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LUTTO A REPUBBLICA.
Addio a Guido Passalacqua
grande cronista fra Br e Lega.

Il soprannome, piuttosto azzeccato e da lui gradito Decano, glielo aveva trovato Umberto Bossi e, per i colleghi, da quel momento, Guido Passalacqua era stato il Decano e basta.

Milano, 9 settembre 2010. E' morto a Milano Guido Passalacqua, grande cronista, prima a Panorama e poi a Repubblica dai primi anni: aveva 67 anni. Seguì il terrorismo e fu vittima di un attentato di un gruppo milanese, colpito alle gambe. Seguì poi la lunga stagione della Lega, fino a scrivere un bellissimo libro "Il vento della Padania". Raccontò la nascita della Lega, la sottovalutazione della sinistra, a partire da un documento della Fiom Cgil lombarda che segnalava nel '91 "una forte crescita di sentimenti di localismo e intolleranza". Un allarme inascoltato. Passalacqua è stato sempre rispettato dalla Lega, il ministro Calderoli ha subito espresso il suo dolore e le sue condoglianze. Ma Guido è stato anche un dirigente del giornale e un militante del sindacato. Da tempo era malato, lascia un grande vuoto dentro il giornale, e nella sua famiglia, la moglie Mariella e il figlio Tommaso. A loro l'abbraccio di tutta la redazione di Repubblica.


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Ecco un ricordo di Cinzia Sasso


Guido Passalacqua, il "decano" di Repubblica è morto questa notte in una stanza dell'hospice del Vidas.


Nato a Brescia, figlio di un professore di liceo classico e di una maestra elementare, si era trasferito a Pavia per frequentare l'università e da qui era arrivato a Milano. Innamorato del giornalismo e della politica, aveva cominciato a collaborare con il Panorama di Lamberto Sechi e poi era diventato direttore, insieme a Claudio Sabelli Fioretti, di Abc. Ne avevano fatto un giornale di inchiesta, scandaloso, ma per la capacità di raccontare fatti.


A Repubblica, Guido è arrivato fin dai numeri zero ed è stato una delle colonne intorno a cui si è sviluppato il successo del giornale. Negli anni del terrorismo era uno di quelli in prima linea: le sue indagini erano talmente documentate da metterlo nel mirino dei terroristi della Brigata XXVIII Marzo. Gli hanno sparato, colpendolo a una gamba. E lui non ha mai fatto il reduce, né l'eroe. La cultura classica ereditata dalla famiglia, la discrezione, il fare burbero dei bresciani, sono sempre stati i suoi tratti distintivi.


La crescita di Repubblica lo ha visto occupare anche posizioni di organizzazione, fino a diventare il capo delle pagine di cronaca e il numero due della redazione di Milano. Nei giornali c'è chi fa la carriera della scrittura e chi fa quella del desk: Guido ha percorso tutte e due le strade, senza mai pensare, però, a quello che fosse più interessante per la "carriera". Era una parola, questa, che trovava volgare: per lui il giornalismo non era una passione, era un dato immutabile della sua vita. Guido era un giornalista e basta.


Nell'85, quando Umberto Bossi non era ancora il Senatur, ha cominciato ad occuparsi della Lega e ne è diventato uno dei più profondi conoscitori. La sua passione per la politica trovava un altro modo di esprimersi. Il suo rapporto con Bossi è stato straordinario: e il destino ha voluto che si ammalassero insieme.


Quando Bossi è stato colpito dall'ictus, Guido ha scoperto di avere un tumore al cervello. Anche questo lo ha affrontato con il disincanto con il quale prendeva tutte le cose della vita. La malattia non lo ha fermato: dopo la prima operazione ha scritto e pubblicato un saggio sulla Lega, che resta uno dei testi fondamentali per capire il movimento.


Bon vivant, sempre di un eleganza un po' demodé, leggeva di tutto e aveva una grandissima cultura. Aveva pensato che gli sarebbe piaciuto finire la sua vita nella casetta sulle colline del pavese che aveva comprato e messo a posto, orgoglioso di aver fatto da solo, con le sue mani, "i muretti a secco".


Lascia un figlio, che amava tantissimo; e la moglie.


