreno favorevole a certe pericolose “avventure” in terra africana; ma si rafforza anche la sua drastica opposizione verso quello che bollava come «l’antimilitarismo dei rivoluzionari da burla», non meno rischioso del «militarismo nazionalista».


Per diffondere i grandi motivi ideali della pace e spiegare le concrete ragioni politiche, economiche e giuridiche, che rendono sempre più necessario il ricorso a “strategie di pace”, fin dal 1890 Moneta dà vita a un’altra originale pubblicazione, dal titolo “Almanacco illustrato per la Pace”, su cui appaiono anche le “grandi firme” del giornalismo e della cultura (da Colajanni a De Amicis, da Lombroso a Pareto, da Bertacchi a De Marchi, a Ardigò), oltre alle suggestive illustrazioni di artisti come Previati o Mentessi, Bignami o Tallone.


Spesso cambia lo stile, più semplice, più didascalico, adatto a un pubblico magari culturalmente un po’ “basso”; ma l’obbiettivo rimane sempre identico, e ben riassunto in alcuni passi del discorso che Moneta pronuncerà il 25 agosto del 1909 a Cristiania, nel salone dell’Istituto Nobel per la Pace, dove ripeterà che


 


«il pacifismo non mira a distruggere le patrie, fondendole nel crogiuolo del cosmopolitismo, bensì mira a integrarle tutte secondo giustizia».


 


Insomma, la ricerca della pace – della «pace dei liberi e dei forti», come preferiva indicarla – rimane legata con quella che lui stesso riteneva «la indiscutibile legittimità della lotta per la difesa e la conquista della libertà e della indipendenza dei popoli». Poteva sembrare una contraddizione; e invece, se ancora oggi – di fronte alle immagini ben più fosche dei tanti conflitti in atto – c’è chi continua a battersi per una robusta “politica di pace” e contemporaneamente sente il diritto-dovere di ripetere la propria solidarietà a fianco di chi è oppresso e di chi soffre, vuol dire che quella lontana, e fertile, lezione etico-politica di Ernesto Teodoro Moneta, pur all’insaputa dei più, continua a dare qualche provvido frutto.


Cercando di delineare il pensiero di Moneta, è praticamente impossibile scindere i due aspetti che costituiscono, nella loro stretta unione, l’elemento qualificante del pensatore: cosmopolitismo e nazionalismo. Il bene dell’Italia e dell’Umanità, l’idea dominante della fratellanza umana e della Federazione Europea sono i concetti fondamentali dai quali si snoda tutto il pensiero del Moneta e ne spiegano l’adesione al movimento pacifista. Infatti il pacifismo di Moneta nasce e si sviluppa nella pratica risorgimentale ed è originato da uno spontaneo sentimento di rifiuto delle atrocità belliche; la sua è una concezione essenzialmente umanitaria, che si arricchisce, nel corso degli anni, di altre componenti ideologiche.


 


LA GUERRA: NEGAZIONE DI CIVILTÀ


 


Il pensiero pacifista di Moneta trae le sue origini da una semplice premessa storica: la guerra è il simbolo della barbarie e della ferocità dell’uomo, mentre la pace è il simbolo della civiltà, della più alta moralità civile ed intellettuale.


L’identificazione che egli fa dell’idea morale del pacifismo con l’ideale dell’amore cristiano è il risultato di una visione che vede nella pratica di vita dei primi cristiani il modello per il superamento della barbarie originaria dell’uomo. L’idea morale della pace si realizza nella proiezione mondiale di un’etica individuale ispirata al principio storico di “non nuocere all’altro”.


Non è solo col condannare l’aggressività dell’uomo con uno sterile moralismo, o nel riconoscere nell’uso della violenza una specie di fatale destino umano, che si possono chiarire i problemi nascenti dalle manifestazioni tra individui o tra collettività nazionali.


Se l’aggressività umana fosse un fatto esclusivamente biologico sarebbe insuperabile.


L’aggressività dell’uomo nasce ed è imposta inizialmente da condizioni obiettive di sopravvivenza: mutate queste condizioni col mutare dei mezzi, delle capacità tecnologiche, delle possibilità a garanzia della medesima sopravvivenza, muta la natura stessa dell’aggressività.


La premessa da cui muove l’elaborazione teorica di Moneta è che gli istinti di combattività dell’uomo non sono una condizione permanente e insuperabile, né una fatale e perpetua necessità. Anche per lui l’uomo-lupo ha la possibilità di rigenerarsi verso uno stato di civiltà nella quale la morale abbia il sopravvento sulla violenza.


