Ha avuto ragione il nostro presidente Iselli, con gennaio quest’anno ai pensionati Inpgi la Befana invece del carbone ha lasciato qualche zuccherino, grazie al ripristino da parte del governo d’un pur ridotto adeguamento anche per le quiescenze non propriamente minimali. In quanti fra noi sono stati per anni penalizzati dall’improvvido stop a suo tempo intervenuto sui livelli in essere, mentre subìvano però l’incalzare implacabile dell’inflazione, l’amarezza si è stemperata un tantino; pur se perdura il melanconico interrogativo su cosa (se non stolida demagogìa) avesse mai trattenuto anche precedenti governi dal decidere già prima nella stessa direzione. Ma accanto a questo interrogativo politico (cui è arduo che possa mai arrivare una risposta) un altro si accompagna: ed è se la strada degli annuali adeguamenti basti a conservare d’ora in avanti il potere d’acquisto delle pensioni. Anche ammesso che il vizietto di reintrodurre di tanto in tanto dei blocchi non abbia a riemergere. La risposta è negativa. Ciò per due buone (o meglio pessime) ragioni : l’una è che adeguamenti fondati sulle cifre ufficiali dell’Istat sono comunque inferiori rispetto alla realtà inflazionistica che tutti non da oggi opprime ; la seconda è che ogni aumento delle quiescenze si riverbera comunque in avvìo graduale a più elevati livelli di prelievo fiscale, posta la progressività delle imposte sul reddito. Quanto l’una mano può dare in più attraverso ripristinati adeguamenti finisce presto o tardi
ritolto da un’altra. Nel tempo si resta al campo (e peggiorato) delle cento pertiche. No, gli adeguamenti annuali non sono “la soluzione” : anche se, nel caso di quanto avvenuto col 2009, a caval donato non si guarda in bocca (e quindi prendiamoci serenamente lo scarso recupero finalmente ricomparso sui... colli fatali di Roma).
La soluzione più vera e duratura andrebbe reperita altrove. Più precisamente sul terreno fiscale. Se al sempiterno problema di conservare l’iniziale potere d’acquisto di tutte le quiescenze, grandi o piccole, le forze politiche e sindacali vorranno dare un giorno risposte definitive e serie, la méta da conseguire andrà realizzata nello sganciamento del reddito pensionistico, sotto il profilo fiscale, dall’attuale perdurante equiparazione a normali redditi imponibili. Oggi quanto percepito da un pensionato non si dissocia da ogni altro ricavo assoggettato a imposte, concorre a formare il monte impositivo complessivo: e ciò benché la struttura stessa del pensionamento vada avviandosi (seppure con lentezza estrema) verso assetti che dal sistema della cosiddetta ripartizione vorrebbero accostarsi ad uno di capitalizzazione.
L’orientamento almeno teorico in atto è questo. Nel coacervo dei redditi soggetti ad imposizione, allora, quello derivante da quiescenze andrebbe ragionevolmente isolato, sganciato e trattato diversamente. E in ogni caso non assoggettato ad aliquota che sia maggiore a quella oggi vigente sui redditi finanziari, che non è progressiva bensì fissa. Si dirà peraltro giustamente che non ha senso mettere ad indignato confronto la circostanza che un reddito pensionistico di (poniamo) 80.000 euro lordi l’anno viene decurtato per Irpef ben oltre d’un 30 per cento, mentre l’identico ricavo da risparmi finanziari investiti sconta solo un 12,50 di prelievo secco. È vero, non ha senso. I risparmi poi investiti già scontano difatti altre imposizioni all’atto della loro formazione, in sede di accumulo come a livello dell’erogatore di dividendi e cedole. Però un senso di profondo malessere permane egualmente.
E proprio in una fase storica nella quale ovunque viene appunto proclamato come un sistema pensionistico ottimale andrebbe fondato su capitalizzazione – ed anche se l’accantonamento previdenziale fruisce oggettivamente di agevolazioni fiscali in sede di sua progressiva formazione-, la conservazione di quella tale equiparazione fiscale fra quiescenze e ordinari altri redditi stride, per le sue pratiche conseguenze. E fortemente. Una riforma fiscale seria e profonda dovrebbe proprio lì innovare radicalmente.
Certo, non è problema di pensioni giornalistiche. E’ tema che riguarda tutti i quiescenti, d’ogni categoria. La sollecitazione allo sganciamento fiscale dovrebbe partire perciò dalla totalità delle organizzazioni sindacali, il che è complicato. Ma, si ripete: è soltanto in sede e sul piano d’una riforma fiscale ab imis che può giocarsi seriamente la partita della conservazione nel tempo del potere d’acquisto iniziale d’una pensione. Non con (oggi pur non sgradite) Befane forse persino estemporanee.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
In: http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=3255
Appello di Maurizio Andriolo vicepresidente vicario dell’Inpgi:
“Bisogna creare un grande fronte di
tutti i pensionati italiani per individuare
un meccanismo serio che adegui le
pensioni al costo della vita,
copiando anche i modelli
tedesco, francese,spagnolo e inglese”.
Un primo obiettivo potrebbe essere quello di applicare il prelievo fiscale sul 75% dell’assegno a partire dai 65 anni di età per poi far diminuire questa percentuale man mano che si va avanti con l’età.
Roma, 26 gennaio 2009. La Corte costituzionale, con sentenza n. 30 del 13 gennaio 2004, ha ritenuto che il rispetto dei principi di sufficienza ed adeguatezza delle pensioni impone l’individuazione di un meccanismo in grado di assicurare “un reale ed effettivo adeguamento dei trattamenti di quiescenza” alle variazioni del costo della vita. Quella sentenza è rimasta inascoltata.
“In Germania, -come scrive Lisa Bartoli (Cgil-Spi) -, i redditi da pensione sono sottoposti a tassazione solo per una quota pari al 27 per cento. In Francia, ai contribuenti che hanno superato i 65 anni di età viene concessa una deduzione dal reddito imponibile il cui importo dipende dal livello del reddito e che viene raddoppiata nel caso di soggetti invalidi a carico. In Spagna, l’agevolazione, per i contribuenti sopra i 65 anni, assume la forma di una detrazione di imposta di importo fisso e non soggetta a limiti di reddito. Nel Regno unito, invece, sono previste sia una deduzione sia una detrazione. Nel primo caso, l’agevolazione consiste nell’elevare la deduzione di base, spettante a tutti i contribuenti, considerando due fasce di età: i contribuenti tra i 65 e i 75 anni e quelli di età superiore ai 75 anni”.
Il problema fondamentale è uno solo: creare un vasto fronte dei pensionati italiani. Mettere attorno a un tavolo tutte le sigle sindacali, che si occupano dei pensionati e proporre al Governo e al Parlamento una piattaforma, che non prescinda, comunque, dai doveri solidarietà sociale che vincolano anche i cittadini pensionati verso gli altri e verso i giovani in primo luogo. Ci dedicheremo a questa iniziativa con impegno, ma soprattutto con la convinzione che i quasi 18 milioni di pensionati devono far sentrire la propria voce per ottenere Giustizia. Un primo obiettivo potrebbe essere quello di applicare il prelievo fiscale sul 75% dell’assegno a partire dai 65 anni di età per poi far diminuire questa percentuale man mano che si va avanti con l’età.
Maurizio Andriolo /vicepresidente vicario dell’Inpgi (maurizio.andriolo@inpgi.it)