Roma, 13 agosto 2009. Il Comando generale dell'Arma respinge «con fermezza» le «accuse infamanti» mosse ai carabinieri da Giorgio Bocca in un articolo pubblicato oggi sul settimanale L'Espresso. Nell'articolo, dal titolo 'Quanti amici ha Totò Riinà, spiega il Comando generale, «si proietta, in modo sconcertante, sui Carabinieri che operano in Sicilia l'ombra della collusione e della pavidità, ombra che il Comando generale respinge con fermezza e con indignazione. Basterebbe a confutarla la menzione dei 33 caduti per mano della mafia, tra i quali il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sorprendentemente accostato a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri». «All'eroica testimonianza dei caduti - prosegue la nota del vertice dell'Arma - si affianca quella delle migliaia di Carabinieri che in Sicilia continuano ad offrire quotidiane prove di abnegazione e di riconosciuta efficienza. Sono i Carabinieri che ieri hanno arrestato lo stesso Riina e oggi hanno stroncato sul nascere il tentativo di riorganizzazione di Cosa Nostra. Sorprendono, quindi, le ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell'operato di fedeli servitori dello Stato». «Il Carabiniere - conclude il Comando generale - è pienamente consapevole del rischio che corre ed è invero innaturale insinuare che risponda a 'tacite regole di coesistenza, perchè obbedisce con coraggio e lealtà unicamente all'imperativo del dovere, per la difesa della legalità e l'affermazione del bene comune. E sulla via di quel dovere muore a Palermo come a Monreale, a Vicenza come a Pagani, a Platì come a Nassiriya, a Torre di Palidoro come alle Fosse Ardeatine». (ANSA).
MAFIA. COCER CARABINIERI: SDEGNO PER ARTICOLO GIORGIO BOCCA
Roma, 13 agosto 2009. «Sdegno e sconcerto» è stato espresso dal Cocer dei Carabinieri per un articolo di Giorgio Bocca pubblicato oggi dal settimanale L'Espresso. Il pezzo, secondo il Cocer, ha un contenuto «malevolo ed ingiustificato» che «offende in maniera gratuita l'opera di chi, tutti i giorni, rischia la vita per la difesa della legge e dei cittadini». (ANSA).
LA RUSSA, INDIGNATO PER FARNETICAZIONI BOCCA: “SI INFANGA ECCELLENZA ITALIANA, SOLIDARIETÀ A GEN. GALLITELLI”.
Roma,13 agosto 2009. Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa è «indignato» per le «farneticazioni» di Giorgio Bocca e scende a difesa dei Carabinieri, tacciati di «coesistenza» con la mafia in Sicilia in un articolo pubblicato dal settimanale L'Espresso. «La solidarietà e la stima incondizionata all'Arma dei Carabinieri ed ai Carabinieri che operano in Sicilia - dice La Russa all'ANSA - è ovvia ma non è sufficiente. Credo che occorra l'indignazione verso chi, come Giorgio Bocca, non ha esitazioni ad infangare una delle principali, se non la principale, eccellenza italiana riconosciuta come tale nel mondo». «Dalle sue parole farneticanti - prosegue - si capisce la scelta di intitolare L'Antitaliano la sua settimanale rubrica sull'Espresso, rivista che ovviamente la accoglie volentieri». Domani, annuncia il ministro, «in occasione dell'incontro che terrò a Napoli per ringraziare le forze armate per quanto hanno fatto nelle missioni internazionali, nella lotta alla camorra, nell'emergenza rifiuti e nell'operazione Strade sicure, incontrerò il comandante dell'Arma, generale Leonardo Gallitelli, per esprimergli di persona la mia vicinanza ai Carabinieri».(ANSA).
MARONI SOLIDALE CON CARABINIERI DOPO ARTICOLO BOCCA
Roma, 13 agosto 2009. Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, secondo quanto si apprende, ha espresso solidarietà - in un colloquio telefonico - al comandante dell'Arma, generale Leonardo Gallitelli, per l'articolo di Giorgio Bocca pubblicato oggi sul settimanale L'Espresso in cui si parla di «patto di coesistenza» in Sicilia tra carabinieri e mafia. Contro l'articolo del celebre giornalista, dal titolo 'Quanti amici ha Totò Riinà si è già espresso il Comando generale dell'Arma. (ANSA).
