Nel 1954 l’autore di “Peppone e don Camillo”, querelato da De Gasperi, scontò 409 giorni di carcere. La stessa legge sulla stampa ha prodotto il caso Sallusti e le querele intimidatorie
La riforma della legge sulla diffamazione in discussione alla Camera dovrebbe mettere fine a una lunga serie di episodi per cui l’Italia è additata in Europa come un paese che dà il cattivo esempio sulla libertà di stampa.
Il caso Sallusti del 2012 è solo l’ultimo clamoroso caso di un giornalista italiano condannato ad andare in prigione per diffamazione a mezzo stampa, condannato a una pena eccessiva, sproporzionata che ha un effetto intimidatorio su tutti i giornalisti.
Il primo caso che fece scalpore nell’Italia repubblicana si verificò nel 1954: Giovannino Guareschi, giornalista e scrittore, il celebre autore di “Peppone e don Camillo”, fu condannato al carcere per aver diffamato il presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi e scontò 409 giorni in cella. Era stato querelato da Alcide De Gasperi. Aveva pubblicato un documento che metteva in cattiva luce De Gasperi e quel documento non fu ammesso al processo.
I casi sono stati numerosi. Molti hanno riguardato giornalisti poco noti e non hanno avuto l’onore della cronaca, come l’ha avuto invece, ad esempio, nel 2012, la clamorosa condanna a 14 mesi di reclusione di Alessandro Sallusti che, dopo alcuni giorni di arresti domiciliari, ottenne dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la commutazione della pena detentiva in una sanzione pecuniaria. Una decisione accompagnata da un forte richiamo al Parlamento a cambiare finalmente quella benedetta legge punitiva del 1948. Nei mesi precedenti il Senato aveva discusso per settimane la riforma partendo dalla cancellazione del carcere, ma strada facendo il testo si era riempito di norme ancor più punitive per i giornalisti ed era stato accantonato.
E dopo il caso Sallusti ci sono state altre condanne che fanno vergognare l’Italia e sono arrivati altri richiami dalle organizzazioni internazionali.
Il Consiglio d’Europa, l’OSCE, Article 19, da ultimi, hanno raccomandato alle autorità italiane di eliminare le pene detentive e di prevedere in alternativa pene pecuniarie commisurate all’entità del danno e alle capacità economiche del giornale e del giornalista ritenuto colpevole.
Nel vuoto in cui sono caduti tutti gli appelli è nato il caso tutto italiano dei giornalisti che subiscono intimidazioni e censure improprie attraverso il facile abuso del diritto di querelare per diffamazione i giornalisti e di chiedere i danni per ciò che scrivono. Una legislazione arcaica e punitiva verso i media permette tutto ciò, consente di bloccare a lungo le notizie sgradite a chiunque dispone di mezzi economici per intentare cause infondate. L’uso intimidatorio della querela nei confronti dei giornalisti è una forma di censura camuffata che non fa onore all’Italia. Piccole correzioni legislative possono impedire questi abusi che non si verificano negli altri paesi europei.
La pena carceraria per diffamazione è stata abolita da molti paesi. Molti paesi inoltre hanno de-penalizzato la diffamazione a mezzo stampa (il Regno Unito lo ha fatto nel 2009 in seguito a una grande campagna di mobilitazione sociale condotta dalla organizzazione non governativa Article 19). Questi paesi regolano efficacemente queste violazioni con norme del Codice Civile. In Italia invece la diffamazione è un reato ed è destinata a restare tale. La riforma in discussione alla Camera non ha preso nemmeno in considerazione l’ipotesi di de-penalizzare, nonostante alcuni deputati abbianmo ricordato che la legislazione internazionale è orientata in questo senso e ci sono specifiche raccomandazioni rivolte all’Italia dall’Onu, dal Consiglio d’Europa, dall’OSCE e da altri autorevoli organismi.
Da oltre cinquant’anni, dopo ogni condanna a pene detentive, le organizzazioni dei giornalisti protestano e chiedono al Parlamento di eliminare il carcere. Le stagioni politiche non sono apparse mai buone per invocare una riforma dell’intera legge sulla stampa che regola la materia e produce varie aberrazioni: non solo le condanne alla galera che altri paesi giudicano barbare, ma anche il vuoto normativo che permette di intimidire per vie legali i giornalisti che trattano notizie scomode.
ASP - OSSIGENO
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