Home     Cercadocumenti     Chi è     Link  

Cerca documenti
Cerca:
in:


Documenti
Attualità
Carte deontologiche
CASAGIT
Corte di Strasburgo
Deontologia e privacy
Dibattiti, studi e saggi
Diritto di cronaca
Dispensa telematica per l’esame di giornalista
Editoria-Web
FNSI-Giornalismo dipendente
Giornalismo-Giurisprudenza
I fatti della vita
INPGI 1 e 2
Lavoro. Leggi e contratti
  » Lettere
Ordine giornalisti
Premi
Recensioni
Riforma professione
Scuole di Giornalismo e Università
Sentenze
Storia
Tesi di laurea
TV-Radio
Unione europea - Professioni
  Lettere
Stampa

Qui "Bloomberg",
viaggio nella testata
più influente del
pianeta. Tra i media
al crepuscolo, spunta
- con l’acquisto di
Business Week - una
nuova alba per l’ impero
del sindaco di New York.

L'impero del sindaco di New York si va confermando come una potente agenzia con oltre 2.200 giornalisti che lavorano secondo un modello consolidato, uffici di corrispondenza in tutto il mondo, una salda credibilità nel mondo della finanza, dove un terminale dell'agenzia viene affittato a 20 mila dollari l'anno. I ricavi annui nel 2009 dovrebbero toccare i 6,3 miliardi di dollari, mentre il gruppo pare si accinga a varare un partnership per un'agenzia giornalistica di informazioni a tutto campo con il Washington Post. Ora l'agenzia ha trovato un cavallo di troia che potrebbe farla entrare nell'olimpo del giornalismo: si chiama BusinessWeek, un settimanale letto dalla comunità economica americana ed internazionale.

di  www.lsdi.it /Matteo Bosco Bortolaso


A quasi trent'anni di vita, l'impero Bloomberg è pronto ad espandersi, diventando una creatura giornalistica enorme che nei prossimi anni potrebbe essere, secondo le parole del manager Andrew Lack, "la testata più influente" del pianeta. Lack, ex di Nbc News, coordina le protesi televisive e telematiche dell'agenzia di notizie finanziarie famosa in tutto il mondo per i terminali a doppio schermo che popolano gli open space del Financial District della Grande Mela, della City di Londra e dei templi del capitalismo in ogni angolo del mondo.


Proprio come gli yuppies, che dal 1981 usano i computer sfornati dall'azienda del sindaco di New York, anche gli impiegati di Bloomberg sono famosi per essere lavoratori infaticabili, "uber-giornalisti" capaci di mandare notizie dai mercati finanziari a getto continuo, peraltro continuamente controllati sul posto di lavoro, sottoposti all'indiscreto occhio di telecamere alla Grande Fratello.


Si tratta di un vero e proprio esercito di 2.200 colleghi (se, oltre all'agenzia, si contano anche quelli di radio, tv e sito internet). Un esercuto che supera ampiamente i 1.250 giornalisti del New York Times e i 1.900 del Dow Jones (e del Wall Street Journal). Un esercito le cui truppe sono state finora considerate "figli di un Dio minore" piuttosto che "uber", perché costantemente spinte a lavorare meglio e più velocemente, senza la possibilità di preparare pezzi dal sapore letterario e dalla profondità d'analisi. Aggettivi ed avverbi sono vietati, così come i "ma" e i "comunque" che non renderebbero l'articolo abbastanza chiaro. I pezzi, dai quali dipendono guadagni o perdite per migliaia di dollari, devono essere brevi e diretti. «Potrei scrivere un dipaccio Bloomberg sui guadagni di un'azienda mentre sto dormendo», racconta Chris Roush, professore di giornalismo economico alla Università della Nord Carolina di Chapel Hill, che ha lavorato per Bloomberg nei dorati anni Novanta. «Molti reporter sentivano che la loro creatività veniva soffocata», aggiunge.


Finora i soldatini di Bloomberg sono stati più simili agli operatori che erano loro clienti piuttosto che agli «scribani veterani e ai ricchi pedigree di Condé Nast, Time e New York Times», scrivono Stephanie Clifford e Julie Creswell in un'interessante analisi dell'impero Bloomberg.


Ora però l'agenzia ha trovato un cavallo di troia che potrebbe farla entrare nell'olimpo del giornalismo: si chiama BusinessWeek, un settimanale letto dalla comunità economica americana ed internazionale con ottant'anni di storia alle spalle, acquistato dalla gigantesca agenzia in ottobre per una cifra che molti considerano ridicola, 5 miliardi di dollari, in contanti (basti pensare che il magazine, l'anno scorso, aveva perso qualcosa come 43 milioni). Non solo. Bloomberg, nell'allargare le proprie fila giornalistiche, ha aperto le porte ai profughi di Fortune, Forbes e Wall Street Journal (6 su 11 redattori capo vengono da quest'ultima testata), vittime della scure dei tagli degli ultimi tempi.


