Testo in http://www.iulm.it/default.aspx?idpage=505 –
LIBERA UNIVERSITA’ DI LINGUE E COMUNICAZIONE IULM - MILANO
RELAZIONE DEL RETTORE PROF. GIOVANNI PUGLISI
Inaugurazione Anno Accademico 2006-2007 - 2 marzo 2007
Confesso che ho riflettuto a lungo prima di mettere mano a questa relazione, non già perché mancano gli argomenti e i temi da trattare – anzi forse ce n’è in abbondanza – piuttosto
perché c’è un grande imbarazzo, almeno da parte mia, a
riprendere temi e problemi, che annualmente affollano le
relazioni un po’ di tutti i Rettori italiani, ma che non mi pare
lascino molta traccia nella vita politica e forse anche culturale
del nostro Paese. Eppure ragioni di buona educazione e
soprattutto un forte senso delle Istituzioni mi hanno indotto a
superare queste resistenze e a dare alla nostra inaugurazione un
taglio molto più pragmatico e concreto, lasciando da parte molti
discorsi di circostanza – politici e accademici – e tematizzando
quest’evento con l’inaugurazione solenne e contestuale della
“Scuola di Comunicazione IULM”, che rappresenta la
realizzazione di un progetto molto avanzato rispetto ai
tradizionali metodi di approccio alla formazione continua e
ricorrente, in un Ateneo pubblico o privato che sia, e insieme la
conclusione di un percorso lungo e talora travagliato, che ha
impegnato la nostra Università per molti anni, prima di
individuare il modo e le caratteristiche migliori per darle vita e operatività effettiva.
Non posso, però, e non voglio comunque sfuggire alle mie
responsabilità istituzionali e politiche tacendo del tutto sulla
attuale situazione in cui versa il sistema universitario italiano:
una situazione che non saprei se definire più correttamente di
caos o di abbandono. L’accavallarsi di norme e di regolamenti ha raggiunto limiti quasi insopportabili per un comune mortale: ma, quel che è peggio, sono le conseguenze
dell’effetto-annuncio delle più recenti misure normative,
riguardanti sia i decreti applicativi della legge 230/2005 in
materia di classi di laurea (I e II livello) sia la complessa
materia delle regole per il reclutamento, con particolare
riferimento ai giovani, in qualche modo – a mio avviso –
connessa con la questione della governance degli Atenei,
rimasta senza seguiti operativi.
Abbiamo a lungo fiduciosamente atteso le determinazioni ministeriali, pur coscienti che l’incombere sul Ministro di onerose questioni politiche ha reso la sua attenzione molto
debole verso le tematiche universitarie: per ora abbiamo ancora
solo la promessa di iniziative ministeriali a breve termine. Vale
solo la pena di ricordare che le ragioni di una sana e corretta
programmazione richiedono tempi più lunghi di quanto spesso
non riesca a cogliere il distaccato apparato ministeriale:
abbiamo così, ancora una volta, dato vita per l’anno accademico
2007-2008 a percorsi formativi ispirati e legati alla normativa
esistente e vigente, il D.M. 509/99, della quale un po’ tutti
ormai conosciamo i difetti e misuriamo i disastri, direi a vista
d’occhio. La caduta di qualità e di serietà culturale e
professionale delle lauree di I livello è sotto gli occhi di tutti,
specie nelle realtà accademiche nelle quali l’affollamento
studentesco determina l’inagibilità reale e professionale dei
percorsi formativi: nella nostra Università, come in quelle più a
misura d’uomo (o perché non statali, o perché di nicchia o
perché periferiche rispetto ai grandi flussi studenteschi) le
conseguenze negative sono un po’ meno gravi, ma il problema
comunque rimane, sia come questione sociale, che come questione etica.
