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Stampa

Elezione dell’Ordine (maggio/giugno 2007).
Materiali per un programma elettorale.
Abruzzo: “Dico subito
che sarò candidato
alla testa di una lista
indipendente e senza
riferimenti sindacali e politici”.


Milano, 27 novembre 2006. Ricevo da diverse parti richieste di questo tipo: sarai ancora candidato alle prossime elezioni dell’Ordine del maggio/giugno 2007? Non sei consigliere dal 1986 e presidente dal maggio 1989? Non sei stanco?  La mia competenza, acquisita in tanti anni di studio e di lavoro sul campo,   è  e  rimarrà a disposizione dei colleghi finché lo vorranno. Le miserie e le provocazioni rafforzano il mio spirito combattivo. “Il conflitto è vita”    dicevano gli antichi greci. La memoria corta e le bugie di questi giorni suscitano soltanto malinconia. Dico subito che sarò candidato alla testa di una lista indipendente e  senza riferimenti sindacali e  politici; una lista in cui i giovani colleghi saranno tanti. E’ vero che sono consigliere dal giugno 1986 e presidente dell’Ordine dal maggio 1989. Non sono stanco, mi sento sereno sul piano fisico e intellettuale.  Sono in condizione di lavorare tranquillamente, ovviamente a titolo gratuito e onorifico. Tutti gli iscritti  con più di 5 anni di Albo sono di fatto candidati e candidabili.

Bisogna costruire ora un programma partendo dalla legge professionale, dalla legge sulla stampa, dalla legge  (e dal Codice) sulla Privacy, dalle leggi sull’editoria e  sulla radiotelevisione lette tutte nella cornice della nostra Costituzione. Esistono i “materiali” che sono i dibattiti su “Tabloid”; le delibere del Consiglio dell’Ordine in tema di  deontologia, di iscrizioni d’ufficio al  Registro, di formazione professionale (con i corsi per i praticanti e per gli aspiranti pubblicisti), di assistenza agli iscritti (recupero crediti e diritto contrattuale&previdenziale). Il “cantiere” è aperto e  sarà alimentato dal contributo dei colleghi  ai quali chiedo aiuto e solidarietà anche con la segnalazione di possibili candidati.


Gli enti pubblici hanno particolari e peculiari poteri di autonomia normativa, di autodichia e di autoregolamentazione. L’Ordine di Milano si avvale da decenni del potere di autodichia, autogoverno e autoregolamentazione (delibera sul praticantato d’ufficio; delibera istituiva di una Scuola di giornalismo con il praticantato alternativo a quello tradizionale; delibere (ripetute negli anni) di sostegno economico della Scuola di giornalismo; delibera sull’assistenza legale/amministrativa/fiscale a favore degli iscritti economicamente deboli; delibera 2004 istitutiva di un contributo una tantum di 10 euro a carico degli iscritti per sostenere la Scuola di giornalismo; delibera con la quale ha liberato il direttore di Tabloid dal pagamento di spese legali e di risarcimenti a terzi a seguito di eventuale condanna (tutela prevista dal Contratto e applicata, ad esempio, per i consiglieri Inpgi); delibera di pagamento delle spese legali a favore di giornalisti disoccupati; delibera di acquisto di mezzi tecnici di stampa del giornalino dei detenuti di San Vittore; delibera per la premiazione delle migliore tesi di laurea sul giornalismo e per il sostegno di premi giornalistici organizzati da enti della categoria; delibera per la concessione di medaglia d’oro agli iscritti con 50 anni di Albo; delibere con impegni finanziari in occasione di ricorrenze particolari con stampa anche di volumi; delibera di sostegno dell’assistenza svolta dalla Fnsi e dall’Alg a favore di giornalisti senza lavoro; delibera con stanziamenti economici a favore del Circolo della stampa, etc).


Davvero i 4.500 libri della nostra biblioteca (visibili in www.odg.mi.it) e le tesi di laurea sul giornalismo sono spese che non rientrano nell’attività culturale di un Ordine professionale? Spingere le università a fare ricerca sul nostro mondo è un progetto velleitario? I libri e le tesi danno prestigio e immagine all’Ordine o no? Le  1.200 tesi raccolte presto potranno essere lette sul portale dell’Ordine (ma non potranno essere copiate e stampate).


“Tabloid” oggi è considerato dagli Ordini di altre categorie un modello sotto il profilo dell’informazione e del dibattito sui problemi della professione. Delle 25.500 copie, 23.100 vanno agli iscritti e altre 2mila vanno a giornalisti e istituzioni (comprese le biblioteche) di altre regioni. L’Ordine ha l’obbligo di comunicare (vedi articolo 1 della legge 150/2000) con iscritti e società civile (e lo fa con Tabloid e il portale nonché con le email); nel 2007 ricorderemo degnamente Ernesto Teodoro Moneta, Premio Nobel per la Pace nel 1907, direttore del “Secolo di Milano” dal 1867 al 1896, patriota risorgimentale e combattente di tutte le guerre della Indipendenza  italiana.


Bisogna essere presenti nei Tribunali per difendere la linea deontologica dell’Ordine, quando veniamo citati come parti necessarie nel giudizio disciplinare giurisdizionale. E siamo puntualmente presenti con i nostri legali.


Le iniziative culturali sono  il Premio tesi di laurea; la biblioteca dell’Ordine;  il  sostegno economico ai Premi Gavitelli,  Giornalisti  della Brianza e Cronisti lombardi.


Tutto quello che l’Ordine fa  è illustrato nel portale e su Tabloid. Per quanto riguarda la deontologia, il portale parla da solo con le decisioni pubblicate a tutto campo.


