I giornalisti con contratto di lavoro sono circa 17 mila, mentre i colleghi iscritti alla gestione separata dell’Inpgi attivi, ovvero con un reddito seppur minimo, sono poco più di 25 mila: in totale, nemmeno 45 mila persone. Gli appartenenti all’Ordine dei giornalisti sono invece quasi 90 mila, di cui oltre due terzi pubblicisti. Con un ritmo di crescita di iscrizioni che negli ultimi anni è andato via via crescendo, sotto la spinta dell’aumento delle scuole di giornalismo e dell’esplosione del numero dei pubblicisti.
Le domande che i colleghi si pongono e pongono agli organismi di categoria sono semplici: com’è possibile questa differenza? Perché in una fase di crisi dell’editoria, evidente anche prima che giungesse la crisi economica internazionale, non si sono posti degli argini? E che cosa fanno questi colleghi se non risultano avere redditi da lavoro giornalistico?
Queste domande alimentano un dibattito molto forte, in particolare sul ruolo e sulle scelte dell’Ordine nazionale. Un dibattito che appartiene di diritto alla categoria dei giornalisti. E che nessuno, neppure i vertici dell’Ordine, può pensare di soffocare o, peggio ancora, di strumentalizzare per colpire e polemizzare con altri organismi dei giornalisti, proprio in un momento in cui l’esigenza vera e reale è quella di una forte unità di tutti gli enti di categoria, per dare risposte comuni alle esigenze e alle emergenze della nostra professione e dei nostri colleghi meno tutelati.
L’ultimo attacco del Presidente dell’Ordine, Lorenzo del Boca, verso il vertice del sindacato, rappresentato questa volta dai Vicesegretari nazionali Daniela Stigliano (che rappresenta Quarto Potere e Stampa Democratica) e Luigi Ronsisvalle per dichiarazioni fatte nel corso di due assemblee pubbliche in Sicilia, e ai Comitati di redazione, responsabili - a suo parere - di non aver saputo vigilare sullo sfruttamento del lavoro e la creazione di precariato nei giornali, è inaccettabile e intollerabile.
Soprattutto perché ingiusto e offensivo verso centinaia di colleghe e colleghi che, in tutta Italia, si assumono volontariamente e gratuitamente il compito di rappresentare e tutelare le redazioni, vigilando sull’applicazione del contratto di lavoro e delle leggi (a partire da quella istitutiva dell’Ordine) contro la protervia e l’arroganza degli editori. Senza privilegi, prebende, gettoni di presenza o viaggi intercontinentali. Anzi. Spesso con la consapevolezza di frenare - nella migliore delle ipotesi - la propria carriera.
Le responsabilità nella diffusione del precariato sono certamente in primo luogo degli editori, che hanno creduto e credono ancora che i giornali si possano fare senza puntare sulla qualità dell’informazione e, quindi, con giornalisti sottopagati e sfruttati. Ma la creazione di un esercito di persone che svolge questa professione saltuariamente, accanto ad altri mestieri, disposto anche a lavorare gratis, e che si contrappone in una concorrenza senza freni a chi il giornalista lo fa per vivere, è tutta da attribuire a criteri di accesso alla professione obsoleti, pensati cinquant’anni fa e inadatti all’attuale mondo dell’informazione e al nuovo mercato del lavoro.
Noi di Quarto Potere lo sosteniamo da sempre. E non abbiamo cambiato idea. L'Ordine va riformato completamente, portando al centro della sua attività trasparenza e controllo del rispetto della deontologia professionale. Va riformato radicalmente anche l’accesso alla professione. La proposta votata all’unanimità dal Consiglio nazionale è condivisibile e va sostenuta perché sia approvata in tempi rapidi dal Parlamento, dove giace in discussione. Un accesso al giornalismo che passi esclusivamente dalla strada universitaria è in linea con i tempi e con le esperienze internazionali.
