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Stampa

Turchia: il problema
della scarsa libertà
di stampa nel
rapporto UE 2009
(http://www.isfreedom.org)

(Il nuovo impero mediatico cinese: ecco il progetto di Pechino per aumentare la propria influenza culturale nel mondo+ Iran: liberato il giornalista di Newsweek, Maziar Bahari + Vietnam: otto blogger condannati a pene che vanno dai due ai sei anni di prigione)

Ankara, 19.10.09. Pur non arrestandosi, il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea - iniziato nell’ottobre del 2005 - procede con lentezza estrema. A sottolinearlo è il rapporto 2009 della Commissione Ue sui Paesi candidati, presentato nei giorni scorsi a Bruxelles dal commissario per l’Allargamento Olli Rehn. L’aspetto più preoccupante secondo la Commissione è costituito dall’assenza di progressi nelle relazioni tra la Turchia e Cipro, che fino a oggi ha portato all’interruzione di otto dei 35 capitoli negoziali. Ma grave - secondo la Commissione – resta anche la situazione dei media e della libertà di stampa nel Paese Tra i casi citati vi è la chiusura di You Tube, avvenuta  nel maggio 2008, e i processi intentati contro Facebook, Google e “numerosi altri siti web”. Un caso a parte è costituito dal colosso dell'informazione Dogan Yayin Holding, a cui la giustizia turca ha comminato una maxi-multa da 4 miliardi di dollari, che “limita le possibilità del gruppo e quindi la libertà di stampa”. Il gruppo Dogan controlla circa il 50 per cento dei mezzi di informazione turchi e nel tempo è stato molto critico con l’attuale governo, guidato dal Partito di giustizia e sviluppo (Akp); pertanto – afferma la Commissione - la multa “più che una sanzione fiscale sembra una sanzione politica”. “Se le sanzioni arrivano ad essere pari al fatturato dell’azienda si rischia che si trasformino in una penalità politica” ha osservato il commissario finlandese, esprimendo “serie preoccupazioni”. E ha lanciato un monito anche su Orhan Pamuk, il Nobel per la letteratura ancora nel mirino della magistratura per aver parlato del genocidio armeno: “non è un messaggio positivo sul modo in cui la Turchia sta affrontando il tema della libertà di espressione”.


 


Il nuovo impero mediatico cinese: ecco il progetto di Pechino per aumentare la propria influenza culturale nel mondo


