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  I fatti della vita
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E’ morto Franco Fucci, storico redattore capo del vecchio Giorno. Partigiano combattente fu catturato dai fascisti nel novembre 1943 con Giancarlo Puecher. Domani i funerali.

Milano, 23 settembre 2013. E’ morto Franco Fucci, giornalista professionista. Figurava al terzo posto dell’Albo. Per lunghi anni era stato responsabile del “politico” del grande “Giorno” (in precedenza aveva lavorato a Popolo) e poi storico redattore capo centrale fino al pensionamento.  Era  nato a Brescia nel 1920. L'8 settembre 1943 lo coglie ufficiale degli alpini. Va subito in montagna, comanda con Giancarlo Puecher uno dei primi reparti partigiani nella zona di Corno. Ferito in uno scontro con la Guardia nazionale repubblichina, viene catturato e rimane in prigione fino alla Liberazione. Il funerale si terrà  domani 24 settembre  alle 14.45 nella Chiesa S. Bartolomeo di via Moscova 6/8. Lascia la moglie Emilia.


Franco Fucci non è solo uno dei gionalisti che hanno costruito il successo e le fortune del Giorno con le direzioni Baldacci e Pietra, ma è anche uno scrittore affermato di diverse opere storiche pubblicate per lo più con la casa editrice Mursia: 1. Ali contro Mussolini.  I  raid aerei antifascisti degli  Anno Trenta; 2. Radetzsky a Milano; 3.Le polizie di Mussolini; 4.Novecento. Morte di un Savoia; 5.Emilio De Bono, il maresciallo fucilato; 6.Spie per la libertà. I servizi segreti della Resistenza italiana. Ha scritto anche un Dizionario del linguaggio giornalistico (con la presentazione di Ferruccio Lanfranchi) e L’Alpinismo. Franco Fucci è stato insegnante di storia italiana all'Ifg De Martino nonché presidente di diverse commissioni di selezione dello stesso Istituto per la Formazione al Giornalismo. Per anni ha diretto il periodico "L'Alpino", organo nazionale delle "penne nere".


Franco Fucci e Giancarlo Puecher.


Giancarlo Puecher (Milano, 23 agosto 1923 – Erba, 23 dicembre 1943) è stato un militare e partigiano italiano decorato con la Medaglia d'oro al valor militare. Figlio del notaio milanese Giorgio Puecher, studiò alla facoltà di Giurisprudenza all'università di Milano. Poi si arruolò volontario a vent'anni, nel luglio 1943, in aviazione come allievo ufficiale pilota. Dopo l'8 settembre si aggregò ad un gruppo di partigiani presso Ponte Lambro, nei dintorni di Erba. L'11 novembre 1943 due fascisti di Erba furono aggrediti per strada da partigiani gappisti. Il centurione della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale, Ugo Pontiggia, fu ferito a morte e spirò pochi giorni dopo, e un suo amico Angelo Pozzoli fu fulminato sul colpo.A seguito dell'aggressione fu proclamato il coprifuoco e istituiti posti di blocco in tutta la zona.


La cattura di Giancarlo Puecher e dì  Franco Fucci. La sera del 12 novembre 1943 Puecher insieme all'amico Franco Fucci, ignari dell'istituzione del coprifuoco, furono fermati da una pattuglia di militi della Repubblica Sociale Italiana. Alla richiesta di documenti i due giovani ammisero di esserne sprovvisti, pertanto fu loro comunicato che sarebbero stati portati in caserma per l'identificazione. Non potendo recarsi in caserma poiché in possesso di armi, dinamite e manifestini di propaganda che erano sfuggiti ad una sommaria perquisizione, Fucci impugnò la pistola e tentò di esplodere un colpo contro uno dei militi, ma l'arma si inceppò. Il miliziano rispose al fuoco colpendo l'aggressore che cadde a terra ferito al ventre. Fucci fu ricoverato in ospedale mentre Puecher fu condotto in caserma e arrestato. La stessa sera furono fermati ed arrestati altri sette partigiani che come Puecher e Fucci stavano tutti ritornando dalla stessa riunione politica. Tra questi anche il padre di Giorgio Puecher. Per circa un mese la situazione restò tranquilla. Il 18 dicembre 1943 a Milano fu ucciso il federale di Milano Aldo Resega che rappresentava la corrente moderata in seno al Partito Fascista Repubblicano. Inoltre un noto squadrista di Erba Germano Frigerio fu ucciso in un bar nel corso di un agguato. I fascisti decisero pertanto di compiere una rappresaglia che prevedeva la fucilazione di trenta antifascisti, dieci per ogni fascista ucciso ad Erba (Ugo Pontiggia, Angelo Pozzoli e Germano Frigerio). Non essendo custoditi nelle carceri un numero sufficiente di prigionieri il numero degli ostaggi fu ridimensionato a sei.


Il processo e la condanna. Il tribunale fu istituito nel municipio della città e Puecher fu processato insieme ad altri sette prigionieri. Nel corso del dibattimento Puecher rivendicò orgogliosamente le proprie responsabilità: "Appartengo al vero esercito italiano" e ammise di aver partecipato ad una azione partigiana. Il tenente colonnello Biagio Sallusti, che era stato chiamato a presiedere il processo ridusse il numero dei morituri che fu fissato alla fine ad uno solo, Giancarlo Puecher. Puecher fu condannato a morte mediante fucilazione per aver "promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati dell'ex esercito allo scopo di sovvertire le istituzioni dello stato". A Puecher fu concesso di scrivere una ultima lettera e di essere confessato. Scrisse ai parenti: «L'amavo troppo la mia Patria, non la tradite, e voi tutti giovani d'Italia seguite la mia via e avrete compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale. Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non pensano che l'uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la Sua volontà». L'esecuzione avvenne nel cimitero nuovo di Erba. Il padre di Giorgio Puecher fu in seguito deportato nel Campo di concentramento di Mauthausen dove morì il 17 aprile 1945. Fucci rimase ricoverato in ospedale e quando fu guarito recluso in carcere. Fu poi liberato alla caduta del fascismo.


