Milano, 21 maggio 2007.La carta stampata sopravviverà al 2043, anno nel quale gli esperti anglosassoni predicono uscirà l'ultima pagina dell'ultimo giornale scritto. Ne sono certi i giornalisti che si sono trovati a Milano - auspice l'Associazione Lombarda dei Giornalisti - a discutere del loro ruolo e del prodotto che realizzano, anche alla luce del contratto nazionale di lavoro il cui rinnovo è fermo da due anni e mezzo. La carta stampata, è stata la conclusione, sopravviverà se riuscirà ad adeguarsi ai profondi cambiamenti in corso.
MIELI - "Per 2.500 anni circa il teatro è stato la naturale espressione delle arti, su di esso convergeva tutto, il dibattito culturale, il dibattito filosofico, le grandi questioni morali, la religione, il divertimento, il canto. Per 2.500 anni è parso naturale a chiunque operasse nel campo delle arti che ci fosse un palcoscenico e delle persone davanti e che il più possibile le serate di piacere, di divertimento, di arricchimento, di cultura, di interesse, si svolgessero in quel modo. Le forme sono cambiate, come sapete per aver visto film o letto libri sul '600, quando c'erano modi diversi di andare a teatro, però quella forma, un palco di legno dove si svolge la rappresentazione e della gente davanti che guarda, pareva la più naturale del mondo, una cosa che mai sarebbe cambiata. Provate a immaginare cosa sono 2.500 anni. Non c'era autore, non c'era filosofo, non c'era scrittore che per cimentarsi con le masse, per avere una vera discussione, un vero pubblico, non passasse per il teatro, non c'era attore, non c'era grande cantante, non c'era nessuno che non ritenesse di passare per quel palco, per quelle assi, per quel po' di ore la sera... Cambiava il sistema di lavoro, cambiavano i rapporti di produzione, cambiavano le società, la società classica, poi quella feudale, poi quella moderna, eppure il teatro era quello. Poi, nel '900, ecco il cinema, la radio, la televisione, quindi il computer e Internet, e il teatro ha dovuto modificarsi.
Oggi cosa ne è del teatro? Oggi il teatro non è morto, oggi il teatro esiste, ma esiste nelle sue manifestazioni di eccellenza, non è più il teatro che per 2.500 anni è stato un luogo obbligatorio attraverso il quale passare. Oggi ci sono fior di teatri di eccellenza, per l'opera La Scala, per la prosa il Quirino, l'Eliseo a Roma. I grandi teatri esistono, lavorano, guadagnano, non vivono necessariamente di sovvenzioni. Oggi il teatro è vivo e i giornali hanno ancora rubriche di recensione teatrale.
Scusate la digressione iniziale, ma io penso che per la stampa scritta stia capitando qualcosa di analogo. Per trecento anni circa i giornali, i quotidiani così come li conosciamo noi, fatti magari più volte al giorno, erano la forma obbligata della comunicazione, non c'era autore, filosofo, espressione di idee che non passasse (la notizia, in primo luogo) attraverso i giornali. Poi è arrivato il '900, con il cinema, la televisione, la radio, Internet, i computer... Solo negli ultimi vent'anni la trasformazione è stata gigantesca, con il mondo del gratuito, la televisione gratuita, la radio gratuita... Fino agli anni '70 si pagava il canone per entrambe. La stampa gratuita, la comunicazione via computer gratuita... Già oggi è un miracolo che ci siano ancora delle persone che alla mattina vanno in edicola e pagano un euro qualcosa che come complesso informativo, di discussione... Pensate a cos'è una serata televisiva a fronte di un delitto. Ancora vent'anni fa, la notizia di un delitto come quello di Cogne passava miseramente in un telegiornale della sera, non esistevano trasmissioni che per ore e ore... Un portinaio o una portinaia che volevano informarsi sul delitto di Cogne non avevano altra via se non il quotidiano. I celebri delitti degli anni '50 e '60, il delitto Fenaroli, la storia del cigno nero, il caso Montesi, tutti i grandi casi che facevano discutere passavano innanzitutto per i quotidiani, in secondo luogo per i cinegiornali, quelli che si vedevano prima della proiezione di un film, poche immagini... Televisione e radio, quasi zero. Oggi è tutto radicalmente cambiato e anche i giornali stanno radicalmente cambiando.
