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EDITORIA. CRISI USA:
NYT IPOTECA il
GRATTACIELO di Renzo Piano,
mentre TRIBUNE Company
dichiara BANCAROTTA.
SOCIETÀ di CHICAGO PIENA
di DEBITI. MIAMI HERALD
è in vendita. E CNN TAGLIA.
Pubblicità giù del 15 per cento.

Tribune Company controlla due tra i maggiori quotidiani americani, Los Angeles Times e Chicago Tribune. CHRISTIE HEFNER LASCIA LA GUIDA DI PLAYBOY.

di Marco Bardazzi/ANSA


Washington, 8 dicembre 2008. A Chicago, la città del presidente eletto Barack Obama, il potente Tribune dichiara bancarotta. A Miami il prestigioso Herald è in cerca di acquirenti. E a Manhattan il New York Times in crisi di liquidità ipoteca l'asset più prezioso: il grattacielo di 52 piani di Renzo Piano sulla Ottava Avenue. Si prospetta un Natale di crisi per l'editoria americana, che non è in condizioni molto migliori dell'industria dell'auto in questi giorni al centro dell'attenzione. Più del 20% del settore editoriale ha problemi finanziari, secondo le stime del Wall Street Journal, e il calo del 15% della pubblicità (cartacea e online) registrato dal settore nei primi nove mesi dell'anno non sembra solo il frutto della recessione. Gli analisti vedono una crisi strutturale e si aspettano una riorganizzazione complessiva, con fusioni, tagli e scelte dolorose. I media americani sono considerati da Wall Street ancora troppo frammentati: l'editore più potente, Gannet (UsaToday), controlla per esempio il 13,6% della circolazione dei quotidiani e gli esperti vedono spazio per accorpamenti. Non manca chi ipotizza per i media piani di salvataggio simili a quelli per i quali Detroit sta battendo cassa in Congresso, ma è una possibilità che appare lontana.


Nel frattempo, di fronte all'emergenza, ogni gruppo tenta la propria strada. The New York Times Company, la società controllata dal clan familiare dei Sulzberger, ha affidato alla società immobiliare Cushman & Wakefield il compito di spremere soldi dal grattacielo di Piano, inaugurato lo scorso anno come nuovo quartier generale del quotidiano più influente d'America. La società possiede il 58% del grattacielo e i consulenti immobiliari dovranno trovare una serie di strumenti finanziari che portino al New York Times un'immediata iniezione di liquidità da 225 milioni di dollari, per far fronte ai costi di due linee di credito da 400 milioni di dollari l'una.


A Chicago invece, Tribune Company, la società acquistata nel dicembre 2007 per 8 miliardi di dollari dal magnate immobiliare Sam Zell, ha scelto la strada drastica del 'Chapter 11'. Il gruppo ha presentato in un tribunale del Delaware la domanda di protezione dai creditori che fa scattare le procedure della bancarotta. Tribune Co., che controlla due tra i maggiori quotidiani americani, Los Angeles Times e Chicago Tribune, ha assunto gli esperti della società Lazard per far fronte alle scadenze che incombono per 13 miliardi di dollari di debiti. «Nell'ultimo anno abbiamo fatto progressi significativi per trasformare Tribune in un'impresa che persegue l'innovazione», ha detto Zell, lamentando però che la situazione complessiva dell'economia sta creando difficoltà enormi. I giornali e le Tv del gruppo continueranno a operare, ha comunque promesso Zell.


In Florida un altro gigante dei media, McClatchy, secondo indiscrezioni cerca acquirenti per il Miami Herald, offrendo non solo il quotidiano, ma anche il patrimonio immobiliare che lo accompagna, a partire dalla sede del giornale affacciata sull'Oceano.


Nel resto degli Usa, gruppi grandi e piccoli sono alle prese con scelte analoghe e con l'esigenza di tagliare i costi. La situazione di crisi offre nel frattempo nuove opportunità a chi resta solido. È il caso per esempio della Cnn, reduce da una stagione elettorale che l'ha vista regina degli ascolti, con conseguente aumento dei profitti pubblicitari. Il network fondato da Ted Turner nei giorni scorsi ha lanciato una sfida alla Associated Press e alla sua redazione planetaria (4.000 giornalisti sparsi in 243 uffici in 97 paesi del mondo). La Cnn si offrirà come agenzia di stampa a basso costo ai giornali che ritengono l'abbonamento alla AP troppo costoso. Nello stesso tempo, però, la stessa Cnn sta tagliando: ha fatto rumore nel mondo dei media americani l'annuncio che verrà cancellata l'intera redazione scienza e ambiente, compreso il responsabile Miles ÒBrien, un veterano della Cnn e uno dei volti più noti del network. (marco.bardazzi@ansa.it).(ANSA).