La rigenerazione dell’uomo verso uno stato superiore di civiltà è prospettata in base ad una concezione positivista dell’evoluzione umana.


Nel pensiero di Moneta non mancano dei motivi teorici interessanti; la sua elaborazione storica, ad esempio, perviene alla formulazione di una scienza della morale riguardante i fini da raggiungere, oltre che una utile scienza naturale riguardante i mezzi, ossia il dominio dell’uomo sull’ambiente.


Il fatto che il militarismo sopravviva ancora, non ostacola questa fiducia nell’evoluzione morale ed intellettuale dell’umanità. Quindi, per Moneta, la scienza ha il compito di fare da catalizzatore del progresso umano, generando armonia fra i popoli e un nuovo ordine sociale che deve basarsi sulle arti della pace, solo mezzo per migliorare le sorti dell’uomo.


La pace, per Moneta, sarà il risultato della evoluzione storica, che sostituirà il dominio della forza con il regno della scienza.


La sensibilizzazione culturale riveste una grande importanza nell’evoluzione dei rapporti pacifici tra gli uomini, dal momento che la cultura è da lui intesa come coscienza in perpetua evoluzione che l’uomo ha di sé stesso e del mondo nel quale vive, lavora, lotta.


Tale presa di coscienza non è privilegio di un unico popolo, anche se presso i vari popoli assume caratteristiche diverse.


Infatti, quando si pretende di difendere la “cultura”, in realtà la si mobilita; si dichiara che si fa la guerra per salvarla, mentre essa è completamente sottomessa agli interessi militaristici.


In sostanza, si gioca sui due caratteri contraddittori che definiscono contemporaneamente qualsiasi cultura: il particolarismo nazionale e l’universalità. Moneta ritiene tutto questo un avanzo del primitivo egoismo dell’umanità, eredità dell’istinto antisociale dell’uomo; inoltre, gran parte della responsabilità è da imputarsi anche alla complicità di: “...famiglie, corporazioni e partiti cui giova tenere vivo l’antica barbarie perché su questi rancori e su tali istinti fondano la loro potenza contro la volontà del popolo”. Come far uscire dall’indifferenza la gran parte della opinione pubblica mondiale? E, soprattutto, attraverso quali azioni concrete, che necessariamente scateneranno contro i loro autori i governi bellicisti? Con quali mezzi e con quali strategie si possono costringere al disarmo i politici ed i militari che hanno puntato sulla crescente intensificazione della produzione bellica? Questi sono gli interrogativi a cui Moneta cercherà di dare una soluzione.


 


L’ARBITRATO INTERNAZIONALE


 


 


In Moneta il concetto di libertà è fondato essenzialmente sul riconoscimento della uguaglianza giuridica degli individui e sul reciproco rispetto tra i singoli uomini. In tal modo, il problema della pace dovrebbe essere caratterizzato non più da un accademico vagheggiamento di una èlite intellettuale, ma da un reale movimento d’opinione pubblica.


Egli sostiene che le masse dei sudditi, indipendentemente dalla forza dei governi, aspirano alla pace: questa aspirazione è però sopraffatta dalle classi che detengono il potere.


Per questo si rende necessario che l’opinione pubblica, i popoli, insorgano per rivendicare il proprio diritto alla pace, condizionando l’operato dei governi e modificandoli, se necessario, quando questi non rispondono agli interessi del paese.


Il suo problema è di suscitare e rendere operante questa opinione, di far sì che il giudizio negativo della guerra, che si può trarre dalla esperienza storica, venga fatto non soltanto patrimonio di poche persone, ma movimento di persuasione di tutti gli uomini: da questa considerazione si può comprendere come la speranza debba ben presto divenire un invito esplicito all’azione.


Moneta pensa, in analogia a quanto avviene nel campo della litigiosità privata, ad un intervento dirimente e pacificatore dato dall’opera di un magistrato accettato dalle parti in contrasto, avente autorità di discernere il torto dalla ragione e di mediare il dissidio secondo un criterio di equità.


Un simile intervento nelle relazioni internazionali potrebbe trovare la sua forma giuridica concreta nell’istituto dell’arbitrato internazionale. Si tratta di suscitare una consapevolezza umana, via via più chiara ed aperta in sempre più estese collettività, perché queste maturino una autonoma capacità di esprimere una decisa volontà politica di pace, capace di diventare impegnativa e vincolante per gli stessi governanti.