Ho seguito con grande attenzione il discorso di Michele Muzii, i suoi suggerimenti sono senz'altro i suggerimenti di una persona intelligente, ma in primo luogo, se io fossi lui, farei una riflessione, cioè: questi suggerimenti io non li sto dando alla stampa italiana, li sto dando alla stampa mondiale, cioè io Michele Muzii obietto a una scansione, a un modo di fare i giornali che è applicato in tutto l'universo mondo e dunque, quando la mia obiezione, la mia ricetta, anche la mia utopia, è rivolta all'universo mondo, devo pensare proprio che l'universo mondo è popolato da sei, sette miliardi di cretini e che non ci sia eccezione alcuna, che non ci sia un Muzii cinese, americano, latino-americano, che inventa giornali che si fanno ogni due ore.
So che quello di Muzii è un paradosso, però ricordatevi che la condizione in cui vivono i quotidiani, in cui vive la carta stampata, è la stessa in tutto il mondo, anzi, più il mondo è moderno, più il problema del crollo delle vendite è vistoso. L'Italia è un paese in cui questo problema è meno vistoso di quanto non lo sia negli Stati Uniti. Non a caso, le previsioni più catastrofiche vengono dal mondo anglosassone, cioè il mondo che quasi ci ha insegnato a fare i giornali, dove i giornali sono fatti in maniera più moderna, dove le tecnologie e le tecniche che legano computer, Internet e carta stampata sono state sperimentate prima.
Noi dobbiamo pensare a un futuro dove le cose saranno più ardue, non più semplici grazie a particolari ricette, quindi dobbiamo fare tutto il possibile per rendere i giornali, i quotidiani (parlo della carta stampata), migliori, ma sapendo che andiamo incontro a tempi peggiori. Dobbiamo adottare quelle tecniche utilizzate in paesi dove il rapporto lettore e carta stampata è più avanzato che da noi, dobbiamo adottare tutti i sistemi che loro hanno adottato o inventato, inventandoli noi, se ne siamo capaci, per rallentare una crisi che comunque in termini generali ci sarà. E' come se noi fossimo agli inizi del '900 e pensassimo che c'è una ricetta per cui il teatro continua a essere quello che era nel '600, nel '700, nell'800, nonostante il cinema e la televisione. Non è questo il modo giusto di ragionare, secondo me, il modo giusto di ragionare è quello di prevedere i tempi duri che ci saranno e di capire qual è il vero segreto per cui quel cittadino va ogni mattina in edicola, o una mattina sì e una no, e spende un euro per comperare un giornale. Questo segreto noi pensiamo di averlo individuato in un rapporto che non consiste più nel ricevere un'informazione che non si ha, quanto nel rinnovare ogni mattina una tassa di iscrizione a un club che offre, oltre a informazioni in esclusiva, soprattutto gerarchia di informazioni già avute attraverso i mezzi esistenti in modo disordinato e raffazzonato, così da capire cosa è importante, cosa lo è di meno e cosa lo è di meno ancora, perché una cosa è più importante, un'altra lo è di meno, un'altra di meno ancora, qual è il senso profondo che lega tra loro le cose, per avere, cioè, quel genere di analisi e di approfondimento che porta a dare un valore in più a notizie che vengono fornite in modo farraginoso (ed è questo il limite del mondo del gratuito) e non possono essere utilizzate per ragionare.
Il modo in cui si apprendono le notizie su Internet, per televisioni o alla radio, è un modo che non ha ancora trovato un punto di equilibrio con il ragionamento, con la riflessione, con la gerarchizzazione delle notizie fra loro. Il quotidiano sopravviverà anche al mitico 2043, l'anno che gli studiosi anglosassoni hanno fissato come quello in cui uscirà l'ultima copia dell'ultimo giornale, sopravviverà in quanto sarà capace di essere qualcosa di diverso da quello che è stato nei secoli precedenti.
E qui arriviamo al senso del nostro Convegno e anche del richiamo a Walter Tobagi.
