C’è un fantasma che s’aggira nel Sud miserando di cui Filandari è parte a tutti gli effetti. Quasi si materializza, ogni volta che si esprime stupore per alluvioni, smottamenti, disastri. E’ il cadavere delle aree interne del Sud per la cui salvezza nessuno muove più un dito. Di colpo, dinanzi al massacro di cinque persone, ci si scandalizza. Ma tranquilli, l’agitazione è buona per qualche articolo naif, che evoca leggi della montagna, la rabbia delle fiumare o il destino cinico e baro. Dura qualche giorno e poi evapora.
Alla prossima strage, si farà meno rumore; e se gli assassinati saranno meno di cinque, i grandi giornali neppure ne daranno notizia. Funziona così. E’ il Paese globalizzato e incarognito. Degradato nella coscienza civile. Incapace di guardare ai problemi sociali con una visione nazionale ed europea e di aprire un dibattito serio persino su questioni che, quando deflagrano, toccano indistintamente tutti: Sud, Centro e Nord.
Da un lato, la manfrina della secessione dolce o hard, che monopolizza il dibattito politico e le prime pagine dei grandi quotidiani, le sovrastrutture paranoiche di chi sulla disunità (impossibile da realizzarsi perché l’Italia unita è un concetto profondamente radicato nella testa delle persone) costruire carriere politiche immeritate, dall’altra la sostanza di problemi molto seri che, nel frattempo, incancreniscono e sommano violenza a violenza.
Ognuno pensi a sé, e i più deboli marciscano. Senza neppure una traccia di riflessione generale, un commento ispirato dal desiderio di comprendere, attraverso indagini empiriche svolte sul territorio, la natura di determinati fenomeni, magari per evitare che si ripetano, l’intellighenzia nazionale vende ai media il solito prodotto preconfezionato, che cosi com’è, trito e rancido, riempie i vuoti e tiene a bada l’ansia dell’opinione pubblica.
Ho letto analisi surreali su Filandari. La chiave di lettura, però, è semplice: lo Stato italiano, che compie 150 anni, nel profondo Sud ha fallito la sua missione. Al punto che unirsi ai festeggiamenti, per quella parte di Mezzogiorno platealmente tradito, sarebbe come far festa al proprio funerale.
Filandari è solo un caso, ma è anche il paradigma di una parte d’Italia in cui il degrado di intere comunità, combinato con l’egoismo e l’indifferenza delle aree ricche, può produrre danni enormi. L’entroterra calabrese è Filandari. E c’è di peggio, se lo sguardo buca la superficie.
Se uno capita nel tardo pomeriggio nei “paesi ombra” della Calabria, su cui ha sfornato analisi straordinarie l’antropologo Vito Teti, non vedrà i detriti di case, forni, chiese, piazze, ma un paesaggio d’oltretomba: strade senza vita, l’assenza di rumore che non è silenzio. Non un soffio di fiato umano. Il discorso pubblico è congelato. Solitudini cupe, che covano rancore sociale per una modernità vista come l’ennesimo nemico sceso a depredare. I savoiardi mostravano le teste dei briganti esposte per giorni al pubblico ludibrio, l’economia globale fa venire in mente il Nulla che avanza e distrugge ogni cosa in assenza di qualsiasi intervento dello Stato finalizzato a rimuovere ostacoli atavici o a costruire infrastrutture di civiltà (chi ricorda più, per esempio, che la Trasversale delle Serre è un’idea del 1963 e che di 53 chilometri di cui consta l’Anas ne ha completati appena otto?)
Se la collina e la montagna sono l’osso abbandonato, i guai si scaraventano anche sulla “polpa” delle coste: il mare sporco, le frane. E a volte la rabbia trabocca per un nonnulla e diventa strage a sangue freddo che spaventa l’Italia, pronta a rimuoverne le cause ricorrendo ai soliti pregiudizi sui calabresi bifolchi e pronti all’ira. D’altronde, anche i luoghi muoiono. Ciò che continua a vivere sono i ricordi di ciò che è stato. Oggi, purtroppo, manca qualsiasi teorie, ideologia, senso comune, progetto politico e culturale, che includa la rinascita delle aree interne calabresi. Un caso a sé che esigerebbe misure nazionali dal forte impatto, prima che tutto diventi deserto, ‘ndrangheta e speculazione ai danni dell’ambiente. E’ tempo, se si volesse riprendere l’impegno, non più di analisi affidate agli eroi plasmati dai media, ma per andare oltre la possibilità di sostenere che vivo è anche ciò che non palpita. Se si avverte il fetore di morte tra i borghi solitari di gran parte della Calabria dove lo sguardo dell’opulenza nordica neppure arriva, piuttosto un allarme bisogna lanciarlo. Forte e secco. Non per salvare le tante Cleto (piccoli comuni in via d’estinzione) della Calabria. Quella è una fase superata, una battaglia perduta. Nel frattempo, infatti, molti sindaci hanno lasciato, altri vivono minacciati dalla criminalità, la resistenza dei piccoli borghi è franata. Un allarme, invece, che serva a far accorrere i becchini, ed evitare che dalla decomposizione dei