GASPARRI: PAROLE DI BOCCA SU CARABINIERI MERITANO UN SEGUITO IN TRIBUNALE. ARTICOLO SULL'ESPRESSO CONFERMA LA FONDATEZZA DEI GIUDIZI DI BERLUSCONÌ SU QUEL GRUPPO EDITORIALE.
Roma, 13 agosto 2009. «Le opinioni di Silvio Berlusconi sul gruppo Espresso-Repubblica sono note. L'articolo di Giorgio Bocca sull'Espresso, con deliranti accuse di collusione in Sicilia tra carabinieri e mafia, conferma in modo clamoroso la fondatezza di quei giudizi». Lo afferma il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, in un intervento che sarà pubblicato domani dal quotidiano «Il Tempo». Per Gasparri «le parole di Bocca meritano un seguito in tribunale. Me ne farò promotore con tutti i carabinieri ed ex carabinieri che si vorranno associare alla denuncia». «Bocca ha offeso tutti i carabinieri di ieri e di oggi, i trentatre appartenenti all'Arma uccisi dalla mafia, la memoria del generale Dalla Chiesa, che fu a Corleone, giovane capitano, e a Palermo, prefetto martirizzato da cosa nostra. Bocca da molti anni dimostra cosa sia l'usura del tempo -prosegue Gasparri- Ogni suo articolo è una serie di insulti, in genere diretti a Berlusconi e a tutti noi del Pdl. Ora ha scelto i carabinieri». «Si potrebbe entrare nel merito di ogni singola vicenda. Ricordare che non sono certo i Ciancimino padre o figlio la bocca delle verità. Che i carabinieri hanno realizzato i più clamorosi arresti. E c'è un'altra vergogna -aggiunge Gasparri- Un eroe della lotta alla mafia, il gen. Mario Mori, deve ancora subire processi a Palermo, la cui causa, a mio avviso, è proprio da ricercare nell'impegno antimafia dell'Arma».
«Anni fa un presunto pentito, Baldassare Di Maggio, di cui si era occupato il giudice Caselli, fu rimandato in Sicilia come premio per il presunto ravvedimento. Nell'isola, a piede libero, si dedicò allo sterminio dei suoi rivali. I carabinieri fecero conoscere questa verità. Caselli -sostiene Gasparri- invece di rispondere nelle sedi opportune di questa allucinante vicenda, se ne uscì con la nota e sconcertante affermazione per la quale questa serie di omicidi, resi possibili dalla generosità di chi proteggeva Di Maggio (tutti tranne i carabinieri) era frutto della 'gestione dinamica dei pentiti». «Oggi invece di processare i colpevoli di questo scandalo criminale si molesta Mori. Anche perchè -afferma ancora Gasparri- a nostro avviso, i carabinieri hanno messo le mani su un'altra vicenda che ha disturbato certi ambienti della magistratura. Anni fa proprio all'Arma un altro pentito, Siino, il geometra di cosa nostra, affidò accuse contro un magistrato che fu braccio destro di Caselli. La cosa disturbò i soliti noti e causò guai a carabinieri. Di Maggio poteva uccidere per generosità dei suoi protettori di Stato. Siino invece doveva tacere». «Se Bocca riuscisse a capire i fatti si renderebbe conto che le cose sono all'opposto di quanto scrive, o meglio, delira. Collusi e complici si trovano in tanti ambienti. Ce ne sono stati tra i politici e anche tra i magistrati. I carabinieri hanno invece le carte in regola. E l'Italia oggi li ringrazia una volta di più. Mentre per Bocca facciamo appello ai familiari e prepariamo denunce», conclude Gasparri. (Adnkronos)
MINNITI (PD): ARMA CARABINIERI PILASTRO CONTRO LE MAFIE. IL LORO CONTRIBUTO NON PUÒ ESSERE MESSO IN DISCUSSIONE.
