Torna alla Camera il dibattito sulla diffamazione. Tra aperture e nuovi tentativi di irrigidimento, si fatica a imboccare la via delle grandi democrazie occidentali
La riforma della diffamazione, che tornerà in discussione in Aula alla Camera lunedì 16 settembre, potrebbe risolvere alcuni dei problemi per i quali in Italia la stampa è libera solo “parzialmente”, come ha sancito dal 2004 in poi Freedom House, il più autorevole osservatorio internazionale sulla libertà di informazione.
L’avvio della discussione, il 5 agosto scorso, ha confermato la volontà convergente di maggioranza, opposizione e governo di: eliminare finalmente l’obbrobriosa pena detentiva attualmente prevista a carico dei giornalisti condannati per diffamazione; estendere il segreto professionale ai giornalisti pubblicisti; regolamentare la rettifica rendendola causa di non punibilità (almeno in parte); risolvere la questione pirandelliana della responsabilità oggettiva del direttore responsabile (consentendogli di delegare altri giornalisti a vigilare sulla correttezza degli articoli pubblicati); ridurre da dieci a due anni il termine entro cui si può chiedere un risarcimento al Tribunale Civile; evitare, come ha proposto meritoriamente il sottosegretario Cosimo Ferri, che il querelante possa scegliere a piacimento il Tribunale a cui rivolgersi.
Introdurre queste norme sarebbe un bel passo avanti e sarebbe la premessa per la riforma più ampia che rimane quanto mai necessaria e per la quale finora i tempi non sono stati maturi. Bisogna rassegnarsi ad ammettere che il Parlamento italiano non ha ancora una visione complessiva del problema e non è in sintonia con gli standard giuridici in materia di diffamazione adottati dai paesi occidentali, orientati verso la progressiva depenalizzazione (cioè verso la regolazione della materia nel Codice Civile, da non confondere con la de-carcerizzazione di cui si sta discutendo che non modifica la configurazione penale) e verso l’inquadramento di queste violazioni nella categoria dei diritti della persona e non, com’è adesso in Italia, nella arcaica categoria della difesa dell’onore.
Il dibattito lo ha confermato. Ha mostrato che di altri problemi emergenti molto seri – l’abuso del diritto di querela a scopo intimidatorio, la enorme diffusione delle intimidazioni e delle minacce messe in atto per bloccare la pubblicazione di notizie sgradite, la cancellazione dagli archivi di notizie di cronaca sacrosante in nome del diritto all’oblio – ancora non si ha piena coscienza.
Tuttavia anche su questi temi ci sono state aperture che fanno ben sperare. Alcuni parlamentari (in particolare Sandra Zampa del Pd, Francesca Businarolo e Mirella Liuzzi del Movimento Cinque Stelle, Daniele Farina di SEL) hanno parlato della folla troppo numerosa di giornalisti minacciati e della particolare vulnerabilità dei giornalisti precari. Ne hanno parlato e hanno proposto di creare un deterrente alle querele temerarie, come propone da tempo “Ossigeno per l’Informazione” e come ha chiesto qualche mese fa la Commissione Parlamentare Antimafia, invocando il diritto dei cittadini di essere informati.
È la prima volta che nell’Aula di Montecitorio si parla esplicitamente di queste migliaia di giornalisti invisibili penalizzati da leggi arcaiche e vuoti legislativi.
Durante il dibattito a Montecitorio alcuni hanno ricordato la celebre sentenza “decalogo” emessa dalla Corte di Cassazione del 1984 per riempire, almeno in parte, un vuoto legislativo durato oltre trent’anni. Con quella sentenza la Cassazione ha agito da supplente del Parlamento, integrando di fatto la legge sulla diffamazione. Lo ha fatto risolvendo alcuni problemi e creandone altri: ad esempio creando il doppio binario giudiziario che ha ulteriormente indebolito i giornalisti, dando la possibilità di querelare un giornalista e di citarlo contemporaneamente (o in alternativa) per danni illimitati. Le lacune legislative rimaste in questi anni hanno consentito arbitrii, ingiustizie, abusi a tutto danno degli autori delle notizie meno gradite ai potenti, delle inchieste sulle vicende di cronaca più delicate e controverse. Quelle lacune limitano tuttora la libertà di stampa e contraddicono lo spirito dell’articolo 21 della Costituzione.
Purtroppo finora si è parlato poco di questi problemi e dei danni collaterali causati da una legge sulla diffamazione che privilegia l’onore rispetto alla libertà di cronaca. Di queste cose si è parlato solo episodicamente e senza risalire alla causa primaria, solo quando gli effetti scandalosi di alcune condanne hanno costretto a prendere posizione, quando sono stati colpiti giornalisti molto noti come Giovannino Guareschi, Lino Iannuzzi, Alessandro Sallusti e, di recente, tre giornalisti di “Panorama” condannati a oltre un anno di carcere. Per una malintesa carità di patria non si è data visibilità alle disavventure giudiziarie di centinaia di altri giornalisti meno noti incappati nelle stesse condanne.
Non sono valsi i ripetuti, severi richiami dell’Onu, del Consiglio d’Europa, dell’Osce, della Corte Europea di Giustizia che hanno chiesto alle autorità italiane di correggere le storture più clamorose della normativa. Tutti i richiami e gli appelli sono caduti nel vuoto, grazie anche alla disattenzione della politica e dei media.
In questo clima, mettere a tacere per lunghi anni il giornalista che pubblica notizie sgradite è diventato uno sport nazionale poco costoso e diffusamente praticabile: in Italia le leggi consentono di trascinare facilmente in tribunale l’autore di un articolo indipendentemente da ciò che ha scritto, basta una querela strumentale o una pretestuosa citazione per danni a mettere in gravi difficoltà un giornalista e un giornale. Questa poco onorevole prassi fa dell’Italia l’unico paese dell’Europa occidentale (oltre da quest’anno alla Grecia piegata dalla crisi economico-finanziaria) in cui la libertà di stampa è “parziale”. Se il Parlamento riuscirà a mettere un freno a questi abusi, libererà una gran quantità di notizie delicate utili ai cittadini che partecipano alla vita pubblica, notizie che è diventato troppo rischioso pubblicare.
ASP – OSSIGENO in http://www.ossigenoinformazione.it/2013/09/diffamazione-1-31198/
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1.DIFFAMAZIONE. DA DOVE RIPARTE LA RIFORMA LUNEDÌ 16 A MONTECITORIO. Una ricostruzione punto per punto. La nuova legge estende la normativa prevista per la stampa scritta ai giornali online registrati in Tribunale e ai notiziari radiotelevisivi ma non ai blog. La legge propone inoltre una funzione riparatrice della rettifica, che diventa causa di non punibilità penale. Evitare il rischio di una legge/bavaglio. La richiesta di chiedere i danni in sede civile deve essere fatta entro due anni. – di Alberto Spampinato - (Ossigeno pubblica da oggi una serie di articoli sulla riforma della legge sulla diffamazione in discussione in Parlamento) – IN http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=12702
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