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www.affaritaliani.it (10/12/2008)
Crisi dell'editoria, cronaca
di una morte annunciata

di Angelo Maria Perrino

Un terremoto si sta abbattendo sul mondo dell'editoria. I primi segnali arrivano come sempre dagli Stati Uniti, con le ultimissime notizie, davvero drammatiche, che parlano di bancarotta per il gruppo Tribune ( pubblica fra gli altri il Los Angeles Times e il Chicago Tribune) 161 anni dopo la sua fondazione. E di analoghi rischi per il New York Times, che controlla anche il Boston Globe oltre al prestigiosissimo International Herald Tribune e ha deciso di accendere un’ipoteca sulla nuova sede realizzata da Renzo Piano. I motivi sono sempre gli stessi e li ha riassunti molto bene Sam Zell, l'immobiliarista che aveva acquisito un anno fa il gruppo Tribune: "Il repentino declino dei ricavi e la crisi economica combinati con le difficoltà riscontrate sul mercato del credito hanno reso estremamente difficile fare fronte ai nostri debiti". Ma come negli Usa, anche in Italia, ancora sotto traccia, il grande terremoto si preannuncia non meno devastante.


Per ora si colgono piccole scosse sotterranee, ma sotto i piedi di manager e giornalisti la terra comincia a tremare. Di segnali ve ne sono fin troppi: basta dare un'occhiata alle performance borsistiche del comparto editoriale negli ultimi dodici mesi, un termometro oggettivo della salute delle aziende, per capire che è una strage.


La giovanissima Cairo editore guida questa sconcertante classifica negativa con meno 70, seguito a ruota da aziende di grande tradizione come Rcs Mediagroup (meno 66) e Poligrafici (meno 63). E in sequenza, in questa classifica del gambero, non manca nessuno, dal vecchio gruppo Espresso di Carlo De Benedetti (meno 57) al Sole 24 ore di Emma Marcegaglia (meno 55) quotato solo un anno fa. I problemi sono gli stessi: costi fuori controllo, dalla carta agli organici pletorici, scarsa produttività a fronte di superstipendi e benefit per manager giornalisti ed inviati, ricavi in bilico a causa della disaffezione dei lettori e della contrazione degli investimenti pubblicitari. E con costi prevalentemente fissi e crescenti e ricavi tendenzialmente e irreversibilmente calanti la forbice è destinata ad accentuarsi e la crisi, di conseguenza, ad aggravarsi, poiché nulla, all'orizzonte, fa prevedere un'inversione di tendenza.


Le cause di questa ecatombe annunciata sono molteplici e hanno operato in questi anni in un combinato disposto micidiale. Alla base la grande rivoluzione digitale, Internet, la nascita dei new media, la convergenza, la multimedialità, le piattaforme multicanale, l'irrompere e il consolidarsi dell'informazione in tempo reale, la globalizzazione degli eventi e dei contesti, la destrutturazione dei concetti di spazio e tempo, i nuovi linguaggi e i nuovi ambienti, dall'html all'Iptv, l'interattività, il viral marketing, la disintermediazione dei ceti professionali dell'editoria che hanno progressivamente perso le tradizionali rendite di posizione, l' empowerment dei processi di produzione e diffusione dei contenuti, con il fenomeno degli user generated content. Un cambio profondo di protocolli, di standard e di skill professionali. Una forma-giornale radicalmente cambiata.


Il tarlo è in azione dai primi anni '90. E in una quindicina d'anni ha rosicchiato sin dalle fondamenta il Palazzo a più piani in cui erano riposte le certezze dell'industria dell'informazione. Ora, sventrato, sta venendo giù, come le Twin Towers. Agli stimoli, alle suggestioni alle opportunità che schiudeva la sfida manageriale del grande "change" si poteva rispondere adeguandosi, cambiando, addirittura cavalcando l'onda. E invece si è risposto da parte dei professionisti del settore con la rinuncia, il ripiegamento difensivo, una gigantesca sottovalutazione e rimozione. Editori, manager, giornalisti non hanno voluto mettersi in discussione e abbandonare vecchie mentalità, abitudini e prassi professionali ormai obsolete. Insensibilità, incapacità, pigrizie, opportunismi, resistenze corporative hanno operato come un cocktail micidiale che ha prodotto clamorosi errori di analisi e sconcertanti paralisi decisionali.Che hanno messo in ginocchio le aziende, spremute come limoni e mucche da mungere ma prive di ogni progettualità futura.


Da anni si va avanti con le tirature gonfiate e con i bilanci aziendali costruiti non sul core business dei giornali, ma con le iniziative collaterali, dai libri ai cd che hanno ormai riempito, fino ad intasarli, i tinelli e gli studi degli italiani. Divenuti ormai accessori, i vecchi giornali di carta hanno perso qualità e appeal, proprio nel momento in cui i lettori venivano conquistati dai ben più veloci new media, da Internet al Televideo (che è il giornale più letto in Italia).


