Milano, 22 agosto 2009. Pubblichiamo la lettera di rettifica che oggi Franco Abruzzo ha spedito, per fax e via email, al direttore responsabile dell’Espresso, Daniela Hamaui, con riferimento all’articolo “Chiudete quella Bocca” a firma Marco Travaglio (pubblicato nel nel n. 34, 27 agosto 2009, del settimanale). In coda l’articolo di Giorgio Bocca, la replica del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, le reazioni del mondo politico e di Franco Abruzzo, infine l’articolo di Marco Travaglio.
Marco Travaglio si occupa di me nell’articolo “Chiudete quella Bocca”, scritto in difesa di Giorgio Bocca, autore dell’articolo “Quanti amici ha Totò Riina”. Il Comando generale dell'Arma ha respinto «con fermezza» le «accuse infamanti» mosse ai carabinieri, perché nell’articolo di Bocca «si proietta, in modo sconcertante, sui Carabinieri che operano in Sicilia l'ombra della collusione e della pavidità, ombra che il Comando generale respinge con fermezza e con indignazione”. Tutto il mondo politico ha espresso la sua solidarietà all’Arma e l’ho fatato anch’io pubblicamente. Travaglio scrive: “mentre i marescialli Latorre e Minniti deliravano da sinistra, il mondo dell'informazione e della cultura taceva e acconsentiva. Con una rimarchevole eccezione: Franco Abruzzo, ex presidente dell'Ordine dei giornalisti lombardi, solidale con i carabinieri "leali servitori" ecc. Come se Bocca li avesse accusati in blocco di colludere con la mafia”.
Presumo che Travaglio, impegnatissimo in mille incarichi professionali, non abbia letto l’articolo di Bocca. Bocca, infatti, ha “accusato (i carabinieri) in blocco di colludere con la mafia”, quando afferma:
1.”I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza”;
2. “…..e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali…”:
3. “Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali” (verso la mafia, ndr);
4. “….i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.
5. “E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo, che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?”.
Travaglio scrive anche: “E dire che Abruzzo, docente di storia del giornalismo, ha pubblicato sul suo sito la tesina di un'allieva su 'L'inchiesta di Tommaso Besozzi sulle bugie dei Carabinieri e del Viminale sulla morte del bandito Giuliano'. Bugie per coprire i mandanti di Portella della Ginestra, anno 1948”. Il titolo della tesina, invece, è questo: “La prima grande inchiesta del dopoguerra. TOMMASO BESOZZI E LA MORTE DEL BANDITO GIULIANO. Breve ricostruzione di una delle poche inchieste della storia del giornalismo italiano. L’inviato de “L’Europeo” svela le bugie dei Carabinieri e del Viminale sulla morte dell’ultimo bandito siciliano” (testo in: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=90)”. La vicenda è nota. Governo e Carabinieri in quell’occasione hanno taciuto il nome dell’assassino di Giuliano. L’assassino era il cugino Gaspare Pisciotta avvicinato dagli uomini del col. Ugo Luca, ufficiale dell’Arma con grandi esperienze di controspionaggio. In Sicilia, tra il 1945 e il 1950, si è combattuta una guerra contro il tentativo secessionista di una frazione del mondo politico isolano, che aveva creato un esercito (“Evis- Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia” di cui Giuliano era “colonnello”) per staccarsi dall’Italia. Anche in quella “guerra” l’Arma pagò un alto tributo di sangue dei suoi uomini.
Nella guerra contro la mafia, l’Arma annovera 33 caduti tra i quali il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Quando si parla dell’Arma, prima di lanciare accuse gratuite e diffamatorie, bisogna sempre tenere presenti anche gli altri Carabinieri caduti nel corso di quasi due secoli: da Pastrengo al Podgora, da Culqualber a Nassirya. Non si può difendere chi ingiustamente ha attribuito ai carabinieri comportamenti pavidi e collusi con la mafia, dimenticando che il figlio di Ciancimino e Riina sono stati ammanettati (con sodali e parenti) dai carabinieri. La vendetta della mafia non è affidata solo alle lupare.
Franco Abruzzo
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DOCUMENTAZIONE
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1. “QUANTI AMICI HA TOTÒ RIINA”.
L'ARTICOLO DI GIORGIO BOCCA
PUBBLICATO DA L'ESPRESSO del 13/8/2009
di Giorgio Bocca
I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza
L'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capo siciliano della mafia Totò Riina, lo scrittore della sicilitudine Leonardo Sciascia, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia perché la conosceva bene, Massimo Ciancimino il figlio del sindaco mafioso di Palermo don Vito e altri esperti della onorata società hanno spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso.
Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale.
Se ci sono due scrittori italiani e siciliani che hanno larga e meritata popolarità nel paese essi sono Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore del 'Gattopardo' e Andrea Camilleri i cui libri sono in testa alle vendite, salvo il libro migliore, uno dei primi edito da Sellerio in cui spiegava per filo e per segno i compromessi fra mafia e Stato su cui si fonda l'unità d'Italia.
Senza alcuna presunzione di avvicinarmi a questi maestri, vorrei umilmente ricordare ai miei connazionali le ragioni per cui il capo delle mafie Totò Riina ha potuto scrivere il famoso 'papello' al capo del governo italiano per chiedergli, come ora ci fa sapere Massimo Ciancimino custode del documento, se, viste le buone relazioni correnti, il capo del governo non poteva mettere a disposizione del capo della mafia una rete della televisione. Proprio come chiesero e ottennero la Terza rete i comunisti quando condizionavano il mercato del lavoro.
Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la 'onorata società'.
Del pari sono rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza mosse, quando era sindaco a Palermo, da Leoluca Orlando. Eppure una ragione del 'comportamento speciale' della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia.
In ogni paese siciliano accanto alla Chiesa e al parroco c'è una caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa. Spiega Camilleri nel suo aureo libretto: i parroci sono persone oneste, ma sanno che a mettersi apertamente contro la mafia restano isolati, senza sussidi, senza ragazzi negli oratori.
E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?
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2. Testo in: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=4201
MAFIA: CARABINIERI
CONTRO GIORGIO BOCCA.
ACCUSE INFAMANTI.
COMANDO GENERALE
Dell’ARMA INDIGNATO
DA ARTICOLO DELL'ESPRESSO.
Solidarietà all’Arma Benemerita
da tutto il mondo politico.
Franco Abruzzo: “Ai carabinieri, leali servitori dello Stato e della collettività nazionale, che ho visto cadere in tanti e in difesa della legalità repubblicana, va la mia piena e convinta solidarietà. la mia gratitudine di cittadino e di giornalista”.
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3. L’Espresso 20 agosto 2009
Signornò
Chiudete quella Bocca
di Marco Travaglio
Dal caso Totò Riina al generale Mori i carabinieri hanno anche qualche storia di depistaggi. Per farsi un'idea di com'è ridotta l'intellighenzia italiota, basta contare le dichiarazioni di solidarietà giunte a Giorgio Bocca dopo il linciaggio che ha subìto per il suo ultimo articolo su 'L'espresso', 'Quanti amici ha Totò Riina': nessuna. Mentre i migliori squadristi del centrodestra sparavano insulti (il più gentile era "infame", made in Casini) e minacciavano di "portarlo in tribunale"
(Gasparri, con rispetto parlando), e mentre i marescialli Latorre e Minniti deliravano da sinistra, il mondo dell'informazione e della cultura taceva e acconsentiva. Con una rimarchevole eccezione: Franco Abruzzo, ex presidente dell'Ordine dei giornalisti lombardi, solidale con i carabinieri "leali servitori" ecc.Come se Bocca li avesse accusati in blocco di colludere con la mafia. Come se non fosse l'autore dell'ultima intervista al generale Dalla Chiesa e non conoscesse i tanti uomini dell'Arma uccisi da Cosa Nostra. E dire che Abruzzo, docente di storia del giornalismo, ha pubblicato sul suo sito la tesina di un'allieva su 'L'inchiesta di Tommaso Besozzi sulle bugie dei Carabinieri e del Viminale sulla morte del bandito Giuliano'. Bugie per coprire i mandanti di Portella della Ginestra, anno 1948. Da allora troppe tappe della storia della mafia sono segnate da depistaggi in divisa nera a strisce rosse. Dall'omicidio di Mauro De Mauro a quello di Peppino Impastato, che i carabinieri del capitano Subranni gabellarono per un terrorista esploso con la sua bomba (i giudici che hanno condannato i boss assassini parlano di "sistematico depistaggio o conduzione delle indagini viziata da sconcertante coacervo di omissioni, negligenze, ritardi e opzioni investigative preconcette" e la relazione unanime dell'Antimafia lancia pesanti accuse alla squadra di Subranni).Giù giù fino alle trattative avviate col mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 da Mario Mori e Giuseppe De Donno, ufficiali del Ros comandato dallo stesso Subranni (ovviamente promosso). E poi la mancata perquisizione del covo di Riina nel '93 e la mancata cattura di Provenzano nel '95 per cui Mori è imputato di favoreggiamento mafioso. Nella sentenza del processo Borsellino-bis, si legge che la trattativa Ros-Ciancimino "ha interferito coi processi decisionali della strage" di Via d'Amelio: "al di là delle buone intenzioni dei carabinieri. chi decise la strage attribuì a quella mossa di rappresentanti dello Stato il significato. che il gioco al rialzo poteva essere pagante". Mele marce? Magari: una volta individuate, vengono espulse dal cestino per evitare che intacchino quelle sane. Invece chi trattava con la mafia ha fatto e continua a fare carriera: già comandante del Ros e del Sisde, il generale Mori è consulente del sindaco di Roma Gianni Alemanno ed è stato appena chiamato dal governatore lombardo Roberto Formigoni a vigilare sulle infiltrazioni mafiose nei cantieri dell'Expò. Dunque non è successo niente. Bocca si vergogni e arrossisca.
