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Stampa

«Passione reporter»,
l’ultimo libro di
Daniele Biacchessi
IL GIORNALISMO
COME VOCAZIONE

di GENNARO GRIMOLIZZI

Un libro per ricordare i giornalisti italiani caduti mentre documentavano le atrocità dei conflitti armati. Un gesto di riconoscenza verso quei professionisti dell’informazione che hanno sacrificato la loro vita per servire nel migliore dei modi lettori, radioascoltatori e telespettatori. Tutto questo è questo «Passione reporter» (Chiarelettere, pag. 226 € 12,60), ultimo lavoro editoriale di Daniele Biacchessi, vicecaporedattore di Radio24-Il Sole-24 Ore. Il libro è presentato in questi giorni in tutta Italia anche sotto forma di spettacolo di teatro civile.


Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Antonio Russo, Enzo Baldoni si sono battuti per un’informazione senza filtri, sono morti per un’informazione non inquinata dal potere, hanno considerato il giornalismo un’autentica vocazione. Biacchessi li ricorda tracciandone il profilo umano e professionale,  ricostruendo minuziosamente le indagini che hanno cercato di far luce sulle loro uccisioni. «Passione reporter» contiene una toccante prefazione di Ferruccio de Bortoli, che è stato direttore, al Corriere della Sera, di Maria Grazia Cutuli e, sempre per il quotidiano di Via Solferino, ha accreditato nel 2002 il fotoreporter Raffaele Ciriello, recatosi nei territori palestinesi per documentare la Seconda Intifada.


Il libro si apre con la storia di Ilaria Alpi. In Somalia, la giornalista del Tg3 e l’operatore Miran Hrovatin scoprono traffici di rifiuti tossici e di armi, che si celano dietro l’apparente legalità degli affari della Cooperazione Internazionale. Era il 20 marzo 1994. Sei anni dopo, da Tbilisi, capitale delle Georgia, Antonio Russo di «Radio Radicale» denuncia la mattanza delle forze militari russe ai danni dell’inerme popolazione cecena: un affronto imperdonabile per i servizi di sicurezza moscoviti. Il giornalista abruzzese viene rapito e torturato fino alla morte. Nel novembre 2001, Maria Grazia Cutuli e tre colleghi della stampa internazionale, tra i quali lo spagnolo Julio Fuentes, vengono trucidati dai telebani. Troppo scomodi i giornalisti intenti a far conoscere al mondo l’ottusità di un regime troglodita e sanguinario. Enzo Baldoni, pubblicitario e collaboratore della rivista «Diario», è assassinato in Iraq. Si reca per descrivere la vita degli iracheni dopo la cacciata del rais Saddam Hussein. Baldoni viene ucciso insieme al suo autista e interprete Ghareeb, mentre trasportano un uomo in gravi condizioni di salute all’ospedale di Bagdad. Emblematica la storia di Raffaele Ciriello, folgorato dalla passione per la fotografia, dopo una laurea in medicina e dopo aver svolto l’attività di chirurgo plastico. Il 13 marzo 2002 Ciriello si trova a Ramallah, in Cisgiordania. “Armato” di una minuscola telecamera palmare riprende gli scontri tra l’esercito israeliano e alcuni miliziani palestinesi. Viene freddato a bruciapelo dalla raffica di un carro armato con la Stella di David. Tra le zone calde fatte conoscere da Ciriello con i suoi memorabili scatti ci sono Somalia, Sierra Leone, Ruanda, Afghanistan e Kosovo. Indimenticabili rimarranno le foto che lo ritraggono con Yasser Arafat, proprio nel quartier generale di Ramallah, e con Maria Grazia Cutuli, durante un viaggio in aereo, in un momento di spensierata tranquillità. Purtroppo, a distanza di sette anni nessuna verità e nessuna giustizia sono venute a galla. Israele si è rifiutato sin dal primo momento di collaborare con la Procura di Milano per accertare le responsabilità dei soldati che uccisero Ciriello, colpevole solo di essersi trovato al posto sbagliato e nel momento sbagliato. Inascoltati gli appelli del padre del fotografo, Giuseppe Ciriello, da sempre impegnato a far luce su quanto successe quel maledetto giorno di marzo del 2002. «Non si può morire per documentare quello che accade nel mondo», è solito ripetere quando gli viene chiesto un parere sulla morte del figlio. La moglie di Raffaele Ciriello, Paola Navilli, non perde la speranza, nonostante il muro di gomma eretto in seguito al tragico episodio. «Purtroppo – commenta - viviamo in un Paese che non coltiva la memoria, e iniziative come la pubblicazione del libro di Biacchessi sui giornalisti italiani uccisi sono necessarie per impedire che la morte di mio marito sia completamente dimenticata. Il fatto che fosse un fotoreporter freelance, che sia stato ucciso da “fuoco amico”, come ha detto qualcuno, ha reso la sua morte più dimenticabile di altre. In Italia non abbiamo avuto giustizia, e così forse sarà in Israele, dove, però, cocciutamente e faticosamente cerchiamo di mantenere un procedimento. Non voglio vendetta, ma giustizia, unita alla necessità di dare delle risposte a nostra figlia Carolina, che comincia a fare domande sulla morte di suo padre». (fonte: EUROPAITALIA – maggio 2009)


 


 


 





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