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Stampa

Il Manifesto
e la chiusura
annunciata
Parlato:
“È colpa
della sinistra”

di Davide Vecchi
il Fatto 13.5.2012
(in coda altra intervista a Valentino Parlato su Repubblica)

Questo è il momento più duro di sempre”. Cioè “dal 28 aprile del 1971, quando uscì il primo numero de Il Manifesto quotidiano”. Un “sempre” lungo 41 anni che il cofondatore Valentino Parlato ha vissuto tutti. Oggi è da solo. Non c’è più l’amico Lucio Magri, che lo scorso novembre ha scelto una clinica in Svizzera per una morte assistita; né Rossana Rossanda, compagna di lotte, vittorie e delusioni politiche, oggi “in esilio” a Parigi. Parlato è sempre qui. “I problemi ci tengono giovani”, sorride. E sembra vero, guardando questo 81enne con in mano una Marlboro sempre accesa. Anche ieri lui era in redazione. Non più quella storica in centro di via Tomacelli, lasciata quattro anni fa in un altro dei momenti di crisi del giornale, ma in quella a Trastevere, in via Bargoni, una stradina anonima che la domenica si trasforma nel mercato di Porta Portese.


Sono anni che il quotidiano più antico della sinistra radicale affronta difficoltà economiche, superandole tra campagne abbonamenti e sottoscrizioni, ma questa volta il rischio chiusura appare concreto. Nonostante ci siano in cassa 800 mila euro tra una settimana il quotidiano potrebbe non essere più in edicola: il giornale è in liquidazione e la gestione è nelle mani di tre commissari nominati dal ministero per lo Sviluppo economico lo scorso febbraio. Ogni mese i tre stilano una relazione sullo stato di salute del quotidiano. Quella di maggio non è andata per il meglio. Così venerdì i commissari hanno inviato in redazione un fax con oggetto “cessazione attività”.


Una “porcata, un gesto arrogante”, dice Parlato. “La crisi ci induce a precisare i nostri obiettivi, sicuramente saremo costretti a lasciare sul campo alcuni colleghi ma noi non molliamo”.


In redazione con Parlato ci sono appena una decina di giornalisti dei 45 in forza a Roma. Sembra di essere in un ufficio appena abbandonato. Percorrendo il corridoio si incrociano stanzoni vuoti, scrivanie senza computer, qualche scatolone e un carrello della spesa. “Stiamo liberando una parte di redazione per risparmiare sull’affitto”, spiega il direttore Norma Rangeri “perché una cosa è certa: noi siamo qui, restiamo qui e non molliamo”. Però certo, ammette, “siamo stanchi di vivere in stato di emergenza”. Venerdì prossimo ci sarà un incontro con i commissari. “Il braccio di ferro che stiamo portando avanti da mesi – spiega Benedetto Vecchi, componente del cdr – è sul come effettuare i tagli: diminuiremo l’organico ma vogliamo avere garanzie che siano usati gli ammortizzatori sociali adeguati”. E comunque andrà, ripete anche lui, “noi restiamo qui, possiamo anche occupare la redazione”. Le difficoltà si sono accentuate con i tagli ai fondi per l’editoria. Il Manifesto è passato da oltre 4 milioni di euro a riceverne poco più della metà. “Ma è un problema politico, viviamo una crisi della politica senza precedenti, non c’è più un partito né un esponente di sinistra in grado di rispondere alle richieste della società”. E i rottamatori? “Sono iperpolitica”. Mentre i grillini “sono una protesta ragionevole”. Ma “qui va rifatta una nuova sinistra, una nuova classe politica”, riflette Parlato. Poi alza lo sguardo verso Rangeri: “Anzi dovremo fare un editoriale, spiegare la situazione”... viene interrotto: nella stanza entra Vittorio Agnoletto “a portare solidarietà dice voi non potete chiudere”.