Io vengo dall'unico posto in Italia, forse, dove il pensiero, la mente, lo sguardo corre a Walter tutte le mattine che noi ci riuniamo e anche il pomeriggio, quando facciamo delle riunioni, perché il suo nome è stampato in modo non convenzionale nella sala Albertini, per cui da noi non sono necessarie cerimonie o occasioni particolari per pensare a Walter: si entra in una stanza e si vede Walter, si vede qualcosa che lo ricorda, e ci si avvia al momento più importante della produzione di un giornale avendo questa memoria che ci è passata nello sguardo per via subliminale, senza accorgercene. Walter per noi è tutto quello che ha ricordato all'inizio Baiocchi e forse di più, perché, sì, conviene che i giornalisti siano liberi, conviene a tutti, agli editori, a chi ci mette i soldi, conviene in senso economico, perché dei giornalisti che non abbiano un grado estremo o il maggior grado possibile di libertà e di autonomia generano una non convenienza, cioè fanno dei giornali banali e questi giornali banali sono parenti stretti degli altri giornali non gerarchizzati, disordinati, e non meritano di essere comprati. Quindi conviene avere delle eccellenze, conviene avere dei sistemi anche di relazioni interne che permettano ai giornalisti di essere tutelati rispetto alla possibilità di guadagnare bene, di essere difesi e di trovare conveniente lavorare in un giornale, quasi fosse un privilegio per tutti coloro che ci lavorano e non solo per pochi, perché questo è il modo per generare valore. Quindi conviene che i giornalisti siano messi in condizioni di generare valore. Ma, dicevo, Walter è stato qualcosa di più nella nostra professione, è stato, come ci ha ricordato Tiraboschi, uno stretto parente, almeno in termini ideali, di Marco Biagi. Perché uno stretto parente? Perché sono quelle persone, Walter Tobagi e Marco Biagi, che sanno individuare la contraddizione anche in casa propria e sanno parlare dei limiti della propria parte. Entrambi sono morti anche per questo, anzi, forse soprattutto per questo. Perché, vedete, è troppo facile affrontare questo problema... E io lo faccio in questo caso consapevolmente, pensando che ci sia una parte della ragione e una parte contrapposta del torto. Soprattutto quando le cose si incancreniscono, come è successo per la nostra vertenza sindacale, la tentazione di irrigidirsi e di arroccarsi è la tentazione contro cui alcune persone di particolare intuito e intelligenza, per fortuna non tutte uccise dalle Brigate Rosse o dal terrorismo, si sono battute. Marco Biagi e Walter Tobagi hanno in comune un solo elemento, oltre al fatto di avere detto entrambi cose intelligenti: quello di essere state persone che hanno osato seminare lo scompiglio nella propria parte. La parte di Walter Tobagi (il sindacato fine anni '60, anni '70) e la parte di Marco Biagi (quella sinistra che si occupava di questioni di lavoro) avevano un modo di ragionare, un'ortodossia da cui non si riusciva a venire fuori. Ebbene, Tobagi e Biagi hanno avuto il coraggio di fare delle scelte dirompenti all'interno della propria parte senza tradirla, non sono passati dall'altra parte, anche se qualcuno ha provato, per giustificare coloro che li hanno ammazzati, a dipingerli come persone che hanno tradito la propria parte, ma noi lo sappiamo, lo sappiamo davvero, Biagi e Tobagi non hanno mai tradito neanche per un minuto le proprie ragioni, la propria causa, la propria parte, sono rimasti integri fino al giorno che sono morti ed è stata una campagna calunniosa, quella di chi li ha presentati come dei traditori. Se pensate alle persone uccise dalla Brigate Rosse, Tarantelli, D'Antona, Guido Rossa... Insomma, sono tutte persone che hanno osato rompere il conformismo della propria parte.
Scusate, cerco di essere sintetico, ma vorrei concludere il mio ragionamento.
La stampa ha un traguardo: generare centri di eccellenza che sopravviveranno in salute (di questo sono certo e sono pronto ad accettare delle scommesse) al fatidico anno 2043, quando ci saranno mezzi di comunicazione forti, non mezzi di comunicazione residuali, altrimenti non ci sarebbe motivo per cui ancora oggi alcuni giornali... Grandi e piccoli, perché a volte il centro di autorevolezza può essere un giornale che vende poche migliaia di copie come il Foglio, non deve essere necessariamente il Corriere della Sera, Repubblica, il Sole 24 ore, la Stampa. La costruzione dell'autorevolezza richiede che i giornalisti siano figure che stanno in piedi con la schiena dritta, soddisfatte del proprio lavoro e anche della difesa delle proprie prerogative e dei propri diritti. Ma per risolvere i passaggi che si incancreniscono, se decidiamo di discuterne in un posto dove si parla anche di Walter Tobagi, non possiamo non dirci che sono i Walter Tobagi che fanno fare dei passi avanti, non sono i baritoni o i tenori che ululano o cantano... Sono i Walter Tobagi (lo sono, ovviamente, non solo dalla parte dei giornalisti, anche dalla parte degli editori), sono le persone che sanno rompere quel punto in cui la discussione si è incrostata.