Roma, 13 agosto 2009. «Si può discutere di tutto. Si continui come si sta facendo ad indagare su periodi tra i più dolorosi ed oscuri della storia repubblicana, ma la consapevolezza che l'Arma dei Carabinieri costituisca e abbia costituito nel passato un pilastro fondamentale nell'azione di contrasto contro le mafie non può essere messa in discussione». Lo dice Marco Minniti responsabile Giustizia del Pd rispondendo a distanza all'articolo di Giorgio Bocca pubblicato su L'Espresso. «Questa consapevolezza per fortuna da molto tempo è patrimonio della coscienza collettiva del nostro paese. Per questo, considero del tutto opportuno e giusto il comunicato diffuso dal Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri in seguito all'articolo ‘Quanti amici ha Totò Riina’ a firma di Giorgio Bocca» conclude Minniti.(ANSA).
ROTONDI, BOCCA CHIEDA SCUSA AI CARABINIERI.
Roma, 13 agosto 2009. «Con tutto il rispetto per Giorgio Bocca, ma questa volta ha steccato. Chieda scusa all'Arma». Lo dichiara il ministro per l'Attuazione del programma di governo, Gianfranco Rotondi, nel criticare il giornalista dell'«Espresso» per l'articolo con il quale proietta sull'Arma dei Carabinieri in Sicilia l'ombra della collusione con la mafia. (Adnkronos)
CASINI: INFAME ARTICOLO di BOCCA SUI CARABINIERI.
Roma, 13 agosto 2009. «Tutto il Paese si deve stringere in ogni sua componente, maggioranza e opposizione, intorno all'Arma dei Carabinieri nel ricordo dell'alto prezzo pagato per combattere la mafia e la criminalità e nella consapevolezza di ciò che rappresenta per il presente e per il futuro. L'articolo di Giorgio Bocca è infame e ogni altro commento è superfluo. Esprimo al generale Gallitelli la solidarietà dei simpatizzanti e militanti dell'Unione di Centro». Lo dichiara il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, che condanna l'articolo 'Quanti amici ha Totò Riinà pubblicato dall«Espressò e firmato da Giorgio Bocca. (Adnkronos)
TORRI (LEGA): ARTICOLO DI BOCCA SU CARABINIERI ONTA PER LUI STESSO.
Roma, 13 agosto 2009. «Ricordiamoci di Giorgio Bocca, aderente al Gruppo Universitario Fascista (Guf) e firmatario del Manifesto sulla Razza del 1938. Quello che ha fatto dopo, camaleonticamente, non interessa. E ciò che ha scritto oggi sull'Espresso, così come fece nel 1971 firmando l'appello sullo stesso settimanale contro il commissario Calabresi, è un'onta più sulla sua persona che non sulla nobile storia dei carabinieri». Lo afferma il capogruppo della Lega Nord in commissione Difesa del Senato, Giovanni Torri, commentando l'articolo di Giorgio Bocca sul settimanale «in cui paventa una collusione tra la mafia di Totò Riina e i carabinieri di stanza in Sicilia». «Qualcuno glielo ha ricordato a Bocca, l'antifascista del dopo, di Salvo D'Acquisto? E -si chiede ancora Torri- dov'era Bocca quando fu ucciso Dalla Chiesa? Dov'era Bocca quando tanti bravi carabinieri sono morti per mano mafiosa?». Torri afferma poi che quando nacque la Lega Nord Bocca «già nei confronti del mio partito sbagliò tutte le valutazioni del caso, prima accreditandosi come uno dei più illuminati sostenitori per poi gettandoci in faccia di tutto e di più». «Ha dimostrato, il signor Bocca, negli ultimi 15 anni, un problema di alterazione rabbiosa con la sua arma più micidiale, quella penna che qualcuno gli deve pur togliere. Forse è il caso che rifletta un pò e faccia il nonno perchè non ha la lucidità e la capacità di un Montanelli o di un Andreotti e lo ha dimostrato infangando i carabinieri. Mi chiedo -conclude Torri- dov'è la testa di Giorgio Bocca in questo momento?». (Adnkronos)
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Mafia: Bocca vs carabinieri, solidarietà bipartisan ad Arma
Roma, 13 agosto 2009. Levata di scudi bipartisan (con qualche precisazione da parte di Idv) contro Giorgio Bocca. Il quale ha scritto - nella sua rubrica “L’Antitaliano” sul settimanale L’Espresso - che in Sicilia esiste un “patto di coesistenza sul territorio” fra mafia, Chiesa e carabinieri. Un’accusa respinta prontamente da Comando generale dell’Arma, al quale sono giunti messaggi di solidarietà da tutto il mondo politico. Nel suo articolo, Bocca ha sostenuto che "i carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza". In pratica, il giornalista ha chiamato in causa la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. “Una ragione del comportamento speciale – ha sostenuto - della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale, del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia. In ogni paese siciliano, accanto alla chiesa e al parroco, c’è una caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa”. Ma per Bocca non finisce qui. "Eppure – ha scritto - la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale".
