di www.lsdi.it /Matteo Bosco Bortolaso
A quasi trent'anni di vita, l'impero Bloomberg è pronto ad espandersi, diventando una creatura giornalistica enorme che nei prossimi anni potrebbe essere, secondo le parole del manager Andrew Lack, "la testata più influente" del pianeta. Lack, ex di Nbc News, coordina le protesi televisive e telematiche dell'agenzia di notizie finanziarie famosa in tutto il mondo per i terminali a doppio schermo che popolano gli open space del Financial District della Grande Mela, della City di Londra e dei templi del capitalismo in ogni angolo del mondo.
Proprio come gli yuppies, che dal 1981 usano i computer sfornati dall'azienda del sindaco di New York, anche gli impiegati di Bloomberg sono famosi per essere lavoratori infaticabili, "uber-giornalisti" capaci di mandare notizie dai mercati finanziari a getto continuo, peraltro continuamente controllati sul posto di lavoro, sottoposti all'indiscreto occhio di telecamere alla Grande Fratello.
Si tratta di un vero e proprio esercito di 2.200 colleghi (se, oltre all'agenzia, si contano anche quelli di radio, tv e sito internet). Un esercuto che supera ampiamente i 1.250 giornalisti del New York Times e i 1.900 del Dow Jones (e del Wall Street Journal). Un esercito le cui truppe sono state finora considerate "figli di un Dio minore" piuttosto che "uber", perché costantemente spinte a lavorare meglio e più velocemente, senza la possibilità di preparare pezzi dal sapore letterario e dalla profondità d'analisi. Aggettivi ed avverbi sono vietati, così come i "ma" e i "comunque" che non renderebbero l'articolo abbastanza chiaro. I pezzi, dai quali dipendono guadagni o perdite per migliaia di dollari, devono essere brevi e diretti. «Potrei scrivere un dipaccio Bloomberg sui guadagni di un'azienda mentre sto dormendo», racconta Chris Roush, professore di giornalismo economico alla Università della Nord Carolina di Chapel Hill, che ha lavorato per Bloomberg nei dorati anni Novanta. «Molti reporter sentivano che la loro creatività veniva soffocata», aggiunge.
Finora i soldatini di Bloomberg sono stati più simili agli operatori che erano loro clienti piuttosto che agli «scribani veterani e ai ricchi pedigree di Condé Nast, Time e New York Times», scrivono Stephanie Clifford e Julie Creswell in un'interessante analisi dell'impero Bloomberg.
Ora però l'agenzia ha trovato un cavallo di troia che potrebbe farla entrare nell'olimpo del giornalismo: si chiama BusinessWeek, un settimanale letto dalla comunità economica americana ed internazionale con ottant'anni di storia alle spalle, acquistato dalla gigantesca agenzia in ottobre per una cifra che molti considerano ridicola, 5 miliardi di dollari, in contanti (basti pensare che il magazine, l'anno scorso, aveva perso qualcosa come 43 milioni). Non solo. Bloomberg, nell'allargare le proprie fila giornalistiche, ha aperto le porte ai profughi di Fortune, Forbes e Wall Street Journal (6 su 11 redattori capo vengono da quest'ultima testata), vittime della scure dei tagli degli ultimi tempi.
Quindi l'impero si è espanso, aprendo nuovi uffici di corrispondenza in Ecuador ed a Abu Dhabi, in Nigeria e in Ghana, oltre che a Cipro. Le redazioni più tradizionali, invece, rimangono di dimensioni enormi: 142 persone a Washington, 196 a Tokyo, 30 a Parigi. Il fiume di denaro - i
ricavi quest'anno dovrebbero essere di 6,3 miliardi di dollari – arrivano tutti dal mondo della finanza, disposto a pagare profumatamente le informazioni targate Bloomberg (ogni anno la tariffa per un terminale si aggira attorno ai 20 mila dollari).