(fonte: www.repubblica.it)


 


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GUIDO PASSALACQUA IL DECANO DISINCANTATO. TRA I PRIMI A CAPIRE il FENOMENO LEGA, MARONI: “ERA AMICO FRATERNO”.


 


Milano, 9 settembre 2010. Il soprannome, piuttosto azzeccato e da lui gradito Decano, glielo aveva trovato Umberto Bossi e, per i colleghi, da quel momento, Guido Passalacqua, giornalista morto a Milano all'età di 67 anni dopo una lunga malattia, era stato il Decano e basta. Un appellativo affettuoso, quello di Bossi, che si basava su due evidenze: l'aria da gentiluomo, con la sua inseparabile pipa, riflessivo e pacato e nel contempo disincantato, e la lunga assiduità agli eventi di cronaca relativi alla Lega. Passalacqua, nato a Brescia, vissuto per gli studi a Pavia e poi approdato al giornalismo a Milano, in effetti era stato tra i primi a capire e interpretare il fenomeno Lega negli anni '80. Merito del suo gusto dell'analisi e dell'approfondimento e della sua passione da cronista, una caratteristica che mai lo ha abbandonato (come quei suoi quadernetti sempre pieni di minuti appunti) neppure quando dalla semplice cronaca passava all'analisi e al commento. Stamani appena si è diffusa la notizia della sua morte, proprio da quella Lega di cui tanto aveva scritto (compreso il recente libro 'Il vento della Padania) e con la quale a onore del vero non aveva mancato di polemizzare anche aspramente, sono venuti messaggi di profonda commozione. «Sono colpito e addolorato - ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni - Guido infatti, prima di qualunque cosa, era un amico fraterno». «Passalacqua era un uomo dal pensiero libero - ha aggiunto - un grande professionista». Sulla stessa falsariga anche il ministro Roberto Calderoli e altri esponenti del Carroccio. E riconoscimenti alla figura umana e professionale di Passalacqua sono giunti da diversi altri politici, tra cui Paolo Bonaiuti e Roberto Formigoni. Se una delle caratteristiche di un uomo e di un giornalista di valore è il non far pesare la propria posizione, la propria abilità o la propria esperienza nei confronti dei più giovani, il Decano Passalacqua la incarnò. Era infatti sempre pronto ad ascoltare le opinioni di tutti, anche quelle evidentemente inconsistenti, e a discuterne senza preconcetti. Come faceva con la gente comune, con i militanti leghisti trovati sui prati di Pontida o in qualche comizio in località sperdute. Dotato di un certo disincanto, quando parlava di se stesso, delle proprie esperienze anche drammatiche e vicissitudini professionali, lo faceva senza toni enfatici, da pacato cronista informatissimo e attento alle curiosità, ai particolari. Aveva subito un attentato brigatista, restando ferito seriamente alle gambe quando, per il quotidiano 'La Repubblica, di cui fu uno dei fondatori, seguiva gli anni del terrorismo. Poi l'incontro con Bossi e la Lega, una reciproca simpatia tra lui e il leader, a cui peraltro non risparmiò critiche. Come quando, in piena conferenza stampa nella sede di via Bellerio, interruppe Bossi dandogli sulla voce perchè quest'ultimo aveva replicato con toni aspri ad una cronista che gli aveva rivolto una domanda. E aveva poi invitato, subito seguito, i giornalisti presenti a lasciare la sala in segno di protesta. Baruffe che poi finivano inevitabilmente con la pace, siglata in piena notte a chiacchierare di politica, dopo un chilometrico comizio di Bossi. «Un uomo per bene, forse troppo per questi tempi», così oggi lo ricorda Giovanni Cerruti, inviato della Stampa, amico e collega di mille servizi. «Il suo esordio con la Lega - ricorda - fu nell' 85 all'Hotel Cavalieri di Milano, dove Bossi teneva un conferenza stampa. Andammo a vedere che cosa si stava muovendo. E pochi anni dopo fu Bossi a chiamarlo il Decano». Le esequie, con cerimonia laica, si svolgeranno sabato mattina alle 10.30, nella sala Multifunzionale del cimitero di Lambrate a Milano. (ANSA).  


 


 


 


 





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