Finché non verranno allo scoperto i Walter Tobagi, la crisi si farà più difficile, i tempi si faranno più duri e tutti pagheremo un prezzo per l'incancrenirsi del dibattito".
PANZERI - Secondo Antonio Panzeri, ex segretario della Camera del Lavoro di Milano e oggi europarlamentare Ds, nel mancato rinnovo del contratto dei giornalisti si nota "una crisi di rappresentanza: una incapacità di coniugare interessi particolari con quelli generali. C'é da riflettere sul consenso che la battaglia dei giornalisti ha nell'opinione pubblica".
FIEG - Tra i relatori c'era anche un rappresentante degli editori: Renato Salvetti, direttore della sede di Milano della Fieg. "Con l'arrivo di Internet e dei giornali gratuiti - è il suo pensiero - i cittadini sono sempre più tentati a pensare che le informazioni si trovano gratis e ovunque (sul Pc grazie a Internet e ai giornali online, sull'I-Pod, sul telefono cellulare). Nella giungla mediatica un ruolo sempre più importante sarà ricoperto dall' autorevolezza di editori e giornalisti, chiamati a offrire una griglia di importanza nel flusso delle informazioni". (ANSA).
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CONVEGNO IN ONORE DI WALTER TOBAGI
Pubblicato il 31/05/07 alle 01:21:58 CET da Admin
Introduzione al Convegno in onore di Walter Tobagi di Giuseppe Baiocchi
"Cari colleghe e colleghi, si è svolto il 21 maggio al Circolo della Stampa di Milano il Convegno in onore di Walter Tobagi, dal titolo "Professione, multimedia, contratto: giornalista chi sei ?". Qui di seguito vi proponiamo la relazione introduttiva di Giuseppe Baiocchi, uno dei fondatori di "Stampa Democratica". Una relazione ripresa e ampiamente citata dagli altri relatori: il prof. Michele Tiraboschi, ordinario di diritto del Lavoro all'Università di Modena, allievo e continuatore di Marco Biagi; il dr. Michele Muzii, presidente della Federazione Concessionarie di Pubblicità, il dr. Renato Salvetti, direttore della FIEG di Milano, l'europarlamentare Antonio Panzeri, già segretario della Camera del Lavoro e il direttore del "Corriere della Sera", Paolo Mieli."
Tra i colleghi amici e continuatori di Walter Tobagi ci è capitato spesso in questi mesi di interrogarci sullo stato del contratto dei giornalisti e del suo complicato rinnovo.
E, senza portare accuse a nessuno, ci è parso vecchio constatare come figurino ancora nel documento tuttora vigente gli articoli che definiscono in modo preciso ruoli e competenze dei giornalisti dimafonisti-stenografi. Colleghi amatissimi e preziosi, un tempo indispensabili, ma che ormai sono consegnati da troppi lustri al glorioso famedio della professione.
E’ una professione, la nostra, che ha subito una tumultuosa trasformazione non ancora del tutto compiuta e che ci interpella, talvolta in forme inquietanti, sul significato di un ruolo pubblico che deve immergersi per sua natura nello smarrimento collettivo del cittadino-consumatore di notizie, troppo spesso oppresso e qualche volta angosciato da un frastuono mediatico dove si perde come in una giungla il bisogno di senso.
Intanto basta un cellulare, nelle mani di chiunque, per documentare con straordinaria efficacia lo svolgersi di una realtà sconvolgente e qualche volta “dispettosa”: è accaduto con l’11 settembre, è successo con lo “tsunami” nell’oceano; e, in ambiti molto più ristretti, capita magari con le scene di ordinaria follia nelle scuole di ogni grado. E il canale di Internet tutto diffonde e anticipa. E l’informazione ufficiale dov’è ? Quasi sempre arriva dopo.