Negli anni Ottanta e Novanta, che sono stati l'epoca d'oro per Wall Street, i terminali dell'agenzia andavano a ruba: adesso ce ne sono in giro almeno 280 mila. La crisi, però, s'è fatta sentire. Se nel 2004 e 2007 la bolla di Wall Street faceva crescere l'agenzia del 13% ogni anno, il collasso della
Lehamn Brothers ha polverizzato anche gli abbonamenti a 3.500 terminali. Quest'anno, per la prima volta nella sua storia quasi trentennale, i numeri dei computer venduti diminuirà, anche se in maniera modesta (-2%). Bloomberg comunque continuerà a guadagnare (la crescita dovrebbe attestarsi su un modesto 3%), difendendo il terzo del mercato delle informazioni finanziarie che è riuscito a conquistare. Un altro terzo del mercato, stimato in 16 miliardi di dollari, è controllato da Thomson Reuters, e il resto da testate sparse. In tempi di crescita o di crisi, comunque, Bloomberg non ha mai tentato il grande salto nel mondo del giornalismo. «Nell'ultimo decennio – scrivono Clifford e Creswell - Bloomberg si è raramente interessata ad andare al di là dell'alta finanza,le notizie erano prodotte per aiutare gli abbonati a far soldi». Insomma, con un'espressione efficace si può dire che l'agenzia del sindaco era un'azienda che «nasce e muore a Wall Street».
IL GRANDE PASSO CON BUSINESSWEEK. Ora, però, le cose dovrebbero cambiare, prima di tutto grazie alla rivista, che con ogni probabilità si chiamerà Bloomberg BusinessWeek. Il nuovo
direttore sarà Josh Tyrangiel, 37 anni, ex giornalista e critico della rivista Time, per la quale ha curato il sito internet dal 2006. Tyrangiel prenderà il posto di Stephen Adler. A dispetto della crescita di Bloomberg, che prenderà ufficialmente possesso di BusinessWeek il 1 dicembre, il
settimanale taglierà 100 o più giornalisti (il 25% circa dell'organico). I
colleghi, comunque, non si troveranno senza occupazione e saranno
probabilmente assorbiti dall'agenzia. Non a caso la redazione verrà
trasferita all'interno della sede di Bloomberg, nell'East Side a Manhattan.
A chi voleva rimanere al magazine è stato chiesto di rispolverare curriculum vitate, articoli pubblicati e lettere motivazionali. Chi voleva posizioni dirigenziali doveva scrivere sei pagine spiegando come avrebbe lavorato per l'integrazione di Bloomberg e BusinessWeek. «Sarà una sfida, e non solo per i tempi nei quali viviamo, che non sono favorevoli ai media: è una sfida
anche a livello organizzativo», ha detto Tyrangiel, scelto da Norman
Pearlstine, capo dei contenuti di Bloomberg ed ex responsabile di Wall Street Journal e Time. Pearlstine aveva pensato anche di conquistare il Congressional Quarterly, rivista specializzata letta dai potenti di Washington. Ma alla fine la scelta è caduta su BusinessWeek. I dispacci
dell'agenzia arriveranno così non solo agli affaristi di Wall Street, ma
anche a quelli di Main Street - cioè i decisori politici - ai capitani
d'industria e, come dicono in America, ai "global movers and shakers".
Insomma, a chi conta. La readership è di 900 mila lettori per la copie
cartacee e di 11 milioni di visitori al mese. «Dobbiamo cambiare la nostra
audience - spiega Daniel Doctoroff, presidente di Bloomberg - la storia
della nostra azienda è legata a decisioni contro-intuitive, contro il ciclo
dominante, è nel nostro DNA». Il modello? Ambiziosamente, The Economist. Il
sogno? Poter intervistare il numero uno della General Electric, Jeffrey
Immelt, oppure, addirittura, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Sia chiaro, però, niente giornalisti-star. «Non è cosa nostra, noi ci basiamo su lavoro di squadra e contributi», sottolinea Donald Reynold del National Center for Business Journalism. Si pagherà per i contenuti? Verrà
adottato il modello Murdoch? Su questo, per ora, non c'è ancora risposta (anche perché i soldi, nelle tasche di Bloomberg, arrivano comunque). Da LSDI: Boomberg: Tra i media al crepuscolo spunta una nuova alba per l'impero del sindaco di New York
LSDI/Matteo Bosco Bortolaso
30 11 09