Il Sole 24 Ore 15/11/2009 Contrappunto. Quando Tobagi era un insulto di Riccardo Chiaberge
Leggendo l'intenso libro di Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre (Einaudi), mi è tornato a galla un vecchio fotogramma rimasto impigliato in qualche remota sinapsi. Giugno 1978, poco dopo l'uccisione di Aldo Moro, sono appena sbarcato in un settimanale del gruppo Rizzoli. Mi abborda un tizio allampanato che si presenta come esponente del Comitato di redazione. Porta un berretto da bolscevico, con tanto di stella rossa sulla visiera. «Walter Tobagi dice che sei suo amico – insinua, con un sorrisino. – Non ti vergogni?». Io rimango di sasso. Farfuglio: «Beh, proprio amico no, è solo un conoscente». Era vero, Walter lo avevo incontrato di sfuggita, forse a un congresso della Cgil (all'epoca scrivevo anche io di sindacati). Eravamo coetanei, ci stimavamo a vicenda, tutto qui. Ma di averlo rinnegato in quel frangente, di questo sì mi vergogno ancora adesso. Tobagi era un grande professionista della penna, più intellettuale che cronista, impegnato sui fronti caldi del terrorismo. La sua amicizia avrebbe dovuto essere motivo di vanto, non certo di vergogna. Aveva però un difetto: era un cristiano di idee socialiste, e questo non garbava ai colleghi con l'eskimo e la stella rossa. Come scrive Benedetta: «A quel tempo la politica era una cosa terribilmente seria, le etichette e le logiche di appartenenza prevalevano spesso sulla sostanza delle persone».
Mesi dopo squilla il telefono al giornale, nel mezzo di una riunione di redazione. «Pronto?» È Tobagi che mi vuole parlare. «Scusa, sono in assemblea, ti richiamo». Non lo feci, per sciatteria o per distrazione, né seppi mai le ragioni di quella telefonata. Quando sentii gridare il nome di Walter, in una piovosa mattina di maggio del 1980, e corsi con altri colleghi fino a quel tragico marciapiede, era troppo tardi per fargli domande. Alcuni enfants gâtés della buona borghesia milanese, travestiti da guerriglieri, gli avevano chiuso la bocca per sempre.
Il libro di Benedetta Tobagi non ci deve consolare. Non è il ritratto di un'Italia che fu, e che ci siamo felicemente lasciati alle spalle. È l'autobiografia di una nazione invertebrata, dove non ci si vergogna di frequentare i terroristi (o i camorristi) ma si bollano come «vergognose» le idee degli avversari politici. A ben vedere, la sola cosa che davvero è cambiata è la divisa del conformismo, il colore della stella sulla visiera.
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