Inoltre va ricordata la battaglia intorno alla recente legge finanziaria, che ha visto Rettori e Governo logorarsi in una guerra di posizioni contrapposte, nella quale finiva con l’essere sconfitta comunque la serietà dell’Università e della ricerca. Le piccole conquiste legislative che sembrano adesso riaffiorare all’orizzonte della nuova normativa non mi sembrano né sufficienti, né soddisfacenti per giustificare una ripresa del livello di dignità, che si addice ad un sistema di alta qualità, quale, dopo tutto, è e rimane quello universitario italiano. Peggiore sorte è, in verità, capitata alle Università non statali, le quali si sono viste ridurre ancora di più le magre risorse, che lo Stato dà annualmente loro come contribuzione alla attività e al funzionamento, senza vedere aprire alcuno spiraglio politico, anche solo di prospettiva, in relazione alla loro posizione istituzionale e politica. Vale la pena solo ricordare come la Costituzione italiana non faccia differenza alcuna tra Università statali e non statali (come invece accade poco più avanti, nella Carta costituzionale, quando si parla della scuola, che viene diversificata tra statale e privata), dando al sistema, nella sua pur complessa unità, una funzione e una rilevanza centrale nella formazione e nella crescita della coscienza civile, culturale e professionale delle giovani generazioni e complessivamente dell’intero Paese.
In questi anni abbiamo invece assistito, inermi e talora anche imbelli (è giusta pure un po’ di autocritica!), alla progressiva omologazione del sistema non statale a quello statale, riducendo, fino all’annullamento, ogni spazio di autonomia di cui poteva esso godere, senza però bilanciare tutto
ciò in alcun modo né con un incremento di risorse (anzi, il
contrario!), né con un riconoscimento politico più ampio del
loro ruolo, sempre, invece, crescente, nel sistema dell’alta
formazione in Italia. A parole abbiamo raccontato di una
Università sempre più libera e autonoma, nei fatti abbiamo
visto, invece, un’Università sempre più ingabbiata e chiusa in
griglie e gabbie tabellari, normative, regolamentari e valutative,
tanto rigide, quanto universali: è così che, per esempio, alla
corretta richiesta di adeguare i corsi di studio ai requisiti minimi
ministeriali ha corrisposto un necessario incremento degli oneri
fissi di personale di ruolo, senza avere alcun beneficio o
incremento correlato di risorse; oppure alla camicia di forza del
valore legale del titolo di studio hanno corrisposto maggiori
obblighi in tema di CFU e di vincoli tabellari, senza che questo
abbia costituito un impulso al miglioramento della qualità
didattica o di ricerca, angustiate entrambe da una competizione
mercantile, piuttosto che d’eccellenza. A questo, però, credo
dobbiamo rassegnarci: l’andamento ormai è quello
dell’omologazione al ribasso, senza avere neppure la tentazione
di dare a questa operazione la parvenza di un tendenziale
adeguamento al dettato costituzionale dell’unità del sistema della formazione universitaria.
E’ questa unità del sistema che oggi credo valga la pena
di ribadire e sostenere con forza e convinzione. E’ a questa
unità che faccio appello rivolgendomi ai miei Colleghi delle
Università statali per chiedere loro una battaglia comune di
civiltà e di dignità: non possiamo e non dobbiamo più accettare
la logica hegeliana del servo-padrone, che ci condanna ad una
umiliante coazione a ripetere oscillante tra la speranza e la rabbia, la fiducia e la delusione.
