Senza la legge sulla professione di giornalista (69/1963) i cronisti diventerebbero degli impiegati del computer e di internet. Questa affermazione si comprende SOLTANTO se si tiene presente che le regole della professione in Italia sono fissate per legge e,quindi, formano un vincolo che obbliga tutti a determinati comportamenti. L’anomalia italiana nasce dalla Costituzione, che vuole un esame di Stato per accedere alle varie professioni intellettuali. L’esame di stato presuppone un percorso formativo determinato sempre dalla legge. Nessuno disconosce che quella dei giornalista sia anch’essa una professione intellettuale. Se è così, deve rispettare gli stessi vincoli delle altre professioni. L’Europa vuole che le professioni intellettuali regolamentate si possano esercitare a patto che gli interessati abbiano una laurea almeno triennale.
La legge professionale 69/1963 (con gli articoli 2 e 48 dedicati alla deontologia) fissa delle regole ed esalta dei valori, che possono riassumersi così: 1) la libertà di informazione e di critica come diritto insopprimibile dei giornalisti; 2) la tutela della persona umana e il rispetto della verità sostanziale dei fatti principi da intendere come limiti alle libertà di informazione e di critica; 3) l'esercizio delle libertà di informazione e di critica ancorato ai doveri imposti dalla buona fede e dalla lealtà; 4) il dovere di rettificare le notizie inesatte; 5) il dovere di riparare gli eventuali errori; 6) il rispetto del segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse; 7) il dovere di promuovere la fiducia tra la stampa e i lettori; 8) il mantenimento del decoro e della dignità professionali; 9) il rispetto della propria reputazione; 10) il rispetto della dignità dell'Ordine professionale; 11) il dovere di promozione dello spirito di collaborazione tra i colleghi; 12) il dovere di promozione della cooperazione tra giornalisti ed editori. Le "regole" fissate dal legislatore sono il perno dell’autonomia dei giornalisti: l’editore non può impartire al direttore disposizioni in contrasto con la deontologia professionale.
La parola Ordine significa riconoscimento giuridico di una professione, nel caso particolare della professione di giornalista. L’Ordine, inoltre, è la deontologia. Nel caso specifico le "regole" fissate dal legislatore sono il perno, come afferma il nostro contratto di lavoro, dell’autonomia dei giornalisti. I Consigli degli Ordini sono per legge i giudici disciplinari e in questo campo fanno la loro parte, certamente con alti e bassi.
E’ da sottolineare l’importanza strategica per una società democratica del nuovo diritto fondamentale dei cittadini all’informazione ("corretta e completa"), costruito dalla Corte costituzionale sulla base dell’articolo 21 della Costituzione e dell’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo (che è legge "italiana" dal 1955). Questo nuovo diritto fondamentale presuppone la presenza e l’attività di giornalisti vincolati a una deontologia specifica e a un giudice disciplinare nonché a un esame di Stato, che ne accerti la preparazione come prevede l’articolo 33 della Costituzione.
Le considerazioni sopra esposte consentono di risalire alle ragioni che hanno spinto il Parlamento nel 1963 a tutelare la professione di giornalista. L’eventuale abrogazione della legge n. 69/1963 sull’ordinamento della professione giornalistica comporterà questi rischi:
1) quella dei giornalisti non sarà più una professione intellettuale riconosciuta e tutelata dalla legge.
2) risulterà abolita la deontologia professionale fissata negli articoli 2 e 48 della legge professionale n. 69/1963.
3) senza la legge n. 69/1963, cadrà per giornalisti (ed editori) la norma che impone il rispetto del "segreto professionale sulla fonte delle notizie". Nessuno in futuro darà una notizia ai giornalisti privati dello scudo del segreto professionale.
4) senza legge professionale, direttori e redattori saranno degli impiegati di redazione vincolati soltanto da un articolo (2105) del Codice civile che riguarda gli obblighi di fedeltà verso l’azienda. Il direttore non sarà giuridicamente nelle condizioni di garantire l’autonomia della sua redazione.
5) una volta abolito l’Ordine, scomparirà l’Inpgi. I giornalisti finiranno nel calderone dell’Inps, regalando all’Inps un patrimonio di 2.500 miliardi di vecchie lire (immobili e riserve).
Governo e Parlamento devono preoccuparsi di riformare le leggi sugli ordini e i collegi nonché di tutelare i saperi dei professionisti. La formazione e gli esami per l’accesso devono essere delegati a un altro soggetto (l’Università) anche per garantire il rispetto del principio costituzionale dell’imparzialità. Non possono essere i professionisti a giudicare chi debba entrare nella cittadella delle professioni. E’ condivisibile, infatti, quella parte del decreto legislativo 300/1999 sul riordino dei ministeri che affida l’accesso alle professioni - e quindi anche della professione giornalistica - all’Università. Oggi deve essere tolto agli editori il potere che hanno dal 1928 di “fare” i giornalisti. I giornalisti devono nascere soltanto in Università.
Non bisogna dimenticare: a) che l’Ordine ha cercato di liberalizzare la professione creando 21 scuole di giornalismo; b) che i suoi minimi tariffari non sono vincolanti (come vuole l’Europa); c) che l’Europa, con la direttiva 36/2005 (“Zappalà”) ha dato disco verde gli Ordini e ai Collegi italiani. Quella direttiva e poi il dlgs 30/2006 (“La Loggia”) hanno stabilito che le professioni intellettuali si possono svolgere sia in via autonoma sia in via dipendente. Vogliamo rimanere professionisti e non tornare alla stagione mortificante del “mestiere”. Senza Ordine, infatti, rimarranno soltanto gli ordini degli editori.