Quindi l'impero si è espanso, aprendo nuovi uffici di corrispondenza in Ecuador ed a Abu Dhabi, in Nigeria e in Ghana, oltre che a Cipro. Le redazioni più tradizionali, invece, rimangono di dimensioni enormi: 142 persone a Washington, 196 a Tokyo, 30 a Parigi. Il fiume di denaro - i


ricavi quest'anno dovrebbero essere di 6,3 miliardi di dollari – arrivano tutti dal mondo della finanza, disposto a pagare profumatamente le informazioni targate Bloomberg (ogni anno la tariffa per un terminale si aggira attorno ai 20 mila dollari).


Negli anni Ottanta e Novanta, che sono stati l'epoca d'oro per Wall Street, i terminali dell'agenzia andavano a ruba: adesso ce ne sono in giro almeno 280 mila. La crisi, però, s'è fatta sentire. Se nel 2004 e 2007 la bolla di Wall Street faceva crescere l'agenzia del 13% ogni anno, il collasso della


Lehamn Brothers ha polverizzato anche gli abbonamenti a 3.500 terminali. Quest'anno, per la prima volta nella sua storia quasi trentennale, i numeri dei computer venduti diminuirà, anche se in maniera modesta (-2%). Bloomberg comunque continuerà a guadagnare (la crescita dovrebbe attestarsi su un modesto 3%), difendendo il terzo del mercato delle informazioni finanziarie che è riuscito a conquistare. Un altro terzo del mercato, stimato in 16 miliardi di dollari, è controllato da Thomson Reuters, e il resto da testate sparse. In tempi di crescita o di crisi, comunque, Bloomberg non ha mai tentato il grande salto nel mondo del giornalismo. «Nell'ultimo decennio – scrivono Clifford e Creswell - Bloomberg si è raramente interessata ad andare al di là dell'alta finanza,le notizie erano prodotte per aiutare gli abbonati a far soldi». Insomma, con un'espressione efficace si può dire che l'agenzia del sindaco era un'azienda che «nasce e muore a Wall Street».


IL GRANDE PASSO CON BUSINESSWEEK. Ora, però, le cose dovrebbero cambiare, prima di tutto grazie alla rivista, che con ogni probabilità si chiamerà Bloomberg BusinessWeek. Il nuovo


direttore sarà Josh Tyrangiel, 37 anni, ex giornalista e critico della rivista Time, per la quale ha curato il sito internet dal 2006. Tyrangiel prenderà il posto di Stephen Adler. A dispetto della crescita di Bloomberg, che prenderà ufficialmente possesso di BusinessWeek il 1 dicembre, il


settimanale taglierà 100 o più giornalisti (il 25% circa dell'organico). I


colleghi, comunque, non si troveranno senza occupazione e saranno


probabilmente assorbiti dall'agenzia. Non a caso la redazione verrà


trasferita all'interno della sede di Bloomberg, nell'East Side a Manhattan.


A chi voleva rimanere al magazine è stato chiesto di rispolverare curriculum vitate, articoli pubblicati e lettere motivazionali. Chi voleva posizioni dirigenziali doveva scrivere sei pagine spiegando come avrebbe lavorato per l'integrazione di Bloomberg e BusinessWeek. «Sarà una sfida, e non solo per i tempi nei quali viviamo, che non sono favorevoli ai media: è una sfida


anche a livello organizzativo», ha detto Tyrangiel, scelto da Norman


Pearlstine, capo dei contenuti di Bloomberg ed ex responsabile di Wall Street Journal e Time. Pearlstine aveva pensato anche di conquistare il Congressional Quarterly, rivista specializzata letta dai potenti di Washington. Ma alla fine la scelta è caduta su BusinessWeek. I dispacci


dell'agenzia arriveranno così non solo agli affaristi di Wall Street, ma


anche a quelli di Main Street - cioè i decisori politici - ai capitani


d'industria e, come dicono in America, ai "global movers and shakers".


Insomma, a chi conta. La readership è di 900 mila lettori per la copie


cartacee e di 11 milioni di visitori al mese. «Dobbiamo cambiare la nostra


audience - spiega Daniel Doctoroff, presidente di Bloomberg - la storia


della nostra azienda è legata a decisioni contro-intuitive, contro il ciclo


dominante, è nel nostro DNA». Il modello? Ambiziosamente, The Economist. Il


sogno? Poter intervistare il numero uno della General Electric, Jeffrey


Immelt, oppure, addirittura, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Sia chiaro, però, niente giornalisti-star. «Non è cosa nostra, noi ci basiamo su lavoro di squadra e contributi», sottolinea Donald Reynold del National Center for Business Journalism. Si pagherà per i contenuti? Verrà


adottato il modello Murdoch? Su questo, per ora, non c'è ancora risposta (anche perché i soldi, nelle tasche di Bloomberg, arrivano comunque). Da LSDI: Boomberg: Tra i media al crepuscolo spunta una nuova alba per l'impero del sindaco di New York


LSDI/Matteo Bosco Bortolaso


30 11 09





Sito aggiornato al 5 febbraio 2025
Già editore/proprietario/direttore: Franco Abruzzo (3.8.1939-12.4.2025) Per qualsiasi informazione rivolgersi a Vittoria Abruzzo vittoria.abruzzo@gmail.com
© Copyright 2003-2025 Franco Abruzzo, successori e rispettivi titolari - Tutti i diritti riservati
Provider-distributore: Aruba.it SpA (www.aruba.it) - piazza Garibaldi 8 / 52010 Soci (AR)