L’Università italiana statale e non statale ha bisogno di
una ricetta che vorrei denominare delle 2 erre incrociate: la r
delle risorse, che dovrebbero essere sempre crescenti, almeno
fino alla media europea, e la r delle regole, normative e
regolamentari, che dovrebbero essere sempre meno rigide e più
leggere, dando più spazio all’autonomia reale, misurata e
valutata con costanza e severità, al fine di sviluppare tanto la
coscienza critica, anche di sé, quanto il senso di responsabilità
amministrativa ed etica di coloro che hanno nelle loro mani il
governo degli Atenei. Uno Stato, un Governo, un Ministero
forti debbono fondarsi su una struttura di gestione del sistema
leggera e funzionale e insieme debbono poter contare su un
senso di responsabilità tanto profondo, quanto ontologicamente
ed eticamente radicato dei fruitori del servizio, comunque
pubblico, che vanno a offrire. Siamo, invece, affogati da
regolamenti, atti d’indirizzo, statistiche, customer satisfaction,
tabelle e tabellone, come non mai. Ho netta memoria quando
Antonio Ruberti, il primo e forse il più incisivo ministro che
l’Università italiana abbia mai avuto, proprio nella legge
istitutiva del Ministero dell’università e della ricerca scientifica
e tecnologica (legge 168/89) inserì un comma, che ai più risultò
al limite dell’incredibile: “Sono vietate le circolari
ministeriali”! Aveva ragione! Ragione da vendere! Ruberti era
arrivato al Ministero dal Rettorato della Sapienza di Roma ed
era stato fatto nei dodici anni del suo rettorato oggetto
di…molestie ministeriali con tutta la pioggia di circolari e
circolarette, che il Ministero, soprattutto fino alla fine degli anni
ottanta aveva avuto l’abitudine di riversare sugli Atenei, un po’
per pilotare il sistema, un po’ per dare una manina a qualche
rettore poco…pratico; Ruberti disse fermamente basta e lo disse
per tutte le Università. Per quelle non statali, nelle quali lo
spazio della libertà autonomistica era sempre stato abbastanza
stretto, anche se a quell’epoca esistente, era una “mano santa”:
dopo venne l’autonomia universitaria (Finanziaria del ’93,
Governo Amato) e, quasi per la legge del contrappasso, le
circolari cominciarono in qualche maniera a ritornare di moda,
con il nome di “atti d’indirizzo”, poi è andata avanti sempre in
modo più…indirizzato, riducendo, talora, ogni spazio vero di
autonomia degli Atenei e, per certi versi, annullando completamente quello delle Università non statali, sempre più appiattite sul sistema statale.
Bene così, vorrei dire, ma a condizione che l’equiparazione sia davvero misurata sulla qualità e
sull’efficienza e che alla valutazione corrisponda una
progressiva revisione del sistema contributivo a 360 gradi per
l’intero sistema della formazione superiore italiana: tentare di
chiudere la forbice del divario finanziario tra università statali e
università non statali è possibile solo se abbiamo il coraggio di
accettare l’unitarietà del sistema e se abbiamo l’onestà
intellettuale di mettere sul tavolo, da una parte e dall’altra, i
propri bilanci, veri e reali, e sottoporli al filtro della
valutazione responsabile. Così, e solo così, potrà delinearsi
nel tempo un sistema d’alta formazione italiano, che prescindendo da campanilismi e logiche di appartenenza culturale, ideologica o disciplinare, dia all’Italia una posizione
competitiva e di prima fila nell’agone internazionale
dell’educazione superiore e della ricerca scientifica e tecnologica.
Il nostro Ateneo si colloca in questo quadro a buon diritto,
con ragionevole convinzione di potere oggi aspirare al legittimo
riconoscimento di essere l’Università italiana nella quale i temi
della comunicazione (dalle lingue alla comunicazione
d’impresa, dalla comunicazione mediale a quella istituzionale,
dalle performance dello spettacolo ai mercati dell’arte, dal
turismo culturale a quello imprenditoriale) sono non solo
un’area d’interesse scientifico e professionale, ma anche un
plus caratterizzante l’Ateneo nel sistema economico, sociale e
culturale del Paese. Questo ha evidenziato, in termini di
successo studentesco, una significativa tenuta del consenso fra
gli studenti, in un panorama generale sostanzialmente in calo,
sia rispetto al dato generale delle iscrizioni alle Università, sia
rispetto al dato particolare delle opzioni per l’area umanistica.
L’Università IULM raccoglie, infatti, il 10% circa degli
studenti che in Italia si iscrivono ai Corsi di laurea di Scienze
della comunicazione, considerando sia gli iscritti a Relazioni
pubbliche e pubblicità, sia quelli iscritti a Scienze e tecnologie
della comunicazione. Questo dato si sostiene specularmente con
il successo dei nostri laureati nel sistema produttivo, con una
altissima percentuale dell’inserimento occupazionale, dopo tre
anni la percentuale degli occupati supera il 90% dei laureati
IULM con punte fino al 94-95%.