Nel pensiero di Moneta l’arbitrato risponde ad una superiore coscienza storica e giuridica per cui viene superato il particolarismo tribale, cittadino, nazionale, elevandosi ad una sfera nella quale l’umanità si sente unita e legata ad una sorte comune. Le chiuse particolarità dei confini, la rivalità di interessi spesso meschini cadono di fronte a considerazioni ben diverse da quelle della forza che le garantisce.


 


LA FEDERAZIONE SOVRANAZIONALE E LA FEDERAZIONE EUROPEA


 


 


Per superare quello stato di guerra continua che sconvolge i rapporti tra gli stati, Moneta pensa sia necessario far ricorso ad una struttura politica superiore agli stati stessi: una “federazione sovranazionale”. Poiché non può darsi pace perpetua senza una garanzia giuridica, è evidente che tra gli stati deve intervenire quel medesimo accordo di volontà che caratterizza la formazione di un popolo, attraverso il contratto originario.


Come gli uomini, per estinguere il fuoco dei contrasti privati, si uniscono in un popolo e si organizzano in uno stato, a loro volta i popoli devono unirsi in un unica grande formazione sovranazionale.


Se per “diritto internazionale” si intende il diritto di determinare ciò che è giusto, non secondo leggi universalmente valide, che limitano la libertà di ciascuno, ma secondo massime unilaterali; facendo ricorso alla forza il significato stesso del termine “diritto”non avrebbe più senso.


Per dare a tale termine un significato concreto, è necessario far ricorso a quelle “leggi universali” valide per tutti e capaci di limitare la libertà di ogni stato.


Lo strumento legale rappresentato dall’arbitrato non costituisce un mezzo isolato sulla via del raggiungimento della pace, ma è legato da un lato a quello del disarmo, e dall’altro all’idea della federazione europea che dovrebbe esserne la evoluzione logica.


L’idea stessa dell’arbitrato, assieme alla riforma degli eserciti, è, per Moneta, la meta fondamentale per il mantenimento della pace in Europa. I principali riferimenti ideologici di Moneta circa il concetto di “Federazione Europea” sono costituiti dalle riflessioni di Giuseppe Mazzini e di Carlo Cattaneo.


Il pensiero di Moneta risente notevolmente dell’influenza di entrambi i pensatori, anche se in misura diversa, infatti, nel corso degli anni, si arricchisce di altre componenti, come ad esempio gli aneliti umanitari espressi da V. Hugo al Congresso di Parigi del 1849.


Altri riferimenti ideologici si possono trovare nell’ appello alle potenze rivolto, nel 1860. da Giuseppe Garibaldi.


Per Moneta l’obiettivo della federazione supera la stessa concezione istituzionale; la forma di governo repubblicana non rappresenta cioè la premessa per la costituzione della federazione europea, ma viene, per così dire, assorbita in un più ampio contesto ideale: egli, tenendo fede al suo spirito realistico, non pone delle pregiudiziali monarchiche o repubblicane, ma si lascia aperta la strada, a seconda dello sviluppo degli avvenimenti storici, per dare una veste istituzionale alle proprie convinzioni federaliste.


Egli considera la possibilità di una federazione i cui elementi non fanno parte di uno schema precostituito, ma sono espressi, di volta in volta, da fatti contingenti, da accordi tra questo e quello stato.


E’ il concetto di federazione europea che si deve innanzitutto affermare; la forma che questa assumerà è per Moneta un problema secondario.


Nel 1889 dalle colonne de “Il Secolo”, egli rivolse un appello a Guglielmo II, ospite di re Umberto a Monza, affinché l’imperatore si facesse promotore della costituzione di due federazioni di stati cuscinetto, balcanica una, occidentale l’altra, baluardi per la difesa della pace europea, ma, soprattutto, primo passo verso la formazione di una futura più grande federazione europea. La sua analisi, però, non considerava, forse un po’ ingenuamente, le componenti militaristiche e guerrafondaie della Germania guglielmina, da cui derivava l’impossibilità, per Guglielmo II, di farsi promotore di una simile iniziativa.


La convinzione di Moneta è che proprio con l’istituzione della federazione degli stati europei dovrebbe cessare il bisogno della corsa agli armamenti dei singoli stati, perché ognuno sarà salvaguardato dall’ unione con gli altri stati.


La via che egli indica per la federazione è quella dell’unità morale prima ancora che politica, e in ciò ha davanti agli occhi l’immagine risorgimentale dell’Italia idealmente compatta nella lotta per la sua unità nazionale.