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Repubblica 13.5.12


Parlato, uno dei fondatori: restiamo in edicola nonostante lo stop dei commissari liquidatori: "Il manifesto non si arrenderà mai noi comunisti utili per battere le crisi"


Siamo 70 tra giornalisti e poligrafici. Un po´ troppi, lo sappiamo. La riduzione è prevista e sarà concordata tra noi


 


di U. R.


ROMA - «Ma come si fa a chiudere il manifesto via fax? Un atto assurdo, irricevibile. Di dubbio valore legale. E infatti noi non lo riconosciamo».


Valentino Parlato, lotta dura senza paura ai tre commissari liquidatori?


«Gli accordi era altri. Andare avanti fino a settembre, e poi valutare insieme lo stato dell´arte. Invece ecco senza alcun preavviso materializzarsi il fogliettino, pochissime parole: dichiariamo cessata la vostra attività aziendale. Perfino su carta intestata del manifesto l´hanno confezionato, il fax tombale».


Il giornale che chiude se stesso. E voi?


«Mica ci arrendiamo. Ne abbiamo viste e superate di crisi, in quarantuno anni di esistenza, anche se questa è più brutta. Ci vogliono morti e invece il giornale continuerà a vivere. E´ la risposta alla serrata dichiarata dai tre liquidatori: il manifesto sarà regolarmente in edicola».


Rischiate che in via Bargoni si presenti qualcuno con i sigilli in mano?


«Sarebbe grottesco, ma certo tutto è possibile. Pure le guardie in redazione per chiuderci a forza».


Un piano pensato per mettervi a tacere?


«Non dico questo. Però è strana la spallata improvvisa. O quei tre semplicemente non sanno quel che fanno oppure è una prova di forza per costringerci a mettere mano ai licenziamenti. A questo punto, dobbiamo saltarli».


E in che modo?


«Rivolgendoci direttamente al ministero dell´Economia, al ministro Passera. Già domani forse avremo degli incontri. Rischiamo il paradosso di essere sopravvissuti all´era Berlusconi, al quale certo non dobbiamo dire grazie, e di morire al tempi dei Professori».


Però i vostri conti vanno male.


«Sì ma siamo in ripresa. 18 mila copie vendute, gli abbonamenti crescono, la rete di solidarietà resiste. L´altra sera a Perugia in poche ore abbiamo raccolto 3 mila euro. Lanceremo presto una sottoscrizione speciale».


E il finanziamento pubblico al vostro giornale, che è una cooperativa?


«Spero che finalmente qualcosa si muova, che il governo non tagli l´ossigeno, ma noi non possiamo toccare un euro. La gestione della cassa passa tutta quanta dai liquidatori, dalle penne agli stipendi».


Tagli?


«Siamo in 70, fra giornalisti e poligrafici. Un po´ troppi effettivamente, ma la riduzione è già prevista. Però valutando le singole situazioni personali, su base concordata, e con la cassa integrazione a rotazione per tutti. La crisi non è certo solo nostra, ma di tutta la stampa, e di quella di sinistra in particolare».


Non sarà colpa anche, come aveva suggerito pure la Rossanda, della vecchia etichetta "quotidiano comunista"?


«Rossana veramente non lo ha mai detto. La parola comunista non è un reperto archeologico, per me vale ancora come visione del mondo. Rimane uno strumento utile per tutta la sinistra. E Rossana, così come Luciana Castellina e tutto il gruppo dei fondatori del giornali, combatte strenuamente per la sopravvivenza del giornale».


Insomma il logo "quotidiano comunista" resta al posto suo, non si tocca.


«Esatto. Non mi pare del resto che la sinistra riformista se la passi tanto bene. Da noi le amministrative consegnano un quadro piuttosto cupo, anche se Bersani dice il contrario. Certo, il Pdl è crollato ma il Pd non è mica andato tanto bene. In Francia, vince Hollande ma la sinistra complessivamente non va avanti e c´è il boom Le Pen. Clima simile in Germania».


C´è ancora più spazio per un giornale radical?


«Ora più che mai, in questa stagione del governissimo, con pochissime voci fuori dal coro. E se spengono anche quella del manifesto...».


(u.r.)


 





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