Credo con fermezza che il futuro dell’Università italiana e
quindi anche di questo Ateneo stia nella capacità di sviluppare
ricerca avanzata in un contesto sempre più internazionalizzato:
è facile parlare e farsi intendere in tema di innovazione e
sviluppo quando si parla e ci si muove nell’ambito della ricerca
dell’area scientifica “classica” (le scienze dure, fisica e chimica,
le scienze ingegneristiche, quelle biotecnologiche, financo
quelle della terra o dell’aria), meno facile diventa il discorso se
facciamo riferimento al mondo delle scienze umane, al nostro
mondo. Eppure io credo che anche in quest’area sia necessario
dare un impulso stimolatore alla ricerca, esplorando nuovi
metodi e nuovi campi, mettendo a confronto, con più
determinazione e insieme più fantasia critica, mondi, culture,
esperienze e scuole, avendo come orizzonte il mondo così come
oggi ci si presenta, complesso, variegato e talora
apparentemente conflittuale. Un esempio lo abbiamo avuto
proprio qualche giorno fa, quando nella nostra Università
abbiamo inaugurato una Cattedra UNESCO, dedicata ai temi
dell’interculturalità, “Studi culturali e comparativi
sull’Immaginario”: si tratta di un programma di ricerca, che
coinvolge una rete internazionale di Atenei, della quale il nostro
Ateneo è il capofila. Le Cattedre UNESCO sono una modalità
nuova (l’UNESCO ha istituito questo programma nel 1992) e
interessante, con la quale le Università del vecchio e del nuovo
mondo, si associano in un progetto di ricerca, sotto gli auspici
dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la cultura, l’educazione e
la scienza, con l’obiettivo di offrire alle comunità scientifiche di
riferimento e alla stessa UNESCO, suggestioni e conclusioni
volte a fare avanzare scienza e conoscenza per un’umanità più
consapevole dei propri diritti e delle proprie opportunità.
L’assegnazione di una Cattedra da parte dell’Agenzia
internazionale parigina è infatti un riconoscimento scientifico
ed etico alla qualità formativa dell’impegno, privo di ogni
sostegno finanziario dell’UNESCO, che, invece, è tutto a carico dell’Ente destinatario.
Lo scopo delle Cattedre è, infatti, quello di mettere
sempre più in relazione i Paesi avanzati con quelli in via di
sviluppo su temi di grande attualità e di alta sensibilità politica,
sociale e culturale, con lo scopo dichiarato e principale di
“rinforzare le istituzioni d’insegnamento superiore nei Paesi in
via di sviluppo e nei Paesi in transizione in quanto centri
dinamici per lo sviluppo umano durevole interconnessi con i
raggruppamenti di ricercatori e decisori sul piano nazionale e
internazionale”; un altro obiettivo esplicito della rete delle
Cattedre UNESCO è quello di “intermediarie mondiali della
diffusione dei saperi e di catalizzatori dello sviluppo negli
ambiti di competenza dell’UNESCO, tutelando così la natura
intersettoriale dell’Organizzazione”. Sono onorato e orgoglioso
sia del riconoscimento UNESCO, sia del ruolo che il nostro
Ateneo va ad occupare nella rete unescana, insieme agli altri
otto Atenei italiani destinatari di altrettante Cattedre.
Fuori dalla sfera d’influenza dell’UNESCO, ancorché
tematicamente ne intercetta lo spirito e le finalità, si situa
l’incipiente collaborazione con l’Università statale di San
Pietroburgo per la progettazione e la gestione di un Master
nella prevenzione delle tossicodipendenze, in partnership con
la Comunità di San Patrignano: l’iniziativa è promossa dal
Comune di Milano nell’ambito delle celebrazioni per il
quarantennale del gemellaggio tra le città di Milano e di San
Pietroburgo. E’ un’eccellente occasione per avviare una
partnership con l’università russa, al fine di sostenerla poi con
altre attività didattiche e di ricerca da concordare.