Bisogna smetterla, una volta per sempre, di confondere l’ordinamento repubblicano della professione di giornalista con quello fascista. Con il regio decreto 384/1928, il Governo Mussolini ha creato l’Albo (non l’Ordine) dei giornalisti, Albo gestito da un comitato di 5 giornalisti operante all’interno dei sindacati regionali fascisti dei giornalisti. L’articolo 7 della legge 2307/1925 –che prefigurava la nascita di un Ordine dei Giornalisti – non è stato mai attuato dal regime, perché, con la nascita delle corporazioni (1926), la rappresentanza delle professioni è stata affidata ai sindacati fascisti. L’Ordine dei Giornalisti è nato nel 1963 su iniziativa di due eminenti personalità della democrazia repubblicana, Aldo Moro e Guido Gonella.
Conclusione: riforma dell’Ordine sì, abrogazione no!
Franco Abruzzo
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Una lettera dalla Svizzera
“Caro Franco Abruzzo, ieri sono venuto apposta dalla Svizzera (appena un po' fuori il Varesotto, invero) per portare il mio voto alla tua lista, come avevo promesso. Mi rendo conto che i giovani hanno voluto (e ottenuto) un cambiamento, e mi pare giusto che tu abbia reso loro l'onore delle armi. Ma non basta. Ora loro (che non lo sanno) hanno bisogno di te per far funzionare l'Ordine della Lombardia e per orientarsi nelle cose che tu conosci benissimo e alle quali loro non sono abituati. Questo è il momento di insegnare loro che l'istituzione è un valore che supera qualunque personalismo; è il momento di insegnare loro lo spirito di servizio, dando loro l'esempio”,
Mittente: Andrea Artoni
Data: 05/29/2007 06:59 PM
Caro Franco Abruzzo, ieri sono venuto apposta dalla Svizzera (appena un po' fuori il Varesotto, invero) per portare il mio voto alla tua lista, come avevo promesso. Ti ho visto serio e presago, e me ne sono rammaricato. Non considero comunque inutile il mio viaggio: se non altro ho incontrato il mio vecchio amico Giangaspare Basile, che non vedevo da molti anni.
Mi rendo conto che i giovani hanno voluto (e ottenuto) un cambiamento, e mi pare giusto che tu abbia reso loro l'onore delle armi.
Ma non basta. Ora loro (che non lo sanno) hanno bisogno di te per far funzionare l'Ordine della Lombardia e per orientarsi nelle cose che tu conosci benissimo e alle quali loro non sono abituati. Questo è il momento di insegnare loro che l'istituzione è un valore che supera qualunque personalismo; è il momento di insegnare loro lo spirito di servizio, dando loro l'esempio.
Non ti interessa? Sei uno che - sotto sotto - non sa perdere, si stizzisce e fa resistenza? Io no lo credo. Anche se tu lo fossi, come potresti perdere una così splendida occasione per perpetuare il tuo mito?
Questo è un periodo di transizione importante per chiunque si occupi di comunicazione, dovunque nel mondo. In Italia, inoltre, la politicizzazione prima e la commercializzazione poi hanno operato fortissime spinte di deriva, seguite da molti "carrieristi". Questo è accaduto in tutte le professioni: figuriamoci nel giornalismo, che ha diretto impatto sul pubblico.
Io sono nessuno e desidero restare nessuno: anche per questo ho accolto volentieri l'occasione di uscire dall'Italia, quanto basta per osservarla serenamente dalla finestra.
Resto comunque italiano e giornalista di servizio (benché pensionato).
Spero che continuerai a farci sapere il tuo punto di vista. Per me - troppo occupato nel mio lavoro di settore, per avere le occasioni e il tempo necessari per sintetizzare un quadro abbastanza completo dello stato delle cose - la tua newsletter è stata un riferimento fondamentale per la mia situational awareness (mi scuso per la lingua straniera) del giornalismo italiano.
Certo, in ambito professionale non mi sono trovato d'accordo su molte cose, a cominciare dall'esame (soprattutto l'orale) per diventare Professionista: di coloro che in quel giorno sono stati sottoposti ad esame, e che io ho potuto ascoltare, ne avrei respinti almeno la metà.
Ma tant'è: da militare ho bocciato nella mia mente tanti colonnelli imbecilli, e il mio amico Mario Arpino (che è stato capo di Stato Maggiore della Difesa) stima in svariate decine di migliaia i dirigenti inetti che si allignano nell'Amministrazione pubblica.
Ci resta un solo valore irinunciabile: il dovere di lasciare il proprio posto un poco migliore di come lo si è trovato, incoraggiando i prossimi a fare altrettanto allo scopo di assicurare la continuità della resistenza all'omologazione imperante.
È questo il succo dell'annuncio fattoci da colui che - unico al mondo - disse d'essere la via, la verità e la vita. Io gli credo.
Andrea Artoni
ABRUZZO, AUGURO A LETIZIA GONZALES GRANDE SUCCESSO
Milano, 28 mag. (Adnkronos)- «Auguro a Letizia Gonzales un grande successo e da parte mia ci sará la massima collaborazione». Così Franco Abruzzo, storico presidente dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, commenta l'esito delle elezioni dell'ordine lombardo che hanno visto prevalere proprio Letizia Gonzales che ha ottenuto 764 voti ed è risultata la prima degli eletti superando Paolo Pirovano, Alberto Comuzzi, Laura Mulassano, Mario Consani e lo stesso Abruzzo.
È quindi probabile che ci sia in arrivo un cambio al vertice all'Ordine lombardo dopo quasi vent'anni di presidenza di Franco Abruzzo. (Dra/Gs/Adnkronos) 28-MAG-07 21:27