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LETTERE UN REDAZIONE
1. "Gianni Giaccaglini" [giannigiac@tin.it]
To info@francoabruzzo.it
Subject R: Carabinieri - Franco Abruzzo risponde a Marco Travaglio difensore di Giorgio Bocca +I giornalisti del Corriere della Sera si autoriducono lo stipendio per fermare i tagli
Date 23/08/2009 10:09
Caro Franco,
le esprimo massima solidarietà per la sua posizione nella vicenda “Bocca vs. Cc” e, ovviamente, per l’Arma. Tuttavia mi permetto di esprimere l’impressione che in parte la vicenda si presenta come guerra fra persone troppo... franche. Ci metto anche lei, se non altro per il suo nome? No, lei ha ragione al 99%. Due sole osservazioni:
1) Bocca, alla lettera, non ha accusato tutti i Carabinieri ma le sue affermazioni generiche – chi in terra di Mafia non è umanamente preda di paure? – suonavano al di là delle sue stesse intenzioni come accuse gratuite verso l’intera Arma; un giornalista deve stare attento non solo a QUELLO che scrive ma anche a COME si esprime...
2) Travaglio sappiamo tutti che ama le espressioni forti ed esagerate, tuttavia almeno nel suo caso ha espresso, sia pure “con stupore“ un forte apprezzamento per la sua persona.
Cordialità
Gianni Giaccaglini
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2. From "danilo.rocca2@virgilio.it"
To info@francoabruzzo.it
Subject R: Carabinieri - Franco Abruzzo risponde a Marco Travaglio difensore di Giorgio Bocca.
Date 22/08/2009 23:43
Ciao Abruzzo
è vero che Marco Travaglio, probabilmente oberato dalle molte dispute alle quali riesce ad appassionarsi, e da, come dici tu i ... "mille incarichi" rischia di diventare impreciso. Di recente ha colto una clamorosa svista. Fa il critico frettoloso. Non è la prima volta che leggo sue imprecisioni davvero poco giornalistiche, degli sbagli radicali anche nel pesare e comprendere una situazione o un personaggio. Errori, che sembrano proprio piovere da adozioni di articoli letti anche un po' alla rinfusa. Ma "quotati" e assoldati subito nella forma di pensiero, anche riutilizzati, con verifiche che forse non sono così capillari, come magari i temi toccati proporrebbero. E in questo c'è pericolo, più che dagli articoli di Bocca, o dalle reazioni che portano. Col coinvolgimento di chiunque: del resto, fino a prova contraria, siamo in democrazia. Questa ennesima reprimenda rivolta anche a te, mi sembra particolarmente illiberale. Ed è un po' grottesco che un collega debba difendere il pensiero, in senso generale, non solo di Giorgio Bocca: diventare un difensore così esteso... su tante cose ci si arriva, poi si sbaglia.
E gli sbagli, se sono di sostanza, piovono poi come diffamazione su chi è stato descritto in modo inappropriato.
Ecco, al di la del merito, Marco Travaglio, il "critico in treno", che scuote le coscienze di stazione in stazione, osservando episodio per espisodio, per il tempo della fermata, forse farebbe meglio a sostare un po' di più. Perché la cattiva informazione fa sempre male, anche quando arriva dai paladini della controinformazione, della difesa degli spazi e delle voci libere. Forse prendere meno pendolini, più treni locali, fermarsi, sostare, guardarsi in giro, un pezzetto di viaggio farlo in autobus, ridere un po' di meno, degli altri, dare meno le cose per scontate, staccare un po', un giorno ogni tanto. Senza volergliene, per carità, averne, però, parlare possiamo ancora tutti. E chi ci dà contro, almeno legga chiaro.
Dammi spazio, così vediamo cosa si dice
un caro saluto, di fine agosto, con meno caldo sotto la tastiera
Danilo Rocca
danilo.rocca2@virgilio.it