In realtà sembra compiersi, involontariamente, l’antica profezia dei dadaisti, quell’avanguardia culturale e artistica di quasi un secolo fa, che sosteneva come la verità poteva giungere soltanto dall’associazione casuale e spontanea di termini e concetti differenti e lontani. Nell’esperienza concreta del movimento “Dada”, poi sfociato nel surrealismo, i primi termini associati furono questi: “cadaveri squisiti” . E la condizione dei “cadaveri squisiti” sembra troppo spesso la martellante fotografia dell’odierna comunicazione…
E’ il progresso inarrestabile e globale, è il futuro già operante: e allora dentro il nostro tempo qual è la nostra funzione di giornalisti? Noi siamo convinti che ci sia e sia insostituibile… Solo che non si tratta più di farci cercatori d’oro delle notizie, quanto piuttosto quella, civile e democratica, di chi fornisce alla società in ascolto il criterio interpretativo, la selezione di significato, la gerarchia di importanza; in una parola il ruolo indispensabile di “traduttore simultaneo” che trasmette dal mare di informazioni brute la dimensione essenziale della “comprensibilità”.
Allora, in un simile contesto, che richiede per sua natura nell’arcipelago della multimedialità rapporti nuovi e inedite “relazioni industriali”, si rivela senza dubbio di un’attualità straordinaria e sorprendente l’intuizione con cui Walter Tobagi segnò la sua ricerca sul senso della professione e il suo impegno nel sindacato, un percorso troppo presto fermato per sempre dall’odio inutile dei suoi assassini.
La preoccupazione principale che Walter sentiva era quella per il rischio di un’informazione omologata e pilotata da fuori: per questo scelse di impegnarsi nel sindacato per tutelare davvero e nel concreto l’autonomia e l’indipendenza non tanto della categoria (o della “corporazione”) quanto piuttosto del singolo giornalista che , nella solitudine della sua coscienza e della sua onestà intellettuale, potesse liberamente leggere e interpretare una realtà comunque sfaccettata e talvolta sfuggente, così da compiere il miglior servizio culturale al cittadino-consumatore di informazione.
E Tobagi era così lontano dai furori ideologici del suo stesso tempo da tentare di costruire un fronte comune con altri soggetti interessati all’autonomia e all’indipendenza: nasceva da qui il confronto culturale (e lo cito da testimone diretto) che aveva avviato con il sostituto procuratore Emilio Alessandrini e con altri magistrati che, pur in quella terribile temperie, si interrogavano sul senso del loro ruolo civile. Nella consapevolezza che il delicato equilibrio della democrazia richiedesse, per chi si faceva investigatore e giudice, vuoi della legge vuoi dell’informazione, un’autonomia coltivata nel rigore professionale e tutelata in ogni suo aspetto per poter esercitare comunque la difficile fatica della libertà.
Il terrorismo brigatista non ha mai colpito a caso: e tuttavia a distanza di decenni e in un quadro così profondamente mutato, i problemi restano universali e l’autonomia e l’indipendenza del giornalista rimane più che mai un valore da coltivare e da difendere soprattutto nella stagione della flessibilità e nell’inedita costellazione multimediale. Non solo per fedeltà al suo indimenticato presidente, ma per la concreta esperienza di ogni giorno, il sindacato lombardo lo ripropone con forza a tutti gli altri attori in campo…
Nessuno si illude che editori e azionisti, pubblicitari e amministratori (e, perché no, anche i direttori) lo accettino per bontà d’animo o per decreto-legge. Ma considereremmo già vinta la nostra scommessa se avessimo suscitato il dubbio che, alla fine, l’autonomia e l’indipendenza del giornalista “conviene” a tutti gli interlocutori. “Conviene” alla qualità del prodotto, “conviene” alla trasparenza del mercato, “conviene” alla libertà complessiva del Paese.
Concludo, se permettete, con la riflessione di un grande avvocato dello sport, Peppino Prisco, di cui mi onoro di esser stato l’unico vero biografo. Al termine del racconto della sua straordinaria vicenda umana, Prisco diceva, nel libro che abbiamo fatto insieme, che “nella vita, come nello sport e nella norma, occorre stare sempre a favore di tutti gli arbitri e stare sempre contro tutti gli arbitrìi. In fondo è tutta una questione di accento…”
La sfida che riguarda tutti noi, anche nella professione e nelle relazioni industriali, è in fondo quella di costruire insieme l’accento giusto.
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INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA FIEG
BIANCHERI: IL NEW YORK TIMES
SU INTERNET? NON CI CREDO
"IL WEB NON UCCIDERÀ I GIORNALI"
Roma, 24 luglio 2007. Tanti passano ore sul web mentre dedicano non più di venti minuti al quotidiano. Non solo: c’è una fascia di popolazione non abituata a leggere che invece sembra molto più “attratta” da tutto quanto possa offrire Internet. Tutto ciò quanto rappresenta un problema? In sintesi, per la carta stampata siamo alla fine ella storia, sia pure lunga e gloriosa? Lo abbiamo chiesto a Boris Biancheri, che della Federazione Italiana Editori Giornali è il Presidente.