Fino a quando così non sarà, fino a quando le vie per diventare giornalista saranno quelle attuali, quasi tutte nelle mani degli editori, resterà però per noi incomprensibile la scelta dell’Ordine nazionale di istituire negli ultimi dieci anni molte altre scuole di giornalismo, oltre a quelle già esistenti. Una scelta a cui peraltro ci siamo opposti pubblicamente e in ogni modo, spesso in solitudine, attraverso i nostri rappresentanti. Le scuole sono oggi in tutto 20 per centinaia di nuovi professionisti ogni anno, giovani colleghi incolpevoli che vengono illusi dalla chimera di un posto nei giornali e che quasi sempre si ritrovano invece ad alimentare le fila dei precari.
Così come incomprensibile è che nell’elenco dei pubblicisti abbiano trovato posto negli ultimi anni migliaia e migliaia di persone: molte di loro sicuramente dovrebbero meno ipocritamente entrare di diritto nelle fila dei professionisti, perché di giornalismo vivono e non di altri mestieri; moltissime altre, invece, i dati dimostrano che questa professione non la frequentano neppure occasionalmente e non si capisce perché risultino iscritti.
Un atteggiamento responsabile di chiarezza, di etica e di trasparenza crediamo sia doveroso per l’Ordine e il suo vertice. Non invettive, accuse, veleni. Non è il tempo delle polemiche. E neppure di contrapposizioni sterili e dannose per i colleghi tutti. Al contrario, è il tempo dell’unità in nome e a favore dei colleghi. Noi ci crediamo ancora.
Milano, 26 gennaio 2010
http://www.quartopotere.org/news/index.php?option=com_content&task=view&id=545&Itemid=1
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Le dichiarazioni dei Vicesegretari nazionali della Fnsi, Daniela Stigliano e Luigi Ronsisvalle, nel corso di due assemblee pubbliche di freelance e precari a Catania e Palermo, sono all'indirizzo:
http://www.fnsi.it/Esterne/Pag_vedinews.asp?AKey=10827
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L'intervento del Presidente dell'Ordine, Lorenzo del Boca, si trova su:
http://www.odg.it/site/?q=content/del-boca-alla-fnsi-non-bastano-infondate-accuse-all'odg-scaricarsi-la-coscienza
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Testo in http://www.francoabruzzo.it/document.asp?DID=5044
POLEMICA SULL’ACCESSO.
Del Boca alla Fnsi:
“Non bastano infondate
accuse all'Odg per
scaricarsi la coscienza”.
In coda i documenti Fnsi
all’origine della reazione
del presidente dell’OdG
“Eliminare il percorso universitario significa, invece, contraddire il dibattito che la categoria ha sviluppato negli ultimi venti anni. Una scuola che preceda l’ingresso nella professione e una solida preparazione scientifica sono stati considerati la condizione indispensabile per poter praticare il mondo dell’informazione, in costante e, qualche volta, caotica evoluzione, dominato da questioni anche lessicalmente complicate. Lo studio e la conoscenza – si è ripetuto fino alla noia – diventano patrimonio irrinunciabile per “leggere” le vicende del mondo ed essere nelle condizioni di raccontarle”. IN CODA la risposta di Autonomia e solidarietà e Giornalisti uniti.
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Il vice presidente del Cnog Enrico Paissan replica alla nota di Quarto Potere
Riesce davvero molto difficile riuscire a comprendere senso e ragioni della polemica di Quarto Potere contro Lorenzo del Boca, accusato di minare l’unità della categoria. Riassumiamo brevemente i fatti: nel corso di una riunione in Sicilia, due vicesegretari della Fnsi - Daniela Stigliano e Vanni Ronsisvalle - hanno duramente attaccato l’Ordine e la proposta di riforma approvata all’unanimità dal Consiglio Nazionale, attacco che ha trovato eco e legittimazione ufficiale nel sito della Fnsi con una nota che, a tutt’oggi, non è stata rimossa, nel silenzio dei massimi vertici del sindacato.
Quarto Potere, evidentemente preoccupato di difendere la propria rappresentanza in seno alla maggioranza Fnsi, parla di “ultimo attacco del Presidente dell’Ordine verso il vertice del sindacato”, capovolgendo disinvoltamente la verità dei fatti, visto che negli interventi in terra siciliana, fedelmente riportati sul sito sindacale, si parla esplicitamente di una “gestione dell’Ordine che sta portando al collasso la professione” e si mette esplicitamente sotto accusa le “iniziative anche di livello universitario”, con un chiaro riferimento alla proposta dell’accesso unico formulata nel documento di riforma del Consiglio Nazionale dell’Ordine. Questi i fatti, stravolti contro ogni documentabile evidenza, da Quarto Potere che addebita a Lorenzo del Boca la responsabilità di aver attivato questa polemica.