Un esempio, invece, di come l’Università possa aprirsi a nuove esperienze professionali, formative e anche di stimolo allo sviluppo della ricerca avanzata è il Consorzio Campus Multimedia In-formazione, che la IULM ha da tre anni con MEDIASET, al cui interno sono collocati due Master di alta specializzazione, uno universitario - il Master in Giornalismo - uno non universitario - il Master in Management Multimediale -, due esperienze di grande successo, sia per i
contenuti della formazione erogata, che sottende una continua
ricerca di nuovi indirizzi e orientamenti culturali e
professionali, sia per i risultati raggiunti (tutti i diplomati del
2005 sono stabilmente collocati e quelli del 2006 sono già
collocati al 90%). Interessante e meritevole di segnalazione è
l’attenzione che nell’ambito del Consorzio riveste l’area della
formazione nelle tecnologie del digitale terrestre: un settore di
grande sviluppo per il futuro sia in Italia, sia all’estero, verso
cui il Consorzio e le sue politiche di ricerca si vanno sempre più orientando.
Del resto il placement, insieme agli stage, costituisce un
punto di forza di un’offerta formativa che si caratterizza come
un’aspettativa, piuttosto che come un’opportunità, specie in
un’Università non statale, inevitabilmente più selettiva e più
mirata sui prodotti formativi: quindi si appalesa la necessità di
una sempre maggiore apertura alle imprese e al territorio.
Vorrei ora rispondere a cinque perché, a cinque
interrogativi che cercano di interpretare la domanda della nostra
stessa comunità – istituzionale, professionale, scientifica e di
lavoro – oggi qui riunita:
• perché abbiamo deciso di varare una Scuola postuniversitaria
che abbiamo chiamato Scuola di Comunicazione IULM;
• perché abbiamo deciso di consacrare l’apertura (per
quanto un po’ ritardata) del nostro anno accademico a
questa decisione per così dire “post-accademica”;
• perché ho chiesto al Presidente della Camera di
Commercio di Milano (che è anche Presidente di
Confcommercio, dunque di una delle più vaste reti di
impresa del nostro Paese), l’on. Carlo Sangalli, di essere
nostro ospite d’onore in questa occasione a conclusione della cerimonia;
• perché credo che – con Fondazione IULM (dedicata alla
ricerca applicata) e con Scuola IULM (dedicata alla
formazione continua) – si possa considerare assolto (in
via progettuale, ora si tratta di vedere se è anche assolto in
via imprenditoriale cioè con una adeguata rispondenza sul
mercato) un mio impegno programmatico preso all’atto
dell’elezione a Rettore circa un completamento della
filiera funzionale del rapporto tra Università e Società,
ovvero tra l’Accademia e la comunità sociale di
riferimento;
• perché ho chiesto al nostro collega professore Stefano
Rolando di assumere la responsabilità della direzione
scientifica della Scuola e di illustrare oggi, a suo modo, il
progetto che è stato avviato a settembre del 2006 e che
consideriamo sufficientemente imbastito per essere
pubblicamente raccontato.
1. Abbiamo deciso di dare vita a una Scuola di
Comunicazione, perché la Fondazione universitaria che
l’Università IULM ha varato da qualche anno (nel 2001,
fra le prime istituite, se non proprio la prima, almeno qui
a Milano) con i più qualificati partner del sistema Milano
ha per scopo statutario – come le principali, ancora poche,
Fondazioni nate in Italia dalle Università – sia la ricerca
sia la formazione. Dunque non solo IULM, ma anche i
nostri partner chiedono di qualificare la nostra gamma di
iniziative con l’apertura al segmento della formazione.
Essi, cioè, identificano un bisogno non integralmente
soddisfatto del sistema sociale e produttivo che una
università orientata in modo specialistico può affrontare
con strumenti adeguati. Tuttavia – dico io – di per sé
l’Università non ha sempre la capacità di orientare la sua
modalità accademica verso bisogni di questo genere; a
meno che non sia mediata da una forte sensibilità verso il
mercato del lavoro e verso il sistema di impresa. Credo
che l’Università IULM abbia verificato in questo periodo
– grazie a Fondazione e grazie ora a Scuola – la sua
capacità di andare anche oltre l’Accademia.
