Milano, 14 ottobre 2009. Oggi a Milano si svolge il processo d’appello contro il giornalista Renzo Magosso condannato in primo grado dal Tribunale di Monza a seguito di una querela per diffamazione presentata dal generale dei carabinieri in pensione Alessandro Ruffino e dalla sorella del generale dell’Arma Umberto Bonaventura, da tempo scomparso. La vicenda nasce dalla pubblicazione sul settimanale Gente del 17 giugno 2004 di una intervista a un ex sottufficiale dei carabinieri, Dario Covolo, che dichiarava di avere presentato sei mesi prima dell’omicidio del giornalista Walter Tobagi ai suoi superiori una nota informativa sulla progettazione dell’azione criminosa e nella quale si facevano i nomi dei terroristi.
L’informativa, basata sulle notizie che Covolo riceveva da un confidente-infiltrato, precisava che la zona in cui il gruppo intendeva operare era quello dell’abitazione del giornalista. Il 28 maggio 1980 Tobagi venne effettivamente ucciso, sotto casa, da quelle persone. Il giudice del primo grado, accogliendo le richieste del Pm, ha condannato Magosso a mille euro di multa e 240 mila euro di risarcimento per le parti offese. La motivazione della condanna è che il giornalista avrebbe dovuto esplicitare nell’articolo che le affermazioni dell’intervistato contrastavano con le risultanze del processo Tobagi, e che in ogni caso avrebbe dovuto – contestualmente – sentire anche i superiori di Covolo, vale a dire il generale Ruffino.
Siamo di fronte a una visione del giornalismo quantomeno cerchiobottista che nega alla radice la funzione di svelare fatti sconosciuti e spingere alla ricerca della verità. Perché il punto è esattamente questo: le risultanze del processo Tobagi sono lacunose e insoddisfacenti. Non a parere di Magosso, ma di tanti osservatori (a partire dal battagliero padre di Tobagi, Ulderico, ormai scomparso), che in questi anni hanno messo in luce le troppe contraddizioni e bugie. La condanna di Magosso, seguita da quella di Covolo, assume allora oggettivamente un segno di intimidazione verso chi pone e si pone interrogativi su una vicenda che presenta ombre profonde e inspiegabili nella conduzione delle indagini, nella individuazione dei colpevoli, nell’uso dei cosiddetti ‘pentiti’.
Si è di fronte a una rappresentazione dell’inchiesta che avrebbe addirittura il carattere dell’intangibilità e della sacralità, come se sull’omicidio Tobagi non vi fossero state per anni dure polemiche; tanto che nel 1983 il ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro fu costretto a confermare l’esistenza e la veridicità di un’informativa di un sottufficiale dei carabinieri, Covolo per l’appunto, in cui si fornivano elementi sulla individuazione di Tobagi come obiettivo di alcuni gruppi della lotta armata. Covolo, nel processo, ha ribadito la versione fornita a Magosso, confermando l’esistenza di altre due note informative dopo quella rivelata dai deputati socialisti e certificata dal ministro dell’Interno e soprattutto ribadendo la correttezza delle frasi, virgolettate, a lui attribuite nell’articolo. Nei processi contro Magosso e Covolo sono emersi altri documenti che accentuano gli interrogativi.
In particolare, il testo predisposto dall’allora capitano Bonaventura per l’allora colonnello Bozzo delinea una vera strategia per contrastare i dubbi e presentare un quadro senza contraddizioni dell’intera vicenda. Il documento rende palese un altro punto dolente: il ruolo che ebbe Rocco Ricciardi, militante dei gruppi armati e da un certo punto confidente infiltrato dei carabinieri: si voleva coprire ieri e si nega oggi che quella collaborazione si protrasse nel tempo ben più di quanto ammesso. Mi ha stupito il sostanziale silenzio, se non la censura, che ha avvolto il processo di primo grado due anni fa, come se si trattasse davvero di una banale causa di diffamazione.
Sul caso Tobagi vi sono state numerose interpellanze parlamentari, in particolare su iniziativa del deputato Marco Boato dal 2003 al 2007. In questa legislatura la deputata radicale Elisabetta Zamparutti ha presentato un’interpellanza che ripercorre con puntualità l’intera vicenda del processo a Magosso e dell’omicidio Tobagi. Per il governo è stato delegato a rispondere il ministro della giustizia ma, nonostante sette solleciti, il silenzio prevale. Anche il deputato del Pd Paolo Corsini ha presentato un’interrogazione. Tutto ciò mentre – giustamente e per fortuna – in Italia si protesta e si manifesta per la libertà d’informazione. Una libertà che su tutta questa intricata vicenda, però, di rado è stata esercitata dai media. Colpendone uno, Magosso, si vorrebbe ora educarne cento. Affinché mai più nessuno osi mettere in dubbio le verità ufficiali.
Il Pg ha chiesto la conferma della condanna. Udienza decisiva il 3 novembre.
Milano, 14 novembre 2009. Sarà pronunciata il 3 novembre la sentenza d’appello sul giornalista Renzo Magosso, autore nel 2004 su “Gente “ di un articolo sul delitto Tobagi in cui riportava un’intervista a un sottufficiale dei carabinieri dell’epoca, Dario Covolo, per il quale già nel dicembre 1979 i suoi superiori erano al corrente dei nomi dei terroristi che poi il 28 maggio 1980 avrebbero ucciso l’inviato del Corriere della Sera presidente dell’Associazione lombarda dei Giornalisti. Il Pg, Laura Bertolé Viale, e le parti civili hanno chiesto la conferma della condanna, mentre i difensori sono di diverso avviso: Magosso va prosciolto per avere esercitato il diritto di cronaca. La prima sezione penale della Corte d’Appello ha rinviato, come riferito, la sentenza alla seduta del 3 novembre prossimo (fonte Corriere della Sera del 15/10/2009, pagina 21)
.............................................................................................