Basterebbe, al proposito, citare, la aperta dissociazione rispetto alle opinioni dei due vicesegretari della Fnsi, espressa – con rimarchevole onestà intellettuale – dai coordinatori dei consiglieri nazionali dell’Ordine aderenti alle correnti di Autonomia e solidarietà e di Giornalisti uniti.
Evidentemente il clima pre-elettorale è davvero un cattivo consigliere ed induce a cattivi pensieri!
Dopo queste premesse appare a dir poco sorprendente l’imbarazzata e contraddittoria dichiarazione di condivisione da parte di Q. P. della proposta dell’Ordine che prevede, per l’appunto, “un accesso al giornalismo che passi ESCLUSIVAMENTE dalla strada universitaria”.
Così come, sarebbe opportuno, per dirigenti di alto livello quali sono i vicesegretari del sindacato, conoscere un po’ meglio la situazione della categoria, in particolare del capitolo relativo alle scuole di giornalismo che si avvalgono dell’autorizzazione dell’Ordine.
“Le scuole – afferma infatti Quarto Potere – sono oggi 20 e resta incomprensibile la scelta dell’Ordine di istituire negli ultimi 10 anni molte altre scuole di giornalismo, oltre a quelle esistenti”. Pare davvero necessario fornire a questi colleghi, evidentemente mal informati, alcune informazioni: l’istituzione di numerose scuole è avvenuta nel periodo nel quale la gestione dell’Ordine era garantita da una maggioranza che faceva riferimento alle stesse componenti che oggi dirigono la Fnsi, mentre le cose hanno iniziato a cambiare in questi ultimi 3 anni, nei quali l’Ordine, attraverso una lodevole, unitaria e condivisa azione di controllo da parte del proprio Comitato tecnico scientifico, ha chiuso quattro scuole, per l’inosservanza da parte dell’Università delle regole concordate.
Per quanto riguarda i pubblicisti, la proposta di riforma – che prevede esplicitamente il passaggio nell’elenco dei professionisti di quanti vivono dell’attività giornalistica – richiama esplicitamente l’esigenza di un recupero delle motivazioni originarie che, nel lontanissimo 1963, hanno indotto i legislatori a prevedere la presenza della figura del giornalista pubblicista come un valore aggiunto rispetto alla dimensione del professionismo. Questo e solo questo dice la proposta dell’Ordine. Tutto il resto appartiene alla volgarità di quanti – in questo caso un componente della giunta della Fnsi – propone di “cacciare a calci in culo 70 mila pubblicisti”, assieme magari a qualche altro “rompiscatole”.
Ecco perché le condivisibili affermazioni di principio sull’esigenza di mettere la parola fine “alle polemiche e alle contrapposizioni sterili e dannose per i colleghi tutti”, in un momento di perdurante e grave difficoltà per la professione giornalistica, per essere credibili devono essere accompagnate da atteggiamenti coerenti e, soprattutto, ispirati alle verità dei fatti e delle posizioni.
Tanto più in quanto nessuno nell’Ordine contesta il diritto, vorrei dire il dovere, del sindacato e di ogni collega di occuparsi per l’appunto di problemi che attengono all’ordinamento giornalistico, ma spesso emerge la sensazione o l’impressione che qualche settore del sindacato viva con estremo fastidio e non celata insofferenza che l’Ordine possa occuparsi di questioni contrattuali che riguardano gli iscritti all’ordine, anche quelli che non aderiscono iscritti al sindacato.
Quanto poi al richiamo al vertice dell’Ordine ad un “atteggiamento responsabile di chiarezza, di etica e di trasparenza” è un invito che – ritengo non solo a nome personale – considero del tutto improprio e, se mi è consentito, un tantino offensivo in quanto riferito a persone e a comportamenti che in nessun caso possono essere censurabili proprio sul piano della chiarezza, dell’etica e della trasparenza.
Enrico Paissan
Vicepresidente dell’Ordine
Roma, 26/1/2010