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EDITORIA. CHIUSO SUMMIT
di PECHINO: la COPERTURA
delle NOTIZIE sia “accurata,
obiettiva, imparziale e corretta”.

Repubblica.it-DIRITTI WEB
Cina, il manifesto dei dissidenti
contro la censura su internet.

Pechino, 10 ottobre 2009. Con un appello ad una copertura delle notizie che sia "accurata, obiettiva, imparziale e corretta", si è chiuso a Pechino il summit mondiale dei media che si era aperto due giorni fa. Nella dichiarazione congiunta emessa al termine dei lavori, i rappresentanti di 170 gruppi editoriali hanno anche espresso l'auspicio che il loro lavoro possa promuovere la trasparenza e la responsabilità dei governi e delle istituzioni pubbliche e possa facilitare la comprensione reciproca come lo scambio di idee tra i popoli di diversi Paesi e regioni. I rappresentanti dei media hanno anche convenuto che nel mondo sono in corso cambiamenti profondi e complicati e che la globalizzazione economica, l'esplosione delle informazioni, le nuove tecnologie della comunicazione, unite alla diversità e all'integrazione delle culture mondiali, hanno fornito grandi opportunità per lo sviluppo globale dei media. (Adnkronos)


 


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Repubblica.it-DIRITTI WEB


Cina, il manifesto dei dissidenti


contro la censura su internet.


Diffuso aggirando filtri e blocchi, denuncia le intimidazioni, i divieti, le minacce e gli arresti a cui sono sottoposte nel Paese le persone che ricorrono al web per manifestare le proprie idee. Subito censurato e cancellato dalla Rete


 


dal nostro corrispondente GIAMPAOLO VISETTI


Pechino, 10 ottobre 2009. Dopo "Charta 2008", a cui seguì un'ondata di repressioni e arresti, gli intellettuali cinesi tornano a rivolgere alle autorità e alla comunità internazionale un appello per il rispetto dei diritti umani in Cina. In una "Dichiarazione per i diritti umani in Internet", quindici dissidenti hanno denunciato ieri le intimidazioni, i divieti, le minacce e gli arresti a cui sono sottoposte nel Paese le persone che ricorrono al web per manifestare le proprie idee. Il Manifesto per la libertà online, subito censurato e cancellato dalla rete in Cina, è stato diffuso aggirando una serie di filtri e di blocchi istituiti dalle autorità. Gli intellettuali avevano cercato, inutilmente, di pubblicarlo il primo ottobre, in concomitanza con la parata militare che ha celebrato i sessant'anni dalla vittoria della rivoluzione comunista di Mao. Ci sono infine riusciti ieri, nella ricorrenza della caduta della dinastia imperiale nel 1911.


La "Dichiarazione", negli ultimi giorni, era stata fermata anche in attesa dell'assegnazione del Premio Nobel per la pace. Tra i candidati, alcuni famosi dissidenti cinesi, attualmente detenuti. In poche ore il documento, assai difficile da aprire nell'ipercontrollata rete nazionale, è stato sottoscritto da oltre 400 attivisti, che si sono esposti con nome e cognome. Tra i promotori, nomi noti della dissidenza, che hanno sottolineato l'assurdità di ospitare a Pechino il "World Media Summit" (concluso proprio ieri), che ha riunito alcuni grandi editori mondiali in un Paese dove la libertà di stampa non esiste.


A firmare l'appello accademici, docenti universitari, scrittori, giornalisti, storici e avvocati. Alcuni di essi, in passato, sono stati perseguitati e arrestati. Ad altri è stata revocata la licenza per praticare la professione. Cinque dei primi firmatari comparivano già nella "Charta 2008", per la quale avevano subito minacce e processi. Un altro, responsabile di un importane centro di ricerca e già finito in carcere, in agosto si è visto chiudere senza spiegazioni il sito internet. Altri due, avvocati, hanno conosciuto il carcere per aver difeso alcuni membri della setta religiosa del "Falungong". Un altro legale aveva sostenuto la causa di Hu Jia, il dissidente arrestato prima delle Olimpiadi di Pechino e in corsa fino all'ultimo per il Nobel. Tra i promotori, molti sono stati isolati dalla polizia nelle settimane che hanno preceduto il Sessantesimo, alcuni sono stati costretti ad allontanarsi dalla capitale.


Il loro appello chiede che il 10 ottobre di ogni anno sia proclamato "Internet Human Rights Day". Avverte i sottoscrittori del rischio di una sottoscrizione. "Non possiamo assicurarti - si legge - che la tua firma non ti causerà problemi come minacce, persecuzioni e intimidazioni. Prendi atto dei pericoli che potresti trovarti ad affrontare e solo dopo fai la tua scelta". Nella "Dichiarazione" viene posto il problema della libertà di espressione sulla Rete. Gli intellettuali cinesi sottolineano come internet sia una "rivoluzione che sconvolge la possibilità di promuovere i diritti umani fondamentali e la libertà del popolo cinese". Si dice che la "tendenza è ormai irreversibile" e che il suo contributo a cambiare il Paese "sarà pari alla scoperta del fuoco e del ferro". Si appellano al popolo cinese e alla comunità internazionale affinché sostengono il diritto alla libertà di parola e si battano perché questa sia "incoraggiata, nutrita e tollerata su internet". In dieci "princìpi", di cui l'accademico Ling Cangzhou è primo firmatario, si denuncia la sistematica repressione e la censura del governo cinese su blog, podcast, forum, siti e comunità di discussione sul web. Il concetto giuridico è che ormai "la libertà di espressione su internet deve essere equiparata alla libertà di parola".


Dunque uno Stato che non garantisce i "netizens", non tutela i cittadini. "Il diritto a pubblicare opinioni, immagini e informazioni online - si legge - deve essere rispettato e non sottoposto a vessazioni da parte di autorità che operano al di fuori della Costituzione". Quindi le richieste: la possibilità di esprimersi anche in forma anonima, per sfuggire alle ritorsioni del partito; lo smantellamento dei filtri, che in Cina censurano i siti considerati scomodi; la tutela della web-privacy; l'accesso ad una giustizia imparziale per chi viene perseguitato a causa delle opinioni espresse sulla rete. La velocità con cui la nuova "Dichiarazione" degli intellettuali è stata cancellata dall'internet cinese, rivela il nervosismo del potere, impegnato da mesi a combattere la formazione di un'opinione pubblica online. Più volte, con il pretesto di "ripulire la rete da contenuti sconvenienti, diseducativi e pornografici", le autorità hanno cercato di alzare una "diga verde" elettronica. Resta ora da vedere l'effetto popolare dell'appello, quante altre adesioni raccoglierà e di quale livello. E soprattutto quale sarà la reazione di governo e forze di sicurezza.


 


 





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