Quanto al disarmo, la nazione che Moneta vede come punto di riferimento è la Confederazione Svizzera, nella quale la più ampia autonomia dei Cantoni si concilia con quel tanto di autorità federale che fu giudicato necessario alla sicurezza della Confederazione.


Moneta pensa che intese militari come la Triplice Alleanza costituiscano, in previsione di una prossima federazione europea, il primo embrione che deve essere sviluppato, ma smussandone ed eliminandone via via gli aspetti e le tendenze bellicistiche; d’altronde, un’alleanza di natura militare non farebbe che spostare la tensione da stato contro stato a blocco contro blocco, aumentando i rischi e le conseguenze di un eventuale conflitto.


Possiamo dunque così riassumere il suo pensiero sulla federazione europea: la federazione non deve sopprimere le nazioni: queste rimangono libere nel consesso federale, ma nello stesso tempo impedite dall’ingrandirsi a spese delle altre; la federazione sorge dal consenso delle nazioni e non toglierà loro i caratteri distintivi di ciascuna.


L’ autorità sovrana non sarà altro che la somma di quella parte di autorità a cui le nazioni individualmente avranno rinunciato nell’interesse comune.


Così la federazione costituirà una nuova grande forza di fronte alle nazioni che sulle prime non ne faranno parte, ma che tornerà a vantaggio di tutti gli stati federati.


 


L’ABOLIZIONE DEGLI ESERCITI PERMANENTI E LA NAZIONE ARMATA


 


 


L’ideologia di Ernesto Teodoro Moneta trova la sua naturale ed esatta collocazione nella contrapposizione, prettamente ottocentesca, tra pacifismo e patriottismo.


Egli stesso rileva il contrasto della sua duplice vocazione di pacifista e di patriota che non vuole la negazione della patria e del diritto internazionale.


Giustifica la guerra e l’uso delle armi qualora ci sia la necessità di difendere la patria in pericolo, cosa abbastanza comprensibile, date le sue premesse risorgimentali: come pure la ritiene giustificata quando si debba realizzare l’indipendenza di una nazione.


Questa teoria non è altro che l’anticipazione della norma della carta delle Nazioni Unite che prevede la possibilità di muovere guerra solo nel caso il fine sia quello della libertà e invece ripugna la guerra per scopi di aggressione.


Nel corso degli anni, Moneta, indicherà altre condizioni in cui la guerra può considerarsi legittimata; la rivendicazione della libertà e della indipendenza, la difesa della civiltà e della cultura nazionale, ecco le idee per cui si può accettare la guerra, sia essa imposta dallo stato di necessità o suggerita dalla ricerca di giustizia. La morale stessa sembra confermargli che è impossibile bandire indiscriminatamente tutte le guerre ed il diritto della difesa.


In Moneta, ciò che genera questa idea della guerra difensiva è un impulso etico che supera l’interesse dei singolo all’autoconservazione per divenire, dopo la sua esperienza risorgimentale, affermazione di un amor di patria la cui salvaguardia non è riposta nella sola potenza delle armi ma anche nella carica morale di tutto il popolo.


Ad ogni modo, Moneta ritiene che per il raggiungimento della pace il disarmo sia una via necessaria; quello che egli chiede non è però il disarmo integrale, bensì il disarmo delle forze militari che sorreggono un precario equilibrio internazionale, fatto di reciproco terrore: è il disarmo degli eserciti permanenti.


Ipotizzando il modello della “nazione armata”, egli pensa all’abolizione della “pace armata”, instabile, basata sugli apparati militari di offesa.


Superata l’obiezione di fondo che il disarmo sia un pericolo per il paese che l’attuasse, rendendolo militarmente debole, egli argomenta che la vera forza sta nella preparazione morale e civile dei cittadini.


In questo senso, auspica l’istituzione di un esercito puramente difensivo e popolare.


Le sue posizioni sul disarmo e la giustificazione della guerra difensiva sono di fondamentale importanza per poter comprendere la sua involuzione, negli anni più tardi, verso le posizioni interventiste che ho descritto precedentemente.


Egli parte da considerazioni di ordine tecnico maturate, nei suoi lineamenti fondamentali, durante l’ultima guerra di indipendenza e nelle prime battaglie giornalistiche su “Il Secolo”, pervenendo ad una serrata critica che investe l’utilità degli eserciti permanenti, l’inutilità delle lunghe ferme, la ferrea e burocratica disciplina di caserma, da cui trae la conseguenza logica di una necessaria riforma dell’ordinamento militare.


