Cosenza, 27 agosto 2010. “No ’ndrangheta” è la manifestazione proposta dal Quotidiano della Calabria dopo la bomba fatta esplodere davanti all’abitazione del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro: il 25 settembre, nella città dello Stretto, sarà invitato a scendere in piazza chi si riconosce nel fronte che contrasta la prepotenza delle ’ndrine. Un modo per testimoniare la vicinanza a chi opera in prima linea contro la criminalità, ma anche un’occasione per aprire un confronto sui calabresi che vogliono assumersi le proprie responsabilità per arginare la mentalità mafiosa. Il dibattito che accompagnerà fino all’appuntamento di Reggio troverà spazio sulle colonne del Quotidiano e sulle sue pagine web. A partire da questo blog, aperto al contributo dei lettori. (testo in http://ilquotidianodellacalabria.ilsole24ore.com/it/calabria/blog_no_ndrangheta.html)
Catanzaro, 6 settembre 2010. Si svolgerà il 25 settembre, a Reggio Calabria, la manifestazione contro la 'ndrangheta e di solidarietà ai magistrati reggini promossa dal Quotidiano della Calabria. La decisione è stata presa oggi nel corso di una riunione operativa che si è svolta a Lamezia Terme. "Trentuno rappresentanti di sindacati, organizzazioni imprenditoriali, università, gruppi di impegno civile, comitati ambientalisti e associazioni culturali attivi in Calabria - è scritto in una nota - hanno concordato le linee guida dell'impegno comune che porterà a concretizzare la proposta, formulata sul Quotidiano della Calabria dal direttore Matteo Cosenza, di realizzare a Reggio Calabria una manifestazione per dire no alla 'ndrangheta ed esprimere solidarieta' ai magistrati reggini dopo la sequenza di intimidazioni subite". "Al termine di un confronto articolato e costruttivo - prosegue la nota - è stato concordato di fissare la data di sabato 25 settembre per l'evento che chiamerà a raccolta le diverse anime della società calabrese impegnate nella lotta alla cultura mafiosa. In vista di quell'appuntamento, giovedì 9 settembre, alle ore 16, ci sarà un nuovo incontro organizzativo all'Hotel Lamezia di Lamezia Terme, per definire il manifesto programmatico della manifestazione. (testo in http://centrocalabrianews.it/root/Articoli-Cronaca/si-svolgera-il-25-settembre-a-reggio-calabria-la-manifestazione-contro-la-ndrangheta.html)
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'NDRANGHETA: SINDACATI, ADESIONE A PROPOSTA DEL DIRETTORE del 'QUOTIDIANO DELLA CALABRIA'
Reggio Calabria, 5 settembre 2010. ''E' prevista per la fine di questo mese di settembre, a Reggio Calabria, la manifestazione contro la 'ndrangheta, che Cgil, Cisl e Uil regionali hanno deciso di organizzare aderendo a una proposta lanciata nei giorni scorsi dal direttore del Quotidiano della Calabria, Matteo Cosenza''. E' quanto scritto in una nota congiunta di Cgil, Cisl e Uil. ''La giornata di mobilitazione, promossa per reagire - prosegue la nota - all'intimidazione nei confronti del procuratore generale reggino, Salvatore di Landro, dopo l'esplosione, il 26 agosto scorso, di una bomba davanti alla sua abitazione, sara' l'occasione per chiedere un cambio netto nella politica del Governo verso la Calabria e l'apertura di un tavolo di confronto nazionale sul problema della criminalita' organizzata. Dalla manifestazione di Reggio dovra' nascere una rete permanente di associazioni che operino quotidianamente per il superamento del sistema imposto dalla 'ndrangheta, facendo fronte comune nel rivendicare la gestione trasparente della cosa pubblica, oltre che l'impegno delle forze politiche a non avvalersi di persone colluse con le cosche, e sollecitando l'approvazione di una legge nazionale che rafforzi le azioni di confisca dei patrimoni illeciti delle famiglie mafiose e di una nuova legislazione regionale sugli appalti''. ''L'iniziativa che si terra' nel capoluogo reggino - concludono Cgil, Cisl e Uil - sara' un altro dei momenti importanti nei quali il sindacato unitario svolgera' un fondamentale ruolo di coesione tra le forze sane ed oneste della nostra regione, a partire dai giovani, interpretando la volonta' di quella parte della Calabria che si e' messa in movimento e non vuole rimanere in silenzio''.(ANSA).
