Era un eretico. Aveva avuto l’audacia di mettere in primo piano la professionalità, e da essa sola far discendere lo spirito di categoria che deve animare i giornalisti, incluso il senso della libertà che alla funzione dell’informazione è naturalmente affidato in democrazia; e da queste premesse trarre ispirazione per definire i compiti del sindacato. Chi lo aveva preceduto privilegiava l’ideologia, la diplomazia, l’ossequio a quadri ed equilibri politici, imitando in modo opaco la storia di altri soggetti forti, allora, e solidi: i sindacati confederali e i partiti che “erano in gioco”, quelli del cosiddetto arco costituzionale.
Per questo raccolse ostilità fortissime, ma non si intimidì. Un gruppuscolo di aspiranti terroristi lo assassinò quando aveva appena 33 anni: era inviato di punta del Corriere della Sera, autore di saggi storici e politici, e presidente dell’Associazione Lombarda dei giornalisti. La sua visione è rimasta. Sarebbe forse eccessivo affermare che ha vinto, perché gli stereotipi di chi lo aveva avversato in quello scorcio degli anni Settanta non sono del tutto scomparsi. Però sono in fase di ripiegamento; si sentono sconfitti e scollegati dal corso della storia.
Di questo si è discusso a Milano, al Circolo della Stampa, il 28 maggio 2011, trentunesimo anniversario della sua morte. L’anno scorso, con il trentesimo anniversario, le manifestazioni erano state più estese. Questa volta a rendere più intima la ricorrenza ha concorso anche la coincidenza con la stagione elettorale che Milano e altre grandi città attraversavano. Sabato 28 maggio era proprio il giorno di intervallo tra l’aspra campagna per il sindaco della città e l’apertura dei seggi.
La giornata del silenzio preelettorale ha favorito un incontro più interno alla categoria dei giornalisti, e dunque una riflessione puntuale sullo stato della professione e del sindacato, e del contributo che idee e scritti di Tobagi continuano ad offrire.
Il convegno era promosso da Stampa Democratica e dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Il titolo “Walter Tobagi ci parla ancora”. Ha introdotto i lavori Giovanni Negri, presidente dell’Associazione Lombarda, indicando i ruoli di giornalista, di storico e di sindacalista in cui Tobagi è stato un protagonista eccezionale del suo tempo, e uno straordinario anticipatore. La sua idea di sindacato dell’informazione, fondata sulla rigorosa autonomia, divenne decisiva per cambiare le cose; non è certo un caso, ha osservato Negri, che Stampa Democratica ideata, guidata e battezzata da lui sia, sempre viva e presente; la più longeva tra le correnti in cui si articolano le rappresentanze di categoria.
La relazione è stata tenuta da Franco Siddi, che ha rievocato il clima degli anni Settanta nel mondo dell’informazione, ricollegandosi alle trasformazioni avvenute nei decenni successivi, fino alle tendenze più recenti. Nel congresso di Pescara della FNSI, nel 1978 – ha puntualmente ricordato Siddi che allora era un ragazzo – Tobagi debuttò come esponente nazionale; e tutti in quell’assise erano in attesa delle sue parole. Era un anno di crisi istituzionale, di terribili minacce terroristiche; l’anno del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro. Le reazioni del mondo dell’informazione alle sfide dell’epoca furono spesso timide e incerte. Toccò a Tobagi dare risposte all’ansia di rinnovare la professione e il sindacato. La sua corrente apparve ad alcuni come una terza forza che si insinuava tra una sinistra ideologica con pretese egemoniche e la tradizione conservatrice e corporativa; piovvero su Tobagi le accuse di essere espressione del craxismo che allora stava debuttando. Tobagi non rifiutava il confronto con la politica, ma lo viveva in maniera originale, senza sudditanze o complessi.
Quando ancora la FNSI insisteva nell’assurda equidistanza tra la federazione occidentale dei giornalisti e quella dei Paesi comunisti, a chi si attardava in tatticismi o scadenti riproduzioni delle logiche partitiche seppe indicare che il giornalismo è figlio della libertà, e vive in funzione della libertà. Siddi ha anche osservato che al nostro sindacato tocca sempre ricominciare. Le conquiste non sono mai per sempre. Accade, per esempio, con la previdenza di categoria, la cui autonomia torna ancora in discussione. Siddi ha proposto che, come dopo la guerra si intitolò l’INPGI a Giovanni Amendola, giornalista, intellettuale, vittima del fascismo, oggi è il tempo di intitolare a Tobagi, vittima del terrorismo, il Fondo Previdenziale Integrativo.
Giorgio Santerini – già successore di Tobagi alla guida dell’Associazione, poi segretario della FNSI, colui che a Walter è stato più vicino – ha detto che Tobagi agì e visse da eretico totale. Eretico nella professione e nel modo di intendere il sindacato. Fino ad allora i capi erano stanchi eredi del sindacalismo altrui. La sua – ha affermato Santerini – è stata una lezione involontaria; non aveva in animo di fornire lezioni a nessuno. Ma nonostante questo Marco Barbone, che doveva abilitarsi all’accademia della BR, mise fine alla sua vita. Era partita però, in pochi anni, un’esperienza forte, che è andata oltre quello che i protagonisti di allora potevano prefigurarsi. L’eresia di Tobagi tese un filo; e poi quel filo crebbe fino a diventare una corda. Il rifiuto di quell’eresia non è stato cancellato; ancora oggi chi legittimamente lo criticava non ama rievocare la figura di Walter, e quasi sempre diserta le occasioni in cui si parla di lui. Ma quella corda è robusta e arriva fino al presente, al ruolo che giornalisti-sindacalisti come Franco Siddi esercitano, tra mille difficoltà e immense fatiche. Oggi i problemi sono enormi; nessuno può dire quanto e come potremo affrontarli. Ma almeno l’ideologismo ha perso terreno. E’ uno Stato minore. Come San Marino: esiste, ha un suo spazio; ma è una realtà limitata.
(testo pubblicato il 30/5/2011 in : http://www.stampademocratica.org/?p=851)