19.10.09 - Espandere la propria presenza nel mercato dei media mondiali come simbolo del proprio protagonismo sulla scena mondiale. Nei prossimi anni la Cina spenderà milioni di dollari per la creazione di un'industria dell'informazione e dell'intrattenimento in grado di competere con giganti quali la News Corporation di Rupert Murdoch e la Time Warner. Un progetto ambizioso che, secondo le indiscrezioni, dovrebbe prevedere il lancio di un canale all-news in lingua inglese, ispirato alla CNN, che dovrebbe trasmettere da Singapore o da qualche altra sede fuori dalla Repubblica popolare. Nei piani di Pechino non c'è solo la televisione. Nella mischia entra anche l'ufficialissima voce del Partito comunista cinese (Pcc), il Quotidiano del popolo, che presto, questione di pochi mesi, potrebbe avere una sua versione in lingua inglese. Il piano dovrebbe lasciare grande libertà alle aziende statali, che potranno così dare sfogo alla propria creatività producendo e finanziando prodotti culturali e d'intrattenimento. Unica eccezione a questa ventata di libertà saranno i programmi d'informazione, che resteranno sotto lo stretto controllo del Partito. I costi si aggirerebbero intorno tra i 4,7 e i 6,6 milioni di dollari, ma le cifre, riportate dalla Reuters e dal 'South China Morning Post', non hanno ancora trovato conferma. Il progetto appare come una colossale operazione di soft power. La strategia di Pechino sembra chiara, la Cina punta a migliorare in questo modo la propria immagine globale, promuovendo la cultura cinese nel resto del mondo. Il governo cinese è conscio dei problemi di comunicazione che il paese ha con l'Occidente. Problemi dovuti ad una «differente cultura e tradizione dei media» che si riflette in «una carenza nelle pubbliche relazioni internazionali» scrive in un recente saggio Lu Yiyi, del China Policy Institute dell'università di Nottingham. Una mancanza che Pechino ha iniziato a colmare a partire dall'organizzazione dei Giochi olimpici dello scorso anno. Anzi per Steven Dong, direttore del Global Journalism Institute dell'università Tsinghua di Pechino, uno degli atenei più rinomati del paese, è stato il successo di Pechino 2008 «a persuadere il governo ad investire più soldi» nel progetto. Non si tratta tuttavia di sola ricaduta d'immagine, la Cina è anche desiderosa di entrare a far parte del giro d'affari che ruota intorno al mondo dei media. Non per niente la lettera d'invito al Forum mondiale sui media, tenutosi nella capitale cinese, dal 8 al 10 ottobre chiariva come l'incontro fosse un'occasione utile per «mettere a fuoco come il mondo dei media potesse affrontare le sfide e le opportunità dell'era digitale e trarre profitto dalle nuove tecnologie». Il meeting, organizzato dall'agenzia ufficiale Xinhua, ha riunito l'élite del mondo dei media globali, erano presenti Murdoch e la sua News Corporation, l'Associated Press, l'Agence France-Presse, la BBC, la Reuters, BBC, l'agenzia russa ITAR-TASS, la giapponese Kyodo e la Turner Broadcasting System (TBS). E a simboleggiare la nuova ambizione cinese nel campo dei media, l'incontro è stato aperto dal presidente Hu Jintao in persona. Hu ha esortato i media globali a promuovere «un'informazione vera, corretta, comprensiva e obbiettiva», forse memore dell'editoriale del giornale teorico del PCC, Cercare la verità, che in agosto accusava la stampa occidentale di «monopolio» e di alimentare pregiudizi. Hu ha però rassicurato i giornalisti stranieri promettendo che la Cina continuerà a salvaguardare il loro «legittimi»diritti ed interessi, naturalmente «in accordo con le leggi cinesi». Una rassicurazione subito raccolta da Murdoch che, parlando alla Xinhua, afferma ottimisticamente (sic) che «non potrebbe esserci momento migliore per essere un reporter in Cina». Poco spazio è stato invece concesso alle discussioni sulla libertà di stampa. Ma come scrive il China Media Project dell'università di Hong Kong: «It’s all about business, right?» Sono solo affari, giusto? (fonte: il Riformista)


 


Iran: liberato il giornalista di Newsweek, Maziar Bahari


19.10.09 - Due giorni fa, dopo 120 giorni di detenzione nella prigione di Evin, nella capitale Teheran, Maziar Bahari, corrispondente irano-canadese del settimanale americano 'Newsweek, è stato rimesso in libertà provvisoria dopo il pagamento di una multa astronomica, 300 milioni di toman (circa 250mila euro). Il giornalista era stato arrestato il 21 giugno scorso nella sua abitazione della capitale, e accusato di essere uno dei responsabili delle manifestazioni che avevano seguito la contestata rielezione di Mahmoud Ahmadinejad. (fonte: RSF)


 


Vietnam: otto blogger condannati a pene che vanno dai due ai sei anni di prigione


19.10.09 - La scorsa settimana otto blogger sono stati condannati ai sensi dell'articolo 88 del codice penale che proib isce qualsiasi "propaganda contro il regime comunista" e per aver postato sui loro blog "denunce calunniose contro la sicurezza nazionale e l'ordine sociale". In realtà i blogger avevano chiesto solo più pluralismo democratico e rispetto dei diritti dell'uomo. Vu Hung è stato condannato a tre anni di prigione, Pham Van Troi a quattro anni, mentre altri sei blogger, Nguyen Xuan Nghia (scrittore), Nguyen Van Tinh, Nguyen Manh Son, Nguyen Van Tuc, Ngo Quynh e Nguyen Kim Nhan, sono stati condannati rispettivamente a sei anni, tre anni e mezzo, tre anni e mezzo, quattro anni, tre anni e due anni di prigione. I loro processi sono durati solo poche ore. (fonte: RSF)


 


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