L’editoriale di Matteo Cosenza
direttore del Quotidiano della Calabria
Di primo acchito l’impressionante mole di attestati di solidarietà al procuratore Di Landro infonde fiducia perché fa capire quanto vasto sia il fronte che si oppone alla ‘ndrangheta, la quale invece per parlare ha bisogno di pochi eloquenti gesti come il tritolo esploso l’altra notte a Reggio. Per questo, pur apprezzando il comprensibile, giustificato e convinto moto di sdegno per l’attentato terroristico e di vicinanza al magistrato che si vuole intimidire, è giusto soffermarsi sulle dichiarazioni, anche questa volta non scontate, di un personaggio politico come Angela Napoli, che la sua battaglia contro la ‘ndrangheta e il malaffare la fa coraggiosamente ogni giorno: attenzione – ha avvertito -, servono meno solidarietà e più fatti. Sì, è ben strano che il diluvio di parole arrivi anche da chi ha il compito di operare o di dare, per esempio, più auto e benzina sufficiente ai magistrati. Sono belli anche gli interventi dei dirigenti sindacali che invocano una mobilitazione generale contro la ‘ndrangheta: ma quando? E perché finora non c’è stata? E vale poco richiamare la manifestazione del Primo Maggio a Rosarno con Epifani, che ebbe soprattutto il valore di ricucire una ferita del sindacato la cui assenza era emersa nitidamente nei drammatici giorni della rivolta degli immigrati sfruttati come bestie sotto gli occhi di tutti. Concretamente chi combatte la ‘ndrangheta? La risposta più facile è: la gente onesta e che rispetta la legge. Ma non basta. Sicuramente la parte preponderante la svolgono i magistrati, le forze dell’ordine e quanti hanno responsabilità per conto dello Stato nell’opera di contrasto all’illegalità e alla malavita organizzata. E’ un’opera importante di cui va dato atto a quelli che – come ha ricordato davanti al tritolo ancora fumante Di Landro – sono fedeli servitori dello Stato e la cui unica colpa è di fare il proprio dovere, ma quanti tribunali e procure sonnecchiano? Scriveva l’altro giorno Mimmo Cangemi che, in giro per l’Italia a presentare il suo libro sul “giudice meschino”, si è trovato frequentemente a dover contrastare l’idea di una Calabria dove dietro ogni angolo di strada ci sarebbe in agguato qualcuno con il fucile puntato. Sappiamo che non è così e che quella percezione è il risultato di un messaggio, l’unico purtroppo, che esce dai confini di questa terra. Chiediamoci: ma questa relativa tranquillità non scaturisce forse dal combinato disposto di una serie di fattori, in primo luogo l’indifferenza degli onesti (la maggioranza), la contiguità di chi cerca convenienze (un esercito), e poi la complicità di tanti pubblici poteri, il lasciar fare, la paura (usiamola questa parola), una pubblica amministrazione inefficiente e, quindi, aperta a qualsiasi ingerenza, un sistema economico fragile per lo più fondato sugli incentivi pubblici e sovente osteggiato da un sistema bancario ostile. Lo diciamo con tutta la prudenza del caso: in molti territori la ‘ndrangheta non ha bisogno di ostentare il suo potere, sa di averlo e che per conservarlo le fa comodo la “pace”. In alcuni paesi della Locride si può lasciare l’auto con le chiavi nel cruscotto perché nessuno si permette di rubare: i boss non tollerano la piccola criminalità e di tanto in tanto provvedono a punire qualche giovane con la testa calda, garantendo a modo loro tranquillità a tutti e molti ne sono pure contenti. Questa “pace” è rotta da lotte interne per la supremazia, da qualche amministratore pubblico con la schiena diritta e dall’azione di contrasto dello Stato. E se in una Procura come quella di Reggio da un bel po’ di tempo sta cambiando la musica ecco partire gli avvertimenti in un’escalation che lascia immaginare prossime azioni ben più eclatanti. Per estirpare la “malapianta”, come dice Gratteri, ci vuole l’azione dello Stato ma occorre ben altro. E perciò ben venga finalmente un sussulto delle coscienze come si vide a Palermo dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio e, come non ci fu in Calabria, dopo l’uccisione altrettanto esemplare di un magistrato straordinario come Scopelliti. Si avvicina l’autunno ma la Calabria ha bisogno di una primavera. Si incominci – cari sindacati in cerca di un ruolo, cari partiti perennemente impegnati nelle vostre diatribe interne, cari movimenti della società civile che siete come l’araba fenice – con l’organizzare per settembre una grande manifestazione a Reggio. Non crediamo al valore taumaturgico di queste forme di lotta, ma essa può servire almeno a due cose: a far sentire meno soli i magistrati, i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri e tutti i servitori dello Stato che rischiano per conto nostro la loro vita; in secondo luogo può essere un modo per chiamare i calabresi a una nuova presa di coscienza e ad avviare un cammino virtuoso nel segno della legalità e del rispetto delle persone. Da lì possono scaturire tante cose, si tratta di avviare con coraggio e convinzione questo processo. In conclusione, però, occorre porsi una domanda che apparentemente sembrerebbe mettere in discussione quanto detto finora, vale a dire: ma c’è solo la ‘ndrangheta dietro l’attentato terroristico dell’altra notte? Quanto è successo finora invita alla prudenza e a evitare giudizi sommari. La bomba davanti al Palazzo di giustizia, i bulloni svitati alle ruote dell’auto del procuratore, il proiettile sull’auto del procuratore di Palmi Creazzo, anche l’auto imbottita di armi ed esplosivi lungo il tragitto per l’aeroporto del presidente Napolitano, e poi il clima rovente degli anni scorsi, per esempio le cimici trovate nelle stanze di qualche magistrato, non si possono rubricare in quattro e quattr’otto assegnandone precisamente la responsabilità. Siamo – è il caso di ricordarcelo sempre – il paese delle trame e dei misteri e che ci sono i servitori dello Stato e quelli che lo tradiscono. E quando si rompono gli equilibri c’è anche chi non ci sta. E’ successo tante volte, come le cronache italiane insegnano, e può sempre accadere. Auguriamoci che non sia questo il caso, ma non è sbagliato dire che un moto fecondo di solidarietà – meno segnali verbosi e più azioni fattive – deve individuare il nemico da sconfiggere nella ‘ndrangheta e in tutti i suoi sodali ovunque si annidino.
Matteo Cosenza – 27 agosto 2010
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Calabria&informazione.
Redazioni nello Stretto
tra mafia e politica.
Unidici giornalisti
minacciati in sette mesi.
di Matteo Bartocci per il Manifesto 29.07.10
Calabria, terra di frontiera ma anche penisola in perenne ebollizione: politica, criminale, editoriale. Tutto cambia ma i confini sono sempre più labili. La vecchia «Calabria Saudita» ma anche la Calabria come avamposto. Come ha scritto Luigi Pintor parlando del manifesto come avamposto: «una frontiera dove lo stato d'emergenza è quotidiano per definizione». E «Avamposto» si chiama anche un libro di Roberto Rossi e Roberta Mani presentato martedì sera a Paola (Cosenza) insieme al segretario della Fnsi nazionale Franco Siddi e regionale Carlo Parisi. Una raccolta di storie di cronisti calabresi minacciati dalle mafie. .
Un fenomeno in crescita esponenziale negli ultimi mesi, con il cambio di guida alla regione e le inchieste decise dalla procura reggina. L'ultimo episodio è del 23 luglio. Un proiettile in una busta senza francobollo recapitato a Saverio Puccio, 35 anni, giornalista della redazione di Catanzaro del Quotidiano della Calabria e collaboratore dell'Agi. Racconta Roberto Rossi: «Negli ultimi tre anni, dal 2006 al 2009, abbiamo documentato 16 minacce serie e attendibili. Nel 2010 però ce ne sono state ben 11. Di queste, 5 sono avvenute nelle tre settimane precedenti alle regionali e 4 nel solo mese di luglio». La spiegazione, secondo Rossi, è in un «circolo virtuoso» tra le inchieste della magistratura e la cronaca giudiziaria, che anche grazie alla concorrenza tra i vari giornali sarebbe più agguerrita.
