La situazione previdenziale è destinata a non subire miglioramenti per gli anni a venire. Intendiamoci, non significa un default. E per quanto riguarda l’Inpgi si può garantire che non vi saranno particolari allarmi. Il patrimonio del nostro Istituto è sufficientemente solido. Alle difficoltà, che possono subentrare sotto la spinta delle condizioni del Paese (in primis) e della categoria, si può fare fronte. Ma l’esame della o delle situazioni non può prescindere da ciò che si chiama “prevenire”. Il quadro nel settore, infatti. non è dei più rosei, la crisi dell’editoria giungerà al picco nel prossimo anno. Le aziende non recupereranno, la pubblicità sarà carente. Gli editori inseguiranno il loro tornaconto cercando la soluzione sul costo lavoro e sulla decimazione dei redattori. La soluzione “giornale elettronico” non vale più di tanto.
Tutto ciò e altro metterà in grande difficoltà la possibilità di una rivalutazione delle nostre pensioni sia a livello nazionale che di categoria. Poche possibilità di lievitazione avrà anche il cosiddetto “fondo2” previsto dal contratto di lavoro. Allora che facciamo? Risponderei: insistere sulle poche e uniche proposte, insistere perché tutte le branchie del nostro Sindacato, comunque si attivino; insistere perché il Governo e il Parlamento e qualsiasi struttura socio politica la smettano di considerare il pensionato un “vuoto a perdere”, un “nonno”, in via di estinzione. Il mondo del pensionato è fatto da una massa compatta di cittadini che ha un “valore” economico storico e sentimentale a beneficio del Paese.
Tuttavia il primo problema da risolvere drasticamente è un serio e reale adeguamento della fiscalità a carico del pensionato. Un piano economicamente adeguato per venire incontro ai bisogni, alle spese dell’anziano. Essere anziani significa avere maggiori esigenze per vivere: sanitariamente, socialmente. Non basta un assistenzialismo, pur generoso e opportuno, sempre transitorio o finalizzato, ma impossibilitato a risolvere il problema in via definitiva. C’è una iniqua tassazione che grava su coloro che già hanno dato. Mentre dobbiamo sollecitare che si prepari, si proponga un sistema previdenziale, nuovo, equo e intergerenazionale. Ma ai pensionati vanno ridotte le tasse: un abbuono del 30% (in Germania già si fa) e poi, via via che si avanza nell’età tagli ragionevolmente e proporzionalmente predisposti. C’è differenza anche di esigenze tra chi ha 60 anni e chi ne ha 90. A 90 anni come è possibile pretendere la tassazione uguale a quella di uno di 40? Come si diceva, gli interventi di solidarietà sono importanti, tuttavia sono “pannicelli caldi”. Ma anche come avviene in altre nazioni, giova concedere facilitazioni sui trasporti, sugli acquisti, ovunque. Per lo Stato è una spesa minima.
E’ difficile ottenere quanto sopra? O, basta sollecitare la volontà politica sia di destra che di sinistra. Scendere in piazza per sventolare bandiere è ormai ridicolo.
Si imponga ai sindacali un impegno duro, concreto e reale per la “vertenza” pensione. Ora, non domani quando “l’esodo” di noi vecchi “mal pensionati” sarà completato. E chiediamo ora, non domani, rispetto, molto rispetto dalla burocrazia, non ci basta l’appellativo affettuoso “nonnetto”. Non è neppure accettabile che l’Ufficio delle Entrate, il Ministero o chi diavolo sia, di colpo sottragga interamente le pensioni ai destinatari quando è il periodo dei conguagli!!! Le tasse si pagano, ma i gabellieri dovrebbero essere testimoni del passato!
Torniamo peraltro all’esercito dei pensionati. Una recente sentenza della Corte costituzionale ha puntualizzato che le donne del comparto privato possano rimanere al lavoro, come gli uomini, fino al 65° anno di età. Di fatto si è cancellato il limite dei 60 anni.
Questo ha riaperto un dibattito. Un tempo si andava in pensione quasi sempre in uno stato umano di consunzione. Pensionato = vecchio, esausto, vecchismo, inutile.
Oggi non è più cosi. Longevità, vitamine e quant’altro, abbiamo tantissimi baldi pensionati che potrebbero lavorare, vogliono lavorare. Non per un qualche guadagno in più (che non fa mai male) ma per esprimere la loro vitalità. Si deve dare così ad una categoria – qui mi riferisco all’intera popolazione di pensionati la capacità di essere non solo socialmente utili, ma anche categoria economicamente utile.
Toglierebbero posti ai giovani?
Personalmente lo slogan “Largo ai giovani” l’ho sempre considerato nefasto. Nel 1939 aprì ai giovani i campi di battaglia. Oggi sta permettendo lo svuotamento di vecchie professionalità per consentire agli editori di non sostituire i posti vacanti con le giovani leve. E i giornali sono fatti male, le vendite diminuiscono. L’epoca delle facili entrate pubblicitarie è ormai alle spalle.
Data, 19/11/2009