Uno dei primi passi verso la riforma dell’esercito è l’abolizione del servizio obbligatorio, tema su cui tornerà più volte nel corso degli anni. Il servizio obbligatorio generale degli eserciti, anche in tempo di pace, perché siano capaci di difendere il territorio nazionale da ogni possibile aggressore, costituisce un peso enorme per tutti gli stati.


A questo punto sono già tracciate le linee fondamentali di quel sistema che Moneta chiama la “nazione armata”.


I cardini di questo nuovo sistema sono: la riduzione della leva, l’istruzione militare nelle scuole, con la pratica del tiro a segno obbligatorio, e la formazione di una coscienza difensiva che tenga conto della volontà popolare.


Moneta prende come modello pratico da seguire il sistema militare della Confederazione Svizzera. Egli non vuole una abolizione totale dell’esercito, come si può ben rilevare dai suoi scritti, ma delinea la proposta di una “nazione armata” basata sulla circoscrizione territoriale.


Ogni provincia costituirebbe una divisione o sottodivisione militare e ogni soldato conoscerebbe, sin dal primo giorno che entra in servizio, il suo posto nel campo al quale sarebbe assegnato.


La mobilitazione si potrebbe fare in due o tre giorni. I soldati sarebbero già addestrati al tiro a segno, al maneggio delle armi ed ai principali esercizi militari e ciò che più importa, si avrebbe in ogni soldato quello spirito civile e militare che lo spinge a combattere con una maggiore consapevolezza del proprio ruolo.


 


LA PACE SOCIALE


 


La realizzazione di rapporti pacifici tra gli uomini non riguarda solo le relazioni tra le varie nazioni, ma anche la situazione interna di una nazione.


Moneta è Convinto che la pace interna sia la più sicura condizione di progresso civile e sociale, i cui riflessi si faranno sentire anche a livello internazionale. Solo il recupero della perduta cooperazione interclassista risorgimentale realizzerà questa aspirazione; pensiero in cui ritroviamo gli stessi principi e metodi di soluzione applicati alla politica internazionale.


Secondo Moneta, la situazione di instabilità politica e sociale creatasi in Italia è da imputarsi anche all’incapacità della classe conservatrice, uscita dal Risorgimento, di dare statisti in grado di governare il Paese.


Questo non è solo il tradimento dei principi risorgimentali, ma anche del concetto di democrazia. Infatti, la rivoluzione borghese ha sostituito alla concezione medievale che i popoli esistono solo per la gloria dei sovrani il concetto utilitaristico-democratico che i governi sono fatti per i popoli. Quindi, sono governi democratici legittimi solo quelli che rispondono alla necessità, ai bisogni e alle aspirazioni del popolo.


Non bisogna dimenticare, per una corretta e completa comprensione del pensiero di E.T. Moneta, che il suo rapporto con il proletariato ed il socialismo, come sua espressione politica, è vissuto alla luce di un ideale umanitario risorgimentale.


In questa prospettiva, egli auspica che il partito socialista recuperi inalterata la sua dimensione primitiva di fine secolo, quando non era possibile trovare in Italia un libero pensatore che non si sentisse poco o tanto socialista.


Tutti credevano che lo Stato non dovesse rimanere indifferente davanti ai pericoli di un inizio di conflagrazione sociale, ma che fosse suo dovere cooperare alla diminuzione dei contrasti esistenti fra le diverse classi sociali.


Al di là dei motivi di incomprensione con i principi fondamentali del socialismo, egli non rifiuta l’idea di una collaborazione di tutte le componenti sociali in vista di una meta comune.


Il suo desiderio è che si realizzi un concorso di forze che raccolga le intelligenze di ogni partito; ciascuno, conservando la propria fisionomia e le proprie aspirazioni, dovrebbe comprendere che vi sono momenti e necessità in cui al di sopra degli interessi particolari dovrebbe prevalere il pensiero del bene comune di tutta la nazione.


Questi principi, in lui profondamente radicati, gli rendono insopportabile l’idea stessa della guerra civile, che condannò ancora più duramente delle guerre fra le nazioni, poiché queste ultime, volute più dalla ragione di stato che dalla volontà dei popoli, non lasciano dietro di sé quello strascico di odio inestinguibile caratteristico delle lotte interne.


La condanna radicale dello spirito di violenza lo induce a rifiutare anche il concetto di lotta di classe, nel quale vede la causa principale della disgregazione sociale e dell’indebolimento dell’unità nazionale.