La risposta del Comando generale dell’Arma dei carabinieri è arrivata a stretto giro di posta: si tratta di “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell’operato di fedeli servitori dello Stato”. È “sconcertante”, ha sottolineato il Comando generale, il modo in cui “si proietta l’ombra della collusione e della pavidità sui carabinieri che operano in Sicilia”. Un’ombra che “il Comando generale respinge con fermezza e con indignazione. Basterebbe a confutarla la menzione dei 33 caduti per mano della mafia, tra i quali il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, sorprendentemente accostato a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai carabinieri”. Il Comando della Benemerita ha sottolineato che “il carabiniere è pienamente consapevole del rischio che corre ed è invero ‘innaturale’ insinuare che risponda a ‘tacite regole di coesistenza’, perché obbedisce con coraggio e lealtà unicamente all’imperativo del dovere, per la difesa della legalità e l’affermazione del bene comune. E sulla via di quel dovere – ha ricordato il Comando generale - muore a Palermo come a Monreale, a Vicenza come a Pagani, a Platì come a Nassyria, a Torre di Palidoro come alle Fosse Ardeatine”.
Ai carabinieri è arrivata la solidarietà delle principali forze politiche di maggioranza e opposizione. Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa – interpellato dall’Ansa – si è detto “indignato” per le “farneticazioni” di Bocca. Una “solidarietà e stima incondizionata” per i carabinieri, quella del ministro, che è, come ha spiegato, “ovvia ma non è sufficiente. Credo - ha sottolineato - che occorra l'indignazione verso chi, come Giorgio Bocca, non ha esitazioni ad infangare una delle principali, se non la principale, eccellenza italiana riconosciuta come tale nel mondo”. La Russa ha poi annunciato che domani, in un incontro previsto a Napoli, esprimerà di persona al comandante dei carabinieri, generale Leonardo Gallitelli, la sua “vicinanza” all’Arma. Il capogruppo della Lega Nord in commissione Difesa del Senato, Giovanni Torri ha dichiarato: “Ricordiamoci di Giorgio Bocca, aderente al Gruppo universitario fascista (Guf) e firmatario del Manifesto sulla Razza del 1938. Quello che ha fatto dopo, camaleonticamente, non interessa". "E ciò che ha scritto oggi sull'Espresso - ha concluso l'esponente del Carroccio -, così come fece nel 1971 firmando l'appello sullo stesso settimanale contro il commissario Calabresi, è un'onta più sulla sua persona che non sulla nobile storia dei carabinieri”. Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, in un intervento che sarà pubblicato domani sul quotidiano Il Tempo ha annunciato che “le parole di Bocca meritano un seguito in tribunale. Me ne farò promotore con tutti i carabinieri ed ex carabinieri che si vorranno associare alla denuncia. Bocca ha offeso tutti i carabinieri di ieri e di oggi, i trentatre appartenenti all’Arma uccisi dalla mafia”. Per Gasparri, “se Bocca riuscisse a capire i fatti si renderebbe conto che le cose sono all’opposto di quanto scrive, o meglio, delira”. Secondo la parlamentare del Pdl Isabella Bertolini “I carabinieri sono da sempre il simbolo della fedeltà e della abnegazione. Qualità che hanno pagato in prima persona in Italia e all’estero”. Secco il ministro per l’Attuazione del programma di governo Gianfranco Rotondi: "Con tutto il rispetto per Giorgio Bocca, ma questa volta ha steccato. Chieda scusa all’Arma”. Il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini ha definito l’articolo “infame” e ha invitato “tutto il Paese” a stringersi “in ogni sua componente, maggioranza e opposizione, intorno all'Arma dei Carabinieri nel ricordo dell'alto prezzo pagato per combattere la mafia e la criminalità”.