• Non vengo oggi a dirvi che tutto è risolto e che il
risultato sia già nettamente acquisito. Vengo a dirvi che
siamo incoraggiati a fare ulteriori passi e che li
vogliamo fare in sintonia con partner che ci misurano e ci
sollecitano in questo processo in modo molto interessante.
• In secondo luogo abbiamo voluto fare la Scuola
perché una parte importante della nostra offerta formativa
nel segmento universitario (dunque triennio di base,
biennio specialistico e master universitari) contiene molte
discipline che propongono aspetti teorici e aspetti tecnici
del proprio profilo. Se scorriamo gli insegnamenti
troviamo un buon numero di “Teoria e Tecniche di…”.
Questa relazione diventa virtuosa nelle dimensioni di una
Scuola professionalizzante. Ma non dobbiamo fare un
completo salto mortale per coglierla, grazie
all’esposizione del grosso delle nostre discipline
incardinate a profili di modernità rispetto alle dinamiche
del mercato del lavoro.
2. Abbiamo ritenuto di consacrare l’inaugurazione
dell’anno accademico 2006-2007 a questo tema e a
questa nostra nuova estensione di attività, perché
pensiamo che sia un messaggio forte sia per la società,
che per la nostra comunità interna. Essendo, appunto, il
rito dell’inaugurazione aperta agli studenti e al pubblico
un tentativo di incrociare queste due dimensioni, a cui
corrispondono attese che possono anche non collimare.
Qui abbiamo pensato che IULM avrebbe potuto lanciare
un messaggio ben accolto da parte di entrambi questi
mondi:
• Il sistema sociale esterno, perché si ritrova
l’arricchimento di un integratore tra processi educativi e
processi professionalizzanti in campi che, dappertutto ma
a Milano in modo evidente, sono relazionati alla necessità
di prevedere competenti presidi della formazione
continua, del resto come le associazioni professionali e di
categoria ci rappresentano continuamente.
• La nostra comunità interna perché penso che per
molti colleghi sia una bella sfida avere più piste su cui
sperimentare la propria competenza: quella
dell’insegnamento curriculare accademico, secondo
moduli più teorizzanti e quella dell’approccio formativo
continuo, secondo un’attenzione a ambiti che non devono
perdere di vista il bisogno permanente in questi settori di
mantenere una relazione con i fattori culturali generali
trovando però format e modelli più di “laboratorio”
rispetto agli standard tradizionali dell’accademia.
3. Ho chiesto all’On. Sangalli di prendere la parola in
conclusione di questa nostra inaugurazione – come
chiediamo ogni anno di fare al nostro ospite d’onore –
perché:
• il quadro di impresa che egli rappresenta, a
dimensione territoriale e nazionale, ha un carattere molto
significativo dei mondi con cui Scuola di Comunicazione
IULM intende misurarsi,
• Camera di Commercio, che dal 1998 siede nel
Consiglio d’Amministrazione è il partner che, per primo
e con più impegno, ha ritenuto di partecipare allo
sviluppo della nostra Fondazione a cui contribuisce con
una quota associativa che è preziosa per fare massa critica
con le risorse dell’università, consentendo alla struttura di
lavorare sulla progettazione e sulla selezione dei
programmi con una permanente attenzione verso i
problemi del territorio; e poi destinando ai piani di lavoro
annuali altre risorse per dare le gambe a progetti concreti
che in settori come quelli del turismo e del marketing e
dei patrimoni culturali cominciano a dare importanti
frutti;
• si tratta di una personalità che incrocia tutto il
terreno di iniziativa che ha a cuore lo sviluppo di questa
città nel contesto del sistema-Paese e che porta in questo
impegno una carica di entusiasmo personale, non
disgiunto da uno spirito sereno, non dirigistico, rispettoso
del pluralismo e della complessità che fanno di questa
città un locus (direbbe forse l’amico Piero Bassetti) non
provinciale e neppure “di corte” nel rapporto tra i poteri e
il loro modo di rappresentarsi;
• l’università, per sua natura, vive di libertà e di
autonomia scientifica, pur misurandosi con noti e difficili
problemi a cominciare, come dicevo prima, dalle risorse
(ma che diciamolo anche chiaramente, non sono solo
legati alle risorse); credo che interlocutori così sono oggi
preziosi per soggetti come il nostro non solo per gli atti
formali, ma anche e soprattutto per la qualità e la natura
delle interlocuzioni che stabiliscono.