E mentre sul prezzo operava la concorrenza, devastante in tempi di crisi economica, di una free press di seconda generazione sempre più competitiva sul piano dei contenuti. Risultato: redazioni pletoriche e sempre meno utilizzate, processi di dequalificazione (la professionalità di un giornalista, senza adeguati supporti formativi, si esaurisce, secondo studi statunitensi, in cinque anni), giornali sempre più smilzi a causa del crescente costo della carta, omologati, sfocati e fuori tempo. Ma al crollo delle copie si è risposto con le tirature gonfiate e con la diffusione gratuita, nelle scuole e negli alberghi, sui treni e negli stadi. Al mercato sono stati forniti dati falsi che centri media indulgenti se non complici e cointeressati hanno preso per buoni ingannando gli inserzionisti e svalutando i loro budget e i loro ritorni commerciali.


D'altra parte essendo scomparsi gli editori puri, falcidiati dalle crisi dei primi anni 80 quando scomparvero insieme le grandi famiglie storiche dei Rizzoli, dei Mondadori, i Rusconi, l'impresa-giornale ha perso la sua mission originaria di informare ed è diventata, nelle mani di holding industriali e finanziarie, uno strumento di lobbing e di scambio in quella sempre più perversa dialettica del do ut des tra la politica e l'economia, le correnti partitiche e gli affari. Sicché tra editori fantasma, manager incapaci e opportunisti, direttori compromessi con il Palazzo, redazioni violentate, sedute e rinunciatarie, l'editoria ha venduto l'anima. E il giornalismo ha perso l'autonomia, che è il suo valore e requisito-chiave, la sua essenza, la premessa di ogni sua possibilità di esistere e di contare.


"Comprati e venduti", potremmo sintetizzare, usando il titolo di un bellissimo libro di tanti anni fa di Giampaolo Pansa, che denunciava, inascoltato, i primi sintomi di un cancro rivelatosi oggi letale. E ora, che la frittata è fatta, come se ne viene fuori? Difficile. Anche perché, a giudicare dai documenti che stanno uscendo dalle redazioni in questi giorni a commento delle trattative in corso da tre anni per il rinnovo del contratto nazionale, si capisce che non c'è la consapevolezza della pervasività e irreversibilità della crisi. Le parti fingono di negoziare, si sforzano di mantenere un tavolo aperto, evitano di mandarsi a quel paese per disperazione, ma non si avvicinano di un millimetro. Sono tigri di carta, privi di forza e senza margini.Gli editori, con quei conti e quei bilanci aziendali imbarazzanti , sono con le spalle al muro. Perciò ci vanno giù pesanti, con richieste che vanno dalla mobilità senza vincoli da una testata all'altra dello stesso gruppo editoriale, finora vietata (ma i giornalisti parlano di "trasferimenti selvaggi”), alla licenziabilità dei vertici anche intermedi, all'abolizione degli aumenti di stipendio automatici per anzianità, a un massiccio piano di prepensionamenti.


Ma non si capisce su chi debba gravare il costo di questi prepensionamenti: le casse esauste dell'Inpgi, l'istituto di previdenza privato dei giornalisti, non si possono permettere un simile aggravio senza mettere a rischio la stessa stabilità dell'istituto, un guaio che andrebbe ad aggiungersi alle difficoltà della Casagit, la cassa mutua dei giornalisti che ha chiuso il bilancio con buchi vistosi e sarà costretta per sopravvivere nella sua autonomia ad aggiornare le tariffe. Nè si può scaricare il costo di questi prepensionamenti sulla fiscalità generale: il governo, impegnato in una strenua azione generale di contenimento della spesa pubblica, sta tagliando perfino i contributi a fondo perduto che da anni versa a molti editori, con conseguente moria di testate, nuova disoccupazione e ulteriori gravami sull'Inpgi. Insomma la maionese è impazzita.


E nessuno vorrebbe stare al posto di Alberto Donati, capo delegazione della Fieg e di Franco Siddi, e Roberto Natale, segretario e presidente della Fnsi. Nelle prossimo ore si terrà un incontro ritenuto decisivo. Ma, posto che sia la firma del contratto il toccasana decisivo - e non lo è- Donati, intervistato da Affaritaliani.it nei giorni scorsi, ha raffreddato ogni possibile ottimismo sulla possibilità di chiudere l'accordo contrattuale. E allora? L'impressione è che si navighi a vista ma che basta muovere una piccola palla di neve perché si determini una valanga. Ci torneremo, suggerendo qualche possibile rimedio.


(In: http://www.affaritaliani.it/mediatech/crisi-editoria-morte-annunciata101208_pg_1.html)


 


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In: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=3016


EDITORIA. CRISI USA:


NYT IPOTECA il


GRATTACIELO di Renzo Piano,


mentre TRIBUNE Company


dichiara BANCAROTTA.


SOCIETÀ di CHICAGO PIENA


di DEBITI. MIAMI HERALD


è in vendita. E CNN TAGLIA.


Pubblicità giù del 15 per cento.


Tribune Company controlla due tra i maggiori quotidiani americani, Los Angeles Times e Chicago Tribune.


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In: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=3001


Stati Uniti: crisi del settore


editoriale. La raccolta


pubblicitaria accusa un -18%


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In: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=2917


Editoria/ In un anno


Repubblica ha perso


quasi 100mila copie, il


Corsera oltre 50mila:


la crisi dei quotidiani


è davvero inarrestabile.


Pubblicità: i grandi


Gruppi sono in difficoltà.


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In: http://www.affaritaliani.it/mediatech/pubblicita191108.html


Pubblicità/ Tracollo


nei primi nove mesi


dell'anno per Manzoni,


Rcs e Mondadori. Cresce


soltanto Il Sole 24 Ore


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