Nell'era digitale i «blog» e le iniziative di «citizen journalism» sono diventate importanti fonti d'informazione. Lo saranno sempre di più, soprattutto se avranno il sostegno dalla filantropia e delle università. Ma un giornalismo davvero affidabile, con un livello superiore di autorevolezza, non può fare a meno delle redazioni di giornali e tv.
Organismi complessi e costosi che, nonostante tutti i tagli e le ristrutturazioni, molte aziende non riescono più a gestire con risultati economici positivi. In questi casi «bisognerà ricorrere anche a sussidi pubblici».
Nel dibattito sulla crisi della stampa Usa arriva un documento «pesante»: il rapporto sulla «Ricostruzione del Giornalismo Americano» commissionato dal rettore della Scuola di giornalismo della Columbia University a un suo docente (Michael Schudson) e a Leonard Downie Jr che per 17 anni (fino a tutto il 2008) ha diretto il Washington Post di cui è stato non solo l'anima giornalistica ma anche manageriale. Oggi è vicepresidente della società.
Non è la prima volta che nella stampa Usa si affaccia la tentazione di chiedere aiuti al governo, ma una proposta così articolata non si era ancora vista. E colpisce che venga da un giornale che dal caso Watergate degli anni '70 allo scandalo Walter Reed del 2008 (la scoperta dell'incredibile degrado degli ospedali per i militari invalidi) per i governi è sempre stato una spina nel fianco.
La crisi della stampa, però, si fa sempre più profonda: la recessione sarà anche finita, ma non (non ancora, almeno) per i giornali. Il New York Times, che fin qui l'aveva tamponata con operazioni finanziare, tagli alla produzione e riduzioni di stipendio, due giorni fa ha comunicato che entro fine anno eliminerà 100 giornalisti (su 1300). Il gruppo Gannett (controlla 84 quotidiani tra cui Usa Today, leader del mercato, e 23 reti televisive) ha registrato nell'ultimo trimestre un calo degli utili del 53%. Guadagna ancora, anche se poco, grazie ai tagli (mille dipendenti fuori nel 2008, altri mille quest'anno) mentre la pubblicità, crollata del 32% nella prima parte dell'anno, nel trimestre luglio settembre è diminuita «solo» del 28%. Per non parlare delle testate locali (quotidiani e tv delle città medie), quelle colpite più duramente dalla crisi.
Per questo, secondo Downie e Schudson, «la società americana si deve ora assumere la responsabilità collettiva di sostenere il giornalismo indipendente in un ambiente economico che è profondamente cambiato, così come fa spendendo molto di più per la scuola, la ricerca scientifica, la difesa del patrimonio culturale».
Tesi talmente «sensibili» che reazioni e polemiche sono arrivate a valanga appena il documento è comparso sul sito della Columbia. Scontato il «no» dei conservatori, già furiosi per l'ampliamento del ruolo dello Stato nella gestione della crisi economica, anche i progressisti si sono spaccati: pieno sostegno alle tesi del «manifesto» della Columbia da parte di Free press un'organizzazione della sinistra «liberal» con mezzo milione di iscritti che si è assegnato il ruolo di «guardiano» della libertà di stampa mentre la sinistra libertaria cresciuta nell'era digitale vede il problema in altri termini. Considera la carta stampata il passato, sostiene che «bisogna salvare il giornalismo, non i giornali», come ama ripetere il radicale Jeff Jarvis, guru del nuovo «ecosistema » dell'informazione, studioso degli «aggregatori» che cercano di trasformare un cespuglio di «blog» in un prodotto giornalistico con una struttura comparabile con quelle dei «media» tradizionali. Jarvis liquida la proposta di Downie come «broccoli journalism », ma anche Dan Gillmor, un «columnist » della sinistra americana che ha raccontato per vent'anni sui giornali l'epopea della Silicon Valley e ora insegna (proprio con Downie) giornalismo alla Cronkite School dell'Arizona State University, prende le distanze: «Gli unici che riescono a trarre vantaggi dal rapporto col governo senza pagare dazio sono le grandi banche e le società che gestiscono appalti militari. Gli altri vengono schiacciati. Toccherebbe anche a noi».
Anche David Carr, sul New York Times, si dice sconcertato, vista l'impopolarità di un ricorso ai contribuenti. Più pacate le reazioni del Nieman Lab, il laboratorio giornalistico di Harvard che ragiona sui pro e contro della proposta, mentre anche il Poynter Institute formula alcune, misurate critiche. Ma intanto il tema dei sussidi pubblici alla stampa insieme a quelli dei tagli che renderanno permanente il «dimagrimento» delle redazioni, del maggior coinvolgimento degli atenei e della trasformazione delle società editrici in «non profit» sostenute da filantropi, come già avviene per musei, biblioteche, teatri e altre istituzioni culturali è stato messo ufficialmente sul tavolo.
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Testo in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=4526
Il Sole 24 Ore 22/10/2009
EDITORIA AL BIVIO.
Viaggio nella realtà statunitense
Fondi pubblici per la stampa
di Leonard Downie
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EDITORIA. NY TIMES RIDUCE PERDITE III TRIMESTRE A 35MLN $, -27% PUBBLICITÀ
New York, 23 ottobre 2009. Il gruppo editoriale New York Times ha registrato nel terzo trimestre 2009 un andamento migliore del previsto con una riduzione delle perdite e un fatturato pubblicitario in calo del 27%. La perdita netta è stata di 35,6 milioni di dollari o 25 cent per azione, contro 106,3 milioni o 74 cent per azione l'anno scorso. Al netto di oneri straordinari, il gruppo ha registrato un utile per azione di 16 cent, contro 5 cent l'anno precedente. Il fatturato è calato del 17% a 570,6 milioni e causa della flessione degli introiti pubblicitari, ma gli analisti si aspettavano una cifra inferiore (561,6 milioni) e le prospettive del quarto trimestre sono migliorate. «Abbiamo colto segnali incoraggianti di miglioramento dell'economia e nei contatti con i nostri inserzionisti», ha affermato il direttore generale, Janet Robinson, in un comunicato. Il gruppo sta per tagliare 100 giornalisti ed ha in programma di liquidare i propri interessi nella squadra di baseball Boston Red Sox oltre che cedere il Boston-Globe. Sono previsti tagli dei costi operativi per 475 milioni. A fine settembre il gruppo aveva ha già ridotto l'occupazione del 20% rispetto all'anno precedente. (RADIOCOR)