La domanda è una sola: questa politica concreta a favore della categoria e della professione deve continuare?  Oppure bisogna cancellare l’anomalia lombarda (l’Ordine), fatta anche di tanti studi originali sul giornalismo,  e consegnarsi ai burocrati romani? Dobbiamo applicare o no le regole comunitarie sull’accesso universitario alla professione?


Chiedo anche ai colleghi delle altre regioni, che ricevono le nostre email, di manifestare la loro opinione sull’attività dell’Ordine di Milano. Cordiali saluti,

Franco Abruzzo

fabruzzo39@hotmail.com oppure fabruzzo39@yahoo.it


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I riflessi della “operazione Azimut”.


Bisogna cambiare strategia contro gli editori:


stop agli scioperi e puntare  tutte le


energie sul rispetto rigoroso e ragionevole


delle regole deontologiche fissate per legge


e riassunte in sette essenziali punti.


Anche l’apertura di vertenze aziendali


è una arma che può integrare la fase2.


 


nota di Franco Abruzzo/presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia


Quando ho lanciato l’”operazione Azimut” mi era noto che in passato e anche nel presente moltissime aziende della moda, della bellezza, del risparmio gestito e dell’auto  amano presentare strategie, iniziative e novità in luoghi esotici invitando i giornalisti come possibili aedi e cantori: viaggi, alloggio a 5 stelle, vitto e spese di svago tutto a carico di chi  ospita. L’invito Azimut cade nel pieno di una battaglia contrattuale aspra, che ha visto anche il Governo impotente e rassegnato davanti ai niet della Fieg.


Bisogna fermarsi e riflettere. La tecnica delle spallate di cadorniana memoria non regge e non paga. Bisogna cambiare al più presto strategie di lotta, accantonando per ora gli scioperi, un’arma spuntata e perdente. Occorre inventarsi qualcosa di nuovo, ma non lo sciopero delle firme  o la battaglia per la pubblicazione dei comunicati della Fnsi  che nessuno legge. Meglio distribuire in migliaia e migliaia di copie l’articolo di Furio Colombo (pubblicato dall’Unità del 5 novembre), che con linguaggio facile spiega l’obiettivo degli editori, che è quello di disarticolare la professione di giornalista. Il nostro avversario non è soltanto l’editore Caltagirone, ma anche l’editore De Benedetti, il democratico De Benedetti padrone della “Repubblica”. Bisogna citare tutti gli editori cattivi, anche quelli che hanno patrocinato il Governo Prodi.


L’uso  “articolato ed intelligente della forza e della combattività espressa dai giornalisti italiani” non deve  riguardare soltanto “il pieno rispetto delle regole contrattuali liberamente sottoscritte e ancora in vigore”, ma deve riguardare soprattutto il rispetto rigoroso ma anche ragionevole delle regole deontologiche che sono contenuto nel Contratto (un contratto di professionisti), nella legge professionale, nell’articolo 114 del Codice di procedura penale, nel Dlgs n. 206/2005 (Codice del consumo che detta regole sulla pubblicità ingannevole) e nei Codici che hanno veste di legge (Privacy e Treviso). I direttori devono capire che sono dei giornalisti e non dei manager. Gli editori devono capire che le regole deontologiche fissate per legge vincolano anche le loro aziende.


Facciamo un elenco sommario di queste regole:


1)  separazione tra pubblicità e informazione; pretendere che negli articoli non siano infilate citazioni o foto di comodo; tenere d’occhio le inserzioni dei quotidiani onde evitare che il committente sia ripagato con pubbliredazionali nei settimanali di proprietà dell’editore del quotidiano stesso; impedire la pubblicazione dei pubbliredazionali che non abbiano una grafica diversa dal resto del giornale (o del periodico) e che siano prive della indicazione  “informazione commerciale”; rifiuto di scrivere testi per gli Uffici marketing;


2) rispetto della dignità della persona per quanto riguarda  i soggetti deboli (minori, persone violentate, cittadini in manette). Dire no ai direttori che chiedono gossip o di essere elastici sul rispetto delle regole nelle cronache “piccanti”;


3) rinuncia alla firma tutte le volte che un articolo viene ritoccato dal direttore o da chi per lui. Difesa puntigliosa delle mansioni contrattuali;


4) richiesta di firmare un articolo una volta la settimana da parte di chi lavora al desk;


5) pretendere che siano indicate le qualifiche dei collaboratori dei giornali (capo ufficio stampa, consigliere d’amministrazione, azionista, consulente) sul presupposto che il lettore deve percepire l’identità dell’autore dell’articolo che non fa parte della redazione;


6) pretendere che  negli articoli  gli azionisti della testata siano qualificati come tali;


7) rifiutare inviti generosi delle aziende (viaggi, etc).


Appare evidente che il grosso della battaglia è sul fronte pubblicitario. Chiedo ai colleghi di comportarsi da professionisti. Nulla di più, nulla di meno. In questi 7 punti è il segreto di una battaglia vittoriosa. L’”operazione Azimut” era solo l’inizio di una strategia forte e innovativa.

Anche l’apertura di vertenze aziendali è un’arma che può integrare la fase2 della rinnovata strategia. Le vertenze andrebbero aperte subito almeno in 14 aziende: Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa, Il Messaggero, Il Sole 24 Ore, Mondadori, Rcs Periodici, Gruppo Espresso/Repubblica,  Gruppo  Riffeser/Monti, Rusconi/Hachette, Rai, Mediaset, 




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