4. Sono Rettore di questa università dal 2001. Diciamo un
lustro pieno. Un arco di tempo, comunque, abbastanza
significativo per percepire – e cercare di far percepire –
tracce di un percorso di responsabilità che è dovere fare
valutare non solo rispetto agli stretti compiti ordinari che
riguardano la vita di ogni comunità universitaria, ma
anche su molti aspetti in cui la crescita va verso risultati
apprezzabili non solo dai fruitori più diretti e dalla vasta
squadra impegnata, ma anche dai soggetti esterni che
interagiscono con l’Ateneo. Nel mio programma – vorrei
ricordare – vi era un posto importante per la crescita
della filiera imprenditoriale, che una università
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moderna può e deve rappresentare, rispetto non solo ai
dati gestionali che vanno considerati, ben inteso, primari,
ma anche rispetto all’ampliamento di funzioni
socialmente importanti come ritengo siano quella della
ricerca applicata e quella della formazione:
• Abbiamo dato, in particolare, negli ultimi tre anni
una risposta operativa, di cui oggi celebriamo e
incoraggiamo un ulteriore passo.
• Non sventolo la bandiera del successo. So quanti
problemi restano aperti per un completamento pieno di
propositi programmatici. Ma voglio mettere a registro di
quel patto, che si compie e si sancisce oggi con molti
soggetti interni ed esterni, una valutazione, se possibile
condivisa, del senso di marcia e della strategicità di certi
percorsi.
• Vorrei dare al prossimo triennio il segno di una
continuità strategica e funzionale verso programmi e
progetti che si sostanziano e si sostengono sulla storia
appena raccontata e non già su fumosi programmi senza
gambe e, spesso, senza idee.
5. Sto per dare la parola al prof. Stefano Rolando che
abbiamo incaricato nel 2004 di assumere la responsabilità
operativa della Fondazione e a cui, l’anno scorso,
abbiamo chiesto di estendere questo impegno alla
direzione scientifica della Scuola. Sarà lui ad entrare un
po’ di più nel merito di questo profilo di attività generato
dal nostro Ateneo.
• Credo che sia giusto da un lato riconoscergli – e
insieme a lui a tutto il suo team, alla sua dirigente e ai più
giovani collaboratori, alcuni dei quali sono nostri laureati
alla prima esperienza professionale – di dedicare molte
energie ad un progetto che deve misurarsi con
innegabili difficoltà.
• Ma credo che sia anche doveroso che si sappia che
la richiesta di impegno che gli abbiamo chiesto è motivata
da una lunga e reputata storia professionale che
precede il suo relativamente recente ingresso nella
comunità accademica, quella cioè dei professori di ruolo.
Una storia professionale che ha attraversato molti mestieri
del mondo della comunicazione e che ha attraversato
aziende e istituzioni di rilievo nazionale.
• Per noi è prezioso disporre di una responsabilità
capace di mediare tra le ragioni dell’accademia e quelle
del complesso mondo professionale con cui disegniamo
una parte importante della nostra offerta formativa.
Alla luce di questi argomenti vorrei esprimere alcuni
ringraziamenti e, se mi è permesso, alcuni incoraggiamenti.
Vorrei ringraziare tutti i presenti e il nostro gradito ospite
per primo.
Vorrei ringraziare tutta la comunità accademica e
professionale – consiglieri d’amministrazione, revisori,
management, operatori e consulenti – che sta
impegnandosi per dare vita e sviluppo a questo progetto.
I colleghi e gli amici che fanno parte del Comitato
scientifico che è stato preposto a validare a monte la qualità
dei progetti formativi accompagnandone la realizzazione.
Vorrei ringraziare i partner di specifici progetti o di
ambiti di più larga iniziativa che costituiscono una formula
appunto di partenariato che rende (come sentiremo
meglio tra poco) interessante e aperto il modello di impresa
sociale che stiamo tentando.