 


EDITORIA USA:  CHRISTIE HEFNER LASCIA LA GUIDA DI PLAYBOY.


New York, 8  dicembre 2008.  Christie Hefner, figlia del celebre fondatore di Playboy Hugh Hefner, ha oggi annunciato che a fine gennaio lascerà la guida della azienda di intrattenimento per adulti famosa in tutto il mondo, in preda ad una profonda crisi. Dopo 20 anni come amministratore delegato della società di famiglia, la Hefner ha dichiarato di voler lasciare il suo lavoro per dedicarsi ad altre attività sia nel servizio pubblico che in aziende no profit. «Nel momento in cui il Paese sta abbracciando il cambiamento attraverso una nuova presidenza, ho deciso che è arrivato il momento di fare cambiamenti anche nella mia vita», ha spiegato Hefner. L'erede di Hugh Hefner aveva già annunciato pochi giorni fa la sua decisione al padre, che l'ha accettata pur ammettendo che sentirà la mancanza della figlia alla guida della gruppo che ha fondato nel 1953 e dove lavora tuttora come direttore artistico della rivista. Con le dimissioni di Christie finisce il lungo regno della famiglia Hefner alla guida della più famosa azienda di intrattenimento per adulti, che oltre al celebre magazine per adulti produce una televisione ed un sito web a pagamento. Playboy negli ultimi quattro trimestri ha perso un totale di 11,5 milioni di dollari e le sue azioni nell'ultimo hanno perso circa l'80% del loro valore. L'unico settore che resiste è quello legato al nome dell'azienda, grazie alla vendita dei diritti per la riproduzione del logo su magliette, gioielli e altri gadget. L'edizione italiana di Playoby è appena tornata nelle edicole, dopo una assenza durata diversi anni. (ANSA).


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www.affaritaliani.it


Editoria in crisi/ Usa: in fallimento il gruppo Tribune.


E il New York Times ipoteca la sua nuova sede


 


Washington, 9 dicembre 2008. Il gruppo Tribune (che pubblica fra gli altri il Los Angeles Times e il Chicago Tribune) 161 anni dopo la sua fondazione ha chiesto di avviare le procedura per accedere al Chapter 11, la cosiddetta "bancarotta protetta" dalle azioni dei creditori. Il gruppo, acquisito lo scorso anno dall'immobiliarista Sam Zell, è da tempo in difficoltà: ha già messo in vendita la squadra di baseball dei Chicago Cubs (non inclusa nella procedura e il cui valore stimato è di 1 miliardo di dollari) e ha già ceduto il quotidiano newyorkese Newsday. "Il repentino declino dei ricavi e la crisi economica combinati con le difficoltà riscontrate sul mercato del credito hanno reso estremamente difficile fare fronte ai nostri debiti", ha dichiarato in un comunicato Zell per giustificare l'iniziativa. A novembre il gruppo ha registrato nel solo terzo trimestre perdite pari 124 milioni, contro gli 84 milioni di profitti di 12 mesi prima nello stesso periodo. I ricavi sono crollati del 10% a quota 1 miliardo di dollari.


Il Los Angeles Times è il quarto giornale per tiratura con 773mila copie mentre il Chicago Tribune è l'ottavo con 541mila. Tra le altre testate, che fanno del Tribune il secondo gruppo editoriale d'America, il Baltimore Sun, l'Orlando e il Sun Sentinel. L'azienda ha in cassa 300 milioni di dollari, sufficienti ad affrontare la scadenza di un debito di 70 in scadenza oggi ma insufficienti a convincere i creditori a poter avviare un normale programma di ristrutturazione del debito.


E il calo della pubblicità e delle vendite rischia di mettere in ginocchio anche il New York Times, che ha deciso di accendere un ipoteca sulla nuova nuova sede realizzata da Renzo Piano. Il Nyt, che controlla anche il Boston Globe oltre all'International Herald Tribune, ha reso noto sul proprio sito di voler di ipotecare la propria per raccogliere 225 milioni di dollari di liquidità. Il gruppo, che in realtà possiede solo il 58% del grattacielo di 52 piani sulla Ottava Avenue completato nel novembre del 2007, deve far fronte a due linee di credito di 400 milioni ciascuna. Di queste, una scadrà a maggio. Recentemente l'agenzia di rating Standard & Poor's ha abbassato la valutazione sulla solidità del gruppo e Moody's si prepara a fare altrettanto. Dall'inizio dell'anno il titolo del Nyt ha perso oltre metà del suo valore. (www.affaritaliani.it del 9 dicembre 2008).


