Mario Pannunzio, di cui l’anno prossimo ricorre il centenario della nascita, è noto come direttore del Mondo, il settimanale da lui fondato sessant’anni fa, nel 1949. Ma non si limitò a fare il giornalista. Ebbe anche un ruolo politico: anzi fu nei fatti il leader di una grande forza laica, rimasta però soltanto allo stato potenziale. È la tesi esposta ieri da Massimo Teodori nella relazione introduttiva del convegno «Mario Pannunzio. Giornalista e intellettuale liberaldemocratico», organizzato a Milano dall’Associazione Mario Pannunzio e dalla Fondazione Corriere della Sera, cui è giunto un messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nell’incontro, aperto da Antonio Maccanico, diversi studiosi si sono confrontati sull’opera del direttore del Mondo e sulla sua eredità.
Secondo Valerio Zanone, Pannunzio non fu tanto un leader quanto un artefice di cultura politica, un «direttore di coscienze». Stefano Folli ha ricordato l’importanza da lui attribuita alla conquista dei ceti medi, che però lo delusero votando in massa per la Dc. Adolfo Battaglia ha individuato nel richiamo alla civiltà occidentale il segreto dell’influenza esercitata dal Mondo e dai partiti laici.
Proprio l’impegno atlantico del settimanale è stato oggetto della seconda relazione, svolta da Ennio Di Nolfo, che ha messo in rilievo l’asprezza dello scontro che lo contrappose ai comunisti. Da questo punto di vista, ha sostenuto Paolo Mieli, alcuni allievi di Pannunzio si distaccarono dall’impostazione del maestro, con aperture immotivate al Pci. Mentre Gerardo Mombelli si è richiamato alla serietà della battaglia per l’Europa condotta dal Mondo.
La serietà fu del resto una cifra peculiare di Pannunzio, perfino nell’indurre i fotografi a dare il meglio di sé, come ha ricordato nel suo saluto Giulia Massari. A lei, storica redattrice del Mondo, è toccato il compito di aprire la sessione pomeridiana coordinata da Sergio Romano, il quale ha rievocato la figura dell’editore del settimanale, Giovanni Mazzocchi.
Con la relazione di Piero Craveri si è passati a un altro aspetto di quell’esperienza: i dodici convegni degli «Amici del Mondo », nei quali venne anticipato il programma riformatore che il centrosinistra adottò, ma non riuscì a realizzare. Dopo un decollo economico agevolato dal piano Marshall, ha sottolineato Marcello De Cecco, si trattava di porre le basi per uno sviluppo durevole in un quadro di agguerrita concorrenza estera. Un obiettivo per raggiungere il quale gli «amici del Mondo », ha evidenziato il presidente di Rcs Mediagroup Piergaetano Marchetti, proposero di adottare strumenti giuridici innovativi, convinti che il funzionamento del mercato non potesse prescindere da una cornice di regole chiare e incisive.
Purtroppo il centrosinistra non fu all’altezza del compito: per Pannunzio, ha osservato Nello Ajello, fu «l’ultimo disinganno». Ma forse, ha aggiunto Cesare De Michelis, fu uno scacco inevitabile, perché il suo umanesimo elitario era comunque condannato a una «convivenza dolorosa» con la modernità. E l’uomo era d’indole intransigente: «In Pannunzio non c’era spazio — ha rilevato Giovanni Russo — per la condiscendenza sui principi ideali».
Forse anche per questo oggi si stenta a individuarne gli eredi, come è emerso nella tavola rotonda finale, coordinata da Enrico Romagna Manoja. Giuseppe Galasso ha descritto un Pannunzio giunto spaesato al termine della sua parabola (morì nel 1968, a soli 57 anni) poiché l’Italia aveva preso una via ben diversa da quella che lui auspicava. E Giulio Anselmi ha affermato che il ruolo di orientamento dell’opinione pubblica svolto dal Mondo appare impensabile oggi, con la stampa in preda a una crisi strutturale e spesso aggredita frontalmente dal potere politico.
Eppure, ha concluso il direttore del Corriere Ferruccio de Bortoli, se Pannunzio non ha eredi, non è detto che la sua lezione sia andata perduta. I valori che Il Mondo aveva disseminato in 17 anni di pubblicazioni (1949-1966) hanno lasciato tracce profonde nel tessuto civile. E possono costituire una risorsa preziosa per porre un freno al progressivo imbarbarimento della vita pubblica.