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INPGI & DINTORNI.
Lettera di Enzo Iacopino:
“Cescutti ha ragione,
liberalizzare il cumulo
significa togliere il lavoro
ai giovani in attesa.
Pensionati in redazione
è un abuso degli editori”.

Trasparenza e richiesta all’Inpgi: rendere pubblici “l’elenco nominativo di chi è andato in pensione, utilizzando i benefici previsti dalla 416 e l’esistenza di nuovi rapporti, in particolare con le stesse testate per le quali prima si lavorava a tempo pieno”.

Caro Franco, hai messo in circuito l’intervento di Gabriele Cescutti in occasione dell’Assemblea del sindacato veneto. Te ne sono grato perché ho ritrovato nelle parole del collega la conferma di quel che di Cescutti ho sempre pensato, anche quando siamo stati in aperto disaccordo (creato in verità soprattutto da mediocri mestatori che usavano come strumento il dividere gli altri per poter restare a galla nei loro incarichi). Cescutti è uomo che parla in maniera diretta. Non fa calcoli (è bravissimo nelle strategie, sia chiaro) sulla convenienza. Una prova? Proprio il suo intervento. Interviene in maniera netta perfino contro quelli che potrebbero essere i suoi interessi personali. E’ pensionato, e l’abolizione del tetto nel cumulo (visto che le capacità professionali non gli mancano) potrebbe tornargli comoda. E’ pensionato, e con alle porte l’elezione per il rinnovo dell’Inpgi fare demagogia potrebbe essere la strada più conveniente per chi, ove mai lo desiderasse ancora, può essere votato solo dai colleghi non attivi.


Perché, dunque, Cescutti prende una posizione come quella da te riportata? Per un motivo semplice: per un’esigenza morale che condivido senza esitazioni.


Non so dove siamo stati, tutti noi, per così tanto tempo, mentre nelle redazioni si consumava la vergogna della quale abbiamo, ora, piena consapevolezza anche grazie alla superba manifestazione organizzata a Firenze, d’intesa con la Fnsi. Una vergogna che è stata ed è possibile grazie a troppe complicità di giornalisti. Quanti, nella catena di comando, accetterebbero che un loro articolo venisse pagato 2,3,5 euro (non raramente meno)? E perché ritengono sia dignitoso, morale imporre ad altri quel che non vorrebbero per loro stessi?


Si può negare che c’è un tappo, una complicità successiva a quella garantita quando si era in servizio, rappresentato da quanti sono andati in pensione e continuano a fare lavoro di redazione, con gli stessi incarichi, a volte con la stessa scrivania fisica? Lo si può fare, certamente. Mentendo.


Il problema non è il diritto di chi va in pensione, penalizzato economicamente e ancor prima da un punto di vista psicologico, a collaborare. Ci mancherebbe altro. Questo diritto va garantito, senza scomodare la Costituzione. Ma è altro quel che accade in troppi casi. Si garantisce all’editore di poter avere, faccio un caso specifico, con mille euro al mese quello stesso prodotto che prima gli costava più di diecimila. Perché mai dovrebbe assumere un giovane che, inevitabilmente, costerebbe di più senza avere la stessa esperienza e lo stesso appeal di un collega che per anni è stato una firma della testata? 


Scrive Cescutti  parlando degli “invisibili”, dei nuovi schiavi: “Sfruttati da un mercato in crisi (crisi a volte vera, altre volte gonfiata)  e da una generale realtà editoriale che  punta a privilegiare per le necessità redazionali giornalisti pensionati anziché ad assumere, regolarizzandoli, giornalisti giovani (ma anche non più tanto giovani) i quali da tempo attendono che il fasullo ruolo di collaboratore autonomo loro appioppato dall’editore, sia almeno trasformato in quello di collaboratore fisso”.


Perché questo avviene? Lo spiega benissimo Cescutti. Mi scuserà se ne faccio sintesi: l’organismo di rappresentanza dei pensionati (di quelli iscritti alla Fnsi) ritiene che la possibilità di integrare la pensione con 1.700 euro al mese non sia sufficiente, che bisogna abolire questo limite perché “non esiste  concorrenza con il precariato, in quanto  i giornalisti pensionati svolgerebbero un’attività professionale che esulerebbe dalla cronaca quotidiana, attività che sarebbe concentrata su commenti di livello o su interventi definiti più impegnativi”.


Non so dove viva chi (non Cescutti che si limita a riportare, prendendone le distanze, le argomentazioni) fa queste affermazioni. Sicuramente non nella realtà delle redazioni, realtà che sarebbe più evidente se l’Inpgi – come inutilmente sto chiedendo da oltre un anno e come chiederò nuovamente nel prossimo Consiglio generale dell’Istituto, il 24 novembre – fornisse due soli dati.


Il primo:  l’elenco nominativo di chi è andato in pensione, utilizzando i benefici previsti dalla 416.


Il secondo: l’esistenza di nuovi rapporti, in particolare con le stesse testate per le quali prima si lavorava a tempo pieno.


Fino ad ora, l’Inpgi non lo ha fatto, asserendo il dovere di tutelare la privacy.


Ma da quando l’essere in pensione dopo una vita di lavoro è un dato sensibile? E, soprattutto, perché non chiedere al garante se questa operazione trasparenza è possibile? Le risposte verranno, sono fiducioso. Non le attendo io, sia chiaro, ma le migliaia di giovani d’ogni età per i quali 1.700 euro al mese (sì, la somma di una integrazione ritenuta inadeguata) sono un miraggio.


Grazie per l’ospitalità


                                                                  Enzo Iacopino


Roma, 27 ottobre 2011


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PREVIDENZA ed elezioni.


Gabriele Cescutti critica


i pensionati dell’Ungp


e sponsorizza la conferma


di Camporese all’Inpgi:


“Liberalizzare il cumulo è


illecita concorrenza ai precari”,


ma dimentica che la libertà


di cumulo è legge dal 2008


(In coda articolo di Franco Abruzzo).


In http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=7481


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