Il mio ringraziamento va in questo senso in primis ai soci
istituzionali della Fondazione (oltre la Camera di
Commercio e l’Unione del Turismo, la Provincia
Regionale di Milano, l’Assolombarda e il CTS) che
vedranno insieme all’Università IULM gli esiti di questo
progetto, il suo andamento e giudicheranno come
proseguire insieme il cammino. Siamo in fase di
allargamento della membership e mi auguro di avere l’anno
prossimo più e nuovi soggetti da ringraziare.
Un ringraziamento va agli organi accademici, alle Facoltà,
perché io posso comprendere, che in una fase di partenza in
ambiti così diversi dalla tradizionale didattica universitaria
abbiano potuto percepire un punto di differenza, rispetto ad
un progetto che ha preliminari e marcate caratteristiche di
impresa. Ma scorgo anche nelle Facoltà – a cominciare dai
Presidi che sono membri del Consiglio d’Amministrazione
della Fondazione – un interesse intellettuale e professionale
per gli sviluppi di questa esperienza. Proprio ai Presidi, gli
amici Patrizia Nerozzi e Carlo Ricciardi, e ai miei Pro-
Rettori, Mario Negri in testa, va tutta la mia gratitudine per
la solidarietà e il sostegno, che mi hanno dato in tutta la mia
attività rettorale e per tutto l’anno accademico trascorso. La
loro fiducia è motivo di gratitudine e di sprone a continuare
sulla strada fin qui intrapresa.
Desidero ringraziare il Direttore Amministrativo,
anch’egli Consigliere d’amministrazione della
Fondazione, e tutta la componente della struttura
amministrativa dell’Ateneo, che sta dando una mano
importante in tante rilevanti sinergie che sono – me lo si
lasci dire – uno dei fattori di successo di una attività che,
pur nella sua giusta autonomia, all’esterno verrà sempre
percepita con il marchio della Università e quindi nel
quadro della reputazione dell’Ateneo. Personalmente al
Direttore, l’amico Ciro Fraccacreta, voglio esprimere tutta
la mia gratitudine per avere sostenuto tutte le mie azioni, ma
anche le mie idee senza riserva alcuna, anzi con spirito di
grande collaborazione e intesa, aiutandomi a superare
momenti talvolta non sempre facili, con semplicità e
umanità. Vorrei anche esprimere attraverso di lui a tutti i
dirigenti dell’Ateneo, a tutto il personale amministrativo,
tecnico e ausiliario la mia gratitudine e il mio apprezzamento per l’eccellente lavoro che fanno con
discrezione, ma con efficacia, quotidianamente in questa
Università, i cui risultati, talora straordinari, sono qui sotto
gli occhi di tutti. Grazie!
L’incoraggiamento infine va verso tutti i Colleghi e tutti
gli Studenti di questa Università che, pur profondamente
legati a questo Ateneo, forse, per diverse ragioni, ancora
non hanno colto le opportunità generate da Fondazione e
Scuola IULM a prendere contatti, a guardare il sito, a
partecipare ad iniziative per misurare il loro grado di
coinvolgimento.
Grazie, dunque, a tutti, proprio a tutti coloro che
quotidianamente vivono e lavorano in questo Ateneo per la
pazienza e la dedizione con le quali accolgono la mia azione:
essa senza il loro sostegno e la loro partecipazione sarebbe
assolutamente priva di efficacia. Lavorare nell’Università per
tutti noi, specie per quanti ne hanno fatto una missione
educativa, è un dovere, credere nell’Università oggi, spesso, è
un atto d’amore: occorre viverla per crederci, occorre crederci
per poterla vivere e amare.
Con questi sentimenti e con l’aiuto di Dio dichiaro pertanto aperto l’Anno Accademico 2006-2007, XXXIX dalla Fondazione, della Libera Università di Lingue e
Comunicazione IULM.
Viva l’Italia!
Prof. Giovanni PUGLISI
Milano, Università IULM, 02 marzo 2007