Un'altra spiegazione, secondo alcuni cronisti calabresi, è invece nel cambio generazionale interno alla 'ndrangheta, in cui i giovani padrini sono più impazienti e più feroci dei vecchi. Una nuova leva in cui il controllo del territorio si fa letteralmente a colpi di bazooka ma anche controllando quanto scritto in prima pagina.
Pressioni e intimidazioni che a livello nazionale ancora non fanno notizia. Eppure «fare il giornalista qui non è come ad Aosta - racconta un cronista che preferisce restare anonimo - se segui un processo avere dei problemi è il minimo. Le minacce sono tutte attendibili. Pensa che a Reggio vengono bruciate in media 10 macchine al giorno». Quelle che vengono denunciate sono solo la punta dell'iceberg. Ma è un percorso che il sindacato incoraggia attraverso un osservatorio apposito e i contatti tra le istituzioni. «Con il nostro libro-denuncia - conclude Rossi - non vogliamo concentrarci sui singoli cronisti ma vogliamo raccontare un contesto generale. In cui i giornalisti possono essere minacciati dai boss al bar sotto casa o aggrediti in luoghi pubblici. Avamposto non vuole creare eroi ma raccontare la storia di un'informazione di confine in una regione difficile ma importantissima».
Carlo Parisi - segretario regionale Fnsi e animatore di un sito aggiornato come www.giornalisticalabria.it - sulle minacce è prudente: «I giornalisti qui non vivono nel terrore, prima non denunciavano neanche, oggi lo fanno ma qualcuno pensa quasi che sia una medaglia alla carriera». Chiede «chiarezza sui singoli episodi»: «Più che le lettere minatorie mi preoccupano le aggressioni. Ci sono stati giornalisti picchiati perfino mentre seguivano un consiglio comunale». E disegna un bilancio fatto di luci e ombre. E' vero che il precariato dilaga, che a essere pagati 5 euro a pezzo ci si arriva dopo anni di lavoro nero. Però la Calabria è l'unica regione dove i contratti giornalistici regolari sono aumentati (+34% in un anno) fino a 438 professionisti. Di contro sono ancora tanti i 672 «precari» iscritti alla gestione separata.
Dal punto di vista editoriale la Calabria sfata almeno in parte alcuni luoghi comuni sul Sud pigro e omertoso. E' vero che si leggono pochi giornali: 35 copie ogni mille abitanti contro le 130 a livello nazionale. Ma è vero che in un mercato così saturo i quotidiani esistenti sono costretti a lottare tra loro per strapparsi lettori.
La vitalità è evidente anche dall'attenzione della criminalità e della politica. Politicamente tutti i giornali, tranne Calabria ora quando c'era Pollichieni, hanno sostenuto Scopelliti. Domina la regione la Gazzetta del Sud, stampato a Messina, vende in Calabria oltre 50mila. Talmente vicino al neogovernatore che il figlio del caposervizio della redazione di Reggio dopo il voto è stato assunto nell'ufficio stampa della regione.
A insidiare il primato dell'antico moloch prima il Quotidiano della Calabria - che in origine si ispirava a Repubblica - e poi Calabria ora creata da Francesco Leporace e da ieri diretto da Sansonetti, entrambi sulle 8mila copie. A Reggio e dintorni ci si interroga molto sul futuro del direttore defenestrato Paolo Pollichieni. Molto legato al Pd calabrese (Adamo e Minniti sono amici fraterni), Pollichieni ha un sicuro nemico - ricambiato - in Scopelliti, che chiamava il suo ex giornale «Ricatta ora». Non è stato possibile ascoltarlo per verificarle ma in Calabria circolano le voci più diverse. Dal passaggio al Domani (il quarto giornale locale) a una nuova avventura con l'impresa che controlla Reggio tv per fare un nuovo quotidiano dello Stretto a un contatto col Fatto per fare un dorso locale.
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