Giancarlo Puecher Medaglia d'oro al valor militare. La motivazione:


«Patriota di elevatissime idealità, scelse con ferma coscienza dal primo istante la via del rischio e del sacrificio. Subito dopo l’armistizio attrasse, organizzò, guidò un gruppo di giovani iniziando nella zona di Lambrugo, Ponte Lambro, il movimento clandestino di liberazione ed offrendo la sua casa come luogo di convegno. Con lo esempio personale fortificò nei compagni la fede nell’azione che essi dovevano più tardi proseguire in suo nome. Presente e primo in ogni impresa gettò nella lotta tutto se stesso prodigandovi le risorse di una mente evoluta e di un forte fisico, ed associando all’audacia un particolare spirito cavalleresco. Braccato dagli sgherri fascisti, insidiata la sicurezza della sua famiglia, non desistette. Incarcerato con numerosi suoi compagni e poi col padre, d’accordo con questi rifiutò la evasione per non allontanarsi dai compagni di fede e di sventura. Condannato a morte dopo sommario processo, volle essere animatore sino all’estremo, lasciando scritti di ardente amor patrio e di incitamento alla continuazione dell’opera intrapresa. Trasportato al luogo del supplizio, chiese di conoscere il nome dei suoi esecutori per ricordarli nelle preghiere di quell’aldilà in cui fermamente credeva, e tutti i presenti abbracciò e baciò, ad ognuno lasciando in memoria un oggetto personale, pronunciando parole nobilissime di perdono e rincuorando coloro che esitavano di fronte al delitto da compiere. Cadde a vent’anni da apostolo e da soldato, sublimando nella morte la multiforme e consapevole spiritualità che aveva contraddistinto la sua azione partigiana.»— Erba, 9 settembre - 23 dicembre 1943. (in http://it.wikipedia.org/wiki/Giancarlo_Puecher_Passavalli)


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Corriere della Sera, 11 ottobre 2013, Cronaca di Milano.


LA LETTERA.


FRANCO FUCCI, TESTIMONE DEL ’900 FIGURE DI RIFERIMENTO CHE MANCANO


Gentile signora, qualche giorno fa è mancato Franco Fucci, 93 anni, ufficiale degli alpini, partigiano, giornalista e scrittore di storia nonché uomo di grande classe. Per parecchi anni ho avuto il privilegio di lunghe chiacchierate con lui, ascoltando avvincenti testimonianze della sua vita personale e professionale. La sua narrativa era sempre serena e improntata ad un naturale understatement. Non c’era dramma nel distacco forzato dai suoi studi di Giurisprudenza in vista della partecipazione come ufficiale degli alpini alla Seconda Guerra. Non c’era dramma nella sua esperienza di partigiano neppure nel momento in cui fu catturato con Giancarlo Puecher e un miliziano repubblichino gli sparò al ventre. Non c’era odio: il miliziano era semplicemente «un pover’uomo affetto da qualche problema psichico». Recluso fino alla Liberazione, forse qualche delusione gliela riservò nell’immediato dopoguerra la militanza politica, diversa da come l’aveva idealizzata. Giornalista a «Il Giorno», coniugava quest’attività a quella di scrittore di saggi storici su fatti e personaggi del ventennio fascista, ma anche sul primo Novecento italiano. Interessante e godibilissimo il suo «Radetzky a Milano». Era anche attivo come docente presso la scuola di Giornalismo. Nell’ultimo periodo in cui ci incontravamo stava progettando un saggio su Napoleone a Milano, ma l’entusiasmo per quest’impresa scemava di giorno in giorno. Gli parlavo talvolta dell’avvento delle nuove tecnologie editoriali, ma l’argomento suscitava scarso interesse. Gli regalai allora il volume «Dalla selce al silicio», una storia dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione nei millenni passati. Ricambiò il dono affettuosamente dedicandomi un suo «Ali contro Mussolini», ma rimase un nostalgico delle macchine da scrivere, della carta e del piombo. A Franco una volta dissi che era sì vissuto in un periodo drammaticamente difficile, ma aveva anche avuto occasione di assistere e partecipare ad eventi di portata storica. La risposta fu una dura metafora: era stato spettatore di un’opera teatrale che non avrebbe mai scritto e di cui era stato costretto a recitare una parte. Pierpaolo Dalzocchio


 


Grazie per avercelo ricordato. Questa rubrica serve anche a questo, a rievocare personaggi milanesi che l’affannata cronaca dei fatti quotidiani finisce per dimenticare. Io posso solo aggiungere che nello smarrimento politico di oggi ci mancano certe voci forti che ci aiutavano a orientarci, e penso naturalmente in primo luogo a Indro Montanelli ma, anche, a sapienti colleghi come Franco Fucci. ibossi@corriere.it


Isabella Bossi Fedrigotti


Pagina 11 -(11 ottobre 2013) - Corriere della Sera (IN

 


 


 


 


 


 


 


 



IN http://archiviostorico.corriere.it/2013/ottobre/11/FRANCO_FUCCI_TESTIMONE_DEL_900_co_0_20131011_05bcc868-3237-11e3-9972-e528883e1892.shtml)





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