cadaveri si sprigionino altri veleni. Si prenda atto, in sostanza, di una morte annunciata, pubblicizzata, che è pronta a generare altre morti e catastrofi. Si prenda atto del decesso di intere comunità e si dica, chiaro e tondo, che nelle zone della Calabria interna lo Stato ha rinunciato alla sovranità. Esistenze costrette all’immobilismo: è la sola umanità che resiste in quelle zone. Anime in cerca di un senso, dialogo pubblico che ristagna; tristezza negli occhi dei giovani che decidono d’ emigrare e che si tramuta in angoscia quando la partenza è impossibile: non è più come un tempo, quando la manodopera faceva gola allo sviluppo del Nord ed adesso, invece, non c’è un buco dove andare a sbarcare il lunario. L’emigrazione dei secoli scorsi era una manna per il Sud e l’Italia, quella di oggi non ha neppure la dignità di una teorizzazione. Si va via e basta. Ognuno per sé; o ci si intruppa nei clan della mafia o si parte; o si accetta di vedere la propria esistenza appassire o si fugge senza che nessuno si ricordi di te. Questa è la Calabria solitaria, nascosta nei boschi e fuori dal teatrino della politica e del dibattito culturale nazionale. E’ morta o sta per tirare le cuoia. Ha stupendi scenari incontaminati e vaste foreste ricche di flora e fauna, ma ha perso il contatto con il resto del mondo. Si tratta di spazi vicini alle città, ma scansati da ogni palcoscenico, dimenticati dalle Istituzioni nazionali. Non chiede più aiuto questa Calabria appartata, perché non crede più. Perciò si macera ed esplode con violenza disumana, Lembi di terra e di società mortificati dall’assenza dello Stato. Uomini e donne che, in un certo frangente, hanno pure creduto di poter cambiare il mondo (chi non ricorda le lotte per la terra e per le case dopo le alluvioni di Fabrizia e Nardodipace che hanno coinciso la voglia di riscatto sociale della Calabria?).
Il discorso da farsi è lungo. Ma non è il caso di tornare sul già detto. La riflessione non può indulgere sulla tiritera dell’abbandono, perché siamo ben oltre. E, viste le ristrettezze del bilancio dello Stato, i tagli al welfare, la crisi finanziaria mondiale, l’incredibile abbandono delle aree interne considerate una dannazione, non c’è neppure la speranza di un miracolo che ridia una chance di vita a piazze svuotate, edifici cadenti, campagne inselvatichite e montagne senza più il lavoro dell’uomo.
Finalmente, se residua un granello di lucidità nella classe politica, ci si chieda cosa si può fare. Adesso. Da dove, subito, incominciare un intervento di rianimazione. Magari si pensi ad una ricognizione dei luoghi. Da quanto tempo lo Stato con i suoi esponenti di spicco non ci mette piede? Forse dall’alluvione degli anni Cinquanta. Naturalmente la maledizione per le aree interne è antica, neanche ad Einaudi riuscì di risolvere alcunché, se qualche tempo dopo la sua visita nell’entroterra calabro quel Presidente della Repubblica scrisse al capo del Governo De Gasperi: “Mi chiedo che paese sia il nostro, se nel 1951 si scrivevano cose che ancora oggi non trovano nessun tipo di attuazione. Ci rassegneremo ancora una volta? Dimenticheremo, di fronte all’urgenza di sempre nuovi problemi pressanti, che il problema massimo dell’Italia agricola è la difesa, la conservazione e la ricostruzione del suolo del nostro Paese contro la progressiva distruzione che lo minaccia”.
“La Calabria - ha spiegato Vito Teti - senza i paesi dell’interno, dove si è svolta la sua storia, la sua vita economica, religiosa e spirituale, perderebbe l’anima, ma anche la speranza del futuro. Senza la tutela, la salvaguardia, il recupero, la valorizzazione, in maniera innovativa, dei paesaggi, dei prodotti, delle emergenze architettoniche delle zone montane, delle colline, dei piccoli centri la Calabria sarebbe ben poca cosa. Il mare, le coste, sempre più congestionate, affollate un mese all’anno, vuote d’inverno, il turismo, la produzione culturale sono strettamente legate al destino della zona interne”.
Signori, ci siamo. I paesi dell’interno sono abbattuti. Tra non molto saranno terra senza popolo, essendo disastrosi i crolli demografici che di tanto in tanto l’ostinata Lega delle Autonomie rispolvera con i suoi inascoltati “Report”. Filandari questo dice, siamo a uno stadio che ha oltrepassato le preziose analisi degli antropologici.
Possiamo fregarcene, seguitare con gli impegni illusori, rassicurare, a colpi di chiacchiere, luoghi comuni e immarcescibili pregiudizi, le anime candide di questo Paese, supplicanti ordine e sicurezza, che lo sprofondamento sociale della Calabria cancellata dall’agenda di Parlamento e Governo, non è affare loro. Ma dobbiamo essere consapevoli che il “male di vivere” di quel mondo sconsolato, segnato da miserie e fughe senza ritorno, esacerbato e privato di ruolo e identità, non può che riservare incubo e rabbia.