Nel Parlamento due ministri e due verità sul delitto.
Camera dei deputati, 19 dicembre 1983
Scalfaro legge una relazione di servizio di un
un sottufficiale dell’Arma del 13 dicembre 1979:
“E’ in programma un attentato o il rapimento
di Walter Tobagi...Tobagi è un vecchio obiettivo
delle Formazioni comuniste combattenti (Fcc)”.
Dal libro “Le carte di Moro, perché Tobagi” di Roberto Arlati e Renzo Magosso (Franco Angeli 2003) riprendiamo un passaggio (pagine 142/143) che riguarda la risposta 19 dicembre 1983 del Ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro nell’aula di Montecitorio a una interrogazione sul delitto Tobagi. Era stato Bettino Craxi (primo ministro dal 4 agosto 1983) ad accusare: “Qualcuno ha taciuto una nota informativa che preannunciava l’organizzazione dell’assassinio di Walter Tobagi”. Questa la risposta di Scalfaro:
“Agli atti del reparto operativo del Gruppo carabinieri di Milano 1 esiste l’originale di una relazione di servizio redatto da un sottufficiale dell’Arma (“il brigadiere Ciondolo”, ndr) il 13 dicembre 1979 nella quale si legge: “Secondo il postino, il...(segue il nome di un altro confidente) e gli altri avrebbero lasciato il proposito di compiere azioni in Varese ma avrebbero in programma un’azione a Milano. Il ....non ha lasciato capire pienamente quale possa essere il loro obiettivo ma ha riferito al postino che si tratta di un vecchio progetto delle Formazioni comuniste combattenti (FCC). Per quanto riguarda l’azione da compiere qui a Milano e la zona nella quale il gruppo sta operando il postino ritiene che vi sia in programma un attentato o il rapimento di Walter Tobagi, esponente del Corriere della Sera. La zona in cui il gruppo sta operando dovrebbe essere quella di piazza Napoli-piazza Amendola-via Solari dove il Tobagi dovrebbe abitare. Il Tobagi è un vecchio obiettivo delle Formazioni comuniste combattenti...”. Dagli accertamenti svolti il postino di Varese si identifica con un certo Rocco Ricciardi. Va rilevato che l’attività dell’Arma dei carabinieri in tutte le vicende sufferiferite è attività di polizia giudiziaria che implica, come tale, il dovere di riferire in via esclusiva all’autorità giudiziaria dalla quale dipende”.
......................................................................
Camera dei deputati, 18 giugno 2004
Giovanardi: “Nessuno ha indicato
gli assassini di Tobagi alla polizia”
Milano, 18 giugno 2004. ''Nessuno ha mai indicato a polizia e carabinieri i nomi di chi sarebbero stati gli assassini. Ci mancherebbe altro che fosse emersa una circostanza di questo tipo''. Così si è espresso al question time il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, riferendosi all'omicidio di Walter Tobagi.
''A distanza di 24 anni - aveva affermato poco prima il parlamentare Verde Marco Boato - sono ricorrenti gli interrogativi sulle gravi omissioni da parte di ufficiali dei carabinieri dell'epoca che nascosero e non diedero seguito a una
nota informativa preventiva redatta da un sottufficiale del nucleo antiterrorismo. Già nel dicembre '79, sei mesi prima dell'omicidio, i nomi dei terroristi che stavano progettando l'assassinio di Tobagi, erano noti, ma nulla, assolutamente nulla venne fatto per impedirne la morte. Il 28 maggio scorso il direttore del Corriere, Folli, ha dichiarato: “Non si tratta di una storia che possa considerarsi chiusa. La morte di Tobagi è una ferita ancora aperta. E' necessario che questa vicenda venga riaperta''.
''Sulla base di informazioni attinte dall'autorità giudiziaria - ha risposto Giovanardi - devo smentire categoricamente le illazioni dell'onorevole Boato, che non corrispondono a verità, e sono dietro quel filone della dietrologia attraverso la quale i responsabili degli omicidi non sarebbero gli assassini che hanno ammazzato le vittime negli anni di piombo, ma sarebbero sempre trame oscure, la colpa è dei carabinieri o delle forze dell'ordine, di coloro che, non si capisce perché, non avrebbero cercato di evitare questi omicidi''.
''Il Governo - ha aggiunto il ministro sempre al question time - non ha potuto far altro che attingere dalla Procura di Milano, dai magistrati, con le dichiarazioni di allora e di oggi, la loro volontà di non spiegare nuovamente cose che hanno già chiarito in tutte le sedi competenti. Ricordo solo l'ultima
affermazione del dottor Armando Spataro, che era stato responsabile di quell'inchiesta, che ha ribadito che la morte di Tobagi è connessa soltanto e solo a quello che rappresentava per la democrazia di questo Paese. Purtroppo è stata una delle centinaia di vittime dell'eversione armata di quei tempi che voleva nei giornalisti, nei magistrati, nei politici, soffocare
e annullare la democrazia nel nostro Paese. Credo che non dovremmo mai finire di condannare quegli assassini e non cercare ancora oggi, nel 2004, come fa Boato, di cercare di dare la colpa ai carabinieri e a chi combatteva l'eversione e il terrorismo''.
''La risposta di Giovanardi è indecente'' ha replicato Boato precisando, rivolto al ministro, che ''lei semplicemente si è basato su informazioni di seconda mano e non ha capito assolutamente il significato di questa denuncia''. (ANSA).