Presidente Biancheri, crede che in Italia il web sia destinato a “uccidere” la carta stampata?
Uccidere non credo. La carta stampata si pensava non fosse sopravvissuta all’avvento della radio, prima, e della televisione poi, ed invece la storia ha dimostrato il contrario. Oggi arriva il web che certamente costituisce una minaccia, ma non credo abbia la forza di sopprimerà la carta, sostanzialmente perché rispondono a bisogni diversi. È vero che il web è un mezzo molto flessibile e mettendo insieme parole ed immagini si presenta come elemento sostitutivo sia della carta stampata, sia della televisione ed anche della radio. Ma detto questo, tutto sommato, le esigenze di leggere restano. Così come i libri non sono in diminuzione credo e spero che rimanga anche l’esigenza di leggere giornali e periodici. Il vero problema è un altro: il mondo cambia, le esigenze e i gusti del pubblico cambiano e quindi anche i contenuti devono trasformarsi.
C’è però un’intera generazione di “non lettori”, quella che va dai 14 ai 25 anni. Come fare ad intercettare questa fascia di pubblico, abituata più a Internet che alla carta stampata?
Io credo che tra i 14 e i 25 anni ci sia sempre stata una relativa assenza dalla carta stampata. Forse si sarà accentuata ma io ragazzi di quell’età, con il giornale in mano ne ho sempre visti pochi anche negli anni addietro. È vero, c’è un problema di educare alla lettura e in proposito ci possono essere molti mezzi per ottenere questo. Dalle scuole, alle famiglie o attraverso canali di promozione che ancora non sono stati sfruttati. Però non commettiamo l’errore di spaventarci se vediamo che i nostri ragazzi stanno più volentieri davanti al web che con un quotidiano sotto braccio. Del resto Internet è tutto, è un modo per divertirsi, per dialogare con gli amici, per telefonarsi. Sono di fronte al monitor ma non necessariamente leggono, fanno altre cose. Il web è un grande mezzo di intrattenimento e comunicazione. La carta stampata è un’altra cosa.
Ci sono paesi dove la carta stampata progredisce vertiginosamente. I bisogni di nuove classi che giungono alle soglie del benessere, in Cina o in India o in Giappone, prendono i giornali anche laddove il web è assai diffuso.
Costi della carta, delle rotative e della distribuzione sono però un problema …
Si, concordo con lei. La carta ha dei costi che sono crescenti; gli investimenti che sono necessari sono alti, occorre una filiazione sempre più grande per venire incontro all’esigenza dei ricavi lasciando quindi spazio alla pubblicità. Da questo punto di vista sono convinto che interventi possono essere fatti anche a livello pubblico. C’erano, molti ne hanno approfittato, poi si sono fermati. Credo che questo sia un settore dove intervenire.
La pubblicità sul web in Italia è ancora una piccola fetta rispetto alla carta stampata, ma cresce con un ritmo assai maggiore. Che differenza c’è in tema di ritorno tra Internet e quotidiani?
In Italia siamo ancora relativamente a cifre modeste ma la progressione è altissima. Se noi guardiamo il mondo anglosassone, in particolare gli Stati Uniti, la pubblicità sul web sta crescendo molto. Io non sono pessimista ad oltranza. Molto spesso i dati pubblicitari crescono, raggiungono dei livelli per poi stabilizzarsi. Non è detto che si cresca esponenzialmente sempre. Certo, dall’1 al 2% non è difficile crescere, quando poi invece si raggiunge il 20%, non si arriva al 40% l’anno dopo con molta facilità. Questo fenomeno è noto e l’abbiamo già osservato con la televisione.
Infine Presidente, la notizia ha del clamoroso: il New York Times entro cinque anni solo su Internet. Cosa significa questo?
Non ci credo. È stata questa una utile e meravigliosa provocazione. Ha avuto un buon effetto perché ha reso consapevoli di un problema di cui tutti eravamo istintivamente a conoscenza ma di cui se ne parlava poco. Le problematiche che ruotano intorno al settore sono tante e l’avvento delle tecnologie non ha fatto altro che renderle ancora più visibili.
(da: http://www.fieg.it/upload/salastampa/IL%20WEB%20NON%20UCCIDERA%20I%20GIORNALI.html)