Per il Pd è intervenuto Marco Minniti, che ha definito “opportuno e giusto il comunicato diffuso dal Comando generale dell’Arma”. Secondo l’esponente del Pd, “si può discutere di tutto. Si continui come si sta facendo a indagare su periodi tra i più dolorosi ed oscuri della storia repubblicana, ma la consapevolezza che l'Arma dei Carabinieri costituisca e abbia costituito nel passato un pilastro fondamentale nell'azione di contrasto contro le mafie non può essere messa in discussione”. Dal suo sito personale il portavoce di Idv Leoluca Orlando, dopo aver espresso gratitudine verso i carabinieri e stupore per l'articolo di Bocca, ha scritto: "Desta, però, non minore stupore, e costituisce mancanza di rispetto per quanti hanno fatto e fanno il proprio dovere, il reagire all'articolo di Giorgio Bocca con una difesa di ufficio tutti e di ciascuno". Per Orlando "è doveroso non ignorare la verità storica", che Bocca "ha espresso, in maniera chiara e radicale". "La mafia - ha detto Orlando - in Sicilia si è avvalsa di lacune ed omissioni di uomini di Chiesa e di esponenti delle forze dell'ordine, non soltanto di carabinieri. Talora uomini di Chiesa ed esponenti delle forze dell'ordine hanno varcato la soglia della legalità, configurando ipotesi di vera e propria complicità, quale risulta, peraltro - ha concluso -, da numerosi riscontri in sede giudiziaria e in atti di Commissioni di inchiesta". (velino)
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Il Giornale del 14/8/2009
L’ultimo delirio di Bocca: «Carabinieri mafiosi»
di Filippo Facci
Va lungamente premesso che prendersela a morte con Giorgio Bocca è tutt’uno con l’amarlo, è la medesima cosa, lui stesso si odierebbe o apprezzerebbe con eguale ruvidezza e incoerenza a seconda dei giorni, della stagione, della grappa invecchiata bene o male: nel febbraio dell’anno scorso scrisse un intero articolo per dire che le colf non sapevano più cucinare il bollito, ultimamente poi un’intera rubrica per dire che ai mondiali di nuoto bisognava premiare anche i quarti classificati, e poi ora, cioè ieri, sull’Espresso, era di turno un articolo infame e ignorante sulla mafia e specialmente sui carabinieri che sarebbero storicamente - dice lui - conniventi con Cosa Nostra.
Per le cose che ha scritto, e che vedremo, Bocca va semplicemente impiccato alle sue frasi: ma va lungamente premesso, ancora, che è giusto così: è giusto cioè provare un miscuglio di rispetto e disprezzo e tenerezza per un personaggio che - si autodefinisce lui stesso - è un provinciale vero, un nordico italianissimo benché il titolo della sua rubrica sull’Espresso sia paradossalmente «antitaliano», un prealpino ossessionato dai soldi, un forcaiolo, un voltagabbana, un lavoratore nordista che ha il fiuto politico di un piccolo borghese (ossia zero) e che alterna sprazzi di saggezza a brontolii rivolti contro l’universo mondo, facendo roteare il bastone. Se non c’è frase di Bocca che si possa «estrapolare dal contesto», è perché il contesto è lui stesso: un antifascista d’acciaio che fu fascista e fu persino imberbe antisemita, un asperrimo nemico di Berlusconi che tuttavia lavorò nelle sue tv - «L’ho fatto per i soldi», spiegò in un’intervista a Oreste Pivetta sull’Unità del 14 marzo 2006 - e poi un antileghista dopo aver tifato ardentemente Umberto Bossi: «La Lega mi ricorda noi partigiani quando scendemmo dalle montagne», scrisse nel 1993. Bocca è quel rispettabile e anziano giornalista che non ne ha azzeccata una, come ben sanno Giampaolo Pansa e meglio di altri anche Michele Brambilla, autore di un noto pamphlet in cui raccontava come anche Bocca, appunto, nei primi anni Settanta, sosteneva che le Brigate rosse fossero nere.
