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Stampa

Cdr de "la Repubblica"
contro Carlo De Benedetti:
"Il nostro editore ignora
le giuste ragioni dei giornalisti,
ma trova tempo e denaro per
tentare la conquista di Alitalia"



Roma, 19 febbraio 2007. Duro comunicato del Comitato di Redazione de "la Repubblica" che accusa il proprio editore di non fare nulla per sbloccare la vertenza per il rinnovo del contratto di lavoro dei giornalisti  Questo il testo del comunicato del Comitato di Redazione de "la Repubblica":


“Cari lettori, ancora una volta ci troviamo costretti ad avvisarvi che nel breve futuro potreste non trovare nelle edicole il vostro quotidiano preferito. O non averlo completo. Come molti di voi certo sapranno, sono ormai 721 giorni che è scaduto il contratto nazionale dei giornalisti e gli editori continuano a rifiutarsi anche solo di cominciare una trattativa. Compreso quello di Repubblica, che a parole smentisce di essere uno dei "falchi", ma nei fatti, non fa nulla di concreto per sbloccare la situazione. Gli editori, bloccando il contratto nazionale, ottengono anche il risultato di rinviare – sine die - i contratti integrativi. Due piccioni con una fava, un doppio risparmio.


Dopo le sollecitazioni a dare ai giornalisti il loro giusto contratto arrivate dal presidente della Repubblica, il governo e il ministero del Lavoro hanno abbozzato tentativi troppo timidi per costringere gli editori a partecipare ad un tavolo negoziale vero. E mentre il presidente del Consiglio Prodi convoca d’imperio un confronto tra azienda e sindacati sul futuro assetto della più grande industria automobilistica italiana e sull’integrativo dei metalmeccanici, sembra non avere alcuna forza concreta per fare altrettanto con gli editori, nonostante abbia definito, nei fatti, "una vera e propria emergenza democratica" l’assenza di un contratto dei giornalisti. Segno, probabilmente, che la partita in gioco è un’altra. Quale, vorremmo saperla.


Poco meno di un anno fa vi abbiamo fatto conoscere con quali strumenti di lavoro ogni giorno ci viene chiesto di impegnarci per battere i nostri concorrenti diretti, che, però, sono dotati di molti più mezzi dei nostri. Qualcosa abbiamo ottenuto, in questa nostra battaglia. Non è stato facile, ma anche grazie alla vostra solidarietà si è squarciato un velo. Ma quanto abbiamo parzialmente conquistato è diventato largamente insufficiente in tempi brevissimi. Oggi, la disparità normativa e salariale con i nostri diretti concorrenti è tale che diventa sempre più difficile per il nostro giornale mantenere la leadership. Per non parlare del precariato, che da noi e in tutta l’editoria continua ad essere un fenomeno di dimensioni inaccettabili.


Oggi, almeno un quarto dei colleghi che scrivono su Repubblica fa letteralmente fatica ad arrivare alla fine del mese. Nonostante quasi ogni giorno le testate del Gruppo Editoriale raccontino quale impatto abbia avuto l’arrivo dell’euro sui prezzi e denuncino la perdita del potere di acquisto dei salari, il nostro editore trova, su un altro fronte, il tempo e il denaro per tentare la conquista di Alitalia, dimenticando che i suoi dipendenti devono far quadrare il loro bilancio con gli stessi salari di sette anni fa. Bella coerenza. Se davvero fossimo di fronte alle prospettive di quella crisi di settore che gli editori continuano a sbandierare come imminente (mentre pubblicano utili da capogiro), ci resta incomprensibile il perché l’azionista di controllo del nostro gruppo editoriale partecipi a una gara così onerosa. Un gran brutto segnale da parte chi aspira a sottoscrivere la tessera numero 1 del partito Democratico.


Finora, in noi ha sempre prevalso l’attaccamento a una testata, che abbiamo sempre visto schierarsi dalla parte giusta nelle battaglie civili della storia del nostro Paese. Ma quello che sta accadendo, purtroppo, ci fa temere che le cose possano cambiare.


Per noi è arrivato il momento di dire basta. E di invitarvi, ancora una volta, ad aprire gli occhi su una realtà, quella del Gruppo Editoriale L’Espresso, che a parole promuove la concertazione, il dialogo, il rapporto costruttivo e negoziale con tutte le componenti del mondo del lavoro e che invece, al suo interno, mantiene retribuzioni, sistemi normativi e rapporti di lavoro del tutto incoerenti con questi "buoni propositi"”.





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