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L'intervista.
«Cari giornalisti prima
o poi verrà un
Marchionne anche per voi»

Michele Mezza autore di «Sono le news, bellezza!» sull'impatto della Rete nei media tradizionali

di Alessandro Chetta
per il Corriere del Mezzogiorno

Napoli, 28 febbraio 2011.  Si intitola «Sono le news, bellezza!» (Donzelli editore) e analizza con rigore e passione il mondo che sta inesorabilmente salutando Citizen Kane, simbolo del quarto potere, a favore dei nuovi media, quale veicolo di comunicazione e, per esteso, di informazione. L'autore è Michele Mezza, vicedirettore di Rai international. Facciamo una (illuminante) chiacchierata con lui.


Nel convegno organizzato a Napoli lei ha proposto un paragone inquietante tra la situazione del settore italiano auto (la Fiat) e quella del mondo della comunicazione: i numeri dei precari degli sfruttati, dei sottopagati e dei disoccupati è decisamente maggiore nel caso dei media. E’ una provocazione giusta o un po’ forzata?


«Il senso della metafora riguarda la constatazione che ormai il ciclo produttivo dell’informazione, ossia la fabbrica redazionale, è ormai largamente inadeguata alle nuove esigenze del mercato. Il rischio in mancanza di una riflessione strategica da parte degli operatori dell’informazione, e dei giornalisti in prima battuta, è che prima o poi arrivi qualche Marchionne del caso a ricordarci che la ricreazione è finita e bisogna adeguarsi alle nuove realtà del mercato come è stato fatto a Newsweek, o al New York Times, dove si è radicalmente riconfigurata la filiera del valore della produzione redazionale, mettendo internet a monte e non a valle del processo produttivo».


Cosa significa social media editor?


«Social media editor è oggi una figura strategica nella catena del valore non solo dell’informazione, ma dell’intera attività economica. Equivale, per rimanere nel campo giornalistico, alla figura del producer televisivo, applicato al contesto dei social network. Il social media editore è un orchestratore di socialità digitale, che è in grado o di valorizzare un prodpotto comunicativo (un giornale, un programma Tv, una trasmissione radiofonica) estendendone la platea grazie ad un uso appropriato dei social network, Facebook in primis. Oppure che è in grado di ottimizzare, ai fini di una produzione giornalistica (un’inchiesta, un reportage, un’intervista) le potenzialità collaborative della rete».


MacLuhan, che lei cita, sostiene che i media sono una dilatazione dell’individuo. Con il web 3.0 questo assioma potrebbe far coincidere la rete con un’estensione ad infinitum delle capacità elaborative, comunicative, umorali dell’uomo?


«Il web 3.0, secondo la terminologia tecnica, è la nuova rete degli oggetti che dialogano fra di loro, mediate tags e dati georeferenziati. Questa nuova dimensione estenderà ancora esponenzialmente le capacità dell’uomo di organizzare e programmare il proprio ambiente, delegando attività intelligenti, discrezionali, e complesse a singoli oggetti - il frigo, la lavastoviglie, la sveglia, l’automobile -per rendere la propria vita più personale, efficiente e produttiva. Siamo ad un ulteriore escalation della proiezione dei media come protesi dei sensi umani.Proprio come diceva 40 anni fa Mc Luhan».


Il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, afferma che la tecnologia sta rivalutando il mestiere di giornalista ma spesso i giornalisti non sono in grado di rivalutarsi, e invece dovrebbero farlo e al più presto. E’ d’accordo?


«Certo che sono d’accordo. Le rivendicazioni del direttore del Corriere della Sera sono assolutamente condivisibili, quando afferma che ormai un giornalista non può separare la sua attività convenzionale da quella sulla rete, sia nella fase di incubazione del proprio articolo che in quella della pubblicazione. Semmai aggiungerei, che nella trasformazione che il web comporta per il profilo professionale del giornalista viene coinvolto anche la stessa figura del direttore, che non può pensare di mantenere inalterate tutte le sue prerogative, imponendo solo agli altri di cambiare».


Il citizen journalism e la torma di «spetta-autori» conta ormai cifre significative. Ma non crede che l’assottigliamento della funzione mediatrice del giornalista professionista possa nuocere alla veridicità delle notizie? E’ come se gli imputati volessero difendersi da fuori accantonando i professionisti dell'interpretazione della legge, gli avvocati…


«A parte che sono moltissimi i film dove gli imputati scelgono di difendersi da soli, e riescono anche a farla franca. Il nodo sull’attendibilità delle notizie è reale. Ma anche qui niente reticenze. Noi non abbiamo alle spalle un’età dell’oro dove la garanzia e la trasparenza delle notizie era assicurata dalla centralità del giornalista. Tutt’altro. Siamo reduci da mezzo secolo di un giornalista, pressappochista, subalterno, pasticcione e, in molti casi, privo di ogni deontologia. Detto questo, la questione dell’attendibilità inevitabilmente muterà contenuto e forma. In un contesto dove le notizie erano scarse, costose e mediate, era ovvio che l’attendibilità era affidata proprio al mediatore. Oggi che le notizie sono abbondanti, gratuite e disintermediate l’attendibilità non è un dato ma un processo, una fase di continuo confronto e selezione di dati pescati nel brusio della rete. L’abilità del nuovo giornalista starà proprio nel raccogliere le competenze e i saperi necessari a valutare attendibile una notizia in real time nel flusso generale».


L’Hyperlocal è una delle frontiere dell’informazione via web. Il metodo “glocal” è la carta vincente per avvicinare più lettori alla pratica delle news online?


«Hyperlocal non è la riproposizione del glocal. Hyperlocal, almeno nell’accezione che adotto io nel mio libro è un nuovo linguaggio giornalistico, che permette ad ogni individuo di programmarsi un flusso di informazioni continue su un luogo specifico, anche il più decentrato possibile, attingendo e rielaborando, automaticamente il flusso della rete. Fondamentale è il ruolo dell’offerta di dati georeferenziati, di mappe a 3D e di filmati User content generated, per sprigionare flussi documentati di informazioni su singoile località. A Mio parere è la nuova frontiera del mercato comunicativo, visto che, come spiega Castells, le élites sono globali, la gente è locale».


In tempi non sospetti, nel 2000, il cosiddetto popolo anti-globalizzazione gridava «Don’t hate the media, become your media»: nel corso del decennio la gente si è organizzata e sfrutta la rete per creare il proprio canale informativo-relazionale-comunicativo. È questa la strada del presente/futuro? L’informazione proprio-centrica in una adhocrazia?


«Quanto sta accadendo nel Maghreb è indicativo di questa tendenza: la rete forgia una nuova figura sociale, che è il giovane professionista, interconnesso, che non accetta più limiti non tanto ai suoi bisogni materiali, quanto alle sue ambizioni culturali. I media diventano forma e contenuto di questa figura sociale che allaccia relazioni e scambia bisogni e culture, arrivando fino alla mobilitazione politica di piazza. Già Obama ci aveva raccontato la storia di un nuovo tipo di americano che con la rete trovava un’identità e cercava una rappresentanza. Poi lo stesso Obama ci fece intendere che la rete tanto dà in rapido consenso tanto può togliere se non viene gratificata in termini di identità e coinvolgimento nelle decisioni. Sarà interessante capire cosa accadrà in Egitto nei prossimi mesi per vedere se internet potrà diventare un’infrastruttura di supporto alle istituzioni, anche in fase decisionali, e non solo in quella della denuncia».





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