Contro questa eventualità, ritiene che il governo abbia il dovere di premunirsi, di difendersi e di intervenire a favore della classe operaia e dei contadini, con leggi e provvedimenti che l’evoluzione dei tempi richiede e che in altri Paesi erano da tempo in vigore, mentre in Italia non si era fatto nulla di simile dai tempi del Risorgimento.


Proprio la mancanza di un sentimento del dovere sociale, secondo lui, era all’origine dei disordini e dei moti di protesta che turbarono l’Italia negli ultimi anni dell’Ottocento.


Moneta fa risalire la responsabilità di tutto questo sia ai socialisti, che con la loro predicazione della lotta di classe hanno creato uno stato di ostilità, più o meno aperta, tra gli operai e gli industriali, sia agli industriali, alla classe dirigente borghese, che non ha concesso miglioramenti retributivi agli operai costringendoli ad attuare l’astensione dal lavoro per ottenere qualche risultato a loro favore (come documentato sulle pagine del “Secolo”).


Di fronte al problema sociale e alla evoluzione storica del socialismo, alle esasperazioni del radicalismo e del movimento anarchico, la posizione di Ernesto Teodoro Moneta appare inevitabilmente datata.


Uomo del Risorgimento, dei grandi ideali di Pace, Giustizia e Fratellanza, si trova chiaramente impreparato di fronte al maturare dei rivolgimenti sociali e politici del Novecento, senza però che per questo perdano consistenza, ai nostri occhi, la grandezza e la nobiltà del suo operato.


 


LE DONNE E LA PACE


 


Tra la fine dell’ Ottocento e i primi anni del Novecento il movimento per l’emancipazione giuridica e politica delle donne cominciò ad estendersi, dagli Stati Uniti e dall’Inghilterra, anche ad altri paesi europei, tra i quali l’Italia.


Nel nostro Paese il femminismo fu appoggiato soprattutto negli ambienti radicali e socialisti, anche se il socialismo italiano continuò per molti anni a guardare alla donna secondo l’ideale dell’angelo del focolare e della missione materna.


Anche Ernesto Teodoro Moneta, pur riconoscendo l’importanza del ruolo della donna, ne vede ancora soprattutto le funzioni legate alla famiglia, ambito nel quale l’influenza della donna può ottenere risultati di valore sociale, soprattutto sui costumi e sulla pubblica educazione.


Ne troviamo una chiara manifestazione in questa sorta di ‘appello alle donne’ di Moneta:


 


Anche a voi, donne, spetta una parte importante e, forse, principale.


Quando io ero giovane i maggiori eccitamenti alle virtù del patriottisino vennero dalle donne. Esse ebbero il primo posto nelle dimostrazioni per i morti di Palermo a Sant’Eustorgio... e c’era pericolo. Quello che allora fecero le vostre madri per la liberazione dell’Italia dallo straniero fatelo oggi per sottrarre la patria e i ‘Europa dalla feroce pazzia della spada. Le prime donne che fanno comparsa nella storia d’Italia sono le donne Sabine, le quali messesi in mezzo impedirono che si sgozzassero tra loro mariti e fratelli.


Oggi ogni guerra che si combatte in Europa è una guerra fratricida. Mettetevi alla testa, ditelo ai vostri che questa è un’impresa non politica, né cristiana, ma umanitaria, io vi invito però a dare agli amici soprattutto notizie di pace che colla parola e colla costanza degli atti faranno avanzare di nuovi passi la nostra causa della pace e della libertà”.


 


Moneta fu convinto assertore del valore dell’attivismo femminile nel campo della beneficenza e dell’assistenza sociale, ma favori e sollecitò anche il sorgere di Comitati femminili per la propaganda della pace, come quella “Lega di Libertà, Fratellanza e Pace” che già nel 1878 aveva fondato con la nobildonna Cristina Lazzati.


Anche per la sua rivista La Vita internazionale e per L’Almanacco della Pace cercò la collaborazione dell’elemento femminile, che trovò nella pacifista Bertha Von Suttner, nella poetessa Ada Negri e ancora in Sofia Ravasi, Cesarina Lupati Guelfi, Rosalia Guiws Adarni.


Il sostegno femminile alla causa pacifista si rese particolarmente visibile in occasione della Esposizione Internazionale di Milano del 1906 e della celebrazione della festa della pace a Palermo (22 febbraio 1907). Presieduta da Elvira Cimino, mentre quella di Napoli fu promossa da Irma Melany Scodnick. Proprio quest’ultima, con Luisa Mossi entrò a far parte del consiglio direttivo della Federazione delle Società Italiane della Pace





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