Il disprezzo che puoi provare per Giorgio Bocca è perciò autentico come la tenerezza che suscitano certe sue righe buttate giù, senza troppo pensarci; la sua scoperta della televisione, candidamente confessata, è quasi commovente: «A Canale 5 mi chiesero se ero disponibile a intervistare Bettino Craxi. L’intervista era registrata. Quando la vidi in casa mia, poche ore dopo, era più la voglia di ridere che di arrabbiarsi. Il regista mi aveva praticamente occultato o subalternizzato: comparivo quasi sempre di nuca, con la mia pelata rilucente». Parole sue ne «Il padrone in redazione» del 1989. Ancora: «Le domande di Maurizio Costanzo mi parvero banali, grigie. Eppure quasi tutti i conoscenti che incontravo, dicevano: “Ti ha sfruculiato mica male, il Costanzo, te le ha dette”. Allora mi feci mandare le registrazioni e capii il mistero: mentre io parlavo per dire delle cose, lui parlava per mimarle. E quando parlavo io riusciva con smorfie, sbadigli, tocco dei baffi, sorrisi, scuotimenti della testa a darne una sua interpretazione molto più convincente delle mie affermazioni».
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da: www.dagospia.com
QUANTI AMICI HA TOTÒ RIINA - L'ARTICOLO DI BOCCA PUBBLICATO DA L'ESPRESSO
di Giorgio Bocca
I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che in Sicilia un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. È naturale, allora, che si creino delle tacite regole di coesistenza
L'ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il capo siciliano della mafia Totò Riina, lo scrittore della sicilitudine Leonardo Sciascia, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia perché la conosceva bene, Massimo Ciancimino il figlio del sindaco mafioso di Palermo don Vito e altri esperti della onorata società hanno spiegato invano agli italiani che il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso.
Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale.
Se ci sono due scrittori italiani e siciliani che hanno larga e meritata popolarità nel paese essi sono Giuseppe Tomasi di Lampedusa autore del 'Gattopardo' e Andrea Camilleri i cui libri sono in testa alle vendite, salvo il libro migliore, uno dei primi edito da Sellerio in cui spiegava per filo e per segno i compromessi fra mafia e Stato su cui si fonda l'unità d'Italia.
Senza alcuna presunzione di avvicinarmi a questi maestri, vorrei umilmente ricordare ai miei connazionali le ragioni per cui il capo delle mafie Totò Riina ha potuto scrivere il famoso 'papello' al capo del governo italiano per chiedergli, come ora ci fa sapere Massimo Ciancimino custode del documento, se, viste le buone relazioni correnti, il capo del governo non poteva mettere a disposizione del capo della mafia una rete della televisione. Proprio come chiesero e ottennero la Terza rete i comunisti quando condizionavano il mercato del lavoro.
Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la 'onorata società'.
Del pari sono rimaste senza spiegazioni le accuse e le richieste di chiarezza mosse, quando era sindaco a Palermo, da Leoluca Orlando. Eppure una ragione del 'comportamento speciale' della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia.
In ogni paese siciliano accanto alla Chiesa e al parroco c'è una caserma dei carabinieri e una cosca mafiosa. Spiega Camilleri nel suo aureo libretto: i parroci sono persone oneste, ma sanno che a mettersi apertamente contro la mafia restano isolati, senza sussidi, senza ragazzi negli oratori.
E i carabinieri? I carabinieri, specie quelli che arrivano da altre provincie, sanno che la loro vita è appesa a un filo che un colpo di lupara può raggiungerli in ogni vicolo, in ogni tratturo. Non è naturale, obbligatorio che si creino delle tacite regole di coesistenza o di competenza?