 


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IL SOLE 24 ORE del 9/12/2008


Editoria. Il gruppo di Chicago schiacciato da debiti per 12,9 miliardi di dollari accede alle tutele previste dal Capitolo 11


Tribune costretto alla bancarotta


Finisce il sogno dell'immobiliarista Sam Zell che rilevò la società nel 2007 - La casa che pubblica il Los Angeles Times ha già ceduto il quotidiano Newsday e messo all'asta i Chicago Cubs


 


di Daniela Roveda


LOS ANGELES. Anche i leggendari Los Angeles Times e Chicago Tribune, due dei più importanti quotidiani americani, da ieri sono ufficialmente vittime della crisi finanziaria. Il gruppo editoriale di controllo, il Tribune Co., uno dei più importanti gruppi media in America, proprietario anche del Baltimore Sun, dell'Orlando Sentinel, del South Florida Sun Sentinel, del The Sun e dell'Hartford Courant oltre che di numerose stazioni televisive è infatti entrato ieri in amministrazione controllata a un anno da un buyout da 8,3 miliardi di dollari orchestrato dal re del mattone Sam Zell. Sempre ieri, il gruppo New York Times ha annunciato l'ipoteca del suo quartier generale. Le due notizie hanno gettato ieri in uno stato di plumbeo pessimismo il settore della carta stampata in America.


Ironicamente è stato proprio il gruppo Tribune, rilevato il dicembre scorso dall'imprenditore Sam Zell col dichiarato obiettivo di "far soldi", a fallire per primo. Ironia doppia: Zell era brillantemente uscito con gran tempismo dal settore immobiliare vendendo la sua Equity Office Properties Trust a Blackstone Group per 39 miliardi di dollari nell'estate 2007. Entrò però nell'editoria nel momento forse meno opportuno e con un indebitamento spericolato. Un anno dopo i conti parlano chiaro: nelle procedure fallimentari il Tribune ha dichiarato attività patrimoniali valutate in 7,6 miliardi e debiti per 12,9 miliardi di dollari. Il gruppo – che ha fra i suoi creditori Jp Morgan per 1 miliardo di dollari e Deutsche Bank per 737 milioni – ha dichiarato di avere abbastanza liquidità per continuare le pubblicazioni e ha promesso che uscirà rafforzato dal processo di riorganizzazione. Resta il fatto che ieri la Standard & Poor's ha abbassato il rating sul debito del gruppo a livello "junk". Nel contempo è emersa una tragica realtà. Pur avendo Zell ridotto all'osso la copertura giornalistica e tagliato ferocemente i costi, neppure la sua gestione "senza cuore", anzi, forse proprio quella gestione ha aggravato la situazione. La riduzione del numero di pagine e il licenziamento di 135 giornalisti al Los Angeles Times (quarto quotidiano Usa) e 80 al Chicago Tribune (ottavo quotidiano) hanno peggiorato la qualità del giornale. Gli gli incassi pubblicitari sono scesi del 19% e le perdite sono salite a 121,6 milioni di dollari. La vendita di proprietà minori come il Long Island Newsday, e l'imminente cessione della squadra di baseball Chicago Cubs, non hanno generato contante a sufficienza per coprire i pagamenti sul debito. Con l'avvicinarsi di una rata da mezzo miliardo di dollari da versare alle banche creditrici, a Sam Zell è rimasta solo l'opzione dell'amministrazione controllata. Il problema dunque non era solo nel modello industriale. Una diminuzione degli introiti pubblicitari del 19% normalmente non porta al fallimento. Il problema era soprattutto finanziario originato dalla spericolata leva organizzata da Zell per acquistare il gruppo.


Resta il fatto che altri gruppi fortemente indebitati si trovano nella stessa condizione: la fuga dei lettori verso Internet ha fatto scendere la tiratura dei 507 quotidiani americani di un altro 4,6% nel semestre tra marzo e settembre, e solo due giornali Usa (il Wall Street Journal e Usa Today) hanno visto salire le vendite dello 0,1%. La spesa pubblicitaria negli Stati Uniti, destinata a scendere quest'anno del 3,8% a 172,5 miliardi di dollari secondo la società di ricerca Zenith Optimedia, potrebbe diminuire di un altro 6,2% nel 2009.


In questa situazione, il quotidiano Star Tribune di Minneapolis non è riuscito a rispettare una scadenza la settimana scorsa e potrebbe cadere sotto il peso di un indebitamento da 430 milioni di dollari. La McClutchy, a rischio ormai dal luglio scorso, ha messo in vendita il Miami Herald per soddisfare i creditori. Gannett, un gigante, incapace di raccogliere finanziamenti sul mercato del credito a breve, ha iniziato ad attingere a una linea di credito di emergenza per pagare le spese correnti. E la Gatehouse Media è uscita dal listino: i suoi titoli sono scesi al di sotto dei 7 centesimi per azione. 





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